sabato 31 ottobre 2015

LUISA CASATI - Collezionista d'arte (Art collector)

LUISA CASATI, nata Luisa Amman (Ritratto di Giovanni Boldini)
(Milano, 23 gennaio 1881 – Londra, 1º giugno 1957)
Nobildonna e collezionista d'arte italiana.


"Voglio essere un'opera d'arte vivente, aveva dichiarato la marchesa Casati. E ci riuscì. Il suo corpo diventò una statua. Il suo viso un quadro. La sua conversazione una recitazione.
Non ebbe abiti, ma costumi.
Come un'opera d'arte la marchesa era equidistante dallo sguardo meravigliato dell'oscuro mondano come da quello complice di Boldini o di Balla. Fu lei a trasformare Man Ray in un artista, specchiandosi nella sua macchina fotografica. Quando Ray le aveva fatto vedere la foto venuta male, la Casati ne era stata entusiasta. La carriera di fotografo surrealista di Man Ray era cominciata.
Diventare un'opera d'arte non era facile. Con una tenacia infinita adattò al suo obiettivo il modesto materiale umano di cui disponeva: un corpo magro e ossuto, un viso asimmetrico, i capelli disordinati. Soltanto i larghi occhi verdi erano quasi all'altezza del compito, ma non abbastanza. La marchesa li aureolò di bistro e sottolineò la bellezza delle mani con giganteschi anelli.
I dati terreni della sua biografia sono marginali come la carta rispetto al libro che viene scritto su di essa. Luisa Amman era nata a Milano nel 1881 da una ricca famiglia di industriali tessili. Sposare il marchese Camillo Casati Stampa era stato per lei essenziale e irrilevante come per un attore salire sul palcoscenico su cui potrà recitare.
Era uscita dalle pagine di uno dei tanti romanzi come Minerva dal cervello di Giove. Incarnava la femme fatale di fine secolo, lucida e nevrotica, frigida e libertina, semplice e misteriosa. Non faceva visite o passeggiate, ma apparizioni.
Alternava periodi di castità a periodi di dissipazione. Si concesse a D'Annunzio, ma non fu mai sua succube. Piuttosto una collega nell'arte di affascinare la propria epoca. La "piccola amica dorata", notavano stupiti i contemporanei, era I'unica donna di cui il Vate parlava con rispetto, "l'unica donna che mi ha sbalordito".


 Luisa Casati nuda (Giovanni Boldini)

Nel Ritratto meduseo Alberto Martini fissò il suo paradigma estetico; immensi occhi su un viso bianco di cipria sotto il casco disordinato dei capelli. Fu lei ad assicurare nell'era iconoclasta delle avanguardie la sopravvivenza del mito della donna fatale. Van Dongen e Bakst, Cocteau e Beaton rimasero impressionati come lastre fotografiche dalla sua immagine. La sua eccentrica mise, sovraccarica d'erotismo e di mito, era il flash con cui si imprimeva nella memoria dei contemporanei. Marinetti riconobbe in lei "la più grande futurista del mondo", Cocteau "il bel serpente del paradiso terrestre».
Gli animali che la scortavano, dal tranquillo ghepardo al pitone, dal pappagallo nero al levriero verniciato di blu in pendant col cappello della padrona, rientravano tutti nel repertorio letterario e artistico della grande seduttrice.
Non bisogna però lasciarsi ingannare dalla messa in scena. Luisa Casati interpretò magistralmente la femme fatale, ipnotizzò gli uomini dosando audacemente I'abisso nero del suo sguardo e quello bianco della sua nudità. Però non rovinò nessun amante. Nessuno si suicidò davanti alla sua porta. A parte quello mai concluso con D'Annunzio, i suoi amori rimasero al margine della sua eccezionale esistenza.
I suoi balli in maschera erano dei trionfi. Una notte scelse come salotto tutta Piazza San Marco. Lei poteva apparire travestita da Cagliostro o da serpente o passeggiare nuda in giardino, spiegando candidamente: "Io sono la Verità!". 
Ma anche il nudo era per lei un costume. Persino le messe nere che organizzava erano solo degli spettacoli e i lacchè neri semisvestiti o coperti di vernice dorata erano comparse nella sua incessante messa in scena.


Luisa Casati (foto di Adolf de Meyer)

Si spostava spesso con l'immenso bagaglio foderato di pelle di leopardo o di velluto nero. I camerieri degli alberghi di lusso dovevano fornire carne fresca per i felini e topi per i serpenti che la seguivano dappertutto, come la statua di cera gemella che si era fatta fare da una scultrice. Alle sue cene la copia, vestita con gli stessi abiti e gli stessi gioielli, sedeva vicino all'originale.
Posò a lungo nel Palais Rose, la cornice di pietra in cui aveva a lungo posato il precedente inquilino, il dandy Robert de Montesquiou, anche lui personaggio nella vita, prima che nelle pagine di Proust. Luisa fece dipingere le pareti di nero. Il ghepardo era stato sostituito da una pantera meccanica, in grado di ruggire e di roteare gli occhi, la testa e la coda. Quella fiera artificiale era la bestia araldica della marchesa, la radiografia della sua artificiosa arte di sedurre.
Gli ultimi vent'anni della vita della Casati si snodano sotto il segno della rovina fisica e finanziaria. Dissipate in follie e festeggiamenti le sue ragguardevoli sostanze, venne soccorsa da un caritatevole inglese, nel cui castello ritrovò il suo splendore e la sua aria altera.


Man Ray ritratto "magico di Luisa Casati" del 1922

La Casati morì povera nel 1957, dopo avere coscienziosamente sperperato il denaro che tanto disprezzava. Cecil Beaton colse, con un trabocchetto, le ultime patetiche immagini della primadonna, ormai vecchia e segnata, sotto la spessa veletta e la pelliccia di leopardo tarlata.
In realtà solo Man Ray aveva saputo cogliere il suo segreto nel ritratto "magico" del 1922. Il viso della marchesa aveva due serie di occhi sovrapposti. I primi erano fatti per essere guardati. I secondi, affioranti più in basso, servivano per controllare gli spettatori della sua parabola di cometa decadente. 
"O Coré" aveva scritto D'Annunzio " inafferrabile come un'ombra dell'Ade".

giovedì 22 ottobre 2015

SAN GIOVANNI BATTISTA (St. John the Baptist) - Leonardo da Vinci

SAN GIOVANNI BATTISTA (1505-1507 o 1513-1516) 
Leonardo da Vinci
Parigi, Musée du Louvre
Olio su tavola cm 69 x 57

Quando Leonardo si trovava già in Francia nel piccolo castello di Clos-Lucé, a Cloux presso Amboise, gli fece visita il cardinale d'Aragona e il suo segretario scrisse di avere visto in quell'occasione un quadro "di San Iohanne Baptista giovane", insieme ad altri due dipinti identificabili con la Gioconda e la Sant'Anna del Louvre. Leonardo aveva dunque portato questo dipinto dall'Italia e lo ebbe presso di sé nell'ultimo periodo della sua vita. 
Ma la concezione del San Giovanni risale con ogni probabilità agli anni in cui Leonardo si trovava ancora a Firenze, intorno al 1508, quando collaborò con l'amico scultore Giovan Francesco Rustici nel progettare il gruppo bronzeo della Predica del Battista, destinato a essere collocato sopra la Porta nord del Battistero fiorentino (dedicato proprio a san Giovanni). 
Leonardo dovette contribuire considerevolmente all'ideazione di quell'opera scultorea, con il santo al centro, fra il levita e il fariseo, che alza la mano destra per indicare verso l'alto, alludendo così al concetto della sua argomentazione.

Il Vasari afferma a proposito di Leonardo: "nella statuaria fece prove nelle tre figure di bronzo" e specifica "fatte da Giovan Francesco Rustici, ma ordinate col consiglio di Lionardo". Immediatamente prima di questo riferimento alla scultura, il resoconto del Vasari considera il contributo di Leonardo nell'ambito della pittura ed evidenzia l'introduzione nei suoi dipinti di "una certa oscurità", che rappresenta un'innovazione fondamentale adottata poi dai pittori "moderni" per conferire, dice sempre il Vasari, "gran forza e rilievo alle loro figure". 
Quell'effetto specifico inventato da Leonardo trova la sua dimostrazione proprio in quest'opera, con la figura che emerge progressivamente dal fondo in ombra; un metodo che si rivela di grande efficacia per rendere in pittura proprio la tridimensionalità scultorea delle forme. San Giovanni affiora con il suo sorriso enigmatico dall'oscurità; la luce che investe la figura proviene da una fonte in alto a sinistra ed evidenzia l'articolazione dei volumi creando superfici chiare e zone d'ombra, che contrastano fra loro e acquistano un forte risalto in base al principio che Leonardo stesso esprime con grande efficacia, formulandolo quasi come un aforisma filosofico: "Bianco col nero, o nero col bianco, pare più potente l'uno per l'altro, e così i contrari l'uno per l'altro si mostrano sempre più potenti". 
La parte in ombra del corpo rimane pur sempre visibile e distinta rispetto allo spazio indefinito dello sfondo e sembra suggestivamente proporre il riferimento al concetto del lumen cinereum della luna, quel fenomeno per cui anche la parte buia risulta percepibile all'occhio perché emana una leggera luminosità.




La posizione di tre-quarti sottolinea l'aggetto della spalla e del braccio, che taglia lo spazio in primo piano disegnando un arco che termina nella mano levata all'altezza del volto.
Il gesto con il dito che indica in su è simmetricamente correlato allo sguardo allusivo del personaggio. Si tratta di un atteggiamento che ritorna nei dipinti di Leonardo e che stabilisce, quindi, una consonanza gestuale tra il san Giovanni Battista e altri personaggi in cui ricorre questo tema del riferimento a qualcosa di superiore. Già una figura nel cerchio degli astanti dell'Adorazione dei Magi era rappresentata nell'atto di indicare verso l'alto; la stessa posa contraddistingue poi il san Tommaso, e la sua espressione di stupore, nell'insieme di emozioni che animano il Cenacolo; infine, il gesto, associato all'intensità dello sguardo, ritorna nella Sant'Anna del cartone alla National Gallery di Londra. 
Si tratta dunque di un topos ricorrente che già Raffaello aveva individuato quasi come una sigla o un concetto distintivo della pittura di Leonardo, tanto da replicarlo nel ritratto che fece di lui nella figura di Platone al centro della Scuola di Atene, nelle Stanze Vaticane .
È soltanto in questo dipinto, però, che con il suo gesto allusivo il personaggio raffigurato si rivolge direttamente all'osservatore: a lui il san Giovanni indirizza, senza mediazioni, il suo messaggio. Questo risultato corrisponde a una idea che Leonardo aveva elaborato per l'immagine di un Angelo dell'Annunciazione, il dipinto oggi è perduto, ma risulta documentato da alcune versioni e repliche di seguaci e da un disegno su un foglio a Windsor, eseguito da un allievo.
L'angelo si rivolge all'osservatore ed è raffigurato, quindi, come se fosse guardato dal punto di vista della Vergine, in soggettiva si potrebbe dire. L'invenzione di Leonardo sembra costituire il corrispettivo ideale, come in un controcampo cinematografico, della Vergine Annunziata di Antonello da Messina (Palermo, Galleria Regionale della Sicilia).
Rispetto all'Angelo dell'Annunciazione, nel San Giovanni la figura ha effettuato una rotazione del braccio sovrapponendolo al torace, così che nella rappresentazione del corpo i piani si articolano in profondità. La figura incarna il manifestarsi della luce nelle tenebre e il messaggio di cui è portatrice rimanda a qualcosa che è esterno alla rappresentazione e che non appartiene all'ambito del visibile: una alterità che può essere solo evocata dato che spinge la conoscenza oltre i limiti della comprensione razionale. 
A proposito della capacità della mente di penetrare "infra l'universo", Leonardo dichiara: "ma perché ell'è finita non si astende infra lo infinito".


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mercoledì 21 ottobre 2015

ANNA MARIA ORTESE - Vita e opere (Life and Works)


Anna Maria Ortese (1914 - 1996)


Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914, durante la prima guerra mondiale, penultima di sei bambini. La sua è una famiglia assai modesta di piccoli impiegati. Nei primi anni di vita, Anna Maria vive soprattutto con la madre e la nonna materna. Il padre infatti è al fronte e tornerà solo alla fine della guerra. 
Sono anni segnati da molti spostamenti geografici: prima la Puglia, poi Portici (vicino Napoli), poi ancora, a guerra finita, Potenza, fino a quello che dovrebbe essere un approdo più stabile: la Libia, a Tripoli. Lì il padre, avendo ottenuto una concessione, fa costruire una casa, che però sarà presto abbandonata. La famiglia torna in Italia, a Napoli, senza la nonna, che è morta qualche giorno prima dell'ulteriore trasferimento.
Il viaggio in nave, che la porta dalla Libia a Napoli segna un'esperienza percettiva che solo anni dopo la Ortese racconterà:

"Varcando il mare per rientrare in Italia, durante un viaggio di due giorni, mi colpì in modo intenso il duplice moto risultante dalla nave che solca I'acqua azzurra, e dall'acqua azzurra che, pur non essendo la medesima di un attimo prima, si presenta come la medesima. Il medesimo luogo, pensavo, non vuol dire dunque l'identico tempo e situazione. Questo doppio scorrere del meccanismo: vita e luogo nel meccanismo tempo, fu per me un'ombra. La nave correva correva, e io sempre a guardare lo stesso mare, e intanto la situazione della nave era altra: in luogo apparentemente uguale ma diverso; e quello di prima - il luogo di ieri - era irrevocabilmente sparito. Così, c'era questo problema del tempo - delle dimensioni e i luoghi dove le cose passavano. Così, le cose passavano! E irrevocabilmente, sembrava. E logicamente, tutto quanto accadeva - se la sua parte seconda era il non esistere più - era cosa illusoria. Questa qualità del tempo, di formare le cose per poi cancellarle, agì in modo profondo sulla mia mente, insieme alle forme, e continuamente mi si proponeva come un enigma. Il tempo si consumava: che ne era delle forme espresse da ogni tempo?".

Anna Maria studia qui e là in scuole pubbliche, ma senza entusiasmo, e presto lascia gli studi. Da allora in poi, farà da sola, studiando pianoforte e soprattutto leggendo. Scopre, ad esempio, le opere di Allan Poe e se ne appassiona.
Nel gennaio del '33 muore alla Martinica, dove si trovava con la sua nave, il fratello Emanuele, marinaio. Viene lasciato a Fort-de-France. Alcune poesie, scritte qualche mese dopo la morte di Emanuele, e inviate alla Fiera Letteraria, vengono pubblicate da questa rivista, e le valgono qualche elogio e il primo incoraggiamento a scrivere. L'anno successivo, sempre per la stessa rivista, scriverà il suo primo racconto, Pellerossa, "dove è adombrato un tema fondamentale della mia vita: lo sgomento delle grandi masse umane, della civiltà senza più spazi e innocenza, dei grandi recinti dove saranno condotti gli uomini comuni".
Nel 1937, con l'aiuto di Massimo Bontempelli, la Bompiani pubblica i racconti di Angelici dolori. Vengono accolti con molto favore, ma anche con violente critiche da oppositori di Bontempelli (Falqui, Vigorelli). Cominciano i primi viaggi verso il Nord Italia. Conosce Firenze, Trieste. Nel 1939 è a Venezia, dove trova un impiego come correttore di bozze al Gazzettino
Lo scoppio della seconda guerra la riporta a Napoli. E in questa città che l'immaginazione della scrittrice troverà presto un correlativo oggettivo per manifestarsi appieno. Nell'immediato dopoguerra collabora alla rivista Sud, diretta da Pasquale Prunas, fucina di giovani talenti come Luigi Compagnone e Raffaele La Capria, tra gli altri.
Nel 1953 pubblica Il mare non bagna Napoli, che le vale il premio Viareggio. Il libro, soprattutto I'ultimo capitolo, intitolato Il silenzio della ragione, dedicato agli scrittori napoletani, suscita in città violente opposizioni, tanto che la Ortese avrà difficoltà a tornare a Napoli, almeno fisicamente, perché la sua mente non finirà mai di abitare la città, come testimoniano due libri successivi come Il porto di Toledo e Il Cardillo oddolorato.
Dopo Napoli ci sarà un periodo milanese (alcuni suoi scritti saranno raccolti nel 1958 da Laterza con il titolo Silenzio a Milano). 
Viaggia in Italia e all'estero (Londra, Mosca), scrivendo reportages che anni dopo Luca Clerici raccoglierà ne La lente scura. Si trasferisce a Roma, dove la raggiunge la sorella. Presto torna a Milano per poi trasferirsi nuovamente a Roma. La Ortese vive stentatamente di collaborazioni ai giornali, di pochi anticipi degli editori per i suoi libri, e di una piccola pensione di suo padre.
Nel 1963 scrive L'Iguana, che pubblicherà da Vallecchi due anni dopo. È un libro bello e originale, dove la realtà si manifesta sotto l'onda d'urto di un'infinita metamorfosi. Tutto si muta in qualcos'altro. L'iguana, ad esempio, è una bestiola o una donna?
In quegli anni è di nuovo a Milano. Nel 1967 pubblica Poveri e semplici (che avrà un seguito ne Il cappello piumato). Sono gli anni della contestazione giovanile.
La Ortese reagisce al senso crescente di isolamento culturale (da destra come da sinistra, tutta la cultura, è sotto accusa, appare cosa passata) rifugiandosi, o per meglio dire, indagando nelle ragioni e i motivi dei suoi primi racconti. E così che le riappare una "Napoli" e una adolescenza che non aveva capito o veduto, tutt'altro che letteraria o angelica. La cruda situazione della città e della famiglia, la mente ferita della madre, la tragica morte dei fratelli, la sparizione di tutto nell'evento grandioso: guerra. Questo è Porto di Toledo. Pubblicato nel 1975 da Rizzoli, il Porto di Toledo ha delle disavventure editoriali; il libro va al macero poco dopo. La Ortese continuerà a lavorarci fino alla morte.
Dalla metà degli anni Settanta, la Ortese si è trasferita con la sorella a Rapallo (dov'è morta nel 1996), accentuando il suo isolamento culturale e umano. Solo negli ultimi anni trascorrerà alcuni periodi a Milano, ospite dell'Adelphi, sua nuova casa editrice, in occasione della correzione di bozze dei suoi nuovi libri, soprattutto de Il Cardillo addolorato, con il quale torna a far parlare di sé.
Il Cardillo addolorato è il libro di chi sente che tutto è andato perduto da un bel po', "come se il tetto della vita fosse sfondato"; allo stesso tempo, però, nel semplice gesto della scrittura, c'è come una speranza; una speranza fatta del corpo che funziona, della mente che tiene in azione il corpo. In questa scrittrice platonica, infatti, sopravvive un'utopia, l'utopia del poco e del nulla, "sempre alta e presente come una luce bianca tra le nuvole basse, nello sconfortato vivere", cui la letteratura non basta davvero più.
D'altronde Anna Maria Ortese è sempre stata una individualista a cui stava a cuore la comunità. Già in una delle prose de L'Infanta sepolta, il suo secondo libro, aveva scritto:

"Quale bella cosa la pietà, in un essere vivente. Quella pietà non nata da debolezza o timore di castighi o comunque cupo e remoto sospetto di una legge punitiva, ma soltanto dalla valutazione e condanna degli atti che possono rendere infelice un'altra creatura - soprattutto se indifesa e affidata al nostro potere! Trovare qualcuno che non goda intimamente, da tutti inosservato, del vedere un altro essere caduto e dolorante; che senta in sé un fremito di rivolta a quello spettacolo, e desideri porvi un riparo - non credo esista nient'altro, sulla terra, che meriti l'attributo di divino".

Il desiderio di porre riparo al disastro del mondo con armi fragili come la pietà ha lungamente guidato la Ortese e mi fa oggi pensare a quei versi di Montale, scritti durante l'infuriare della seconda guerra mondiale, nei quali appaiono alcuni porcospini che si abbeverano a un filo di pietà. Anche la Ortese ha cercato di abbeverarsi a quel sottilissimo filo e I'ha fatto, lei così solitaria e in perenne esilio, immaginando possibilità di convivenze dove gli uomini rispettassero non solo i propri simili, ma anche ogni altro essere vivente, animale e vegetale.
E se il reale nudo e crudo le era insopportabile, da buona creatura della notte, aveva la necessità di ripensarlo nel buio dell'immaginazione. Era lì che nascevano le sue figure e si riaccendevano le luci. Alla parte visibile del mondo, la Ortese preferiva quella invisibile, che pure esiste e ha una sua importanza.
Nella sua immaginazione convivono elementi mediterranei ed elementi nordici.
Sta in questa convivenza la sua originalità. In Alonso e i visionari, l'ultima sua opera narrativa, ricorre I'immagine di una ciotola. In questa ciotola c'è dell'acqua che va spesso cambiata perché sia sempre pulita e pronta. Un essere vivente potrebbe averne bisogno. Quest'immagine, così semplice, mi è subito sembrata una formidabile icona morale, che bene rappresenta la presenza sempre più cospicua della Ortese nella nostra letteratura.


OPERE PRINCIPALI

Angelici dolori: 1937 - racconti
L'Infanta sepolta: 1950 - racconti
Il mare non bagna Napoli: 1953 - novelle e cronache - Premio Viareggio, 1953.
Silenzio a Milano: 1958 - cronache
I giorni del cielo: 1958 - racconti
L'iguana: 1965 - romanzo
Poveri e semplici:1967 - romanzo - Premio Strega
La luna sul muro: 1968 - racconti
L'alone grigio: 1969 - racconti
Il porto di Toledo: 1975 - romanzo
Il cappello piumato: 1979 - romanzo
Il treno russo: 1983 - cronache
Il mormorio di Parigi: 1986 - cronache
Estivi terrori: 1987 - racconti
La morte del Folletto: 1987 - racconto
In sonno e in veglia: 1987 - racconti
La lente scura 1991 - scritti di viaggio
Il cardillo addolorato: 1993 - romanzo
Le giacchette grigie della Nunziatella: 1994 - racconto
Alonso e i visionari: 1996 - romanzo
Il mio paese è la notte: 1996 - poesie
Corpo celeste: 1997 - testi e interviste
La luna che trascorre: 1998 - poesie
Il monaciello di Napoli - Il fantasma: 2001
Alla luce del Sud: lettere a Pasquale Prunas: 2006
Il vento passa: 2008
Mistero doloroso: 2010
Bellezza, addio, Lettere di Anna Maria Ortese a Dario Bellezza 1972/1992 - 2011
Da Moby Dick all'Orsa Bianca: 2011



martedì 6 ottobre 2015

4 - MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - PROLETARI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI! - Marx e Engels (Manifesto of the Communist Party - Workers of the world, unite! )




MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA

Karl Marx -  Friedrich Engels


4. Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti di opposizione

Per quel che abbiamo detto al capo 2, quale sia la posizione dei comunisti di fronte ai partiti operai di già costituiti s'intende da sé; e così è il caso per rispetto ai Cartisti in Inghilterra, e ai riformatori agrari nel Nord-America (1).
Quei partiti combattono per fini ed interessi prossimi ed immediati, ma nel moto attuale rappresentano già il moto dell'avvenire. In Francia i comunisti si ricongiungono al partito socialista-democratico, contro la borghesia conservativa e radicale; ma non rinunciano al diritto di serbare un contegno affatto critico di fronte alle frasi ed alle illusioni, che in quel partito derivano dalla tradizione rivoluzionaria.
Nella Svizzera i comunisti sostengono i radicali, pur riconoscendo che quel partito consta di elementi contraddittori, e cioè in parte di socialisti democratici alla francese, e in parte di radicali borghesi (2).
Fra i Polacchi i comunisti appoggiano quel partito, che fa della rivoluzione agraria la condizione per venire alla emancipazione nazionale, e cioè quel medesimo partito che promosse la insurrezione di Cracovia del 1846 (3).
Tutte le volte che la borghesia proceda in Germania in modi rivoluzionari, il partito comunistico le sarà compagno di lotta contro la monarchia assoluta, contro la proprietà feudale, e contro la piccola borghesia.
Ma mai e in nessun momento il partito comunista tralascia di risvegliare negli operai la coscienza chiara e precisa dell'antagonismo dominante, quale vera e propria ostilità, fra borghesia e proletariato; perché gli operai tedeschi sappiano subito convertire in armi dirette contro la borghesia le condizioni sociali e politiche messe in essere dal dominio borghese, onde, precipitate che siano le classi reazionarie dalla Germania, cominci senza indugio la lotta contro la borghesia.
I comunisti rivolgono i loro occhi principalmente verso la Germania, che è alla vigilia di una rivoluzione borghese: e poiché essa compirà tale rivoluzione in condizioni generalmente più progredite della civiltà europea, e con un proletariato assai più sviluppato di quel che non fosse il caso dell'Inghilterra nel secolo diciassettesimo e della Germania nel diciottesimo, così codesto moto borghese sarà l'immediato preludio di una rivoluzione proletaria.
In una parola i comunisti appoggiano dappertutto ogni movimento rivoluzionario, che sia diretto contro il presente stato di cose politico e sociale.
In codesti movimenti essi mettono principalmente in rilievo, come fondamento del tutto, la questione della proprietà, quale che sia la forma più o meno sviluppata, che essa questione possa avere assunto.
Infine i comunisti lavorano all'intesa ed all'unione dei partiti democratici d'ogni paese.
I comunisti disdegnano di celare le loro vedute e i loro intendimenti. Essi confessano apertamente, che i loro intenti non possono esser raggiunti se non per via della violenta sovversione del tradizionale ordinamento sociale. Che le classi dominanti paventino lo scoppio di una rivoluzione comunista. I proletari non ci han da perdere che le loro catene. Hanno da guadagnarci tutto un mondo.

PROLETARI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI! 

(1) Si tratta dei National Reformers, riunitisi nell'Anti-rent League (Lega anti-rendita),i quali chiedevano la distribuzione gratuita delle terre di proprietà dello Stato tra quanti fossero disposti a lavorarle.

(2) liberali-radicali svizzeri avevano appena contribuito a determinare una svolta decisiva nella vita politica del loro paese, con la vittoria riportata contro i conservatori cattolici del Sonderbund, che cercavano di impedire, anche tramite aiuti dall'estero, I'evoluzione della borghesia in senso liberale.

(3)  L'insurrezione di Cracovia del febbraio-marzo 1846, dai conservatori definita "comunista" ebbe in realtà, come sottolineò Marx nella sua commemorazione del 1848, carattere democratico interclassista. Lo czar Nicola I la represse ferocemente.




3 - MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - La letteratura del comunismo e del socialismo - Marx e Engels (Manifesto of the Communist Party - Literature of communism and socialism)



MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA

Karl Marx -  Friedrich Engels

LA LETTERATURA DEL COMUNISMO E DEL SOCIALISMO 


1. Il Socialismo reazionario


A. Il Socialismo feudale

Per effetto della loro propria situazione storica, l'aristocrazia inglese e quella francese erano come chiamate a lanciare dei libelli contro la moderna società borghese. Così nella rivoluzione francese del Luglio 1830, come nel movimento della riforma elettorale inglese, l'aristocrazia era di nuovo soggiaciuta all'aborrita crasse dei nuovi venuti. (Con l'insurrezione parigina del luglio 1830 veniva destituito dal trono Carlo X di Borbone, il cui potere aveva trovato I'appoggio dei grandi proprietari terrieri, e insediato al suo posto Luigi Filippo d'Orleans che difendeva gli interessi dell'alta borghesia finanziaria).
Non era più il caso di pensare ad una seria lotta politica, e rimaneva aperto il solo campo della lotta letteraria. Ma anche nell'ambito letterario la vecchia fraseologia del periodo della restaurazione (si tratta, precisa Engels in una nota all'edizione inglese del 1888, della restaurazione francese del 1814-1830, non di quella inglese del 1660-1689), era diventata cosa insostenibile. Per crearsi delle simpatie l'aristocrazia doveva ben darsi l'apparenza di perder di vistai suoi propri interessi, formulando i suoi atti d'accusa contro la borghesia solo in difesa della sfruttata classe degli operai. Si procurava così il piacere d'intonare dei canti ingiuriosi contro i suoi nuovi padroni, sussurrando loro negli orecchi delle profezie di più che sinistro augurio.
Per questa via nacque il socialismo feudale, che è per metà geremiade e per metà pasquinata, parte è eco del passato e parte è paurosa minaccia del futuro, e poi al tempo stesso ferisce proprio al cuore la borghesia per via d'una critica mordace ed ingegnosa, ma rimane sempre di effetto comico per la sua assoluta incapacità a comprendere l'andamento della storia moderna.
Per raccogliere e trarsi dietro il popolo cotesti signori inalberarono a guisa di bandiera la bisaccia del proletariato mendicante. Ma quelli che si provavano a seguirli li videro per di dietro adorni dei vecchi blasoni feudali e si dispersero dando in uno scoppio di rumorose e irriverenti risate (Immagine tratta dalla satira Germania, di Heinridr Heine - 1797-1856).
Una parte dei legittimisti francesi e la giovane Inghilterra dettero questo allegro spettacolo (Legittimisti erano per lo più aristocratici latifondisti fautori della dinastia dei Borbone.La Giovane Inghilterra venne creata nel 1842 da alcuni memmbri del partito conservatore (tory), tra cui fanno spicco Disraeli, Thomas Carlyle (1795-1881) e Lord Ashley. Il primo - futuro braccio destro della regina Vittoria -, tipico rappresentante della politica imperialistica inglese aveva pubblicato nel  1845 un romanzo, Sybil o Due Nazioni, in cui rimpiangeva l'antica unione tra popolo e signore feudale di contro all'attuale antagonismo tra le due "nazioni" di ricchi e di poveri. Del Carlyle si ricorda, a questo proposito significativi, Cartismo, del 2841, e Passato e Presente del 1842. Lord Ashley, conosciuto anche come conte di Shaftesbury, era stato il promotore del famoso bill delle dieci ore).
Quando cotesti campioni della feudalità dimostrano che il modo di sfruttare dei feudatari era diverso da quello dei borghesi, essi dimenticano che quel modo di sfruttare si esercitava in condizioni e circostanze affatto diverse, ed ora del tutto superate. Quando notano, che sotto al loro regime non esisteva il proletariato moderno, dimenticano di osservare che la borghesia è un necessario derivato appunto di quello che fu il loro ordinamento sociale.
Del resto usano così poco di nascondere il carattere reazionario della loro critica, che il loro principale capo d'accusa contro la borghesia è appunto questo, che sotto il suo dominio si va sviluppando una classe, che manderà in aria tutto I'ordine sociale esistente.
Muovono rimprovero alla borghesia, non d'aver prodotto un proletariato in genere, ma d'aver prodotto un proletariato rivoluzionario.
In pratica pigliano parte attiva politica a tutte le misure violente contro la classe operaia, e nella vita di tutti i giorni, ad onta della lor gonfia fraseologia, s'accomodano a raccogliere gli aurei pomi, e a barattare mercantilmente tutta la cavalleria della fede, dell'amore e dell'onore con la lana di pecora, con la barbabietola e con l'acquavite.
Come preti e signori feudali si accompagnarono sempre in passato, così accade ora del socialismo clericale e di quello feudale.
Non c'è cosa più facile del dare un po' d'intonaco socialistico all'ascetismo cristiano. Non si è forse espresso il cristianesimo contro la proprietà privata, contro il matrimonio e contro lo stato? E non ha esso predicato i sostitutivi della carità, del mendicare, del celibato, della mortificazione della carne, della vita monastica e della chiesa?
Il socialismo cristiano non è se non l'acqua benedetta con la quale il prete consacra il rancore degli aristocratici.


B. Il Socialismo piccolo-borghese

L'aristocrazia feudale non è la sola classe andata in rovina per opera della borghesia; e non è quella le cui condizioni di vita sole vengano a deperire, e spariscano, in seno alla moderna società borghese.
Nei piccoli borghesi del Medio-Evo e nei contadini piccoli possidenti erano come i precursori della borghesia moderna. Nei paesi, nei quali il commercio e l'industria son poco sviluppati, cotesta classe continua a vegetare, a canto alla borghesia che sviluppasi in grandezza.
Nei paesi, nei quali la civiltà moderna è fiorente, si è formata una nuova piccola borghesia, che di continuo oscilla fra il proletariato e la borghesia, e come parte complementare della società borghese si va sempre di nuovo rifacendo. Gli individui che la compongono vengono di continuo ricacciati dalla concorrenza giù tra le fila del proletariato, e vengono appressarsi il momento nel quale per effetto dello sviluppo della grande industria dovranno del tutto sparire come parte indipendente della società moderna, e saranno surrogati, così nel commercio e nella manifattura, come nell'agricoltura, dai fattori, agenti e garzoni. (Si intende con ciò, in senso lato, la piccola borghesia impiegatizia).
Nei paesi nei quali, come in Francia, la classe dei contadini costituisce più della metà della popolazione, era naturale che quegli scrittori i quali scendevano in campo in favore del proletariato e contro la borghesia, usassero nella loro critica del regime borghese la stregua del piccolo borghese e del piccolo possidente contadino, e che pigliassero partito per gli operai da un punto di vista piccolo borghese. Così si venne formando il socialismo piccolo-borghese. Sismondi è il capo di cotesta letteratura, così per l'Inghilterra, come per la Francia.
Cotesto socialismo analizzò con grande acume le contraddizioni che sono inerenti ai rapporti moderni della produzione. Mise a nudo la ipocrisia, che è in fondo alle ottimistiche esposizioni degli Economisti. Dimostrò in modo irrefutabile gli effetti deleteri delle macchine e della divisione del lavoro, e poi la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la sovrapproduzione, le crisi, la inevitabile sparizione dei piccoli borghesi e dei piccoli possidenti, la miseria del proletariato, la anarchia nella produzione, le stridenti sproporzioni nella distribuzione della ricchezza, la guerra industriale fra le nazioni portata fino allo sterminio, la dissoluzione degli antichi costumi, degli antichi rapporti familiari, delle nazionalità antiche.
Ma quanto al contenuto positivo di ciò che vuole cotesto socialismo, o mira a ristabilire gli antichi mezzi di produzione e di scambio, e con essi gli antichi rapporti di proprietà e di società antica, o pensa di far rientrare per forza i mezzi moderni della produzione e dello scambio nel ristretto quadro degli antichi rapporti di proprietà, che quei mezzi appunto spezzarono, e dovevano spezzare! In tutti due i casi esso è al tempo stesso reazionario ed utopistico.
Per la manifattura la corporazione, per l'agricoltura le condizioni patriarcali: ecco la sua ultima parola.
Da ultimo, e ossia alla fine del suo svolgimento, cotesta tendenza mette capo nella prostrazione mentale di chi abbia un triste incubo.


C. Il socialismo tedesco, ossia il Socialismo "vero"

La letteratura socialistica e comunistica della Francia, che nacque sotto la pressione di una borghesia dominante, e quale espressione letteraria appunto di una effettiva lotta contro di quella signoria, incominciò ad avere diffusione in Germania proprio nel momento nel quale la borghesia incominciava a lottare con l'assolutismo feudale.
Dei filosofi tedeschi, dei semifilosofi e dei bellimbusti dell'amena coltura s'impadronirono avidamente di cotesta letteratura, dimenticando solo questo, che mentre immigravano di Francia in Germania cotesti scritti, non perciò immigravano dall'un paese all'altro le condizioni di vita propriamente francesi. Per rispetto alle condizioni tedesche quegli scritti francesi vennero a perdere ogni immediato carattere pratico, e assunsero l'aria di una pura e semplice manifestazione polemico-letteraria. Quegli scritti furono intesi come una oziosa speculazione sulla realizzazione della vera natura umana. Così era un'altra volta accaduto, quando nel secolo diciottesimo i filosofi tedeschi ridussero i postulati della rivoluzione francese a semplici esigenze della ragion pratica  (in riferimento alla Critica della ragion pratica di Immanuel Kant - 1724-1804), in universale, e interpretarono la volontà effettiva della borghesia francese come le leggi del volere puro, del volere quale esso dev'essere, del vero volere umano.
Il vero e proprio lavoro di cotesti letterati tedeschi consistette soltanto in questo, che essi cioè procurarono di mettere in accordo le nuove idee francesi con la loro antecedente coscienza filosofica, e ossia, a dir meglio, s'impegnarono di appropriarsi le nuove idee dal loro punto di vista filosofico.
Cotesta appropriazione s'andò compiendo a quel medesimo modo nel quale in generale si giunge ad appropriarsi una lingua straniera... e ossia traducendo.
Gli è noto in che modo i monaci del Medio-Evo usassero di raschiare i manoscritti contenenti le classiche scritture del mondo pagano antico, per poi scrivervi novellamente su le assurde leggende dei santi cattolici.
I letterati tedeschi operarono in senso inverso nel maneggiare cotesti profani scritti francesi. Essi fecero scivolare la loro insensataggine su l'originale francese, e ve l'appiccicarono. Là dove, per esempio, la critica francese si aggira su i rapporti e su le funzioni della moneta, essi scrivono "alienazione della natura umana", e là dove la critica francese concerne lo stato borghese, essi scrivono "abolizione del dominio dell'universale astratto".
Coteste viziate sostituzioni della fraseologia filosofica agli svolgimenti critici dei francesi, furono dagli autori stessi battezzate per "filosofia dell'azione", per "socialismo vero", per "scienza tedesca del socialismo", per "dimostrazione filosofica del socialismo".
Per questa via la letteratura francese socialistico-comunistica rimase evirata. E come essa cessava, in mano ai tedeschi, di esprimere la lotta di una classe contro di un'altra, così a ragione i tedeschi si vantano di aver superata "la unilateralità francese" e di rappresentare invece dei bisogni veri il bisogno della verità, e in cambio degli interessi del proletariato quelli della natura umana, dell'uomo in generale, dell'uomo che non appartiene a nessuna classe, e anzi non appartiene punto alla realtà, ma solo al vaporoso cielo della fantasia filosofica. Questo socialismo tedesco, che pigliava così solennemente sul serio le sue goffe esercitazioni da scolaro, e ne menava vanto all'uso dei ciarlatani, andò poco per volta e via via perdendo la sua innocenza da pedanti.
La lotta della borghesia contro la feudalità e contro la monarchia assoluta, e ossia, in una parola, il movimento liberale, s'andò facendo più serio in Germania, e specie in Prussia.
Il socialismo "vero" ebbe così la fortunata occasione di contrapporre al movimento politico le rivendicazioni socialistiche, e di lanciare i già noti anatemi contro il liberalismo, contro lo stato rappresentativo, contro la concorrenza borghese, e così di seguito contro tutte le altre cose borghesi, libertà di stampa, diritto comune, libertà in genere, eguaglianza, e di andar predicando al popolo come esso per tal movimento borghese abbia tutto da perdere e nulla da guadagnare. Molto a proposito il socialismo tedesco seppe dimenticare, come quella critica francese, di cui esso era una misera eco, supponesse come esistente di fatto la società borghese moderna con le sue materiali condizioni di vita, e con la congrua costituzione politica; presupposti cotesti a raggiungere i quali occorreva in Germania di lottare ancora come per una conquista.
I governi assoluti di Germania, con tutto il loro codazzo di preti, di maestri di scuola, di nobiluzzi rurali e di burocratici si giovarono di tale socialismo come di spauracchio contro la borghesia, che si levava minacciosa.
Quel socialismo fu come il dolce complemento alle amare sferzate e fucilate con le quali i governi tedeschi hanno trattato le sommosse degli operai. (Ci si riferisce alle insurrezioni degli operai dell'industria tessile avvenute in Boemia e Slesia nella primavera del 1844).

Questo socialismo "vero" mentre diventava un'arma dei governi contro la borghesia tedesca, rappresentava anche direttamente un interesse reazionario, e cioè quello dei piccoli borghesi, che così come furono tramandati dal secolo sedicesimo, e così come da quel tempo in poi sono sempre riapparsi in nuove forme, costituiscono il vero e proprio fondamento sociale delle presenti condizioni della Germania.
Conservare la piccola borghesia gli è come conservare il presente assetto sociale tedesco. Questa piccola borghesia vede nel dominio della borghesia politica ed industriale la sua sicura rovina, e ciò per due ragioni: da una parte per la concentrazione del capitale, e da un'altra parte per il venir su di un proletariato rivoluzionario. Il socialismo "vero" le parve mezzo sicuro per ovviare d'un colpo ai due pericoli. E quello si diffuse come un'epidemia.
Quella veste intessuta di ragnatela speculativa, ricamata di fiori di pomposa retorica, satura di rugiada sentimentale, quella veste si direbbe quasi trascendentale, della quale i socialisti tedeschi ricopersero quel po' di loro "verità eterne" ischeletrite, valse ad aumentare lo spaccio della merce in mezzo a cotale pubblico.
E dal canto suo questo socialismo tedesco andò via via riconoscendo la sua propria missione, che è quella di rappresentare in stile pomposo gli interessi della piccola borghesia.
Elevò al grado di nazione normale la nazione tedesca, e fece del piccolo borghese tedesco I'uomo normale. A tutte le bassezze delle quali questo uomo normale è capace dette una significazione occulta, superiore, socialistica, in guisa che appaiono tutto il contrario di quel che sono. Venne alle sue ultime conseguenze col mettersi contro alle tendenze "brutalmente distruttive" del comunismo, e col proclamarsi imparzialmente superiore alle lotte di classe. Tranne poche eccezioni, tutto ciò che circola in Germania di scritti socialistici e comunistici rientra in codesta letteratura sudicia e snervante.


2. Il Socialismo conservativo, ossia dei borghesi

Una parte della borghesia cerca di portar rimedio ai mali sociali, per mettere in sicuro l'esistenza della società borghese.
Entrano in cotesta categoria degli economisti, dei filantropi, degli umanitari, dei miglioratori della sorte delle classi operaie, gli organizzatori della beneficenza, i protettori degli animali, i fondatori dei circoli di temperanza, e tutta la variopinta genia dei minuti riformatori. E codesto socialismo borghese è stato per fino ridotto nella forma del sistema bello e compiuto.
Citiamo ad esempio la Philosophie de lo Misère di Proudhon.
I socialisti borghesi vogliono le condizioni di vita della società moderna, senza i danni e le lotte che da essa inevitabilmente derivano. Vogliono la società attuale, sottrazione fattane degli elementi che la rivoluzionano e dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato. La borghesia, come è ben naturale, si rappresenta il mondo, nel quale essa domina, come l'ottimo dei mondi possibili. Il socialismo borghese elabora cotesta confortante immagine nella forma di un sistema, o di un quasi-sistema. Invitando il proletariato a realizzare i suoi sistemi, e ad entrare nella nuova Gerusalemme, esso non intende se non di impegnare i proletari a starsene in questa società attuale, ma rinunciando alle odiose opinioni che di essa si van facendo.
Una seconda forma di questo socialismo, che è meno sistematica ma è di certo più pratica, cerca d'ispirare nella classe operaia il disgusto di ogni movimento rivoluzionario, procurando di provare, come non questa o quella mutazione politica, ma solo la mutazione delle condizioni materiali, e ossia dei rapporti economici, possa tornarle di giovamento.
Ma sotto al nome di mutazione dei rapporti materiali della vita cotesto socialismo non intende già, e in nessun modo, l'abolizione dei rapporti borghesi della produzione, il che non può aver luogo se non per le vie rivoluzionarie, ma intende solo delle riforme amministrative eseguite sul terreno stesso dei presenti rapporti della produzione, le quali per ciò nulla cambiano nei rapporti fra capitale e lavoro, e che nel caso più favorevole rendono meno costoso alla borghesia l'esercizio del potere, e semplificano l'assetto della sua finanza.
Tale socialismo borghese non raggiunge la sua vera espressione se non quando diviene una mera figura retorica.
Libero scambio! e nell'interesse della classe lavoratrice; dazi protettori! e nell'interesse dei lavoratori; carcere cellulare! e nell'interesse degli operai: ecco l'ultima parola del socialismo borghese, e la sola pensata e detta sul serio.
Perché il socialismo della borghesia consiste appunto in questo enunciato: che i borghesi sono borghesi nell'interesse dei lavoratori.


3.Il Socialismo e il Comunismo critico-utopici

Non intendiamo qui di discorrere di quella letteratura, che in tutte le grandi rivoluzioni moderne si fece rappresentante delle esigenze del proletariato. (Gli scritti di Babeuf e simili.)
I primi tentativi fatti dal proletariato, per dar prevalenza ai suoi propri interessi di classe, in tempi di generale effervescenza e mentre precipitava la società feudale, dovevano di necessità fallire, e così per la condizione poco sviluppata del proletariato stesso, come per la mancanza di quelle condizioni materiali della sua emancipazione, le quali non sono se non un risultato della epoca borghese. La letteratura rivoluzionaria, che accompagnava questi primi movimenti del proletariato, è nel suo contenuto di necessità reazionaria. Essa preconizza un ascetismo generale e una rozza tendenza a tutto agguagliare.
I veri e propri sistemi socialistici e comunistici, i sistemi di Saint- Simon, Fourier, Owen, ecc., appaiono in quel primo e poco sviluppato periodo della lotta fra il proletariato e la borghesia, che abbiamo tratteggiato di sopra
I ritrovatori di tali sistemi riconoscono la opposizione delle classi, e anche l'azione dell'elemento dissolvente nella società dominante. Ma non scorgono dalla parte del proletariato nessuna azione storica, nessun movimento politico che gli sia proprio.
E poiché lo sviluppo dell'antagonismo di classe va di pari passo con lo sviluppo dell'industria, gli autori di quei sistemi, non trovando già belle e date le condizioni materiali per la emancipazione del proletariato, si mettono in cerca di una scienza sociale, o di certe leggi sociali, come per creare quelle condizioni che non esistono ancora.
La loro personale attività inventiva deve tenere il posto dell'attività sociale, delle condizioni fantastiche devono essere sostituite alle condizioni storiche della emancipazione, a quella organizzazione del proletariato in classe, che si forma poco per volta, vien surrogata una organizzazione della società tutta nuova di sana pianta. La storia del mondo di là da venire si risolve per essi nella propaganda e nella messa in azione dei loro piani sociali.
Sanno sì di rappresentare nei loro disegni gli interessi delle classi dei lavoratori, in quanto sono le classi di quelli che soffrono; ma il proletariato non esiste per essi se non sotto questo punto di vista della classe dei sofferenti.
Ma, come è naturale in uno stadio di poco sviluppo della lotta di classe, e data la condizione sociale di cotesti autori, accade che essi si credano come superiori a tutti i contrasti di classe. Essi vogliono migliorare la situazione di tutti i membri della società, compresa quella delle persone che vivono nelle condizioni più vantaggiose. Per ciò richiamano di continuo all'intera società senza far differenze, e anzi si appoggiano principalmente alla classe dominante. Poiché in fondo basta di aver capito il loro sistema per riconoscerlo come il miglior disegno fra tutti i possibili della miglior serietà fra tutte le possibili.
Rigettano qualsiasi azione politica, e segnatamente ogni azione rivoluzionaria; mirano a raggiungere i loro intenti per le vie pacifiche; e cercano di aprire la via al nuovo vangelo sociale per mezzo di piccoli esperimenti, che secondo I'opinione loro dovrebbero avere forza e valore di esempio, ma che in fatti, com'è naturale, falliscono.
La descrizione fantastica della società futura nasce quando il proletariato è ancor troppo poco sviluppato; cosicché esso si rappresenta appunto in modo fantastico la sua stessa situazione, secondo l'impulso primo verso una totale trasformazione della società, il quale impulso è accompagnato da vaghi presentimenti.
Cotesti scritti socialistici e comunistici contengono anche molti elementi critici. Essi attaccano tutti i fondamenti della società esistente.
Perciò hanno offerto del materiale di grande valore per illuminare gli operai. I loro enunciati positivi su la società futura, e per I'abolizione del contrasto fra città e campagna, I'abolizione della famiglia, del profitto privato, del salariato, e poi l'annuncio dell'armonia sociale, e la trasformazione dello stato in una semplice amministrazione della produzione - tutti cotesti enunciati non esprimono che lo sparire dell'antagonismo di classe, di quell'antagonismo che comincia appena a precisarsi nel suo sviluppo, e del quale gli autori di quei sistemi hanno notizia solo nelle sue prime forme indistinte e indeterminate. Per ciò quegli enunciati hanno ancora un senso puramente utopistico.
L'importanza di codesto socialismo e di codesto comunismo utopistico è in ragione inversa al fatto dello sviluppo storico. A misura che la lotta di classe svolge e si precisa, codesto fantastico disegno della lotta,
cotesta fantastica opposizione alla lotta, perde ogni valore pratico ed ogni giustificazione teorica. Gli è per ciò, che, mentre gli autori di questi sistemi erano per molti rispetti dei rivoluzionari, i loro scolari formano sempre delle sette reazionarie. Questi scolari tengono fermo alle opinioni dei maestri anche in opposizione allo sviluppo storico del proletariato, e cercano in conseguenza di smussare il contrasto di classe, e di conciliare gli antagonismi. Sognano sempre la realizzazione sperimentale delle loro utopie sociali, e cioè di stabilire falansteri (erano così chiamati i "palazzi sociali" ideati da Fourier), di creare colonie-domestiche ("Home-Colonies" chiamava Owens le sue società modello di tipo comunistico), e di edificare una piccola Icaria (il fantastico paese utopistico le cui istituzioni comuniste furono descritte  da Cabet) - rifacimento minuscolo della nuova Gerusalemme! - e per ostruire cotesti castelli in aria devono fare appello alla filantropia dei cuori e delle tasche borghesi. Poco per volta discendono nella categoria dei socialisti conservatori e reazionari da noi descritti più sopra, e da quelli si distinguono solo per una più sistematica pedanteria, e per la fede da fanatici e da superstiziosi che ripongono nell'azione miracolosa della loro scienza sociale.
Si levano quindi accanitamente contro qualunque movimento politico dei lavoratori, stimando che in quel movimento si riveli una cieca incredulità rispetto al nuovo vangelo.
Così ora si vede che gli Owenisti reagiscono in Inghilterra contro i Cartisti, e i Fourieristi reagiscono in Francia contro i Riformistiti (sono i radicali repubblicani francesi che facevano capo al giornale La Réforme).

NB - Traduzione di Antonio Labriola



venerdì 2 ottobre 2015

2 - MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA (Proletari e Comunisti) - MARX - ENGELS (Manifesto of the Communist Party - Proletarians and Communists)

Marx - Engels


MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA
Karl Marx -  Friedrich Engels


2. Proletari e Comunisti

Cosa sono i comunisti per rispetto ai proletari in generale?
I comunisti non costituiscono un partito a se, di fronte agli altri partiti operai.
Essi non hanno interessi propri, che sian distinti da quelli del proletariato, nel suo insieme.
Non statuiscono dei principi a parte, su i quali vogliano poi modellare il movimento proletario.
I comunisti si distinguono dagli altri partiti proletari solo in questo, e cioè: che essi, in primis, date le differenti lotte nazionali dei proletari, mettono in rilievo e fanno valere quei comuni interessi del proletariato tutto intero, che sono appunto indipendenti dalla nazionalità; e che essi, d'altra parte, nelle diverse fasi di sviluppo che la lotta fra il proletariato e la borghesia va percorrendo, rappresentano costantemente l'interesse del movimento complessivo.
I comunisti son dunque, in pratica, quella frazione di tutti i partiti operai di tutti i paesi, che è la più decisa, e che più spinge ad avanzare: ed essi poi s'avvantaggiano teoreticamente sulla rimanente massa del proletariato per via dell'intendimento netto che hanno, così delle condizioni e dell'andamento, come dei risultati generali del movimento proletario.
L'intento prossimo dei comunisti è quel medesimo, che è proprio a tutti gli altri partiti proletari: formazione del proletariato in classe, rovina della signoria borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato.
Gli enunciati teoretici dei comunisti non poggiano punto sopra idee o principi, che questo, o quello fra i rinnovatori del mondo abbia escogitati o scoperti.
Quegli enunciati son soltanto la espressione generalizzata delle condizioni di fatto di una lotta di classi che realmente esiste, e ossia di un movimento storico, che si svolge sotto ai nostri occhi. L'abolizione dei rapporti di proprietà fino ad ora esistiti non è la nota veramente caratteristica del comunismo.
Tutti i rapporti di proprietà andarono sempre soggetti a storiche vicende, e ad una continua trasformazione.
La rivoluzione francese, ad esempio, abolì la proprietà feudale in favore della proprietà borghese.
Ciò che caratterizza il comunismo non è l'abolizione della proprietà in genere, ma è I'abolizione della proprietà borghese.
Ma la moderna proprietà privata borghese è l'ultima e la più perfetta espressione di quella forma di produzione e di appropriazione, che poggia su gli antagonismi di classe, e su lo sfruttamento degli uni per opera degli altri.
E in questo senso i comunisti possono compendiare la loro dottrina in questa unica espressione: abolizione della proprietà privata.
È stato mosso rimprovero a noi comunisti, di voler noi abolire la proprietà personalmente acquisita per via di penoso lavoro: quella proprietà che dicesi costituisca il fondamento di ogni libertà, di ogni attività, e della indipendenza dell'individuo.
Proprietà acquistata col penoso lavoro, e individualmente meritata! Parlate voi forse della proprieta del piccolo borghese, o del piccolo possidente contadino, che fu anteriore alla proprietà borghese?
Noi quella non abbiamo bisogno di abolirla; ché lo sviluppo dell'industria I'ha già tolta di mezzo, o è su la via di distruggerla.
O parlate voi, invece, della moderna proprietà privata borghese?
O che il lavoro a salario, il lavoro del proletario, crea esso forse della proprietà per il proletario stesso? In nessun modo. Quel lavoro a salario non genera che capitale, ossia genera la proprietà che sfrutta il lavoro a salario, e che può accrescersi se non a patto di generare nuovo lavoro a salario, da sfruttare di bel nuovo. La proprietà, quanto alla sua forma presente, si muove entro la opposizione fra capitale e lavoro a salario. Esaminiamo i due termini di tale antinomia.
Esser capitalista non vuol dire soltanto che si occupi una semplice posizione privata, ma che anzi si tiene una posizione sociale nel sistema della produzione. Il capitale è un prodotto collettivo, e non può esser messo in movimento se non per I'attività concorrente di molti membri della società, e poi, in ultima istanza, solo per mezzo dell'attività combinata di tutti i membri della società stessa.
Il capitale non è una potenza personale: esso è una potenza sociale.
Se il capitale, dunque, vien trasformato in proprietà comune, che appartenga a tutti i membri della società, non avviene già perciò che una proprietà personale venga a trasformarsi in una proprietà sociale. Gli è solo il carattere sociale della proprietà che si cambia. Essa perde il carattere di proprietà di classe.
Veniamo al lavoro a salario.
Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario, ossia la somma dei mezzi di esistenza occorrenti per mantenere in vita l'operaio in quanto è operaio. Ciò, dunque, che l'operaio salariato, mediante l'attività sua, fa suo, basta solo a mantenere e a riprodurre la sua magra esistenza. Cotesta appropriazione personale dei prodotti del lavoro, che è indispensabile alla conservazione e riproduzione della vita, noi non vogliamo punto abolirla; essa non reca alcun profitto netto, che dia potere sul lavoro altrui. Noi vogliamo soltanto abolire il tristo e misero modo di cotesta appropriazione, per cui I'operaio vive solo per aumentare il capitale, e quel tanto vive che è richiesto dall'interesse della classe dominante.
Nella società borghese il lavoro vivo è soltanto un mezzo per aumentare il lavoro accumulato. Nella società comunista il lavoro accumulato è soltanto un mezzo per rendere più largo, più ricco, più progredito il modo di esistenza dei lavoratori.
Nella società borghese il passato domina in sul presente, nella società comunistica il presente sarà signore del passato. Nella società borghese il capitale è personale ed indipendente mentre l'individuo operante è privo d'indipendenza e di personalità.
Ora l'abolizione di tale stato di cose vien detta dalla borghesia abolizione della personalità e della libertà. Ed a ragione. Prima si tratta per fermo di abolire la personalità, la indipendenza e la libertà del borghese.
Sotto il nome di libertà ora, per entro agli attuali rapporti borghesi della produzione, s'intende il libero commercio, e il libero comprare e vendere.
Caduto il mercantare, cade anche la libertà del mercantare. Le frasi risonanti del libero trafficare e mercanteggiare, come tutte le altre vanterie liberalesche della nostra borghesia, hanno in genere un qualche senso solo per rispetto e in contrapposto all'intralciato traffico ed alla vincolata cittadinanza del Medio-Evo, ma non ne hanno alcuno rispetto all'abolizione comunistica del commercio, delle forme borghesi della produzione, e della borghesia stessa.
Voi raccapricciate all'idea che noi vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella società vostra attuale la proprietà fu già abolita per nove decimi dei membri suoi: e la proprietà esiste solo in quanto non esiste per quei nove su dieci. Voi dunque ci rimproverate che noi vogliamo abolire una forma di proprietà, la quale suppone come sua indispensabile condizione il tener privi di ogni proprietà il gran numero dei membri della società.
Voi ci rimproverate, insomma, di volere abolire la proprietà vostra. Senza dubbio, e per fermo, ciò noi vogliamo.
Dal momento che il lavoro non si presti più a lasciarsi trasformare in capitale, in danaro, in rendita della terra, ossia, a farla breve, non si presti più a farsi trasformare in una forza sociale monopolizzabile: il che vuol dire dal momento che la proprietà personale non può esser più trasformata in proprietà borghese, da quel momento voi dichiarate che la persona rimane soppressa.
Voi, dunque, confessate, che sotto al nome di persona non sia da intendere se non il borghese, ossia il proprietario borghese. E questa persona deve essere, non c'è dubbio, soppressa.
Il comunismo non toglie ad alcuno la facoltà di appropriarsi i prodotti sociali, ma toglie solo la facoltà di giovarsi di tale appropriazione per recare in soggezione il lavoro altrui.
Fu mossa questa obiezione, che, abolita che fosse la proprietà privata, cesserebbe ogni impulso di attività, e una generale inerzia invaderebbe il mondo.
Se tal ragionamento reggesse, da un pezzo già la società borghese avrebbe dovuto andare in rovina per effetto della indolenza; poiché quelli che in essa lavorano non raccolgono profitto, e quelli che in essa profittano non lavorano. Tutta la grave obiezione si riduce a questa tautologia: non c'è più lavoro a salario là dove non sia più il capitale.
Tutte coteste obiezioni, come furono mosse alla forma comunistica del produrre e dell'appropriarsi i prodotti materiali, così furono anche rivolte contro la produzione ed appropriazione dei prodotti intellettuali. Quello stesso borghese il quale ritiene, che, cessando la proprietà di classe, cessi la produzione, afferma del pari che cessando la coltura di classe la coltura tutta perirebbe.
La coltura, la cui perdita si rimpiange, non è per la maggior parte degli uomini se non l'avviamento a diventare delle macchine belle e buone.
Ma astenetevi dal discutere con noi, giacché voi applicate all'abolizione della proprietà borghese i vostri criteri borghesi della libertà, della coltura, del diritto e così via. Le vostre idee sono anch'esse un prodotto dei rapporti borghesi della proprietà e della produzione, come il vostro diritto non è se non il volere della vostra classe elevato a legge, un volere il cui contenuto è già dato dalle condizioni materiali d'esistenza della vostra stessa classe.
Cotesta interessata concezione, che vi fa elevare al grado di leggi eterne della natura e della ragione quei vostri rapporti della proprietà e della produzione, che son nati in verità storicamente nel corso della produzione stessa, voi l'avete di comune con tutte le classi dominanti che già perirono. Ciò che voi intendete ed ammettete per la proprietà antica, ciò che voi riconoscete per la proprietà feudale, voi non siete più in grado d'intenderlo e di riconoscerlo quando si tratti della proprietà borghese!
Ma volere abolire la famiglia! Perfino i più avanzati fra i radicali s'indignano per tale obbrobrioso proposito dei comunisti.
Su che cosa riposa l'attuale famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno personale. Non esiste nel suo pieno sviluppo se non per la sola borghesia; ma essa trova il suo complemento nella forzata mancanza della vita di famiglia presso i proletari, e nella prostituzione pubblica.
La famiglia del borghese cadrà naturalmente col venir meno di tale complemento: e famiglia borghese e suo complemento spariranno con lo sparire del capitale.
Voi ci rimproverate di voler noi abolire lo sfruttamento dei fanciulli da parte dei genitori? Noi questo delitto lo confessiamo volentieri.
Ma voi dite che noi infrangiamo i più sacri legami, perché alla educazione domestica noi sostituiamo quella sociale.
Ma la vostra educazione non è anch'essa determinata dalla società; e cioè dalle condizioni sociali, in mezzo alle quali voi educate, e dall'intervento più o meno diretto od indiretto della società stessa, per mezzo della scuola? Non sono i comunisti che inventino l'azione della società su l'educazione: essi ne mutano soltanto il carattere, e sottraggono I'educazione all'influsso della classe dominante.
Le educazioni borghesi su la famiglia, su la educazione, e su i dolci legami che uniscono i figliuoli ai genitori, divengono sempre più nauseanti quanto più, per effetto della grande industria, i legami di famiglia si van perdendo del tutto tra i proletari, e i fanciulli si trasformano in articoli di commercio e in strumenti di lavoro.
Ma voi comunisti, così grida in coro la borghesia tutta intera, voi volete introdurre la comunanza delle donne.
Il borghese non vede nella moglie se non un semplice strumento di produzione. Ora nel sentire che gli strumenti di produzione saranno sfruttati in comune, esso non può fare a meno di pensare, che la stessa sorte dell'uso in comune debba toccare anche alle donne. E non capisce punto, che si tratta precisamente di togliere alla donna il carattere di un strumento di produzione.
Del resto non si dà nulla di tanto grottesco, quanto l'orrore da moralisti raffinati, col quale i nostri borghesi riguardano la pretesa comunanza delle donne, che avrebbe presso i comunisti carattere ufficiale. I comunisti non hanno per davvero bisogno d'introdurre la comunione delle donne, perché questa c'è stata quasi sempre.
I nostri borghesi, non paghi di avere a loro disposizione le mogli e e figlie dei loro proletari, usano - per passar sopra qui alla prostituzione ufficiale - di tenere per loro principalissimo spasso quello della mutua seduzione delle consorti loro.
Il matrimonio borghese è in verità la comunanza delle donne. Tutto al più si potrebbe muovere questo rimprovero ai comunisti, che essi, cioè, vogliono sostituire ad una comunione delle donne dissimulata con ipocrisia, un'altra che sarebbe ufficiale e sincera. Ma si capisce poi del resto, che aboliti che fossero i presenti rapporti della produzione, sparirebbe del pari la presente comunanza delle donne, che da
quei rapporti deriva, e ossia la prostituzione ufficiale e la non ufficiale.
I comunisti vengono inoltre accusati di voler distruggere la patria,la nazionalità.
Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno. Ma come il proletariato d'ogni paese deve innanzi tutto conquistare il potere politico, deve elevarsi a classe nazionale e deve costituirsi in nazione, così esso è e rimane ancora nazionale, sebbene sia tale in un senso affatto diverso da quello della borghesia.
Le delimitazioni e gli antagonismi dei popoli vanno via via sparendo, per lo stesso sviluppo della borghesia, per la libertà del commercio, per I'azione del mercato mondiale, per la uniformità della produzione industriale e per le condizioni di esistenza che da essa derivano.
Quelle differenze e quegli antagonismi spariranno ancor di più per effetto della supremazia del proletariato. L'azione combinata, per lo meno dei proletari dei paesi civilizzati, è una delle condizioni prime della liberazione del proletariato.
A misura che verrà abolito lo sfruttamento dell'individuo, verrà anche meno lo sfruttamento di una nazione per mezzo di un'altra.
Caduto che sia il contrasto delle classi nell'interno delle nazioni, finirà anche l'antagonismo fra le nazioni stesse.
Le accuse contro il comunismo, che muovono da considerazioni religiose, filosofiche, o altrimenti ideologiche, non meritano si faccia intorno ad esse un accurato esame.
Occorre forse una grande profondità di mente per intendere, che mutandosi le condizioni di vita degli uomini, e i loro rapporti sociali e il modo d'essere della società, si mutano anche le vedute, le nozioni e le concezioni, il che vuol dire che si muta la coscienza degli uomini?
Che cos'altro mai dimostra la storia delle idee, se non che la produzione intellettuale s'è andata cambiando col rivoluzionarsi della produzione materiale? Le idee dominanti da un dato tempo non sono se non le idee della classe dominante.
Si sente a parlare d'idee che mettono in rivoluzione una intera società. Ebbene con ciò si viene semplicemente a dire, che in seno alla società preesistente si son già sviluppati gli elementi di una società nuova, e che la dissoluzione degli antichi rapporti di vita va di pari passo con la dissoluzione delle antiche idee.
Quando il mondo antico stava per declinare, le antiche religioni furono tutte vinte dalla religione cristiana. Nel secolo XVIII le idee cristiane soggiacquero alla corrente dei lumi, nel momento appunto che la società feudale sosteneva l'estrema lotta con la borghesia, allora rivoluzionaria. Le idee di libertà di coscienza e di libertà religiosa non valsero se non a proclamare il principio della libera concorrenza nel campo del sapere.
"Ma - si dirà- non c'è dubbio che le idee religiose, morali, filosofiche, politiche e giuridiche si vanno modificando nel corso degli svolgimenti storici. Se non che, però, la religione, la morale, la filosofia, la politica, il diritto si mantennero sempre in vita in tutti questi mutamenti.
Vi ha inoltre delle verità eterne, come la libertà, la giustizia, ecc. che sono comuni a tutte le forme sociali. Il comunismo abolisce invece le verità eterne: esso abolisce la religione e la morale, in luogo di rinovellarle, e con ciò contraddice a tutto lo svolgimento storico verificatosi fin qui."
A che si riduce cotesta accusa? Tutta la storia della società s'è mossa fin qui attraverso ai contrasti delle classi, i quali nelle diverse epoche assunsero forme diverse.
Ma quale che fosse pure la forma assunta da tali contrasti, lo sfruttamento di una parte della società per mezzo di un'altra fu il fatto costante in tutti i secoli passati. Non è per ciò da meravigliare, se in tutti codesti secoli, malgrado le diversità e le variazioni che pur essa mostra, la coscienza sociale si muovesse sempre in certe forme comuni, in certe forme che andranno in dissoluzione solo col completo sparire dell'antagonismo delle classi.
La rivoluzione comunistica è la più radicale rottura con tutti i tradizionali rapporti della proprietà: non è quindi da meravigliare se nel corso del suo sviluppo essa la rompe nel modo più radicale con le idee tradizionali.
Ma lasciamo ora da parte le obiezioni della borghesia contro il comunismo.
Noi abbiamo visto più su, che la prima tappa della rivoluzione operaia consiste nel fatto, che il proletariato si elevi a classe dominante, e ossia consiste di raggiungere vittoriosamente la democrazia.
Il proletariato profitterà del suo dominio politico, per togliere via via alla borghesia tutto il capitale, per concentrare nelle mani dello stato, e ossia del proletariato organizzato qual classe dominante, tutti gli strumenti della produzione, e per aumentare con la massima celerità possibile le forze produttive.
Tutto ciò non può naturalmente accadere se non per via di dispotiche infrazioni al diritto di proprietà, e di violazioni ai rapporti borghesi della produzione, e ossia per mezzo di misure che appariranno quali economicamente insufficienti e insostenibili, ma che nel corso del movimento sorpasseranno sé stesse spingendo a nuove misure, e che per intanto son mezzi indispensabili per raggiungere la sovversione della intera forma di produzione. 
Codeste misure saranno, s'intende, da paese a paese diverse.
Ma nei paesi più progrediti, quelle che qui appresso si indicano potranno essere a un di presso generalmente applicate:

4. Confisca dei beni degli emigranti e dei ribelli;

5. Centralizzazione del credito in mano allo stato, mediante una banca nazionale con capitale di stato e con monopolio esclusivo;

6. Centralizzazione dei mezzi di trasporto in mano allo stato;

7. Aumento delle fabbriche nazionali e degli strumenti di produzione, dissodamento e miglioramento dei terreni secondo un piano generale;

8. Eguale obbligo di lavoro per tutti, organizzazione di eserciti industriali specialmente in vista dell'agricoltura;

9. Combinazione dell'esercizio dell'agricoltura e dell'industria, e misure atte a preparare la lenta sparizione della differenza fra città e campagna;

10. Educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli. Abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche, nella sua forma attuale. Combinazione dell'educazione con la produzione materiale.

Quando nel corso degli eventi le differenze di classe saranno sparite, e tutti i mezzi di produzione saranno venuti nelle mani degli individui associati, il potere pubblico avrà naturalmente perduto ogni carattere politico. Il potere politico, nel senso vero e proprio della parola, non è se non il potere organizzato di una classe per la oppressione di un'altra. Ora se il proletariato nella lotta contro la borghesia è forzato a raccogliersi in classe, e se fattosi poscia pur mezzo della rivoluzione classe dominante distrugge violentemente gli antichi rapporti della produzione, esso per tal modo abolendo cotali rapporti abolisce le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, e cioè abolisce le classi in generale e il suo proprio dominio di classe.
Alla società borghese, con le sue classi e coi suoi antagonismi di classe, subentrerà una associazione, nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione del libero sviluppo di tutti.





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