giovedì 29 maggio 2014

ALTAROLO - Trittico di Modena (Altarpiece - Modena Triptych) - El Greco




ALTAROLOTrittico di Modena - Firmato: CHEIR DOMENIKOU
Domenico Theotokopulos, detto El Greco (Candia, 1541 – Toledo, 1614) 
(all'interno, da sinistra: Adorazione dei pastori, 
Allegoria del Cavaliere cristiano e Battesimo di Cristo)
(all'esterno, da sinistra: Annunciazione, 
Veduta del Sinai e Adamo ed Eva dinanzi al Padreterno)
Modena, Galleria Estense
Tempera su tavola, 37 x 23,8 (i pannelli centrali) -  cm 24 x 18 (i pannelli laterali)

Il piccolo ma squisito altarolo devozionale, firmato dall'artista (CHEIR DOMENIKOU, "mano di Domenico”), è una delle creazioni più conosciute e significative della produzione giovanile di El Greco. L’opera arrivò alla Galleria Estense nel 1805 dalla raccolta d’arte del marchese Tommaso degli Obizzi custodita nel Castello del Catajo presso Padova. Ignote sono fino ad ora le sue vicende precedenti. Il trittico rimase sconosciuto fino al 1937, quando fu letteralmente riscoperto da Rodolfo Pallucchini nei depositi della Galleria Estense.

Il dipinto passato a Modena nel 1822 dalla collezione Obizzi, originariamente conservata nel castello del Catajo presso Battaglia T. (Padova), fu pubblicato per la prima volta da R. Pallucchini (1937), come un caposaldo, circa il 1567, della produzione giovanile, 'madonnera', del Greco: e la proposta venne unanimemente accolta, sino all'ingiustificabile rifiuto del Wethey (1962), il quale vorrebbe considerarla opera di un Domenico, non identificabile col Theotocopoulos e, semmai, riconoscibile nel madonnero, di maniera italiana assai incerta, che segnò un San Luca e la Vergine, conservato dal Museo Benaki di Atene. 
Di recente, il Longhi (1963) e lo stesso Pallucchini (1966) hanno convincentemente ribadito la paternità grechesca di quest'opera e di un gruppo d'altre stilisticamente vicinissime, e inseparabili dalla prova qui in esame. 
L'altarolo, che venne forse dipinto a Creta poco prima della partenza per Venezia, denuncia in modo clamoroso l'uso, al fine di realizzare un'impalcatura 'occidentale', di stampe, in gran parte puntualmente individuabili: il pannello dell'Adorazione deriva da una contaminazione di incisioni del monogrammista I. B. (che riproduce il dipinto tizianesco oggi alla Pitti), del Bonasone e del Parmigianino; quello dell'Annunciazione, dall'interpretazione di un noto testo grafico del Caraglio (pure ispirato a Tiziano); quello del Sinai (replicato in una tavoletta che fu nella Collezione Hatvany di Budapest, ora dispersa) da qualcuna delle numerose Vedute circolanti tra le comunità cristiane d'Oriente. 
Di recente, V. H. Miesel (La tabla central del Triptico de Modena, in Archivo espanol de arte, 1953) ha indicato in un passo delle epistole di San Paolo (Tim. 4, 7-8) la fonte iconologica dell'Allegoria, ampliando il richiamo del Meyer (Notes on the early Greco, in The Burlington Magazine, 1939) a una xilografia anonima del 1555 (significativamente riprodotta, con la citazione dei versetti di San Paolo, dall'Andreani in un'incisione del 1590, segnalata dalla Haris Frankfort al Wethey , 1962). 
Merita, infine, rammentare che la rappresentazione dell'Inferno, rappresentato come un pistrice che divora i dannati, appartiene alla tradizione bizantina, e appare, ad esempio, nei cicli dell'Athos.





I RACCOGLITORI DI LEGNA (The Wood Gatherers - Cottage Children) - Thomas Gainsborough

I RACCOGLITORI DI RAMI (1787) - Gainsborough 
New York, Metropolitan Museum
Olio su tela cm 146 x 118 

Verso la fine della sua vita, Gainsborough eseguì una serie di opere definite da Reynolds fanzy
pictures per sottolineare il carattere fantastico dei temi e degli ambienti il cui genere presenta affinità con Murillo, Watteau, Giorgione e Greuze. 
Alcuni autori spiegano la genesi di queste pitture come il frutto di un ripiegamento del pittore su se stesso: egli avrebbe ripreso i personaggi dei suoi primi quadri, li avrebbe ingranditi ed isolati fino a farne nuove scene di fantasia. 
Comunque, a parte questa interpretazione, è certo che il contenuto artistico di molte di queste opere anticipa il Romanticismo e predispone la possibilità di un giudizio sull'opera come veicolo di creazione di forme, colori e ritmi puri. 
D'altra parte, non fu assente dal repertorio di Gainsborough neppure il genere mitologico e storico, praticato anch'esso negli ultimi anni in un esiguo numero di quadri. 
Tra questi, il più noto è lo studio per Diana e Atteone, oggi nelle colIezioni reali a Buckingham Palace.

martedì 27 maggio 2014

IL CARRETTO PER IL MERCATO (The market cart) - Thomas Gainsborough



IL CARRETTO PER IL MERCATO (1786-87) 
Thomas Gainsborough 
Londra, Tate Gallery
Olio su tela cm  182 x 153 

Fu dipinto tra il 1786 (anno della sua esposizione alla Schomberg House) e il 1787 (anno in cui vi fu aggiunto sulla destra il boscaiolo con le fascine). 

"È uno dei più ambiziosi paesaggi di Gainsborough, di quel genere che doveva lasciare una traccia nella sensibilità artistica di John Constable" (K. Roberts). 

L'opera è, senza dubbio, tra le più significative; il Waterhouse non esita a collocarla, insieme al Contadino che fuma sulla soglia della capanna (oggi alla University of Southern California di Los Angeles), "tra i suoi più grandi e certamente più importanti lavori. Sono dipinti con un'ampiezza di respiro che ricorda Rubens e sembrano introdurci in un mondo nuovo, mondo che conduce direttamente a Constable". 

Va, tuttavia, notato che Gainsborough con ogni probabilità non ebbe coscienza della grande 'rivoluzione' di cui stava ponendo le premesse. Come ho già accennato, egli dipingeva per il proprio diletto e certamente - osserva iI Garlick - "si sarebbe sorpreso se avesse saputo che quei suoi paesaggi erano, tra I'altro, un'apertura ad una nuova scuola della pittura inglese ... Se fosse vissuto dieci o quindici anni di più e avesse incontrato Constable, avrebbe cambiato il corso della sua vita perché i due pittori si sarebbero intesi alla perfezione".


PAESAGGIO CON IL VILLAGGIO DI CORNARD (Landscape with the village Cornard) - Thomas Gainsborough

 PAESAGGIO CON IL VILLAGGIO DI CORNARD (1750-55) 
Thomas Gainsborough
Edimburgo, National Gallery of Scotland
Olio su tela cm 70 x 153,5 

I paesaggi non erano oggetto di collezione per i mecenati inglesi dell'epoca; costituivano, tutt'al più, materiale di arredamento. Pertanto, venivano usati (e Gainsborough ne ebbe diretta esperienza nel 1755) come "pezzi per caminetto". 
Lo stesso Paesaggio con boscaiolo che corteggia una lattaia, datato 24 maggio 1755 e venduto dall'artista al duca di Bedford per ventuno ghinee, viene citato come Paesaggio per un'alzata di camino
Ma il merito di Gainsborough fu, appunto, quello di conferire nuova dignità artistica alla pittura di paesaggio. È nella pittura di paesaggio che la tradizione olandese costituisce un punto di riferimento importante per la produzione di Gainsborough all'incirca fino al periodo di Bath. 
La tradizione di paesaggio olandese permette un contatto concreto e diretto con la natura e con le cose, escludendo le evasioni fantastiche e le tentazioni retorico-eroiche della grande maniera italiana o francese. È un tramite per raggiungere una visione del mondo che prescinde da ogni concezione unitaria e sistematica della natura, che opta per la cronaca al posto della storia; è un modo per eludere i problemi ideologici e religiosi, le grandi tematiche tragiche, in favore dei piccoli problemi della vita quotidiana: questi danno luogo ad una pittura che ha definitivamente bandito l'ispirazione. 
Se Hogarth incarnò profondamente queste istanze, assimilando largamente la tematica della pittura olandese (senza, peraltro, limitarsi ad essere un mero pittore di genere ma inaugurando una pittura sociale con messinscene teatrali), Gainsborough si limitò a recepire alcuni modi paesistici e ad accettare un'idea della pittura di gusto evolutamente borghese e anticlassico.



IL POSTO DELL'UOMO NELLA NATURA (The place of man in nature) - Thomas Huxley


   
Il posto dell'uomo nella natura

Nell'opera del 1859 L'ORIGINE DELLA SPECIE,  Charles Darwin non faceva che rapidi accenni al problema dell'uomo in rapporto alla selezione naturale, ma risultò subito evidente a tutti che la nuova teoria portava con sé anche un modo radicalmente nuova di pensare la storia dell'uomo.
Già nel giugno 1850, nel corso di una affollata conferenza ad Oxford, il vescovo anglicano Wilberforce si era scagliato contro le tesi di Darwin, rivolgendo a Thomas Huxley - intelligente e battagliero sostenitore della teoria darwiniana - lo famosa domanda: 
"Di grazia, è per parte di nonno o per parte di nonna che Ella vanta la sua discendenza dalla scimmia?".
Huxley aveva risposto che era preferibile avere per antenato una scimmia piuttosto che un uomo che utilizzava la sua cultura e la sua autorità per combattere la verità scientifica.
Questa risposta ottenne molti applausi, ma non di più della domanda del vescovo.
L'affinità dell'uomo con gli animali superiori era già da tempo un tema dibattuto con grande interesse in tutta Europa; con I'affermarsi delle idee evoluzionistiche esso venne esaminato in una luce nuova.
Lo stesso Huxley, nel 1863, pubblicò un'opera, Il posto dell'uomo nella natura, nella quale, sulla base di precise considerazioni anatomiche ed embriologiche, mirava decisamente a mostrare I'origine animale dell'uomo e la sua discendenza da animali simili alle scimmie antropoidi, giungendo alla conclusione che "le differenze strutturali che separano I'uomo dal Gorilla e lo Scimpanzé non sono così grandi come quelle che separano il Gorilla dalle scimmie inferiori". 
Huxley si sforzava anche di mettere in risalto la straordinaria grandezza raggiunta dall'uomo nel corso della sua evoluzione e la sua superiorità su tutti gli altri esseri, ma questo tentativo non ebbe molto successo. 
"Gli uomini - osserva il biologo Montalenti - preferiscono considerarsi come discendenti caduti in disgrazia di esseri più nobili, anziché di creature più umili e più semplici".
Nel 1871 Darwin intervenne nel dibattito, pubblicando L'origine dell' uomo. Molti scienziati, pur riconoscendo la validità dell'ipotesi evoluzionistica, non ne ammettevano I'estensione agli aspetti intellettuali e morali dell'uomo. Darwin, nella sua nuova opera, applicava con rigore la sua teoria, arrivando a concepire nel quadro della selezione naturale anche le caratteristiche da sempre considerate proprie dell'eccezionalità dell'uomo: I'intelligenza, il linguaggio, la tendenza alla vita associata.

*** Qualsiasi sistema di organi sia studiato, quando si comparino le loro modificazioni nella serie delle scimmie, si arriva ad una sola conclusione: che le differenze strutturali che separano l'Uomo dal Gorilla e lo Scimpanzé non sono così grandi come quelle che separano il Gorilla dalle scimmie inferiori.
Le differenze di struttura tra l'Uomo e le scimmie Antropomorfe ci permettono di considerarlo come il rappresentante di una famiglia da esse separata; ma, poi che I'Uomo differisce meno dagli Antropoidi  che non essi dalle altre famiglie dello stesso ordine, non sarebbe giustificato collocarlo in un ordine a sé stante.
Ma se veramente I'Uomo è separato dai bruti da una barriera strutturale non più ampia di quelle che separano i bruti stessi tra loro, ne segue allora che se si riesce a scoprire un processo di causalità fisica per il quale siano derivati i generi e le famiglie dei comuni animali, questo processo di causalità è anche ampiamente sufficiente a spiegare l'origine dell'Uomo. 
In altre parole, se si potesse dimostrare che gli Arctopiteci, per esempio, hanno avuto origine da modifiche graduali delle scimmie Platirine, o che gli Arctopiteci, per esempio, hanno avuto origine da modifiche graduali delle scimmie Platirine, o che la base razionale per dubitare che l'uomo può essere originato o da modifiche graduali di una scimmia antropomorfa, o da un ramo derivato dalle medesime forme primitive dalle quali hanno preso origine gli antropoidi stessi.
Per il momento, l'evidenza favorisce una sola spiegazione scientifica generale dell'origine delle specie animali, ed è quella proposta da Mr. Darwin.
La Scienza adempie alla sua funzione quando accerta ed enuncia la verità; e se queste pagine si rivolgessero solo agli uomini di scienza, potrei chiudere a questo punto il mio saggio, sapendo che i miei colleghi hanno imparato a rispettare la sola evidenza, ed a credere che il loro più alto dovere sia la sottomissione incondizionata ad essa, per quanto possa urtare contro le loro inclinazioni.
Ma poi che il mio desiderio è di raggiungere una più vasta cerchia di pubblico intelligente, sarebbe spregevole viltà, se facessi conto di ignorare quel senso di ripugnanza col quale la maggior parte dei miei lettori probabilmente accoglierà le conclusioni, alle quali io sono arrivato dopo uno studio il più accurato e coscienzioso che sapessi fare.
Da ogni parte sentirò gridarmi: "Noi siamo uomini e donne, e non una specie semplicemente migliorata di scimmie, un po' più lunga di gambe, col piede a dita non opponibili, col cervello più grande dei vostri brutali scimpanzé e gorilla. Il potere della conoscenza, la coscienza del bene e del male, la tenerezza e la pietà degli affetti umani ci innalzano al disopra di ogni reale consorteria coi bruti, per quanto essi ci possano sembrare strettamente affini".
Nessuno maggiormente di me è convinto dell'ampiezza del golfo a tra l'uomo civilizzato ed i bruti; e nessuno più certo che l'Uomo, derivi dai bruti o no, certamente non è uno di loro. Nessuno meno disposto di me a sottovalutare la dignità attuale, od a perdere la speranza per il futuro di Colui che è l'unico coscientemente intelligente cittadino del mondo.
In verità, ci dicono coloro che pretendono all'autorità in questi argomenti, le due opinioni sono incompatibili, e il credere nella unità di origine dell'uomo e dei bruti porta come.necessaria conseguenza anche la brutalizzazione e la degradazione dell'uomo stesso. 
Ma è veramente così?
L'amor materno è vile perché anche la gallina dimostra di averlo, e la fedeltà bassa perché la possiede anche il cane?
Il senso comune della grande massa degli uomini risponderà a tali questioni senza un istante di esitazione. La parte sana dell'Umanità, cui strenuamente urge di sfuggire a quello che è vero peccato e degradazione, lascerà insieme i cinici e i fanatici del perbenismo a rammaricarsi su quello che secondo le loro idee dovrebbe significare degradazione; lascerà cioè coloro che, in disaccordo su tutto il resto, si trovano però uniti nella loro cieca insensibilità alla nobiltà del mondo visibile, e nell'incapacità di apprezzare la grandezza e nobiltà del posto che l'Uomo vi occupa.
Ancor di più, gli uomini che riflettono, una volta sfuggiti alle influenze accecanti del pregiudizio tradizionale, riconosceranno nelle umili forme donde l'uomo è sortito, la miglior prova dello splendore delle sue capacità; e troveranno, nel suo lungo progredire attraverso le epoche passate, la giustificazione razionale per aver fede nel raggiungimento di un più nobile Futuro.

*** da Thomas Huxley, Il posto dell'uomo nella natura e altri scritti


°°° Chi non si accontenta di pensare (come un selvaggio) che i fenomeni naturali non sono collegati, non può credere che l'uomo sia I'opera di un atto separato di creazione. Egli sarà costretto ad ammettere che l'intima rassomiglianza dell'embrione umano con quello, ad esempio, di un cane, la struttura del cranio, delle membra, dell'intera forma somatica dell'uomo ripete lo stesso modello di quello degli altri mammiferi (indipendentemente dall'uso a cui le singole parti sono destinate), la ricomparsa occasionale di varie strutture, per esempio, di parecchi muscoli che normalmente non sono presenti nell'uomo, ma che sono normali nei quadrumani, ed una quantità di fatti analoghi, tutti portano nella maniera più evidente alla conclusione che l'uomo discende da un progenitore comune agli altri mammiferi.
Se consideriamo la struttura embriologica dell'uomo, le analogie con gli animali inferiori, i rudimenti che conserva, e la reversione cui è soggetto, possiamo in parte immaginare la condizione primitiva dei nostri progenitori e possiamo approssimativamente collocarli in un posto appropriato nella serie zoologica.
Impariamo così che l'uomo è disceso da un quadrupede peloso, provvisto di coda, probabilmente con la abitudine di vivere sugli alberi e che abitava il vecchio continente. 
Se un naturalista avesse esaminato l'intera struttura di questo essere, I'avrebbe classificato tra i quadrumani, con la stessa sicurezza con cui avrebbe classificato I'ancora più antico progenitore delle scimmie del vecchio e del nuovo continente. 
I quadrumani e tutti i mammiferi più elevati derivano probabilmente da qualche antico marsupiale e questo, attraverso una lunga discendenza di forme che andavano divergendo, da
qualche creatura simile agli anfibi, e questi ancora da qualche animale simile ai pesci. 
Nella profonda oscurità del passato, possiamo intravedere che il primo progenitore di tutti i vertebrati, deve essere stato un animale acquatico, provvisto di branchie, coi due sessi riuniti nello stesso individuo e con la maggior parte degli organi più importanti (come il cervello e il cuore) imperfettamente o per nulla sviluppati. Questi animali dovevano esser più simili alle attuali ascidie di mare, che a qualsiasi altra forma conosciuta. 
Dopo essere giunti a questa conclusione sull'origine dell'uomo, la più grande difficoltà che si presenta rimane l'alto livello delle nostre facoltà intellettuali e morali. Chiunque ammetta l'evoluzione sa che le facoltà mentali degli animali superiori, le quali sono della stessa specie di quelle dell'uomo, sebbene di grado così differente, sono suscettibili di progredire. Così il divario tra le facoltà mentali di una delle scimmie più elevate e quelle di un pesce, oppure quelle di una formica e di un coccus (batterio), è immenso; inoltre il loro sviluppo non offre nessuna speciale difficoltà, infatti negli animali domestici le facoltà mentali sono variabili e le variazioni sono ereditarie. 
Nessuno dubita che le facoltà mentali sono della massima importanza per gli animali allo stato naturale. Vi sono quindi tutte le condizioni per il loro sviluppo mediante la selezione naturale. La stessa conclusione si può estendere all'uomo: l'intelletto deve essere stato molto importante per lui anche in un periodo molto remoto, perché ha permesso di inventare e usare il linguaggio, di costruire armi, utensili, trappole, ecc., in modo che con l'aiuto della sua abitudine di vivere in società, egli molto tempo fa riuscì a dominare tutti gli esseri viventi.

°°° da Charles Darwin, L'origine dell'uomo


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domenica 25 maggio 2014

L'ORIGINE DELLA SPECIE (Origin of Species) - Charles Darwin.

                    
L'origine delle specie (titolo completo: Sull'origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita), del naturalista inglese Charles Darwin, è una tra le opere cardini nella storia scientifica, e indubbiamente una delle più eminenti in biologia.


Siamo nel 1859. . . Apparentemente lontana le mille miglia dal continente europeo, I'Inghilterra vittoriana fiorisce solitaria ed austera nel suo "splendido isolamento". In piena espansione i suoi domini coloniali, superata la crisi della rivoluzione industriale, costituitasi una ricca borghesia, che si era imposta una sua norma di vita, una sua morale alquanto chiusa e bigotta, su rigidi principi puritani, l'Inghilterra sembrava l'isola felice, destinata a procedere verso un futuro sempre più sereno e glorioso. 
Improvvisamente la buona società vittoriana - quella, per intenderci, in cui non era opportuno nominare le gambe, neanche quelle del tavolo, quella in cui non era ammesso il minimo accenno al denaro, agli affari, di fronte alle signore - fu scossa da un fulmine, seguito da un lungo brontolio di tuoni.
Il 24 novembre 1859 l'editore Murray di Londra pubblicava un libro: L'origine delle specie per opera della selezione naturale di Charles Darwin. L'intera edizione di 1250 copie fu venduta in quello stesso giorno.
Non era mai accaduto prima che una teoria scientifica riscuotesse un così immediato successo di pubblico. Le edizioni si susseguirono rapidamente e nel 1885 il libro di Darwin, raggiunte le 28 000 copie in Inghilterra, era stato tradotto nelle lingue di tutti i paesi. 
Nei circoli scientifici, nelle università, ma anche nei salotti borghesi e sulle pagine dei giornali, darwinisti entusiasti ed antidarwinisti accaniti si combattevano aspramente, scambiandosi scomuniche e accuse roventi. La teoria di Darwin, evidentemente, colpiva a fondo l'immaginario collettivo, cioè il modo di pensare se stesso e il mondo, tipico dell'uomo di quell'epoca, dando forma a desideri di novità e scuotendo certezze consolidate. 
È alla riflessione su questo tema (non certo ad un'analisi dell'evoluzione dal punto di vista scientifico) che sono dedicati i materiali di questa unità.
In primo luogo è però necessario riassumere brevemente i termini del problema.

Una teoria scientifica è un insieme coerente di proposizioni che serve a spiegare dei fenomeni osservabili. Nel caso della teoria dell'evoluzione, una parte di questi fatti era da sempre sotto gli occhi di tutti: l'enorme varietà delle forme degli organismi viventi; I'esistenza di infinite differenze ma anche di grandi affinità tra specie diverse e tra individui della stessa specie; I'ordine e I'equilibrio della natura.
Altri dati erano stati messi a disposizione dai recenti sviluppi dell'osservazione scientifica: l'embriologia aveva evidenziato le grandi somiglianze e le successive differenziazioni nello sviluppo degli embrioni di diversi animali; la paleontologia aveva scoperto l'esistenza, attraverso i fossili, di specie estinte o radicalmente trasformate; la biogeografia aveva catalogato le variazioni tra individui della stessa specie in contesti ambientali diversi. Mancava però una teoria che fornisse un'interpretazione unitaria di questi fatti, collegandoli fra loro in un quadro esplicativo. 
Le grandi impostazioni teoriche che Darwin aveva di fronte erano sostanzialmente due: il creazionismo fissista e il trasformismo lamarckiano.

La prima impostazione, dominante da secoli, negava la possibilità di qualsiasi trasformazione ed evoluzione nell'ordine naturale (di qui il termine fissismo): le diverse specie viventi sono in ogni tempo quelle che la mente di Dio ha concepito all'atto della creazione e tali resteranno finché esisterà il mondo.
Compito della scienza è descriverle con la massima precisione possibile, ricostruendo con il pensiero il meraviglioso ordine che Dio ha imposto alla natura. Un ordine gerarchico, in cui gli organismi viventi sono disposti come su una scala che va dal meno perfetto al più perfetto, I'uomo. Nessuna specie può mutare le sue caratteristiche strutturali, né salire o scendere i gradini di questa scala. Le variazioni che si riscontrano fra gli individui sono inessenziali, dovute a fattori occasionali, e dunque non sono tali da menomare l'immutabile perfezione del creato.
Questa teoria si fondava su formidabili "autorità": la filosofia naturale del grande Aristotele e le parole della Bibbia, ove si trova descritta la creazione del mondo e delle specie ad opera di Dio e l'attribuzione ad esse dei nomi per bocca di Adamo.
Era questo il quadro concettuale all'interno del quale operavano i biologi e i naturalisti all'inizio dell'Ottocento: su questa base il grande Linneo aveva costruito, alla metà del secolo precedente, una descrizione del mondo vivente così completa e precisa da essere largamente utilizzata ancora oggi.

L'altra impostazione, il trasformismo, venne compiutamente teorizzala dal naturalista francese J. B. Lamarck (1744-1829) agli inizi dell'Ottocento.
Il mondo naturale - sostiene Lamarck - non è statico, ma dinamico: in esso hanno luogo continue mutazioni. Le specie si trasformano per l'influenza esercitata dall'ambiente sugli individui: ogni individuo tende infatti ad adattarsi all'ambiente che lo circonda, sviluppando gli organi più idonei a tale scopo e atrofizzando quelli inutili o nocivi. I caratteri così acquisiti si trasmettono ereditariamente ai discendenti della stessa specie determinando, nel lungo periodo, le grandi trasformazioni che si possono osservare. Ciò avviene perché esiste in ogni individuo una "forza evolutiva" che spinge la specie ad un sempre maggiore perfezionamento.

Nonostante i limiti che vennero subito rilevati (la puerilità degli esempi, lo scarso rigore dell'osservazione, la presenza di ipotesi filosofiche non dimostrate) la teoria di Lamarck ebbe un'importanza decisiva, riconosciuta dallo stesso Darwin, che pure ne contestava la validità scientifica. Tale importanza risiede nel tentativo di interpretare i fatti, senza limitarsi a descriverli e ordinarli; nel concepire il rapporto fra organismo e ambiente come un rapporto dinamico, in cui hanno luogo cambiamenti; nel dilatare la scala temporale al cui interno valutare i fenomeni naturali (già alla metà del Settecento il geologo francese Buffon aveva ipotizzato in circa 100 000 anni l'età della terra, cifra allora considerata elevatissima rispetto ai 6000 anni indicati dalla Bibbia e generalmente accettati).

Tuttavia la teoria di Lamarck venne sostanzialmente respinta dalla comunità scientifica e l'evoluzionismo - a parte alcuni casi isolati, come lo stesso nonno di Darwin, Erasmus - non trovava credito in campo biologico nella prima metà del secolo. Le ipotesi degli evoluzionisti erano per lo più considerate fantasiose e prive di rigore scientifico, non sorrette da documentazioni precise e verifiche attendibili.
Il primo merito di Charles Darwin (1809-1882) fu proprio quello di raccogliere un'enorme mole di dati e di prove con i quali fondo e avvalorò l'ipotesi evoluzionista. 
Nel 1832 Darwin si imbarcò sul brigantino Beagle, incaricato di un viaggio scientifico intorno al mondo: nei cinque anni di navigazione egli compì minuziose osservazioni sulla flora e la fauna dell'emisfero meridionale, annotando ogni cosa nello splendido Viaggio di un naturalista intorno al mondo, pubblicato - senza avanzare alcuna ipotesi interpretativa - nel 1839. 
Per altri vent'anni, in patria, lo scienziato lavorò intorno alla sua teoria, parlandone solo agli amici più fidati. Solo nel 1859 si decise a divulgarla, pubblicando l'Origine delle specie.

La teoria, in sostanza, consta di due parti: il principio dell'evoluzione delle specie e la legge della selezione naturale. 
Darwin afferma che il mondo naturale conosciuto è il risultato di un'evoluzione durata centinaia di milioni di anni.
L'infinita varietà riscontrabile nel mondo vivente è frutto di un lento processo di differenziazione a partire da poche forme originarie, nel corso del quale alcune specie hanno modificato i propri caratteri, altre sono scomparse, altre ancora sono nate. La natura è così attraversata da un continuo mutamento evolutivo che ne trasforma incessantemente il volto.
Il punto di vista di Darwin è dunque dinamico: quello che interessa nei fenomeni e ciò che cambia, non ciò che permane; le differenze, più che le somiglianze. Questo però pone subito un problema: fornire una legge che spieghi il cambiamento.

Questa legge è la selezione naturale. Gli individui, in ciascun ambiente, sono in competizione fra loro e con quelli delle altre specie. La posta di questa competizione, o lotta per l'esistenza, è la sopravvivenza, perché la popolazione di ogni specie è sempre in eccesso rispetto alle risorse fornite dall'ambiente. In questa lotta, ogni individuo agisce e reagisce in modo diverso dagli altri, perché ogni individuo è diverso dagli altri.

Alcuni individui riescono a dare una risposta migliore al problema posto dall'ambiente, cioè mostrano una maggiore capacità di appropriarsi le scarse risorse e di "reinvestirle" nella produzione di figli. Col trascorrere del tempo la popolazione si arricchirà sempre di più della variante dotata delle maggiori capacità riproduttive e la specie subirà così un progressivo cambiamento; le varianti meno "adatte" si riprodurranno di meno e tenderanno quindi a scomparie.

L'evoluzione è vista così come un processo di interazione fra ciascun individuo, gli altri individui e l'ambiente circostante. Con il variare di questo rapporto variano anche i risultati del processo. Ma se questa è la legge che governa I'evoluzione degli animali e delle piante, perché non dovrebbe valere anche per l'uomo?


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