mercoledì 30 luglio 2014

IL MITO DELLA SALVEZZA (The myth of salvation)


IL MITO DELLA SALVEZZA

Settecento anni circa prima della nostra era, incominciano ad apparire, nella Grecia antica e in generale in tutto il bacino del Mediterraneo, dei culti nuovi, profondamente diversi da quelli dei gruppi dominanti. Essi fanno appello a tutti indistintamente, ma in particolare ai ceti subalterni, ai miserabili, agli schiavi, esclusi dalla religione ufficiale; essi richiedono una speciale iniziazione, e per questo sono anche detti culti di mistero, o misteriosofici (dal termine greco mystesche significa appunto iniziato); essi annunciano, attraverso una serie complicata e pittoresca di riti individuali e collettivi, la salvezza dal dolore, dal peccato, dalla disperazione, e per questo sono detti culti soteriologici (dal termine greco soteria, che significa salvezza).
La storia di queste religioni, che vanno da quella di Dioniso a quella di Cristo, abbraccia il periodo del passaggio del mondo antico delle schiavitù alla società feudale ed è per noi della massima importanza.
Il mito della salvezza, che esse hanno introdotto nella storia dell'umanità, incide ancora oggi pesantemente sulla vita e sulle esperienze di centinaia di milioni di credenti. Come, tutti i miti, esso si è sviluppato ed agisce sul terreno delle idee; ma la sua origine prima va ricercata sul terreno dei fatti, nella struttura economica e sociale prevalente al momento in cui ha incominciato a diffondersi tra gli uomini.
E ciò anche se di questa sua origine prima gli uomini non sono mai stati coscienti, sino al momento in cui un'interpretazione veramente scientifica della storia ha strappato la maschera ai miti, riportandoli dal cielo sulla terra e mostrandoli nella loro vera luce. In caso diverso non di
miti si sarebbe trattato ma di dati per I'appunto economici, politici, sociali.


La redenzione concetto di classe

Sta di fatto che la terminologia tipica di tutte queste religioni di salvezza è presa di peso dalle caratteristiche e dalle leggi dell'antica società schiavista la prima forma sotto cui il dominio di una classe sull'altra si è manifestato in modo rigido e organizzato.
Il concetto di colpa e di peccato non è che il riflesso, sul terreno ideologico, della triste realtà dello sfruttamento e della sofferenza quale s'incontra, in questo momento dell'evoluzione umana, nei grandi imperi schiavisti dell'occidente e dell'oriente (mi riferisco sempre e soprattutto all'Egitto o alla Persia, alla Grecia o a Roma, ma lo stesso si potrebbe dire dell'India o del Messico dovunque esistono le stesse condizioni economiche e sociali di vita). 
E I'idea di un redentore, di qualcuno che in qualche modo riscatta anime e corpi dalla colpa e dal dolore, deriva essa stessa naturalmente da questo tessuto di contraddizioni e di esasperati rapporti di classe.
In tutte le religioni di mistero, da quella di Dioniso e Orfeo a quelle di Iside, di Attis, di Adone, di Cibele, di Mitra e di Cristo, il rapporto tra il credente e il salvatore è visto come il rapporto di uno schiavo (doulos in greco) verso il padrone (kyrios, dominus). Non solo: lo stesso termine di redenzione sta ad indicare in modo assolutamente chiaro I'atto di uno schiavo che si riscatta, che paga una somma faticosamente raccolta per comprarsi la libertà o che da altri la fa pagare in suo favore, esattamente come il mitico salvatore, nelle religioni che sto esaminando, riscatta dalla colpa e dalla sofferenza, attraverso il proprio sacrificio, spesso cruento, tutti coloro che credono in lui e che compiono determinati riti prestabiliti, ad immagine del mito originale.


Il "servo di Dio"

Lunga è la strada attraverso la quale il concetto di servo o schiavo di Dio, quale incontriamo nel tragico greco Euripide, certamente iniziato a questi misteri, si è trasformato nel concetto di servo o schiavo di Cristo, nel linguaggio dei primi documenti cristiani (ad esempio in Paolo, Romani, I, 1). Ma si tratta di una strada perfettamente segnata nell'evoluzione storica delle masse oppresse dell'antichità.
Lunga è la strada attraverso la quale il concetto della remissione dei debiti, grido di rivolta e di
speranza che serpeggia nella letteratura politica greca alcune centinaia di anni prima di Cristo, si trasforma, nell'idea evangelica della remissione dei peccati, con una sorprendente analogia di termini. Ma anche qui si tratta di un cammino che è possibile ripercorrere storicamente, senza soluzioni di continuità. L'identificazione del debito materiale con il peccato morale costituisce uno degli aspetti più interessanti del processo di alienazione delle esperienze umane dal campo della realtà al campo della fantasia, dell'illusione, del mito.
Lunga, infine, è la strada attraverso la quale il concetto greco del lytron, e cioè del prezzo che doveva essere pagato da uno schiavo, al momento in cui è nato il cristianesimo, per comprarsi la libertà, è passato ad indicare, nella letteratura dei Nuovo Testamento, con Io stesso identico termine, il prezzo del riscatto versato con la sua morte vicaria dal "figlio di Dio" per strappare gli uomini alla schiavitù del peccato e della morte. 
Ma anche qui si tratta di un cammino che lo storico è oggi in grado di ricostruire un passo dopo l'altro, sino al momento in cui da un'accumulazione di esperienze sociali secolarmente rinnovate si arriva a un vero e proprio salto qualitativo, dalla vita economica e politica alle illusioni del mito.

Tutte queste religioni, dunque, si sono proposte di garantire ai loro iniziati (il battesimo è ancora oggi un rito d'iniziazione, proprio come duemila anni fa), per lo meno in vista di una felicità illusoria in un'altra vita, quello staro di giustizia e di liberazione dal dolore che era impossibile ormai conquistare sulla terra, specialmente dopo il sanguinoso fallimento di tutte le rivolte attraverso le quali gli schiavi avevano cercato di assicurarsi I'emancipazione, dal quarto secolo a.C. in poi, in Asia Minore, in Sicilia, in Italia, in tutto il mondo mediterraneo.


Una conferma indiretta

Esiste anche una controprova per questa mia affermazione. E cioè, che non troviamo una teoria ben definita della salvezza in mezzo a quei popoli che, per particolari condizioni di sviluppo delle leggi della proprietà e della produzione, non hanno attraversato il tipo di società basato sui rapporti classici della schiavitù, come i Germani, gli Slavi, i Cinesi e in parte anche gli Arabi, passando quasi direttamente dalla società tribale o gentilizia primitiva ad una struttura organizzativa di tipo feudale. 
Presso questi popoli, il concetto della liberazione, della redenzione dal dolore e dall'ingiustizia, assume forme e caratteri completamente diversi, sia nel mito che nel rito religioso.
In seno allo stesso popolo ebraico, una teoria ben definita della salvezza non s'incontra sino al momento in cui la piccola comunità palestinese non ha conosciuto, oltre ai rapporti sociali interni, basati su un tipo meno sviluppato di schiavitù, le condizioni di vita servile e oppressa sotto i grandi imperi conquistatori e schiavisti dell'oriente, gli Assiri, i Babilonesi, i Medi e i Persiani. 
Prima di elaborare la dottrina mitica dello schiavo sofferente che riscatta con il suo sacrificio i suoi fedeli (il servo di Jahvé), il popolo d'Israele doveva fare l'esperienza delle condizioni reali di vita nella schiavitù e nell'esilio.


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DIANA CACCIATRICE (Diana the Huntress) - Pierre-Auguste Renoir

DIANA CACCIATRICE (1867) Pierre-Auguste Renoir
Washington, National Gallery of Art (Chestet Dale Collection) 
Olio su tela cm 195 x 130

Respinto al Salon del 1867. Renoir dirà più tardi che voleva fare solo uno studio di nudo ma che poi aveva aggiunto accessori mitici perché il dipinto non fosse considerato impudico, e con la speranza che, più agghindato secondo la moda accademica, fosse accettato al Salon.

La Diana cacciatrice non nasceva più come soggetto mitologico, tra il 1866 e il '67, ma era il primo nudo di Renoir. Vi riprende ancora, in parte, il lavoro a spatola e sembra concedersi al gusto di una compiutezza modulata, tra Courbet ed Ingres. Non c'è da stupire che l'opera non venisse accettata al Salon del '67, se si osserva quella nuova cruda dolcezza che argina l'oro fané del nudo incerto e rorido tra l'erba e i sassi. 
In queste prime opere l'esperienza dei maestri passa in un contesto affettivo già così personale, tra passione di studio en bon ouvrieramore del naturale, che è difficile parlare di imitazioni precise, o di suture riconoscibili tra l'una e l'altra predilezione. 
Renoir, da bon gamin come era, non ha mai tatto mistero delle sue irregolari simpatie, per Corot, Courbet, Ingres e Delacroix; per Boucher, Fragonard, Watteau; ed anche Lancret e Goujon. A quella gran scuola del Louvre, con Fantin che copiava di tutto, ammirava i Tiziano e i
Veronese, Velàzquez e Rubens. Ma sono esperienze che matureranno col tempo. All'inizio cerca se stesso con una semplicità inedita, preso dalla meraviglia della verità, dotato di un occhio pronto per gli aspetti comuni, senza mito e storia. Tanto che riprende persone e cose che talvolta, poco ci manca, sono spinte ad una colorazione di qualità fotocromatica. E quello che sembra I'impressionista più dotato di senso comune - e forse mai libero dal sospetto di una calda sensibilità borghese - non ebbe più fortuna degli altri compagni di strada, in anni nei quali la pittura stava acquistando una nuova percezione visiva della realtà mondana, quasi rivedendo da capo la sintassi pittorica, fuori dalle regole, di fronte ad una società che le preferiva immutabili dentro tradizioni diventate sterili.
Anche per Renoir, come per gli amici, furono rare le critiche benevoli.







GIOVANNA DI CASTIGLIA detta LA PAZZA (Joanna the Mad of Castile)



In un limpido mattino dell'estate 1496, alcune navi spagnole salparono dalla costa meridionale della Spagna dirette alla volta delle Fiandre.
Esse portavano Giovanna di Castiglia a incontrare il suo futuro sposo, Filippo d'Asburgo. 
Un accorto calcolo politico aveva voluto che la terzogenita di Isabella la Cattolica e Ferdinando di Castiglia andasse sposa al principe d'Asburgo.
Giovanna aveva solo sedici anni e, abituata fin dalla più tenera età a seguire senza discutere i consigli della sua saggia madre, ancora una volta aveva assecondato i suoi desideri.
Al suo arrivo nei Paesi Bassi, la fanciulla ebbe la sgradevole sorpresa di trovare la corte pressoché deserta: il suo promesso sposo era lontano. Convocato dal padre, Massimiliano d'Austria, sul lago di Costanza, sarebbero trascorsi molti giorni prima del suo ritorno.
Giovanna dovette quindi rassegnarsi ad attenderlo nel ritiro di un convento.
Una sera d'autunno I'arrivo di un gruppo di cavalieri, coperti di polvere e di sudore, venne a turbare il silenzio del monastero.
Uno di essi, appena sceso da cavallo, chiese di vedere la principessa spagnola.
Così avvenne l'incontro fra Filippo il Bello e Giovanna di Castiglia. La sera stessa il cappellano
del convento celebrò le nozze fra i due giovani.


DECISA A DIFENDERE IL SUO AMORE

Giovanna non ignorava che al momento del suo matrimonio con Filippo aveva assunto nuove responsabilità politiche. Come spagnola, avrebbe potuto ereditare le corone di Castiglia e di Aragona (nel caso che i fratelli Juan e Isabella fossero morti prima di lei) e come moglie di Filippo era divenuta regina dei Paesi Bassi.
Alla morte di suo suocero sarebbe poi divenuta regina di Germania.
Questo significava che un giorno le loro due corone unite avrebbero potuto dominare I'Europa intera, se non il mondo. Tuttavia Giovanna, innamoratissima di Filippo, era ben decisa a non permettere che la politica ostacolasse la sua vita matrimoniale: se difendere i suoi diritti di regina avesse significato opporsi al marito e perdere il suo amore (la politica spesso richiedeva simili sacrifici) avrebbe preferito perdere tutto il resto pur di non rinunciare a lui. 
Gli affari di Stato non avrebbero mai scavato un abisso fra lei e Filippo: questo era l'unico motivo per il quale si sarebbe battuta con tutte le sue energie.


PAZZA D'AMORE

Intanto i mesi passavano. La corrispondenza tra Giovanna e sua madre non era più cosi fitta come nei primi tempi e Isabella se ne impensierì. 
E se Filippo fosse riuscito a volgerle contro la figlia? 
E se il re di Francia fosse riuscito nel suo intento di assoggettarsi Filippo come alleato e vassallo? 
Questi interrogativi esigevano, una risposta, e Isabella non era donna da rimandare una decisione, se questa andava presa.
Così, la coppia regale venne sollecitata a recarsi in Spagna: i reali volevano conoscere loro genero. L'arrivo dei due principi a Toledo segnò un nuovo punto a favore dei piani di Isabella, ma il vantaggio non durò a lungo.
La vita austera della corte spagnola annoiava Filippo, abituato a ben altro genere di divertimenti; inoltre i suoi disegni politici esigevano che egli si sottraesse all'influenza spagnola e ritornasse nei Paesi Bassi. Fu soprattutto per questo che improvvisamente il principe decise di partire e nessuna pressione esercitata da Giovanna su di lui valse a fargli cambiare idea. Peggio, i due sposi ebbero un furioso alterco al momento della separazione. 
Filippo partì, incurante dello stato in cui si trovava la moglie, in attesa del suo terzo figlio, rifiutandosi di attendere che ella si fosse ristabilita per permetterle di seguirlo.
Fu allora, per la prima volta, che la mente di Giovanna vacillò. La romantica fanciulla, che aveva sognato solo una vita di amore e di gioia, si scontrò brutalmente con la dura realtà dei fatti. Filippo, suo marito, non si curava di lei quanto si curava delle proprie ambizioni; Filippo poteva vivere senza di lei, Filippo non l'amava più.
Assalita da dubbi, tormentata da una gelosia che si faceva sempre più furiosa, Giovanna trascorreva le sue lunghe, vuote giornate assorta in riflessioni angosciose. Seguiva la vita di Filippo passo passo, lo immaginava brillare alla corte fiamminga, circondato da belle dame, lo vedeva fra le braccia di donne che lo avrebbero amato, mentre lei era costretta a restargli lontana a causa del bimbo che doveva nascere e per il quale non aveva potuto affrontare il lungo viaggio fino in Fiandra.
Alla corte di Toledo si sussurrava già che Donna Giovanna stava diventando pazza, pazza d'amore.
La gelosia di Giovanna era veramente morbosa e neppure l'amore materno poteva distoglierla dall'idea che Filippo non I'amasse più.
In realtà Filippo, anche se lo avesse voluto, non avrebbe potuto abbandonare la moglie. Per la morte prematura dei suoi due fratelli, Giovanna era diventata l'erede di Isabella di Castiglia e di Ferdinando d'Aragona; e Filippo, come principe consorte, intravedeva la possibilità di regnare un giorno assieme a lei sulla Spagna.
Per questo motivo egli non aveva nessun interesse a ripudiare la moglie; anzi, a dissipare le voci di un malinteso sorto fra di loro; egli spedi una lettera da Bruxelles nella quale domandava alla moglie perché mai non lo avesse ancora raggiunto nei Paesi Bassi.
Sembrava avesse dimenticato la lite che avevano avuto al momento della partenza. 
Giovanna, ricevendo questo messaggio, credette di impazzire di felicità e si dette freneticamente a preparare i bagagli, sebbene l'inverno sconsigliasse di intraprendere un viaggio tanto lungo. 
Era ormai pronta a mettersi in cammino, quando la madre, che leggeva nella mente sconvolta della figlia, ordinò che le fosse impedito di uscire dal Castello di Medina. Fu allora che, improvvisa, la pazzia della principessa si manifestò in tutta la sua tragicità. Esasperata, Giovanna percosse, insultò quanti le stavano attorno; si scagliò contro le sbarre del ponte levatoio quasi a voler spezzare quelle inferriate che si ponevano fra lei e il suo Filippo. Infine, disperata, si accasciò nel cortile del castello e per quasi due giorni rifiutò di muoversi.
Fu solo nella primavera del 1506 che, vinti tutti gli ostacoli che le si frapponevano, poté infine raggiungere Filippo nei Paesi Bassi.


TRENTASEI ANNI DI AGONIA

Ma gli avvenimenti che seguirono dovevano riservare a Giovanna di Castiglia colpi ancora più duri: la sua vita aveva appena ricominciato a essere normale, quando le giunse la notizia della morte della madre Isabella. 
Scomparsa la grande regina, la lotta per la successione al trono si scatenò tremenda tra Ferdinando, suo padre, e Filippo, principe consorte.
Giovanna stava fra di essi a unirli e a dividerli ed essi si valevano di lei in tutti i modi. Il padre arrivò ad accusarla pubblicamente di pazzia. In questo modo egli sperava di dimostrare che la figlia non era in grado di regnare al posto di Isabella; ma Filippo reagì imponendo alla moglie di rivendicare i diritti al trono di Castiglia, e di schierarsi quindi contro il padre.
Ma il destino volle che Filippo morisse dopo una breve malattia, e che Giovanna venisse riconosciuta regina di Castiglia. Tuttavia il prezzo che aveva pagato per il regno era troppo alto per lei: vedova a soli ventisei anni con sei figli da educare, la regina piombò nella più completa inerzia, dalla quale si riscuoteva solo per dare spettacolo di pazzia. La sua fantasia malata concepì una macabra messa in scena: il corpo di Filippo venne imbalsamato, rivestito dei suoi abiti più sontuosi e posto in una bara che la regina voleva sempre accanto a sé.
È facile comprendere come a questo punto il padre di Giovanna riuscisse ad avere buon gioco. Dietro suo ordine, la poveretta venne rinchiusa nel solitario castello di Tordesillas e le fu concesso solo di vedere dalla finestra la tomba dello sposo.
Da quel momento il mondo non udì più parlare di questa infelice e i suoi stessi figli preferirono dimenticarla. 
Ben trentasei anni durò la lunga agonia di Giovanna la Pazza nella prigione di Tordesillas. 
Col passare degli anni si ridusse a una larva umana; coperta di piaghe, era impossibile riconoscere in lei la giovanetta che era sbarcata piena di vita sulle spiagge della Fiandra e che con un solo sguardo dei suoi occhi profondi aveva ammaliato il principe Filippo.
La morte, giunta nel 1555, pose fine alla sua tormentata esistenza.


MADAME BOVARY - Gustave Flaubert




MADAME BOVARY

Gustave Flaubert 


PREMESSA 


A trentacinque anni, nel 1856, lo scrittore francese Gustave Flaubert (1821 –1880) cominciò a pubblicare a puntate su una rivista parigina quello che doveva essere riconosciuto come il suo capolavoro… Madame Bovary. Fu questo il primo e il più grande romanzo di Flaubert. 
Un fatto realmente accaduto in una cittadina di provincia sta alla base della storia…, un fatto di cronaca del quale fu protagonista la moglie infedele di un medico, Delfine Couturier-Delamare. 


LA TRAMA 

Carlo Bovary è un modesto medico di campagna…, egli ha sposato Emma, la figlia di un agricoltore agiato, e ne è sinceramente innamorato. Ma la ragazza, che è stata educata in un convento e che vive in un mondo fatto di letture e di sogni romanzeschi, è insoddisfatta della modesta vita offertale dal marito…, neppure la nascita di una bambina riesce a colmare il vuoto della sua vita. 
Emma si invaghisce di Leone, un giovane notaio, ma gli resiste, ed egli se ne va, lasciandole qualche rimpianto. Sarà Rodolfo, un elegante giovane di provincia a conquistarla. Emma vede in questo suo amore, l’evasione tanto sognata, la possibilità di fuggire dal mondo del marito, che le appare sempre più angusto e meschino. Ma Rodolfo, all’ultimo momento, non ha il coraggio di condurre la cosa fino in fondo, e lascia la donna. 
Emma rimane duramente colpita da questo abbandono e quasi ne muore. Poi si riprende a poco a poco passando anche attraverso una breve crisi di misticismo. Ritrova Leone e gli si concede quasi subito. E’ una relazione più tranquilla, fatta di desideri soddisfatti, con tutte le menzogne e le finzioni necessarie per nascondere la verità al marito. 
Emma comincia a circondarsi di lusso ed accumula debiti. Un usuraio, dopo averla favorita, vuole essere pagato e, poiché la donna non può, fa sequestrare i suoi mobili. Invano Emma corre da Leone e da Roberto…, né dall’uno né dall’altro riceve aiuto, e allora, presa dalla disperazione, si uccide con il veleno. Carlo Bovary apprende più tardi le colpe della moglie, ma poiché la ama ancora, la perdona e non le sopravvive a lungo. 


COMMENTO 

In seguito alla pubblicazione di Madame Bovary, Flaubert fu sottoposto a processo. La storia della borghese di provincia con due amanti apparve offensiva per la morale, ma Flaubert fu assolto da questa accusa…, fu assolto non tanto perché il fatto non costituisse reato, ma perché i giudici non ritennero sufficientemente dimostrata l’intenzione dello scrittore di offendere la morale. In realtà, il romanzo di Flaubert si colloca su un piano artistico così elevato, che qualsiasi discussione sulla sua moralità apparirebbe ridicola. 
Gustave Flaubert si può considerare come la figura più rappresentativa del realismo francese successivo al 1848. L’atteggiamento di Flaubert era un atteggiamento di opposizione nei riguardi dell’ideologia della borghesia post-rivoluzionaria. Egli fu perciò un osservatore acuto della società del suo tempo, ed in particolare nel suo capolavoro rappresentò con straordinaria forza realistica il mondo grigio e squallido delle ambizioni piccolo-borghesi, un mondo che appare ormai privo di veri ideali e votato al tramonto. 
Ma Flaubert, mentre attraverso certi personaggi manifesta esplicitamente il suo atteggiamento antiborghese (creando figure indimenticabili come quella del farmacista di provincia), di fronte ad altri si abbandona ad una commossa pietà. E’ la pietà per le vittime di quel mondo, per la meschina esistenza di Carlo Bovary e per il fallimento dei sogni di Emma. Due creature che sono entrate ormai nella cerchia dei personaggi immortali. 
C’è infine un altro aspetto che va considerato. Il romanzo di flaubert, infatti, segna una tappa molto importante nella letteratura mondiale, anche perché i problemi della piccola signora di provincia, che Flaubert descrive con tanta finezza ed acume, aprono le porte a tutta quella letteratura moderna che nei problemi dei rapporti tra i due sessi ha individuato una delle maggiori caratteristiche della nostra epoca. E’ Flaubert che per primo mette a nudo nella loro realtà le ipocrisie, i drammi, le crisi che sono oggi alla base di questi rapporti. E lo fa, a differenza di molti scrittori contemporanei, con grandezza di vero artista. 
La storia di Emma è un eloquente e salutare insegnamento per chi insegue una felicità impossibile e si gioca la vita per ottenerla. 


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MANON LESCAUT - Antoine François Prévost




MANON LESCAUT 

 
RIASSUNTO

Dalla diligenza proveniente da Arras scesero alcune donne, che entrarono subito nell'albergo. Soltanto una ragazza giovanissima si fermò nel cortile in attesa che scaricassero il suo bagaglio. Era poco più che una bambina, con una deliziosa aria di tristezza diffusa sul viso dai tratti delicati. Il giovane cavaliere Des Grieux la guardava da qualche minuto: quella ragazzina era un amore e se lui fosse stato meno timido le avrebbe subito chiesto la ragione della sua mestizia e offerto i suoi servigi. 

Des Grieux lasciava proprio quel giorno il collegio per far ritorno ad Arras, dove suo padre lo attendeva. Era un bravo ragazzo, ottimo studente e figlio affettuosissimo. Aveva diciassette anni e non si era mai innamorato; forse non aveva mai guardato una donna con vero interesse prima d'allora. 

Con uno sforzo enorme vinse la propria timidezza e si avvicinò alla ragazza, approfittando della momentanea distrazione dell'anziano accompagnatore di lei, occupato coi bagagli. Lei sembrò accettare di buon grado i timidi complimenti del giovane cavaliere e gli disse il suo nome: Manon Lescaut. Non esitò a raccontargli che era stata condotta ad Amiens perché volevano farla entrare in convento, contro la sua volontà. Non aveva purtroppo alcuna possibilità di mutare il proprio destino: doveva obbedire ai genitori. Mentre raccontava, gli occhi le si riempivano di lacrime. A quella vista, il timido Des Grieux perse del tutto la testa e diventò coraggiosissimo: chiese a Manon di lasciarsi rapire. Egli le offriva la propria vita in cambio del suo amore. Manon accettò con entusiasmo di affidarsi a quel giovane cavaliere senza paura: il suo bel viso e i modi tanto gentili l'avevano di colpo conquistata. Decise che all'alba sarebbe partita con lui per Parigi; avrebbe trovato lei il modo adatto per sfuggire alla stretta vigilanza del suo severo accompagnatore. 

Fra lutti e due possedevano centocinquanta scudi e, ragazzi come erano, si immaginavano che quella somma rappresentasse la ricchezza e che non sarebbe finita mai. 

Giunti a Parigi, affittarono un appartamento ammobiliato; spensierati e lieti iniziarono la loro vita in comune senza minimamente pensare a ciò che avevano lasciato dietro di sé. 

Per tre settimane Des Grieux fu così immerso nel suo amore da dimenticarsi completamente di suo padre e del mondo intero. Manon si mostrava appassionata, riconoscente e tenera: nessuno avrebbe potuto dubitare del suo amore per lui. Ma quella felicità durò poco: tre robusti lacchè di casa Des Grieux vennero una sera a prelevare il loro giovanissimo padrone: lo cacciarono a forza in una carrozza che attendeva davanti alla porta e in poche ore egli fu ricondotto alla casa paterna. 

Chi aveva fornito l'indirizzo a papà Des Grieux? Questo pensiero torturava il giovane quanto il dolore di essere stato separato da Manon. Sospettare di lei gli sembrava atroce, assurdo. Sapeva bene quanto Manon lo amasse; anzi, avrebbe convinto suo padre a lasciargliela sposare e non l'avrebbe abbandonata mai più. 

Pensò suo padre a togliergli tutte le illusioni: Manon non lo amava abbastanza per sopportare anche la sola minaccia della povertà. Dopo aver ceduto ](sue grazie al ricco signore del palazzo accanto, aveva fatto in modo che la famiglia Des Grieux fosse informata della loro residenza. Il giovanissimo e sprovveduto amante era diventato scomodo per Manon, avida soltanto di piaceri e di lusso. Papà Des Grieux se la rideva, felice che le cose fossero andate in questo modo, ma per il povero ragazzo fu un colpo terribile: chiuso in casa come un prigioniero, si augurò di morire, ma non riuscì a dimenticare l'infedele Manon. 

Intanto, Tiberzio, un caro amico e compagno di studi, datosi da poco alla carriera ecclesiastica, convinse Des Grieux a entrare in seminario con lui. Lì il giovane trovò un po' di pace: gli studi e gli esercizi religiosi occupavano tanto la sua giornata da non permettergli di crogiolarsi in dolorosi ricordi. In poco tempo egli divenne agli occhi dei superiori l'ottimo abate Des Grieux. 

Ma una sera, l'ottimo abate fu chiamato in parlatorio: Manon era lì, più bella che mai, e gli chiedeva perdono con gli occhi pieni di lacrime. Come resisterle? Senza avvertire i superiori né l'amico Tiberzio, l'abate Des Grieux lasciò quella sera stessa il convento e con la tonaca abbandonò anche tutti i buoni propositi di virtù. 


Manon era intanto diventata quasi ricca, grazie alla generosità di un anziano e innamoratissimo protettore. Ma la vita lussuosa e i divertimenti non erano riusciti a farle dimenticare il giovane e appassionato amore di Des Grieux. Sarebbe morta, e lo diceva singhiozzando come una bambina, se il suo bel cavaliere non fosse tornato a lei. Voleva dividere con lui la sua ricchezza, renderlo felice e farsi perdonare tutte le colpe che aveva commesso. 

Affittarono un appartamento alla periferia di Parigi e fecero saggi piani di economia, perché i sessantamila franchi di Manon potessero durare il più a lungo possibile. Ma alla piccola Manon piaceva vivere da gran signora; quanto a Des Grieux, era pazzo di lei e non osava proibirle nulla. Così il gruzzolo si assottigliò ben presto e il disgraziato cavaliere, perduto il sentimento dell'onore, diventò giocatore e baro allo scopo di far quattrini. Il disonore gli pareva ben poca cosa davanti alla minaccia di perdere la ragazza che amava più di se stesso. Ma nei rari momenti in cui Des Grieux permetteva alla propria coscienza di alzare la voce, egli si chiedeva costernato in qual modo l'amore, che è una passione innocente, avesse potuto mutarsi per lui in una fonte di miserie spirituali e di sregolatezze. Poi una carezza, un sorriso, un bacio della sua piccola Manon bastavano a mettere in fuga quelle sue tristi riflessioni. Il bisogno di denaro finì col convincere Des Grieux a partecipare a una losca impresa, organizzata dal fratello di Manon, un giovinastro dotato di molta fantasia e assolutamente privo di senso morale. Si trattava di raggirare un vecchio libertino, innamorato di Manon e disposto a pagare somme favolose per avere il piacere della sua compagnia. Appena ottenuto il denaro dal vecchio, Manon fuggì col suo Des Grieux; ma pochi giorni dopo furono scoperti e arrestati. Purtroppo, il vecchio libertino era anche un personaggio assai considerato negli alti ranghi della polizia parigina. Egli ordinò che Manon fosse rinchiusa in un ospizio per ragazze traviate e che Des Grieux venisse inviato all'Istituto di San Lazzaro, perché meditasse per qualche mese in solitudine, sotto la guida di un frate. 

Il pensiero delle umiliazioni a cui Manon sarebbe stata esposta e il desiderio di soccorrerla diedero a Des Grieux il coraggio di evadere dalla sua prigione. Appena fuori, si mise febbrilmente a far progetti e a cercare aiuti per liberare Manon. Vi riuscì più presto di quanto avesse sperato, grazie all'aiuto di un giovane e generoso gentiluomo, di cui era diventato amico. Quando Des Grieux riebbe fra le braccia la sua adorata, giurò che non si sarebbe mai più separato da lei. Manon appariva molto pallida, smagrita; i suoi occhi grandi e luminosi lo guardavano con supplichevole tenerezza. Malgrado la paurosa incertezza della loro situazione, Des Grieux era felice... 

"Mi ami?"... le chiese. "Mille volte più di quel che posso dire"... sospirò Manon. "Non ti lascerò mai più.". 

Des Grieux non aveva ragione di dubitare della sua sincerità, almeno in quel momento. Ma che cosa sarebbe accaduto 1'indomani, quando Manon si fosse accorta che erano ancora una volta senza un soldo? Lui sapeva ormai, per averne fatto le più amare esperienze, quanto lei odiasse la povertà e con quali mezzi vi ponesse rimedio. Decise di tentare la fortuna a1 gioco; ma naturalmente non poteva farlo senza una piccola somma come base di partenza. Si rivolse allora all'amico Tiberzio, che gli voleva troppo bene per giudicarlo severamente; e anche questa volta egli gli venne in aiuto. Sarebbe bastata un po' di fortuna al gioco per risolvere qualsiasi difficoltà. Queste rosee previsioni misero i due giovani in allegria: Manon faceva risuonare le stanze delle sue risate, del suo canto, degli amorosi nomignoli con cui era solita chiamare il suo amato. 


Quella felicità sarebbe durata più a lungo se non fosse apparso un nuovo innamorato di Manon; e, guarda caso, si trattò proprio del figlio di quel vecchio libertino che l'aveva fatta rinchiudere all'ospizio. Con una fiducia temeraria, addirittura pazzesca, nella sua buona stella, Manon organizzò un raggiro per carpire al giovane spasimante una bella somma di denaro: in quel modo, diceva gongolando, si sarebbero vendicati sul figlio della cattiveria del padre. 

Quest'ultima impresa fu la loro rovina: scoperti e arrestati, furono entrambi rinchiusi nella prigione dello Chàtelet, come volgari malfattori. 

Il vecchio Des Grieux ebbe il permesso di visitare il suo disgraziato ragazzo. Sebbene più volte deluso e amareggiato per il suo comportamento, lo amava ancora teneramente e non voleva infierire su di lui; era Manon che egli odiava. Valendosi della sua alta posizione, papà Des Grieux ottenne dal Luogotenente Generale di Polizia due grazie: per prima cosa fare uscire immediatamente dallo Chàtelet il suo "povero figliolo, più disgraziato che colpevole", e quindi far condannare Manon Lescaut alla deportazione in America. 

Quando il cavaliere Des Grieux, uscito dallo Chàtelet, apprese l'orribile sorte riservata alla sua Manon, cadde a terra privo di sensi. Ma appena si riprese, capì che non doveva lasciarsi sopraffare dalla disperazione. Manon aveva bisogno di lui, e lui doveva soccorrerla, liberarla, votarsi a lei senza restrizioni. Ma ogni tentativo per sottrarre Manon alla deportazione fu vano. Decise allora di seguirla in America: soffrire insieme a Manon gli sembrava un destino degno di invidia, purché lei non gli fosse tolta. 


Più la nave si avvicinava all'America, più Des Grieux si sentiva tranquillo, quasi felice. Manon era dolcissima, tenera, piena di attenzioni: sembrava trasfigurata dall'amore, l'unico bene rimastole. In lei non vi era più traccia della ragazza capricciosa e incosciente di pochi mesi prima: la sventura l'aveva resa finalmente donna. 

Dopo una navigazione di due mesi, il veliero approdò finalmente alla riva di New Orleans, colonia francese nel Nord America. Nei primi anni del Settecento, al tempo di questa storia, New Orleans non era che un villaggio di misere capanne, abitato da non più di seicento persone. Vivevano da disperati in quell'aspra solitudine quelli che erano stati condannati alla deportazione, consumati dalla nostalgia per la Francia, dove non sarebbero mai più ritornati. 

A Des Grieux e a Manon fu concesso l'uso di una capanna, fatta di tavole e di fango; ma l'incanto del loro amore mutò la capanna in un palazzo degno del più gran re della terra. Qualche settimana dopo il loro arrivo, il governatore offrì a Des Grieux un piccolo impiego: ora potevano veramente vivere tranquilli e con decoro; presto si sarebbero sposati e finalmente la loro vita sarebbe entrata nella normalità. 

Il loro amore rendeva ogni cosa straordinaria: si sentivano gli eroi di una splendida favola. Ma la sventura li colpì di nuovo e nel modo più crudele. Il nipote del governatore si innamorò di Manon e confessò allo zio la sua passione. Poiché il governatore aveva sui deportati diritto di vita e di morte, decise di togliere la ragazza a Des Grieux e darla al nipote, la cui felicità gli premeva moltissimo. Alle suppliche appassionate del povero Des Grieux, rispose freddamente che Manon era sua prigioniera e dipendeva da lui: l'aveva promessa a suo nipote e gliela avrebbe data.

Mentre tornava disperato alla sua capanna, Des Grieux si trovò faccia a faccia coi temibile rivale, un uomo coraggioso, ma impulsivo e violento. Egli stesso propose a Des Grieux il duello... 

"Vediamo - gli disse - chi sarà il più fortunato". 

L'amore guidò la spada del giovane cavaliere e il nipote del governatore si accasciò gravemente ferito. Ma ora? Non c'era più nulla da sperare. Des Grieux, convinto di avere ucciso il rivale, sapeva che anche la sua sorte era ormai certa: la vendetta del governatore l'avrebbe ben presto colpito. Corse allora da Manon, per salutarla un'ultima volta, prima di fuggire nel deserto. Ma non ebbero il coraggio di lasciarsi: abbandonarono la capanna e si misero in cammino verso l'arida pianura che circondava New Orleans. Non sapevano dove si sarebbero rifugiati: forse fra i selvaggi, al di là del deserto, vicino alle montagne... Camminarono per ore e ore come in un incubo, oppressi dal terrore di essere raggiunti. Erano inconsapevoli del cammino percorso e credevano di essere ormai molto lontani dall'abitato. Finché, giunta la notte, Manon confessò di non poter fare un passo di più. Des Grieux si spogliò dei suoi abiti per offrirle un giaciglio meno duro della nuda terra; scaldò coi suoi baci le mani diacce di lei, il viso mortalmente pallido. Vegliò accanto a lei l'intera notte. 

Credendola addormentata, non osava quasi respirare, nel timore di turbare il suo sonno. Manon morì all'alba, sfinita di debolezza e di terrore. Per un intero giorno Des Grieux la tenne fra le braccia, sperando di morire. 

A1 sorgere del secondo giorno, ebbe il timore che il corpo di lei potesse venire dilaniato dalle belve; raccolse allora tutte le sue forze e scavò una fossa. Vi depose adagio la sua piccola Manon, dopo averla avvolta nei suoi abiti per impedire alla sabbia di toccarla. Sedette poi accanto a lei e la guardò a lungo, senza risolversi a colmare la fossa. Quando si sentì ormai vicino a morire, si decise a coprire di sabbia il "suo tesoro". Poi si distese col viso contro la sabbia e chiuse gli occhi... 

Fu soccorso in tempo e riportato a New Orleans, dove lo stesso nipote del governatore, guarito dalle sue ferite lo aiutò generosamente. Pochi mesi dopo, il cavaliere Des Grieux poté tornare in Francia. Chi lo rivide però stentò a riconoscerlo: i suoi lineamenti erano gli stessi, ma l'espressione dolorosa del suo volto incuteva pietà. Egli era ancora vivo e già la sua storia d'amore giudicata riprovevole stava diventando leggenda. 


COMMENTO

L'autore della storia di Manon disse di aver voluto dimostrare le "disastrose conseguenze delle passioni", scrivendo un romanzo che fosse anche una lezione di morale. Il personaggio di Des Grieux è infatti un esempio di come la passione possa trascinare alla rovina un giovane dotato di intelligenza e di virtù. Su Des Grieux, sui suoi alterni errori e pentimenti, si fissa la attenzione dell'autore. Non lo perde di vista un attimo: gli fa raccontare tutti i suoi pensieri, i sentimenti e le emozioni. Nelle intenzioni dello scrittore, Manon doveva essere un personaggio secondario: utile ai fini del romanzo, ma senza eccessivo rilievo. Invece la figura di Manon a poco a poco gli prese la nano e alla fine la protagonista divenne lei, attirando su di sé tutta l'attenzione del lettore. Fu così che un romanzo scritto a scopo moralistico divenne mia appassionante storia d'amore. La personalità di Manon, tutta impulso, tenerezza e incoerenza, balza viva da ogni pagina, con assoluta spontaneità. Una donna priva di senso morale e costituzionalmente infedele che commette il male con sbadatezza, senza alcuna premeditazione. Colta in fallo, piange, si dispera e promette che non lo farà più. Vibrano in lei i più opposti sentimenti: amore e infedeltà; furbizia e candore. Eppure, c'è nel suo intimo una predisposizione alla virtù, che matura in lei dopo molte dolorose prove. 
la sua morte è in perfetto contrasto con la brevissima e riprovevole vita: muore per non abbandonare il suo Des Grieux, il cui amore le è più caro della vita stessa. La ragazza leggera diventa di colpo donna: capisce l'untore, la pietà, il sacrificio. Si è quasi indotti a perdonarle tutto, per quella morte tragica... 

"Erano due ragazzi... Tutto per loro è stato così breve, così terribilmente veloce! Quel suo cinguettare "mio cavaliere, mio adorato..." pareva non dovesse più finire... 

In realtà non è finito..., non finirà mai. 
Manon non è morta... vive di una potente e intatta vitalità non solo nel romanzo ma anche nella musica dolcissima che la sua storia ha ispirato a Jules Massenet e a Giacomo Puccini. 


BREVE BIOGRAFIA DI PREVOST 

La famiglia Prévost apparteneva alla buona borghesia di Hesdin, una piccola città nella Francia settentrionale. 
Quando, il primo d'aprile del 1697, nacque Antoine François, la buona signora Prévost era ben lontana dall'immaginare di aver messo al mondo un essere destinato a una vita assai movimentata, addirittura romanzesca, per le numerose avventure, i viaggi, gli amori travolgenti, le improvvise fughe all'estero, gli alti e bassi della fortuna. 
Egli trovò pace solo negli ultimi anni della sua vita, trascorsi in qualità di priore tra le mura di un convento. Di qui la qualifica da cui è sempre accompagnato il suo nome: Abate Prévost. 
La sua opera si compone di ben centotredici volumi: romanzi, racconti storici, memorie di viaggi. Una mole di lavoro davvero straordinaria, se si pensa che il Prévost non fu soltanto scrittore, ma anche di volta in volta militare, predicatore, cappellano, insegnante, viaggiatore avventuroso. 
Di una così vasta produzione letteraria, soltanto un libro era destinato all'immortalità: "La storia del Cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut", pubblicato una prima volta ad Amsterdam nel 1731, come appendice all'ultimo volume di un altro libro di Prévost...., "Memorie di un uomo di nobile condizione". 
Non è escluso che in questa storia d'amore, così giovane e viva, sia velatamente narrato un episodio della tumultuosa vita dell'autore stesso. 
L'abate Prévost morì di un colpo apoplettico mentre attraversava la foresta di Chantilly. Aveva sessantasei anni ed era considerato da tutti un uomo saggio e pio. 
Le sue colpe, vere o leggendarie che fossero, erano ormai state dimenticate. 


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