giovedì 24 dicembre 2015

SALA DELLE ASSE - Castello Sforzesco, Milano (Castle Sforza) - Leonardo da Vinci

 Castello Sforzesco di Milano

 SALA DELLE ASSE 

Negli stessi anni in cui dipinge il Cenacolo, Leonardo esegue anche la decorazione della Sala delle Asse al Castello Sforzesco di Milano. Il grande ambiente occupa il pianterreno della torre quadrangolare, situata a nord-est, e doveva esse€re usato come luogo fresco durante i mesi caldi.


 Un angolo della Sala delle Asse

Leonardo ideò un complesso decorativo che riproduce uno spazio aperto, nel quale grandi tronchi d'albero si dipartono dalle pareti fino ad estendere le fronde a tutta la superficie della volta, dove danno origine a un fitto pergolato dal complicato disegno.
L'effettiva esecuzione fu probabilmente affidata da Leonardo ad alcuni collaboratori, sulla base però del suo ingegnoso progetto che consisteva nel concepire l'intera decorazione della Sala come sfida nell'imitazione della natura.


 Decorazione pittorica della sala delle asse, con lo stemma degli Sforza al centro del soffitto 1497-1498
(Castello Sforzesco di Milano)

Il concetto della riproduzione, attraverso la pittura, di uno scenario naturalistico si sovrappone all'intento celebrativo: lo stemma degli Sforza campeggia al centro del soffitto, e
targhe con iscrizioni figurano anche sui pennacchi alla base della volta; ma il tributo a Ludovico il Moro è più significativamente testimoniato dalle piante stesse, che riproducono il gelso-moro con una diretta allusione al duca, oltre che nel nome, nelle qualità correlate di prudenza e saggezza, e nella simbologia politica dell'albero-colonna sul quale si regge lo Stato. 


 Decorazione monocroma di radici e rocce sulla parete nordorientale della sala delle asse

Inoltre, questa visione del mondo vegetale, che nei dettagli morfologici rifletteva gli studi di botanica condotti da Leonardo, si arricchisce di una distintiva componente geometrica, nell'elaborato artificio della volta che simula il pergolato. I rami si incrociano a formare archi acuti e le fronde sono strette da corde che intessono nodi seguendo un virtuosistico schema compositivo. 
Il motivo replica le simmetrie geometriche di quegli intrecci emblematici, i "vinci" allusivi al suo proprio nome, che Leonardo elabora nei suoi disegni.


 Lunetta - Particolare della Sala delle Asse

La lettura delle parti originali si presenta oggi in gran parte compromessa dalle pesanti ridipinture dovute al restauro dei primi anni del Novecento; un successivo intervento, nel 1954, ha permesso di riportare alla luce due ampi frammenti monocromi, eseguiti a pennello sull'intonaco, in cui sono raffigurate grandi radici che crescono insinuandosi tra le rocce spezzandone la struttura stratificata. Doveva dunque essere questa la base dei tronchi che terminano in alto nell'impianto geometrico delle fronde: I'immagine della vita organica e delle forze naturali in atto, capaci allo stesso tempo di generazione e distruzione.


 Castello Sforzesco di Milano


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martedì 15 dicembre 2015

CODICE TRIVULZIANO - Biblioteca del Castello Sforzesco a Milano (Code Trivulziano - Library of the Castello Sforzesco in Milan)

    
CODICE TRIVULZIANO
Biblioteca del Castello Sforzesco - Milano

Il formato è di circa cm 20,5 x 14  e consta di 55 pagine; alcune carte risultano mancanti dato che il numero completo dei fogli era 62.

Prende il suo nome dal principe Trivulzio che entrò in suo possesso a metà del Settecento; il codice passò poi nel 1935 con il fondo trivulziano alla Biblioteca del Castello Sforzesco.

È uno dei più antichi manoscritti conosciuti, che Leonardo utilizzò negli anni milanesi tra il 1487 e il 1490: contiene studi di architettura (schizzi per il tiburio del Duomo di Milano), ingegneria militare, ma anche teste caricaturali. Soprattutto, sono significative le pagine che Leonardo riempì di fitte liste di vocaboli: si tratta di una ricerca di termini dotti, latinismi ricavati da libri e repertori di vario genere. Un metodo per arricchire la sua conoscenza della lingua, da autodidatta, da "omo sanza lettere" come lui stesso si definiva.


"come debba stare l'asse che forma la bombarda" 1487-1490
Milano, Trivulziano, f 16v

Studi sulla facilità di fondere,1487-1490
Milano, Trivulziano, f. 77 r


Disegno architettonico,1487-1490
Milano, Trivulziano, f. 22r

Disegni riferibili agli studi per il tiburio del Duomo di Milano, 1487-1490 
Milano, Trivulziano, f. 22v

Figura d'edificio e i suoi particolari, 1487-1490
Milano, Trivulziano, f. 27v

Figura virile drappeggiata, 1487-1490
Milano, Trivulziano, f. 28r

Disegno a penna di una testa di vecchio,1487-1490
Milano, Trivulziano, f. 38r

Liste lessicali,1487-1490
Milano, Trivulziano, f. 37r

Disegno di balestra,1487-1490
Milano, Trivulziano, f. 54r

Figure di triboli,1487-1490
Milano, Trivulziano, f. 53v


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mercoledì 9 dicembre 2015

ANNUNCIAZIONE (Annunciation) - Leonardo da Vinci

ANNUNCIAZIONE (1472-1475 circa) Leonardo da Vinci
Galleria degli Uffizi, Firenze
Olio e tempera su tavola cm 98 × 217

È la prima opera di dimensioni considerevoli eseguita da Leonardo che qui si trova ad affrontare i problemi dell'organizzazione generale di un dipinto e della disposizione delle figure nello spazio. Era nel convento di San Bartolomeo a Monteoliveto e fu successivamente trasferita agli Uffizi nel 1867.
Leonardo la eseguì poco più che ventenne; infatti, è un opera in cui si riscontrano molti aspetti che fanno riferimento al suo apprendistato nella bottega del Verrocchio.
Esistono alcuni studi preliminari in cui Leonardo delinea, con grande accuratezza, i panneggi delle figure che avrebbe poi trasferito in questa pittura. Gli studi si riferiscono a una precisa pratica di bottega e venivano realizzati con una tecnica molto raffinata a punta di pennello su tela di lino.
La varietà dei dettagli naturalistici che caratterizza la rappresentazione del prato fiorito è un altro elemento mutuato dagli insegnamenti del Verrocchio.
Un analoga precisione descrittiva è riservata anche alla base marmorea del leggio della Vergine. La ricca decorazione a bassorilievo con volute e motivi floreali ricorda le elaborate realizzazioni scultoree sempre del Verrocchio, in cui l'estrema precisione della definizione fa pensare al lavoro di cesello dell'orafo. Inoltre, il particolare del leggerissimo velo trasparente, che cade oltre il leggio sfiorandone la maestosa base marmorea, ha il carattere di una dimostrazione.
Si riferisce, infatti, alla capacità di fingere in pittura le consistenze dei materiali più diversi.
Proprio in alcuni punti del bassorilievo ornamentale, e anche sulle dita della mano destra della Vergine, sono state riconosciute le tracce delle impronte digitali lasciate da Leonardo. 
In alcune opere giovanili come questa, e anche nel Battesimo di Cristo e nel Ritratto di Ginevra Benci, le impronte digitali testimoniano del fatto che Leonardo era solito intervenire sullo strato pittorico con l'aiuto delle dita per modulare ancora meglio gli effetti che voleva ottenere.



Oltre alla raffinata tecnica sperimentata nell'esecuzione delle singole parti, Leonardo deve però affrontare la costruzione d'insieme dell'opera. Naturalmente il leggio, il pavimento, l'architettura sono delineati secondo i principi della prospettiva lineare, come insegnava la tradizione pittorica del Quattrocento fiorentino. Ma all'interno dell'impianto prospettico si riscontrano delle incertezze, come quella nella zona scura che sta tra le bugne angolari dell'architettura e l'unico albero sulla destra.  A ben guardare poi, all'interno di questa rigorosa costruzione in base alla quale i vari elementi sono dislocati nello spazio, salta agli occhi una anomalia.



L'irregolarità che non si iscrive nello schema è costituita dal braccio destro della Vergine proteso in avanti. La Vergine è seduta in una posizione troppo arretrata rispetto al leggio. Da lì non può raggiungere il margine sinistro del libro e sfogliarne le pagine con la punta delle dita della mano destra. 
Si tratta allora di un errore da parte del giovane Leonardo che non ha ancora raggiunto una perfetta padronanza dei suoi mezzi? Oppure, secondo un ipotesi diversa, la deformazione apparente sarebbe in realtà intenzionale, e anzi studiata apposta per funzionare guardando la pittura da una posizione di scorcio? Quest'ultima tesi implica il fatto che Leonardo conoscesse il luogo esatto in cui il dipinto sarebbe stato collocato e ne prevedesse, quindi, la visione obbligata da un punto di vista non frontale.



In realtà, al di là di ogni singolo dettaglio, Leonardo riesce a dare unità compositiva alla rappresentazione in una forma del tutto nuova, superando i confini della prospettiva lineare con l'invenzione della prospettiva atmosferica. Alla nitidezza estrema degli elementi osservati in primo piano corrisponde la foschia del paesaggio che traspare in lontananza attraverso lo spessore dell'aria. La luminosità diffusa lascia intravedere una città che si affaccia sull'acqua, il porto, le imbarcazioni, una vita lontana sotto alte montagne quasi invisibili. E il senso di questa profondità indefinita, resa visibile dall'aria come mezzo si riverbera sulle figure e sul momento pregnante in cui vengono fissate dalla pittura. 
Il gesto dell'angelo attraversa lo spazio orizzontalmente fino ad arrivare alla mano della Vergine alzata ad accoglierlo. I due personaggi comunicano fra loro con lo scambio e la corrispondenza dei gesti e degli sguardi.
È proprio al concetto dell'annunciare che Leonardo fa riferimento quando definisce la necessità di esprimere le intenzioni e i pensieri attraverso gli atteggiamenti e i gesti delle figure, ovvero "che i movimenti sieno annunziatori del moto dell'animo...".


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martedì 1 dicembre 2015

FELICITA FERRERO - Una donna comunista (A woman Communist)



Felicita Ferrero è nata a Torino nel 1899 e morta nel 1984.
Il padre è un operaio qualificato, la madre una pantalonaia. La città è Torino, la Torino operaia e socialista. Ultimata la scuola media, inizia a lavorare, dapprima come cucitrice, poi come impiegata in officina, la sera studia lingue al Circolo filologico. 
La mobilitazione contro la guerra la inizia alla politica attiva, nel sindacato, e nei gruppi giovanili e femminili socialisti. Gravita attorno all'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci fin dalla fondazione della rivista, il primo maggio del 1919. Due anni dopo, aderisce al Partito comunista d'Italia, che la invia come delegata a Mosca, al congresso dell'Internazionale giovanile: può seguire così anche il III Congresso del Comintern, in cui gli italiani, capeggiati da Umberto Terracini, sono accusati da Lenin di "infantilismo di sinistra".
Osserva e ascolta con passione i capi del comunismo sovietico e mondiale, ma anche le grandi rivoluzionarie. La emozionano Alessandra Kollontaj, che rifiuta l'aiuto dei traduttori, e ripete il suo intervento a difesa dell'Opposizione operaia in francese, in tedesco e in inglese, incappando nella pesante ironia di Trotskij; e Clara Zetkin, che difende il "destro" tedesco Paul Levi, facendosi beffe del "sinistro" Zinoviev.
Non è appassionata ai temi dell'emancipazione femminile, anzi è convinta che la lotta di classe non debba fare divisioni tra uomini e donne. Ma già nella durissima vita di partito degli anni immediatamente successivi alla marcia su Roma, sempre più prossima alla clandestinità, matura un giudizio assai critico sul ruolo assegnato alle donne anche nel Pci che non cambierà per tutta la vita.
Si lega a un giovane e brillante dirigente, Velio Spano, in una sfortunata storia d'amore che sarà la più importante della sua vita, e assieme a Spano "cade" nel 1927 .
Condannata a sei anni, uscirà dalla galera, con pochi mesi d'anticipo sulla scadenza, nel 1932, dopo aver dolorosamente constatato come le detenute comuniste siano abbandonate a se stesse molto più dei loro compagni.
Nel carcere di Trani ha un "cedimento" che le verrà a lungo, e pericolosamente, ritorto contro: anche per via della (blanda) pressione delle monache, partecipa più volte alla messa, e in qualche circostanza prende anche la comunione. È malata, pesa 45 chili, e il partito clandestino, per curarla, la invia in Unione Sovietica. Dopo un breve soggiorno in sanatorio, lavora prima in una fabbrica di bambole, poi al Glavit (l'ufficio di censura della stampa estera) e a Radio Mosca. Sono gli anni del Grande Terrore, che colpisce duramente I'emigrazione comunista italiana e lambisce anche lei. 
Nell'agosto 1940, viene prelevata alla Radio e portata alla Lubjanka.
Nell'interrogatorio le viene contestato di essere stata I'amante di Michele Donati, ex quadro della Scuola leninista "passato al nemico". Lei a lungo nega, poi, esausta, cessa di rispondere alle accuse. A questo punto, l'inquisitore cambia registro, le rinfaccia il biasimo ricevuto dal partito per "la storia delle monache", le ricorda che le persecuzioni subite nell'Italia fascista non significano nulla, perché molti compagni ben più importanti di lei sono diventati dei traditori. Felicita gli grida di chiederlo ai dirigenti comunisti italiani del Comintern, del Soccorso rosso, della Radio, se lei è una traditrice. La risposta la raggela: "Ma se sono proprio loro..."
Alla fine, accetta lo scambio: uscirà libera dalla Lujanka, ma diventerà un'informatrice della NKVD. È lei stessa raccontarlo in un suo libro di memorie, Un nocciolo di verità, scritto con la collaborazione di Rachele Farina e pubblicato nel'78 da La Pietra, in cui brevemente descrive anche in cosa consistesse la sua attività:
"Andrei Serghevic mi convocò di rado, e solo per chiedermi di precisare... un dettaglio, un piccolo particolare... Faceva in modo che io non riuscissi a capire su chi indagava, però comprendevo che le mie parole costituivano sempre un piccolo tassello, una tessera mancante a un suo mosaico".

Finita la guerra, chiede ed ottiene di tornare in Italia, a Torino. Lavora come segretaria di redazione prima, coma archivista poi, all'Unità di Torino. È qui chela coglie "l'indimenticabile Cinquantasei". L'Ottobre ungherese la vede dalla parte di Imre Nagy e degli insorti: 
"Restare non era più possibile, meglio andarsene, e anche in silenzio, per evitare, oltre alle pedate dell'esecutivo della Federazione, anche la diffamazione, allora senza possibilità di difesa a sinistra". 
Il 30 novembre 1957 vede per la prima e l'ultima volta Botteghe Oscure, per chiudere la pratica burocratica della sua liquidazione. 
Lascia il partito. Resta fedele, sino alla morte, agli ideali del socialismo umanitario.

giovedì 19 novembre 2015

REGINA BRACCHI detta REGINA - Artista futurista (Futurist artist)


REGINA - Regina Prassede Cassolo Bracchi 
Mede Lomellina (Pavia), 21 maggio 1894 - Milano, 14 settembre 1974

Personaggio estroso, tutto proiettato nella modernità, di cui sperimenta le direzioni più nuove e dirompenti, Regina - con questo solo nome è conosciuta in arte - è presente con le sue creazioni nella prima e nella seconda avanguardia, e sempre insieme con artisti di notevole spessore inventivo. 
Dopo il diploma dell'Accademia di Belle Arti di Brera e gli studi di perfezionamento con lo scultore Giovanni Alloati a Torino, già nella metà degli anni Venti produce sculture in marmo e in bronzo, sebbene ancora figurative e sulla scia di certo post-impressionismo.


L'amante dell'aviatore (1935-36)
Opera in alluminio

Negli anni Trenta, già a contatto con il gruppo dei futuristi milanesi, crea sottili sculture, vere e proprie silhouette, in lamina, latta, alluminio, stagno, celluloide, fra cui spiccano Danzatrice..., La donna dell'aviatore...., Donne abissine..., Paese del cieco..., muovendosi più che nell'ambito classico del secondo Futurismo nell'area di un pressante avanguardismo, che la porta, secondo l'acuta analisi di Enrico Crispolti, a una "radicale critica al dinamismo plastico come densità di materia" in favore di una "liberazione spaziale che sfida l'effimero".


Danzatrice (1930)  Collezione privata 

Scultura in alluminio cm 43

Nel 1928 aveva esposto a Milano nella Prima Mostra regionale d'arte lombarda e nel 1931 aveva allestito la sua prima personale alla Galleria Senato; nel 1933 è presente nella mostra Omaggio futurista a Umberto Boccioni alla Galleria Pesaro e nel 1934, nel venticinquennale del movimento futurista, sottoscrive con Marinetti, Bruno Munari, Carlo Manzoni, Gelindo Furlan, Riccardo Ricas il Manifesto dei futuristi venticinquenni e il Manifesto dell'aeroplastica futurista, presentato alla Galleria delle Tre Arti di Milano. 
Nel 1934, '36, '38 e '40 è alla Biennale di Venezia e nel 1935 e '39 alla II e III Quadriennale di Roma. 
Nel frattempo si interessa al teatro e al cinema creando costumi per il teatro d'avanguardia Arcimboldi e bozzetti e maschere in alluminio e ferro, che espone nel 1936 alla Mostra internazionale di scenotecnica della VI triennale milanese e alla Mostra di scenotecnica teatrale a Napoli, mentre al Concorso internazionale di cinematografia scientifica partecipa con fotogrammi astratti. 
Nel 1937 studia e lavora a Parigi, dove conosce André Breton e il mercante d'arte Leonce Rosenberg. 
Nel 1938 è ancora con i futuristi nella mostra di aeropittura alla galleria "Il Milione" di Milano.


Litografia senza titolo (1955-56)

Nel secondo dopoguerra, dopo una breve fase di silenzio, è attratta dall'astrattismo e realizza la prima litografia e la prima serigrafia astratta (1948); con il M.A.C. (Movimento Arte Concreta), di cui firma il Manifesto, partecipa a varie mostre, tra cui quella storica dell'Astrattismo italiano alla Galleria Bompiani di Milano, dove espone strutture astratte in plexiglas bianco, trasparente e colorato e in rodoid e quella degli astrattisti curata da Carlo Belloli alla Galleria Minima, sempre a Milano: è questa I'altra fase della sua sperimentazione, per cui nel 1955 viene invitata dal Groupe Espace al Parc de Saint Cloud e alla Biennale di San Paolo del Brasile, nel 1957 alla I Rassegna italiana d'arte concreta, nel 1958 alla Biennale e ancora nel 1958 alla Mostra internazionale La donna nell'arte, tutte allestite alla Galleria Schettini di Milano.

Gli anni Sessanta sono gli anni della sua terza sperimentazione: nel 1966-'67 tenta di riprodurre la geometria della natura in "strutture limpide e serene", che sono il riflesso della sua rassicurante visione del mondo e crea disegni sul tema del "suono delle campane" e del "linguaggio dei canarini", da cui nasce il volume Il linguaggio del canarino con scritti del marito, Luigi Bracchi, e di Silvio Ceccato, corredato anche da poesie sonore e visive e da tempere. 
In collaborazione con Acquaviva e Belloli, nel 1969, in un clima di rivalutazione critica e riproposta del Futurismo, partecipa alla mostra del sessantesimo anniversario del Futurismo , organizzata dal Comune di Milano e nel 1970 alla mostra di Aeropittura futurista alla Galleria Blu; nel 1972, due anni prima della morte, è ancora presente nell'esposizione L'esperienza dell'aero-spazio nella pittura contemporanea alla Galleria civica d'arte di Legnano.

Tra le artiste più significative e interessanti del Novecento italiano, Regina è difficilmente collocabile in un preciso ambito storico-artistico, perché, attratta dalla sperimentazione tout court, si muove con esiti felici in una vasta e sempre diversa area di ricerca, ponendosi comunque sempre all'avanguardia.



lunedì 16 novembre 2015

I PROMESSI SPOSI - Alessandro Manzoni (Versione scolastica)

Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873)

Alessandro Manzoni fu sommo poeta e romanziere. Nato a Milano, educato dai Padri Somaschi a Merate e Lugano, e dai Barnabiti del Collegio Longone a Milano, visse fino al 1804 a Milano e Venezia: nel periodo 1805-10 fu a Parigi (assieme alla madre Giulia Manzoni, con Carlo Imbonati); frequentò I'ambiente degli studiosi, legandosi specialmente allo storico Fauriel, che ebbe notevole influenza sulle concezioni storiche del Manzoni, specie su quelle espresse nell'Adelchi. 
Fino al 1809 si dedicò a una produzione letteraria prevalentemente neoclassica: Trionfo della Libertà, poemetto in 4 canti, in terzine 11801); Adda, epistola in versi sciolti (1803), In morte di Carlo Imbonati (1806), Urania (1809). 
Nel 1808 si unì in matrimonio con la ginevrina Enrichetta Blondel, che, passata dal calvinismo al cattolicismo, influì, col prete Eustachio Degola, sulla conversione dello scrittore (1810). 
Dal 1810 alla morte visse quasi costantemente a Milano, dove, nel 1837, passò a seconde nozze con Teresa Borri Stampa; aderì al moto del Risorgimento, firmando nel 1848 I'indirizzo che chiedeva I'intervento di Carlo Alberto in Lombardia contro I'Austria. 
Fu eletto senatore (1861) e cittadino onorario di Roma (1870). 
Come letterato, il Manzoni è il caposcuola del romanticismo italiano (Lettre à Monsieur Chavet, 1820; Lettera sul Romanticismo, 1823; Discorso del romanzo storico, 1815; Dialogo dell'invenzione, 1850). 
Tra le sue opere poetiche si annoverano anzitutto gli Inni sacri (1512-22); poi il frammento di canzone Il proclama di Rimini (1815), I'ode Marzo 1821, pubblicata nel 1848, e il Cinque Maggio (1821). 
Opere drammatiche: Il conte di Carmagnola (1820) e l'Adelchi (1822). 
Tra le opere storiche, linguistiche, apologeti.che spiccano il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia (1822), il Saggio comparativo fra la rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859; la Lettera a G. Carena sulla lingua italiana (1850); la relazione Dell'unità della lingua italiana e dei mezzi di diffonderla (1868); la lettera Intorno al libro De vulgari eloquio di Dante; le Osservazioni sulla morale cattolica (1819). 
Ma la grandezza del Manzoni si lega soprattutto al suo capolavoro narrativo, I promessi sposi (1823, 1827,1841), dove una trama semplicissima permette allo scrittore di presentarci un vasto quadro di vita secentesca italiane.
Il suo romanzo storico, il primo ed il migliore di una serie che ebbe fortuna in Italia, lo innalzò a massimo scrittore del secolo XIX e a creatore della prosa moderna, limpida, svelta in sostituzione del linguaggio accademico. Fedele alla verità, su personaggi e fatti storici (il cardinale Federico Borromeo, la dominazione spagnola in Italia, la carestia, la calata dei Lanzichenecchi, la sommossa di Milano, la peste) innestò figure di sua invenzione, trascurando però la nota romanzesca, caratteristica prima dei lavori di Walter Scott al quale si era ispirato.
Ma il Manzoni è grande, oltre che per la felice vivacità  di alcune figure che basterebbero da sole a fare grande uno scrittore (don Abbondio, Perpetua, Azzeccagarbugli), soprattutto per I'umanità della sua visione d'insieme. Egli, fu il primo a vedere nel romanzo storico la realtà dell'uomo e a sentirvi il dramma che è nella creatura umana. E in questo dramma scorse una consolazione e una salvezza: la provvidenza divina, che segue sempre le vicende dell'uomo e le illumina quando sembra che stiano per cadere nella notte.




I PROMESSI SPOSI

La sera del 7 novembre 1628, don Abbondio, curato di un paesino sul lago di Lecco (quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno...) torna tranquillamente a casa leggendo il breviario quando è fermato da due "bravi " di don Rodrigo che I'aspettano al bivio di una stradicciola per imporgli di non celebrare l'indomani il matrimonio fra Lucia Mondella e Renzo Tramaglino. II poveretto, sorpreso, confuso e terrorizzato, ritorna come può alla sua casetta dove, circuito dalla curiosità della governante, Perpetua, che tenta di carpirgli il segreto del suo turbamento, e teso alla ricerca di un pretesto per rimandar le nozze già da tempo stabilite, trascorre una notte inquieta.
Renzo, la mattina seguente, vestito a festa, gli si presenta per prendere gli ultimi accordi sull'ora della cerimonia. Il giovane, allontanato con pretesti dal parroco che nel timore di incorrere nell'ira di don Rodrigo non vuole unirlo in matrimonio con la promessa, si reca alla casa di questa, pronta ed abbigliata secondo il costume del luogo: qui Lucia gli rivela la capricciosa passione di don Rodrigo per lei. Agnese, la madre della fanciulla, consiglia Renzo di consultare il dottor Azzeccagarbugli che poi, quando sente pronunciare il nome del riverito e temuto don Rodrigo, congeda bruscamente il povero giovane restituendogli anche i capponi che I'esperta Agnese gli aveva consegnato per il dottore. I poveretti ricorrono all'aiuto di padre Cristoforo del convento di Pescarenico che coraggiosamente si reca da don Rodrigo a chiedergli ragione del suo atteggiamento: ma il drammatico e tempestoso colloquio non approda a nulla. Allora, una sera, per consiglio di Agnese, i giovani tentano di sposarsi clandestinamente davanti al riluttante don Abbondio: ma il tentativo fallisce per l'impacciata timidezza di Lucia cui il curato impedisce di pronunciare la formula, mettendo poi a soqquadro il paese urlando e strepitando: il sagrestano, senza sapere cos'è successo, suona le campane a martello che fanno fuggire anche i bravi mandati da don Rodrigo a rapire Lucia.
Agnese, Renzo e Lucia si rifugiano nel convento di Pescarenico dove frate Cristoforo li consiglia di partire per Monza: Gertrude, la "monaca di Monza " figlia del potente principe di Leyva ed entrata in convento per forza, prenderà Lucia sotto la sua protezione. Renzo, invece, salutate le donne, si dirige verso Milano: cena in un'osteria, beve un po' troppo e la mattina, al risveglio, trova vicino al suo letto un notaio con gli sbirri chiamati tempestivamente dall'oste che l'ha denunciato alla PoIizia. Renzo comincia a seguirli docilmente, ma per via, approfittando dell'eccitazione che regna in città, sfugge alle guardie e si reca a Bergamo dove è fraternamente accolto dal cugino Bortolo che gli offre anche lavoro nella sua filanda. Don Rodrigo ha capito quanto i poveretti stiano a cuore a frate Cristoforo, e sospetta il buon padre di aver contribuito a far fallire il rapimento di Lucia: per mezzo del cugino Attilio riesce a metterlo in cattiva luce presso il conte zio, personaggio influente alla corte di Madrid, che molto diplomaticamente convince il superiore dei Cappuccini a trasferire Cristoforo da Pescarenico a Rimini. Don Rodrigo, però, che ha fatto la puntigliosa scommessa col conte Attilio - Lucia dovrà essere nel suo palazzo per San Martino, I'11 novembre - ricorre ad un potente amico, l'Innominato, per rapire Lucia dal convento di Monza. Quando la monaca con un pretesto fa uscire di casa Lucia, i bravi dell'Innominato la mettono a forza nella carrozza e la portano al castello del loro signore dove è affidata ad una vecchia megera.
L'Innominato che ha voluto vedere Lucia ed è stato toccato dal suo aspetto desolato e da alcune parole rivoltegli dalla poverina - ella, nel frattempo, spaurita e tremante, fa voto di rinunciare a Renzo se sarà liberata - durante la notte insonne è assalito da tormentosi pensieri che fanno vacillare la sua antica baldanza e lo spingono il mattino seguente, mentre le campane suonano a distesa in onore del cardinale Federico Borromeo in visita pastorale, a scendere dal castello ed a chiedere un colloquio con lui per riceverne una parola buona. L'incontro fra i due personaggi, dignitoso e cordiale e vivido di fraterna comprensiva carità da parte del prelato che sa trovare le espressioni adatte per acquietare il tormento dell'Innominato, si conclude con la conversione del signore che promette di liberare subito Lucia. Proprio don Abbondio che conosce la tremenda fama di lui deve accompagnarlo al minaccioso castello per incontrare la sua parrocchiana. Don Rodrigo, deluso per il secondo fallito tentativo e timoroso dello scherno del paese, parte per Milano: Agnese e Lucia si ritrovano nella casa di donna Prassede, moglie di don Ferrante. 
Intanto la calata dei Lanzichenecchi, la carestia, la peste sconvolgono la Lombardia ed Agnese, Perpetua, don Abbondio, in fuga davanti alle schiere delle soldatesche che attraversano il territorio di Lecco, trovano rifugio e generosa accoglienza nel castello dell'Innominato che ha mutato vita ed ha preparato la sua sicura dimora per ospitare i profughi. Passato il pericolo, i tre ritornano al paese che trovano devastato e saccheggiato. La peste portata dalle milizie infuria a Milano dove miete numerose vittime: anche don Rodrigo è colpito dal male e muore al Lazzaretto assistito da padre Cristoforo che esorta Renzo, venuto a Milano a cercare Lucia, a perdonargli. Renzo è giunto al Lazzaretto sul carro dei monatti fortunatamente incontrato quando era inseguito dalla folla inferocita che, vistolo battere alla porta della casa di don Ferrante per avere notizie di Lucia, l'aveva scambiato per un "untore", un diffusore di peste: vi trova Lucia e padre Cristoforo che poco prima di morire di peste la scioglie dal voto formulato quand'era prigioniera dell'Innominato. 
Cessata la pestilenza che ha portato via anche Perpetua, i due promessi, finalmente sposati da don Abbondio, abbandonano il loro paesino per andare a vivere la loro nuova vita nel bergamasco.


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