domenica 4 gennaio 2015

ONDINA VALLA - L'atleta ariana (The athlete Aryan)



ONDINA VALLA

Trebisonda Valla, detta Ondina (Bologna, 20 maggio 1916 – L'Aquila, 16 ottobre 2006), è stata un'atleta italiana, campionessa olimpica degli 80 metri ostacoli a Berlino 1936, nonché la prima donna italiana a vincere una medaglia d'oro ai Giochi olimpici.

Aveva un nome che sembrava inventato da D'Annunzio: Ondina; che, insieme al cognome, Valla, evoca un'idea di morbido ma continuo movimento, già quasi l'anticipo di un destino. 
Illusione che svapora subito dinanzi alla prosa del dato di cronaca: Ondina altro non era che l'abbreviazione del bizzarro Trebisonda, impostole in quel 20 maggio 1916 che la vide nascere, a Bologna, da un padre che vagheggiava la turca Trabszonospor come capitale di tutte le meraviglie del mondo. 
Un nome, dunque, da calviniana città invisibile. Il talento di Ondina, per contro, era visibilissimo: sontuosamente dotata dalla natura per la corsa veloce e i salti, primeggia tra tutte le italiane di regime già a soli 13 anni, nel 1929, subito eletta dal fascismo, ansioso di icone che confermino la supremazia della razza italica, a dea con "il sole in un sorriso". 
Poi, che sia una sportiva a fare grande quell'Italia dove Mussolini impone di circoscrivere il destino femminile essenzialmente all'identità biologica della procreazione può meravigliare, considerato che a essere esaltata, nel suo caso, è una fisicità fatta di forza, rapidità e destrezza, ma il regime ha fame di eroi, e comunque Ondina Valla resta un caso davvero isolato.


  
Il fascismo per lo sport significa un'attenzione particolare, strutture, tempo e accurati programmi di allenamento, soprattutto in vista di impegni internazionali in cui un paese che pretende di dare del 'tu' alle superpotenze e di sedersi al tavolo dove si decidono i destini e le spartizioni del mondo non può sfigurare. 
Così, protetta e privilegiata dal regime, Ondina Valla ottiene risultati sempre più lusinghieri in varie specialità: corsa piana, a ostacoli, salti. 
E il suo giorno di gloria sboccia il 6 agosto del 1936. Sono le olimpiadi di Berlino, quelle organizzate da Hitler per celebrare la potenza di una Germania dominatrice e che invece faranno conoscere al mondo un atleta americano di colore: Jesse Owens. 
Ondina Valla ha scelto la specialità degli 80 metri a ostacoli. I risultati delle semifinali, in cui le è riuscito di eguagliare il record del mondo di 11"6 le hanno dato ragione. 
Sulla pista dell'Olympiastadion la finale è mozzafiato: insieme a Ondina arrivano sul traguardo altre tre atlete. Occorre la verifica del fotofinish, che all'epoca si chiamava zielzeitkamera. 




   
Il trionfo di Ondina, già avvertito a occhio nudo, è netto: il suo tempo di 11"7 le accredita 61 centesimi di vantaggio sulla seconda, la tedesca Steuer. Piuttosto, la delusione è per I'altra italiana, Claudia Testoni, avversaria di sempre della Valla, che passa dalla gioia del terzo posto all'amarezza del quarto che le toglie il bronzo, finito invece alla canadese Taylor. 
Se la Testoni avrà come consolazione il titolo europeo di due anni dopo e come vendetta assai poco sportiva la decisione di togliere il saluto a Ondina, la Valla continuerà a gareggiare a livelli di eccellenza ancora a lungo, ormai preceduta dalla gloria di unica medaglia d'oro olimpica femminile e coprimatista mondiale con quell'11"6 ottenuto in presenza di vento ma comunque valido, perché risultati "ventosi" (più di 2 metri al secondo) all'epoca erano omologabili. 
Nel suo curriculum di atleta eletta da straordinarie doti naturali ci sono anche numerosi titoli italiani: sei sugli 80 ostacoli, due sui 100 metri, uno sui 60, uno di staffetta 4x100, cinque di salto in alto e uno di salto in alto da fermo (disciplina ormai scomparsa). 
Infine, a conferma del suo eclettismo, un trionfo nel pentathlon, nel 1935.


CLAREATTA PETACCI, l'amante di Mussolini (The lover of Mussolini)


CLARETTA PETACCI

Clarice Petacci conosciuta come Clara o Claretta (Roma, 28 febbraio 1912 – Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945) è nota per essere stata amante di Benito Mussolini, da lei idolatrato fin dall'infanzia. Era sorella dell'attrice Miria di San Servolo (vero nome Maria Petacci).

Lei no, non doveva essere uccisa. Lo ammetterà nel 1983 Sandro Pertini, capo dello Stato, un tempo capo partigiano: 
"La sua unica colpa era quella di avere amato un uomo".

Claretta Petacci andò incontro al suo destino di morte per inseguire un riscatto. Un amore eterno in cambio della vita. Sua per sempre, di fronte agli assassini e al mondo, dopo oltre un decennio d'incontri fugaci e in fondo banali. È dalla banalità di quel bene che lei voleva affrancarsi.

Amante clandestina, passatempo profumato, mantenuta, puttana del duce.
Quella morte avrebbe cancellato e risarcito. Così fu. La pietà avrebbe fermato con una spilla la sua gonna alle ginocchia, nel pieno del furioso oltraggio sui corpi senza vita di piazzale Loreto. "Una macelleria messicana", disse disgustato Ferruccio Parri.
La pietà, poco più tardi, avrebbe spinto il governatore americano della Lombardia ad interrompere il disumano scempio.


  
Ora, forse, lo si può ammettere. senza quel finale di partita, Claretta sarebbe poco più di un'amante (fra le tante) di Mussolini. La sua figura sarebbe stata storicamente irrilevante. Al centro, semmai, di postumi gossip nei salotti romani post-fascisti. Così simili a quelli, fascistissimi, dove si discettava sulle sue visite in sidecar a Palazzo Venezia e sulla nuova villa dei Petacci, troppo lussuosa per non essere argomento di pettegolezzi velenosi. Invece no. Quella morte per amore, solo per amore, la fece ingombrante. E d'improvviso così grande. 
Vergogna per la memorialistica resistenziale, ricordare che con il dittatore fu assassinata anche una donna senza colpa. E brutto incubo per i nostalgici del duce-patria-famiglia, quel corpo estraneo, quasi come aggiunto al copione della storia da chi volesse infangare la figura del duce, fame un ometto in fuga con l'amante, alla stregua di un fedifrago da quattro soldi nell'ora più buia per l'Italia.

La vita di Claretta aveva avuto il suo momento di svolta. Come se un fumetto fosse diventato realtà in carne ed ossa. Accade così in un film di Woody Allen, col protagonista che fuoriesce dallo schermo per fuggire - come un sognato principe azzurro - al fianco dell'innamoratissima spettatrice in sala.

A Claretta era capitata la stessa cosa. L'amore infantile per quell'uomo potente e lontano, si era fatto ossessione. Aveva agitato i suoi sogni d'adolescente. Ma la vita aveva seguito il suo corso, senza scossoni. Musica, sport, amorini giovanili, un fidanzamento tranquillo, una stagione fatta di ozi e di sospiri, di confidenze e di poesie dedicate a Mussolini. Per lei era un mito, come un attore del cinema, dei telefoni bianchi.

Quando lo vide, il giorno che cambiò la sua vita, era primavera. La giovinezza di Claretta, nell'aprile del '32, coincide con la maturità di Mussolini e con il massimo del consenso popolare nei confronti del fascismo. 
L'incontro avvenne alla rotonda di Ostia, Mussolini restò impressionato da quella bella ragazza ventenne, seno aggressivo, occhi nerissimi, autrice di versi spediti via posta e che il duce finse di ricordare
... Fu I'inizio d'un amore. Per lei esaltante, totale, esclusivo: gioia di vivere, ragione per morire. Per lui importante e dolce, parentesi sentimentale tra cattivi pensieri e ragion di Stato.


  
Claretta sposò ugualmente il suo fidanzato d'un tempo. E Mussolini continuò come prima a ricevere donne senza scrupoli per avventure di pochi minuti, che non meritavano nemmeno d'essere vissute senza stivali...

Eppure Claretta scelse infine l'amore matto e disperatissimo per Benito. E lui, come un giovane borghese perbene, un giorno chiese alla signora Giuseppina Petacci: 
"Mi permettete di amare vostra figlia?". 
La risposta, fatalista o furbastra e rassegnata: 
"Mi conforta l'idea di saperla vicina a un uomo come voi". 
La passione divorante di lei contagiò anche lui. Fu amore vero, negli anni euforici del massimo
fulgore per l'Italia mussoliniana. La fiamma esaltante durò, inevitabilmente, solo alcuni anni. Pesarono, senza cancellare del tutto il sentimento, le voci sul fratello di lei, spregiudicato faccendiere. Condizionò il comportamento del duce la reiterata richiesta della sua figlia amata, Edda: 
"Liberati di lei, ti scongiuro!".

Ma fu la storia a scegliere per loro. Come per tutti. Dopo il '38 si fece più inquieto lo scenario internazionale. Gli osanna filo-mussoliniani si attenuarono. La tragedia della guerra assorbì e avvilì l'animo del duce, ne ammalò il fisico. Anche Claretta ebbe un momento difficilissimo. Incinta, a causa di una'gravidanza exra-uterina, perse il figlio, il frutto del suo amore che aveva in grembo. Un anno dopo morì Bruno, il figlio prediletto del duce, che ne risentì gravemente, sempre più addolorato e depresso.


   
La storia con Claretta era ormai di dominio pubblico. Lo scandalo quasi inevitabile. Al punto che nell'ottobre '41 Pio XII incaricò personalmente il vescovo di Tripoli, Monsignor Facchinetti, amico di Mussolini, di chiedere al "diletto figlio" l'interruzione di quel rapporto. Il duce promise. E il 20 maggio '42 scrisse all'amante: 
"Clara, il sacrificio che ho chiesto al tuo amore, più che alla tua sensibilità ed obbedienza, può essere ed è grande; ma torno a ripeterti che questo è necessario per chiarire tutto e riportare persone e cose ed eventi in una tranquilla luce. Torno a dirti che un giorno - presto, io credo - mi ringrazierai di ciò e sarai contenta di questa eclissi di una abitudine che ti era e mi era cara. Ti scongiuro di non vedere in quanto accade, altra cosa diversa da quanto il mio cuore ti disse. Riposati e guarisci. I miei nervi hanno bisogno di quiete e i tuoi anche. Quando l'orizzonte sarà sgombro di nubi, vi vedrai una fiamma che non si spegne e che queste lettere intendono: A.T.D.B".

Come un liceale innamorato dei giorni nostri alle prese con un sms, Mussolini si firmava languidamente A.T.D.B. (a te da Ben). Ma la tragedia era alle porte. Per lei, I'umiliazione di venire respinta dagli uscieri di Palazzo Venezia. Per lui, le disavventure belliche e il dramma del 25 luglio '43.

Privato e pubblico si intrecciarono fino a confondersi. Prima di recarsi dal re, dopo il voto del Gran Consiglio, la telefonata a Claretta che lo implorò, intuitiva come un uomo non può mai essere: 
"Non andare, non ti fidare. E guardati da Badoglio!". 
Aveva chiamato la sua donna anche tre anni prima, quando stava per affacciarsi al balcone e gettare l'Italia nel circolo cieco d'una guerra sbagliata.


  
Dopo l'arresto, e l'armistizio, nei mesi di Salò anche quel loro amore divenne strumento, quasi ostaggio di guerra. I tedeschi si servirono di Claretta per meglio e più da vicino controllare il duce, conoscerne le intenzioni, spiarne i pensieri.

Cosa restava, della fiamma più ardente, dell'ardore degli anni ruggenti? Così un testimone nel '50 ricorderà quegli incontri nella casa sul Garda dove i Petacci si erano trasferiti: 
"Qualche volta, sul far della sera, arrivava Mussolini [...]. Lui la guardava con tenerezza, le tendeva la mano, le diceva: *Buonasera, signora*. Poi, con lei accanto, s'inoltrava verso il salone dove la principessa lo accoglieva sempre con un "Benvenuto, Duce". A volte si tratteneva per la cena. Ma dire cena è esagerato. Sia la principessa sia Mussolini mangiavano come uccellini. Soltanto la signorina Claretta sembrava avere appetito. Si servivano minestrine, verdure lessate, un po' di formaggio, la frutta. Dopo un po' Mussolini salutava, Claretta lo accompagnava alla porta e lui raggiungeva a lunghi passi la scorta. Non ricordo di averlo mai udito trattare confidenzialmente la signorina".

All'inizio del '45 Mussolini predispose la partenza dei Petacci per l'estero. Lei non volle lasciare I'Italia e il suo Ben. Lo raggiunse a Milano, lo seguì a Como.
Furono catturati separatamente dai partigiani, che li tennero assieme, fino al tragico 28 aprile. Quel giorno, la mantenuta del duce consumò nella tragedia la sua rivincita: 
"Mi odiano perché lui mi ama. Perché la mia vita è tutta per lui". 
Era pronta, più dello stesso Mussolini, al sacrificio. Alla sorella Myriam, sua confidente: 
"Non lo abbandonerò mai, qualunque cosa avvenga. [...] Fa' sì che sia finalmente detta la verità su di me, su di lui, sul nostro amore sublime, bellissimo, divino, oltre il tempo, oltre la vita".

Un partigiano, dopo la mortale raffica di mitra, le strappò dal collo un ciondolo d'oro. Dietro c'era scritto: 
"Clara, io sono te e tu sei me. Ben". 
A rileggerle oggi, quelle parole, si fatica a riconoscervi I'impronta della storia. Eppure... forse è stata ancora più tagliente e spietata, la storia, con quella frase di Ben, che non sfigurerebbe stampata su carta velina, attorno a un bacio di cioccolato.


I corpi di Mussolini (secondo da sinistra) e di Petacci (riconoscibile dalla gonna)
 esposti a Piazzale Loreto.
Il primo cadavere a sinistra è Nicola Bombacci.
Gli ultimi due a destra sono Pavolini e Starace.



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