venerdì 14 giugno 2013

RAGAZZO MORSO DA UN RAMARRO (Boy Bitten by a Lizard) - Caravaggio


Ragazzo morso da un ramarro (1593) - Caravaggio
Firenze, Fondazione Longhi
Olio su tela cm 66 x 39

"Parea quella testa veramente stridere e il tutto con diligenza era lavorato". 
Le parole del Baglione mettono I'accento su due caratteristiche di questa opera giovanile di Caravaggio, una delle prime a noi note: la guizzante presa realistica dell' espressione di dolore e di stupore (collegabile alla ricerca di Leonardo sui "moti dell'animo" ) e l'impeccabile precisione della natura morta, in cui spicca l'ampolla di vetro spesso riprodotta da Caravaggio
agli inizi del periodo romano.

Sfrondata da apocrifi e copie, alcune delle quali ci hanno peraltro conservato la memoria di originali perduti, l'attività dei primi anni romani del Caravaggio segue soprattutto temi "di genere": non scene sacre, storiche o mitologiche, ma personaggi intenti in occupazioni quotidiane, spesso spunto per acute osservazioni psicologiche, come il Ragazzo morso da un ramarro della Fondazione Longhi a Firenze, o pretesto per stupendi brani di natura morta come il Giovane con un cesto di frutta della Galleria Borghese e il Bacco degli Uffizi. 
Nei suoi primi dipinti Caravaggio dimostra il rapporto con la tradizione lombarda attraverso preziosi riferimenti al naturalismo del Savoldo; raggiunta faticosamente l'indipendenza, rivela poi una predilezione per soggetti popolareschi - espressa in tele come i Bari e La buona ventura, conosciute in numerose versioni - e musicali: il Concerto di giovani del Metropolitan Museum di New York e il finissimo Suonatore di liuto dell'Ermitage sono il preludio per l'incantevole angelo violinista nel Riposo nella fuga in Egitto della Galleria Doria Pamphilj di Roma (circa 1594).


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UMANESIMO E RINASCIMENTO (1400-1600) - Il metodo sperimentale (Humanism and the Renaissance - The experimental method)

Cogito, ergo sum
    
 IL PROBLEMA DEL METODO

Alla fine del Cinquecento il nuovo spirito e il nuovo pensiero erano ormai maturi. La scienza e la filosofia sapevano ormai quale fosse la loro natura e quale fosse il loro compito; si trattava ora di fornirle d'uno strumento appropriato ed efficace, di tracciare una via sicura. Sorgeva così il problema del metodo.
Come avviene sempre nei periodi di rinnovamento, si ebbe anche allora la tendenza a screditare, oltre I'oggetto della speculazione, anche il modo di filosofare del Medio Evo e a sopravvalutare, ammirandone i risultati già conseguiti, il libero esercizio della ragione e l'osservazione diretta delle cose. 
La scienza della natura, entrata in campo fresca e risoluta, e già ricca, giovane com'era, di successi, pareva dovesse dare le nuove norme anche alla filosofia, che si attardava alquanto sulle vie del passato.
Ma da che cosa venivano la forza e la certezza al nuovo pensiero? Gli venivano dai dati di fatto dell'esperienza, che gli fornivano il contenuto positivo, oppure dal rigore matematico con cui la ragione ne faceva la sistemazione e la sintesi? E nel caso che esperienza e ragione vi concorressero entrambe, qual ne era il fattore prevalente? Qual era quello che dava al conoscere il carattere della necessità, proprio della scienza?  Empirismo, dunque, o razionalismo?
La questione del metodo includeva quella del conoscere. E la questione della conoscenza è sempre intimamente connessa con quella della realtà.


 LA SOLUZIONE -  FRANCESCO BACONE

Francesco Bacone (Francis Bacon)
   
Già per tutto il Cinquecento il problema del metodo era stato affrontato e si erano fatti tentativi di soluzione, poco riusciti. Una trattazione metodologica, che fosse veramente nuova ed esauriente, si attendeva ancora. Non fa eccezione, benchè sia notevole per ingegnosità, nemmeno il De Methodo investigandarum tradendarumque scientiarum del trentino Jacopo Aconcio, pubblicato già nel 1558 e allora tradotto in tutte le lingue. Si ebbero certamente valorosi precursori nei nostri scienziati, come Leonardo e Telesio; ma la formulazione delle leggi del metodo in modo esplicito e dottrinale è fatta da Bacone, da Galileo, da Cartesio.

Francesco Bacone, nato a Londra nel 1561, fatto barone di Verulamio, fu uomo politico e filosofo. Come statista (durante il regno di Giacomo I Stuart) fu dapprima assai fortunato, ma poi, accusato di corruzione e di venalità, perdette ogni potere e fu condannato a una grave pena. Graziato dal re, si ritrasse a vita privata e riprese gli studi. Come filosofo, conseguì molta fama con le sue opere, De dignitate et augmentis scientiarum e Novum Organum, che dovevano essere seguite da altre quattro, per compiere una grande Instauratio magna scientiarum. Morì nel 1621.

I filosofi inglesi si sono in generale sempre rivolti all'esperienza, piuttosto che alla speculazione metafisica. Nel Cinquecento e nel Seicento il progresso scientifico favorì questa tendenza, che ebbe una notevolissima espressione in Bacone. Questi non costruì un vero e proprio sistema filosofico nuovo, poichè si occupò soprattutto di analizzare e sostenere il metodo d'osservazione e d'induzione
Non inventò la scienza sperimentale nè i suoi procedimenti, alcuni dei quali, come ho detto, erano già in uso, ma ne fece una trattazione compiuta e organica. Non si domandò che cosa l'uomo conosca, nè perchè conosca, ma come l'uomo conosca.
Insegnò che le cognizioni scientificamente valide non si derivano, nè da Aristotele nè da nessun'altra autorità tradizionale, ma dalla natura direttamente e convenientemente interrogata. 
Bisogna fare appello alla realtà delle cose e alla sana ragione. Sgombrata la mente dai pregiudizi naturali e acquisiti (idola tribus, comuni a tutta la specie umana e dovuti a inganni provenienti dai sensi e dall'immaginazione; idola specus dovuti a difetti personali ; idola fori, dovuti alle relazioni sociali e alla imperfezione del linguaggio; idola theatri, dovuti ai libri e alle scuole), è necessario applicare il metodo empirico, induttivo, nella ricerca della verità e nella spiegazione della natura, con osservazioni molteplici e varie, affidandone i risultati alle tre tavole di presenza, di assenza e di grado.

Nella tavola di presenza si notano fatti nei quali si trova una determinata qualità, per esempio, il calore; nella tavola di assenza si notano fatti nei quali essa non si trova; nella tavola dei gradi si notano fatti nei quali essa si trova in grado diverso. Così si potranno mettere in evidenza le condizioni necessarie e sufficienti del fenomeno calore.
Per due fasi quindi si passa: negativa (pars destruens) e positiva (pars construens). Intento ultimo è la determinazione delle cause dei fatti naturali e la formulazione delle loro leggi: cause e leggi, che sono l'essenza dei fatti medesimi.


INCREMENTO DELLE SCIENZE


Bacone dettava le leggi del metodo sperimentale in un tempo in cui il pensiero scientifico era già notevolmente maturo. La scienza aveva già avuto e continuava ad avere cultori illustri. 
Ricordo solo alcuni nomi, fra i più famosi. 


Leonardo - Autoritratto (1513 circa) Torino, Biblioteca Reale
Leonardo (Vinci 1452-1519), autore del Codex atlanticus e di molti altri scritti scientifici, fu genio enciclopedico, applicatore del metodo sperimentale un secolo prima di Galilei.
Per lui, la sapienza è figlia dell'esperienza, la quale consiste nell'osservazione dei fatti, nell'induzione e generalizzazione delle leggi in essi riscontrate, nell'esperimento che le comprovi, nell'applicazione delle matematiche per rappresentarli con precisione, nella deduzione di un principio da un altro. 
Fu grande in ogni ramo della fisica, specialmente nella meccanica (idraulica, balistica, studi sull'aviazione).



Monumento a Nicolò Copernico
Nicolò Copernico (Thorn in Polonia 1473-1543) fu l'autore del De revolutionibus orbium coelestiumVisse parecchi anni anche in Italia, ove studiò a Bologna, Padova e Ferrara. Rimise in onore il sistema eliocentrico, partendo dal principio della semplicità della natura e da quello della relatività.
Concepì l'universo come finito, limitato dal cielo delle stelle fisse, con centro il sole e con la terra rotante intorno ad esso e su se stessa. Per Copernico, tale teoria voleva essere un'ipotesi matematica per semplificare la spiegazione dei fenomeni astronomici.
Attaccata da Lutero e da Melantone, passò nei primi tempi inosservata ai cattolici; sostenuta, e integrata dal Bruno, dal Keplero e soprattutto da Galilei, acquistò credito, fu ritenuta infondata, contraria alla Bibbia e fu combattuta.


William Gilbert
William Gilbert (Colchester, 1544-1603) fu autore del De magnete magneticisque corporibus et de magno magnete tellure ...  Ebbe lodi da Galilei, applicò il metodo sperimentale, studiò il magnetismo, sostenne la teoria di Copernico, ammettendo in più l'infinità dell'universo, studiò l'elettricità, ripigliando l'antico esperimento di Talete con lo strofinio dell'ambra e ripetendolo su altri corpi. Determinò i corpi capaci di elettrizzarsi (idioelettrici), inventò la prima macchina elettrica (elettroscopio); gettò le fondamenta della scienza dell'elettricità, usandone per primo il nome.


Giovanni Keplero
Giovanni Keplero (Weil der Stad nel Wurtemberg 1571 - Ratisbona 1630) scrisse L'Astronornia nova. Si occupò soprattutto di astronomia matematica, fu amico e ammiratore di Galilei, sostenne la tesi copernicana. Famose sono le leggi di Keplero sul movimento dei pianeti: 
1) I pianeti descrivono orbite ellittiche, di cui il sole occupa uno dei fuochi. 

2) Le aree descritte dai raggi vettori, che uniscono i pianeti ai sole, sono proporzionali ai tempi impiegati a descriverle

3)  I quadrati dei tempi delle rivoluzioni planetarie sono proporzionali ai cubi degli assi maggiori delle corrispondenti ellissi.

L'Italia non fu certo estranea all'elaborazione della scienza sperimentale. Oltre Leonardo, al nome del quale posso aggiungere quello di un altro genio enciclopedico, Leon Battista Alberti  (1406-1472), ricordo che il Telesio fondava l'accademia scientifica cosentina a mezzo il Cinquecento e precorreva Bacone nell'uso dell'induzione, e che il grande Galileo Galilei era quasi contemporaneo del filosofo inglese.


GALILEO GALILEI 
LA QUESTIONE DEL SISTEMA TOLEMAICO 
DI QUELLO COPERNICANO

Galileo Galilei 
   
Galileo Galilei nacque a Pisa nel 1564. Fu professore a Pisa, a Padova, a Firenze. Sostenne la teoria eliocentrica copernicana, per cui fu censurato dal tribunale romano del Santo Ufficio. Morì nel 1642.
Galilei vide meglio di Bacone il vero carattere dei metodo induttivo e ne precisò i tre momenti dell'osservazione, dell'ipotesi e della verifica. Alla dottrina unì l'applicazione pratica; scoprì la legge della caduta dei gravi, i satelliti di Giove, le montuosità della luna, le macchie solari, le fasi di Venere, gli anelli di Saturno. A lui si deve, se non l'invenzione, almeno l'uso primo del telescopio.

La pratica continua dell'osservazione e le polemiche con gli aristotelici lo condussero a porre e a risolvere problemi d'indole più propriamente filosofica; come quello delle qualità dei corpi, al quale dava la medesima soluzione data da Democrito, distinguendo le qualità in primarie o oggettive e secondarie o soggettive: soluzione che da lui ripeteranno il Descartes e il Locke. 
Il metodo galileiano è il miglior metodo scientifico, in cui si contemperano osservazione e ragionamento, induzione e deduzione. 
Degli scritti di Galilei ricordo: Sidereus Nuncius..., Il Saggiatore..., Il Dialogo dei massimi sistemi..., i Discorsi su due scienze nuove e attinenti alla meccanica.

Galileo "sgombrava le vie del firmamento" al celebre scienziato inglese Isacco Newton, nato lo stesso anno della morte del Pisano e sostenitore ed applicatore come lui del metodo scientifico integrale.
Newton morì nel 1727 e la sua opera maggiore è: Principi di filosofia naturale.

La mentalità nuova e l'incremento della matematica, della fisica e dell'astronomia portarono nel Cinquecento a metodi più diretti e liberi di ricerca e alla formulazione di ipotesi, che permettessero una più soddisfacente spiegazione dei fenomeni della natura. 
Contributo notevole fu dato anche dall'aumentata conoscenza del pensiero scientifico antico (presocratico ed ellenistico) e dall'elaborazione già fattane dagli Arabi. Discussioni vivaci e feconde si facevano fra tolemaici e averroisti, fra aristotelici e sperimentalisti. Manifestazioni furono il pensiero filosofico e critico del Rinascimento, la metodologia e la scienza del Cinquecento. Espressione tipica fu la questione dibattuta intorno al sistema tolemaico e a quello copernicano, provocata dalla teoria proposta dal Copernico.
Aristotelici, scolastici, teologi, in nome della tradizione, dei dati sensibili e dell'autorità filosofica (Aristotele) e religiosa (Bibbia), sostenevano la concezione geocentrica. Pochi scienziati novatori, come Galilei e Keplero, sostenevano la rinnovata concezione eliocentrica, come quella che dà dei rapporti di movimento fra sole e terra e gli altri pianeti una spiegazione più chiara ed esauriente.

Famosa opera relativa a questo dibattito è il Dialogo dei massimi sistemi del già rammentato Galilei.
Gli interlocutori sono tre: Simplicio, Salviati (che rappresenta Galilei) e Sagredo. 
Galileo Galilei dimostra che la terra, come gli altri pianeti, è senza luce propria; che si muove; che il moto rotatorio della terra non scaglia lontano gli oggetti, perchè questi sono attratti verso il centro da una forza superiore a quella centrifuga; che l'aria non resiste nè percuote con violenza gli oggetti della terra che gira, perchè anch'essa partecipa al suo moto; che gli oggetti lanciati si muovono relativamente agli oggetti non lanciati, ma che anche questi si muovono con quelli e con la terra relativamente agli altri corpi celesti, ciò che implica una teoria di movimenti assoluti e relativi, di coesistenza, dipendenza e composizione dei movimenti.
Galilei mostra infine come il sistema tolemaico non spieghi vari fenomeni constatati nei rapporti di movimento degli astri, mentre il sistema copernicano li spiega. ( * )

Una soluzione intermedia fu quella dello svedese Tycho Brahe (1546-1601), che escogitò una complicata teoria fra geocentrica ed eliocentrica, per la quale i pianeti girerebbero intorno al sole e questo, con quelli, girerebbe in un anno intorno alla terra, immobile.


INFLUENZA DEL RINASCIMENTO ITALIANO NEL PROCESSO FORMATIVO DEL PENSIERO MODERNO

Quando si parla di umanesimo e di Rinascimento, si pensa subito alle lettere e alle arti. Indubbiamente esse trionfarono, soprattutto in Italia, e la rinascita letteraria e artistica italiana fu motivo ed esempio a quella delle altre nazioni. Ma come le lettere e le arti sono espressione della vita spirituale di un dato tempo, così questa è effetto di una speciale concezione della realtà, ossia d'un "pensiero" filosofico, vago e relativamente passivo nella coscienza comune, attivo e tendente alla piena consapevolezza nella coscienza dei dotti.
Gli umanisti che studiavano e riproducevano lo stile greco e latino, finivano con l'arrivare, attraverso le lingue, al pensiero degli antichi e a riviverlo. Anche se avevano un dichiarato intento linguistico, questo si tramutava, nelle loro stesse menti, in un mezzo per l'attuazione d'uno scopo filosofico.
A partire dal secolo XI lo spirito cristiano si era andato maturando, come la storia ci dimostra facendoci assistere al rapido e continuato risveglio in tutti i campi di attività: sociale, politico, giuridico, economico, filosofico, artistico. Era ovvio che da un tale accumulamento di energie si sprigionasse il Rinascimento; com'era naturale che, essendo stata l'Italia la protagonista di tutto ciò, per la maggiore sua romanità e cattolicità, si avesse ora in essa, prima e più che in altri Paesi, la pienezza della nuova vita culturale, destinata a suscitare, da noi e altrove, scienziati e artisti, invenzioni e scoperte; a muovere idee e popoli; a provocare rivolte e riscosse.
A dare all'Italia questo compito di prima elaborazione e di propulsione, altri fattori concorsero. 
Le crociate fallirono al loro scopo di conquista duratura, ma servirono a temprare lo spirito combattivo dei cristiani per un comune ideale, quasi a pratica conferma della conseguita unità della fede; e servirono ancora a moltiplicare i rapporti con arabi e con bizantini, cioè con mondi culturali ricchi e diversi dal proprio; e servirono pure ad arricchire le nostre repubbliche, contribuendo a dare all'Italia quelle forze economico-sociali, che sono mezzi necessari all'incremento civile e culturale d'un popolo. Specialmente Costantinopoli e la Grecia erano ancora custodi delle tradizioni letterarie e filosofiche dell'antichità. 
Ebbene, già nel 1439, in occasione del concilio di Firenze per l'unione delle Chiese, molti dotti greci e colti prelati ortodossi convennero in Italia e alcuni vi rimasero; fallì, in definitiva, il voluto scopo religioso, ma dall'importante convegno trasse giovamento la cultura. Abbiamo già visto che Firenze e altri centri culturali d'Italia divennero allora focolai di filosofie classiche, anche per effetto della caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi. L'Italia ridiventò, dal punto di vista letterario, artistico e filosofico, ciò che era stata duemila anni prima, cioè al tempo di Parmenide e di Pitagora. E fu una quarta volta maestra al mondo.
Non voglio dire che tutta la scienza di quel tempo fosse italiana, anche se Copernico e altri uomini d'oltralpe studiarono in Italia; anche allora la cultura era cosmopolita, come era realtà di diritto e di fatto l'universalismo cristiano. Ma si può ben concludere, dopo quanto s'è detto, che dal Rinascimento italiano è partito e ha tratto i suoi "motivi" il processo formativo del pensiero moderno.
Il naturalismo nella scienza, il monismo nella filosofia, coi loro derivati, quali lo sperimentalismo, l'empirismo, l'immanentismo, il positivismo e l'idealismo, sbocciarono dal nostro Rinascimento; e se costituiscono, come si vuole, le linee maestre del pensiero moderno, è indubbio che la traccia di tali linee maestre si trova nel nostro Rinascimento.
Il genio universale di Leonardo basterebbe da solo a confermarlo. Con lui siamo nel primo fiore del Rinascimento. Nel periodo maturo ecco un altro precursore gigantesco, Galileo Galilei. E, tra loro, il Pomponazzi insegna a distinguere ragione e fede a tanti che lo seguiranno, non escluso il Descartes; Andrea Cesalpino precorre lo Harwey, il Descartes, lo Spinoza; Bernardino Telesio fonda la prima accademia scientifica moderna e influisce notevolmente, coi suoi scritti, su Francesco Bacone; Giordano Bruno prepara il monismo sostanzialistico dello Spinoza, la monadologia del Leibniz, l'evoluzionismo panlogico
dello Hegel; il Campanella spiega il sorgere del Descartes e inizia tanto lo psicologismo ontologico, maturato poi nel famoso Cogito, quanto l'idealismo empirico della scuola inglese.
È vero che i nostri filosofi del Rinascimento non presentano generalmente un chiaro e, per così dire, filtrato sistema. Nè poteva essere diversamente; rapida era stata l'evoluzione del nuovo pensiero. Ma questa loro turgida e alle volte confusa complessità, non priva nemmeno di contraddizioni e che d'altronde si limita al campo filosofico, è segno di spontaneità, originalità, ricchezza di idee feconde.
Non dobbiamo, dunque, cercare nelle loro dottrine quello svolgimento lineare nè quella sicurezza riflessa e vigilata, che troviamo nei grandi "sistematici" della filosofia europea immediatamente successivi. Metto tuttavia in rilievo la reale aderenza dei nostri filosofi del Rinascimento allo spirito vivo del loro tempo in italia, mentre la filosofia dotta successiva si andò sempre più. separando dalla vita vissuta, e quando nel Settecento e nell'Ottocento parve nuovamente costituire l'espressione della cultura generale, dovette acconciarsi a divenire quella facile dottrina che si chiamò, prima, razionalismo sensistico e poi positivismo.

Quanto a noi Italiani, abbiamo naturalmente ricevuto, dopo il Rinascimento, gli influssi di ritorno, in tutti i campi: influssi che, se abbiamo accolti, non si può dire abbiamo veramente assimilati. Non abbiamo fatto nostro il protestantesimo tedesco nè l'inquisizione spagnola, non molto a fondo la rivoluzione francese e, per lo più, in quanto si connetteva con aspetti del nostro spirito nazionale e civile, risvegliatosi nel Settecento. Quanto al razionalismo puro, contro di esso si levò, fin dal primo Settecento, il Vico, e contro il sensismo e, insieme, contro l'idealismo assoluto di marca straniera si levò, sul primo Ottocento, Antonio Rosmini.


( * ) Il Galilei fu fedele alla religione, non meno che alla scienza; atomista in fisica, fu spirituarista in Iilosofia; indagatore e scopritore delle leggi meccaniche della natura e assertore delle cause eftcienti e finali e della Causa prìma. - A proposito del noto processo e della condanna di Galileo, riporterò quanto ne scrissi altrove: 
"Nel 1616 il Galilei fu ammonito dal Santo Uffizio (che proprio allora aveva emanato un decreto di censura della teoria copernicana) ad abbandonarla. Promise di farlo. Nel 1632 credette di poterne trattare imparzialmente, presentandone il pro e il contro; in realtà la sosteneva. Lo fece nel celebre Dialogo. Nel 1633, quantunque la pubblicazione del Dialogo fosse avvenuta con licenza dei revisori ecclesiastici, si ebbe il processo. Galileo fini per confessare di aver avuto l'intenzione di sostenere la teoria copernicana e firmò una formula d'abiura di essa, come eretica. Fu condannato. - Nella complessità di elementi e nel sistema penale del tempo va cercata la spiegazione di giudizi contrastanti che si sono sempre dati sul processo galileiano, celebre per le parti in causa, per la questione scientifica ché ne stava a fondamento e per una più alta e generale questione di principio che implicava. - La condanna al carcere perpetuo, fu quasi subito commutata in quella di residenza obbligata. Il Galilei rimase per breve tempo nella villa Medici a Roma, e successivamente a Siena nel palazzo dell'arcivescovo di quella città, poi, sempre dedito agli studi, e fino alla morte, nella propria villa di Arcetri, presso Firenze.






CATERINA II DI RUSSIA - Catherine II of Russia

Caterina II di Russia
     
Un giorno d'inverno del 1742, a Brunswick, in casa di una vecchia duchessa, si trovarono riunite alcune ragazze appartenenti alle più nobili famiglie tedesche. Dopo cena, per movimentare un poco la serata che si prospettava monotona, qualcuno, propose di invitare un anziano canonico, che si dilettava di chiromanzia.
Era solo un gioco, ma quando le ragazze tesero la mano al vecchio perché vi leggesse il destino, tutte speravano di sentirsi predire una corona che promettesse loro gli splendori di una corte più fastosa di quella in cui erano cresciute.
Fu una delusione generale. Il vecchio chiromante, incapace di mentire, scuoteva la testa e mormorava parole di generico compiacimento. Ma all'ultima mano si arrestò di colpo e fissò negli occhi la ragazza che gli stava di fronte. Infine esclamò: 
"Incredibile! Vedo addirittura tre corone!".

La favorita del destino era una ragazza tredicenne con capelli castani, occhi bruni, mento aguzzo e carnagione di un colore abbagliante. Piuttosto bassa di statura, l'abitudine di camminare col busto eretto la faceva sembrare più alta di quanto non fosse in realtà. Si chiamava Sofia Augusta Federica ed era figlia del principe Cristiano Augusto di Anhalt-Zerbst e della principessa Giovanna Elisabetta di Hdlstein. Era nata a Stettino il 2 maggio 1729. Nulla indicava in lei una futura sovrana.
La profezia del vecchio canonico non venne presa sul serio. Forse solo l'interessata ci credette, ma ebbe l'accortezza di nascondere agli occhi di tutti la propria gioia. Per il momento, le conveniva attendere la chiamata del destino. Allora si che sarebbe balzata alla ribalta e avrebbe fatto sentire quali artigli si nascondevano in una semplice ragazza tedesca allevata al culto dell'obbedienza.

Tuttavia l'ambiziosa fanciulla non poteva prevedere quello che sarebbe accaduto di lì a un anno. Certamente pensava di avere più tempo per prepararsi. E invece, a sua insaputa, il destino si era già messo in moto e accelerava ormai il corso degli eventi che un giorno avrebbero fatto di lei.la donna più potente, più esaltata e più vituperata d'Europa e del mondo.
Ma non anticipiamo. Dopo la serata rivelatrice di Brunswick, Sofia seguì i genitori nella solitaria residenza di Zerbst. E lì, alla fine del 1743, suo padre, credendo di aver toccato l'apice della propria fortuna, decise di festeggiare con insolito fasto I'avvento del nuovo anno.


IL "CORRIERE" DEL DESTTNO

Ritratto della duchessa Caterina Alexeyevna (Louis Caravaque) 
  
Erano tutti riuniti attorno alla tavola imbandita per la cena di mezzanotte quando un "corriere" proveniente da Berlino, recò una lettera alla principessa Giovanna Elisabetta, madre di Sofia. Si trattava di un invito a raggiungere immediatamente la Corte imperiale russa a Pietroburgo o a Mosca. Benché non recasse la firma dell'imperatrice Elisabetta I, il dispaccio era senza dubbio la manifestazione di una grave decisione presa dalla sovrana, Ma quale?

II mistero fu svelato due ore dopo, quando un altro "corriere" recò alla sbalordita Giovanna Elisabetta una lettera del re Federico II di Prussia. Questi parlava chiaramente di un progettato matrimonio fra I'erede al trono di Russia, il granduca Pietro, e la piccola Sofia.
Allora la trama del destino si fece palese e tutti gli avvenimenti degli ultimi anni acquistarono un senso preciso, Giovanna Elisabetta vide nei due messaggi la possibilità di riscattare finalmente un'esistenza piuttosto mediocre, e nell'euforia del momento quasi dimenticò la figlia, considerandola un elemento di secondo piano.

Sofia non era disposta a subire le prepotenze della madre. I suoi occhi ardenti, a chi avesse saputo leggervi, lo rivelavano. Soltanto suo padre si preoccupava per lei e guardava con timore al distacco; forse si sarebbe opposto, se non si fosse trattato di contrastare la volontà di due sovrani così potenti.
La partenza avvenne una decina di giorni dopo. Sofia recava con sé un ben misero corredo "due o tre abiti, una dozzina di camicie, altrettante paia di calze e un certo numero di fazzoletti".. Ma uno zio vi aggiunse un superbo taglio di stoffa azzurra laminata d'argento, quasi a simboleggiare lo sfarzo che l'attendeva nella lontana Russia.
Madre e figlia fecero una prima sosta a Berlino, dove incontrarono il re, di Prussia Federico il Grande. Il sovrano fu gentile e affettuoso, spiegò a Giovanna Elisabetta la situazione alla Corte di Russia, le promise tutto il proprio appoggio e le assicurò che il matrimonio in ogni caso sarebbe giunto in porto.
II viaggio fu ripreso, fra i rigori dell'inverno, che minacciavano la vita della futura imperatrice, costretta con la madre ad alloggiare in camere gelate e a sottoporsi a strapazzi d'ogni sorta. Ma proprio quando erano giunte allo stremo delle loro forze, tutto cambiò di colpo. Varcato il confine della Russia, le attendeva un'accoglienza da "Le mille e una notte".

Giunta a Riga, ricevendo alle porte della città gli omaggi delle più alte autorità civili e militari, Sofia comincia a intravedere il suo destino futuro.
Allora con uno scatto superbo solleva la testa ed entra nella carrozza di gala che I'attende. Poi dà un segnale e il corteo si mette in marcia verso il castello, mentre i cannoni tuonano in segno di giubilo.

Gli avvenimenti che seguono sembrano appartenere al sogno, più che alla realtà; un sogno tale da esaltare anche il cuore più freddo. Scortate da un drappello di corazzieri imperiali, madre e figlia arrivano a Pietroburgo.
Vi si fermano appena il tempo necessario per rifornire il proprio guardaroba, quindi si rimettono in viaggio alla volta di Mosca. L'ordine dell'imperatrice è di raggiungere la Corte entro il 9 febbraio, compleanno del Granduca Pietro. 
Per non mancare all'appuntamento, si procede senza soste, giorno e notte, sforzando i cavalli al massimo.
Quando Sofia, giunta alla meta, scende dalla slitta che I'imperatrice ha messo a sua disposizione per rendere più celere e più agevole il viaggio, ha la sensazione che in quell'istante abbia inizio per lei una nuova vita.
Non è più la modesta principessa tedesca, è già la futura sovrana del vasto impero che getta la sua ombra su tutta l'Europa.


LO SGUARDO DI BELVA

Caterina II come zarina di Russia dipinta nel 1762 da Ivan Argunov 
  
La corte di Elisabetta è dominata dal capriccio e dall'intrigo. L'imperatrice, che ha conquistato il potere detronizzando e imprigionando il legittimo zar Ivan di Brunswick, ora ha rotto ogni freno. Passa da un amante all'altro, invecchiando precocemente negli stravizi, e lascia che la corruzione dilaghi.

Sofia si rende subito conto che un solo passo falso può distruggere il grande sogno che l'ha portata a Mosca. Il suo matrimonio col granduca non è affatto sicuro. Potenti personaggi lo avversano apertamente, altri si mantengono neutrali, altri infine tramano nell'ombra. E quali armi ha lei per difendersi?
Straniera, ancora quasi una bambina, priva di esperienza, ben presto si accorge di non poter far affidamento nemmeno sulla madre. Né può trovare nell'amore conforto alla lotta.
Il granduca Pietro è brutto, dispotico, vizioso, grossolano. Da bambino lo chiamavano il piccolo diavolo , e solo il capriccio di Elisabetta ha fatto di lui I'erede al trono. Infatti non sa nulla della nuova patria (è tedesco), non ne parla la lingua, non si cura di riuscire simpatico alla gente. Riserva la sua ammirazione esclusivamente al re di Prussia, Federico il Grande, di cui scimmiotta ogni gesto.
Ma I'unica via per raggiungere il trono passa per il granduca e Sofia reprime I'orrore e il ribrezzo che egli suscita in lei, si mostra tenera e affettuosa, spinge la propria dissimulazione fino a trovare adorabile il suo volto butterato dal vaiolo. E alla fine vince.

Il 21 agosto vennero celebrate le nozze. La ragazza che andò all'altare non si chiamava più Sofia Augusta Federica: un anno prima, abiurando la propria fede, aveva abbracciato la religione ortodossa, assumendo il nome di Caterina Alexeyevna.
Inoltre, per completare la sua trasformazione, si era messa a studiare il russo. Rimaneva alzata di notte, in una stanza gelata, e lo sforzo le aveva causato una malattia che I'aveva condotta sull'orlo della tomba. In compenso questo episodio era valso a rompere il ghiaccio tra lei e il popolo.

Diventando la legittima moglie dell'erede al trono, Caterina compiva il primo grande passo sulla via del proprio destino. Tuttavia, altre dure prove l'attendevano. 
Mentre la madre lasciava la Russia, ella iniziava una drammatica convivenza col marito, che sembrava provare un sadico piacere nell'offenderla e umiliarla anche in pubblico.
Caterina subì in silenzio tutte le angherie e dopo anni di lotta silenziosa ottenne la vittoria.
Si vendicò del marito aprendo le braccia al bellissimo Sergio Saltykof, che fu poi soppiantato dall'affascinante Stanislao Poniatovski. Intanto, circa a dieci anni dall'inutile matrimonioaccontentava l'imperatrice Elisabetta dando alla luce un bambino, cui venne imposto il nome di Paolo e la cui effettiva paternità fu dai contemporanei attribuita all'amante del momento Saltykof. Poi, quando già trionfava Poniatovski, nacque una bambina, Anna.

Soddisfatta come donna, ora Caterina badava a premunirsi da eventuali attacchi allargando la cerchia delle amicizie.
Abile commediante a poco a poco riuscì a creare intorno a sé una piccola corte disposta a tutto. Era il piedistallo che le occorreva per il grande balzo a cui forse già pensava in segreto.
Un diplomatico che la conobbe in questo periodo, così la descrive: 

"La granduchessa è romantica, ardente, appassionata; ha l'occhio brillante, lo sguardo fascinatore, vitreo: uno sguardo di belva, la sua fronte è alta e, se non m'inganno, è scritto su di essa un lungo e spaventoso avvenire. Ella è premurosa, affabile: ma, quando mi si avvicina, indietreggio per un movimento del quale non sono padrone. Mi fa paura".


LA CONGIURA CONTRO IL MARITO

Caterina II in abiti imperiali

Erano le cinque del mattino del 9 luglio 1762. Nella residenza estiva di Peterhof, a breve distanza da Pietroburgo, Caterina dormiva. Suo marito, che dopo la morte dell'imperatrice Elisabetta I, avvenuta il 5 gennaio di quello stesso anno, era stato proclamato zar col nome di Pietro III, se ne stava invece a Oranienbaum con la sua amante del momento, Elisabetta Vorontsof: donna intrigante e ambiziosa alla quale si attribuiva il progetto di diventare la moglie legittima dell'imperatore.
Caterina sapeva tutto questo ma faceva finta di nulla. In una corte dove l'intrigo e il delitto erano frequenti, le era sembrato prudente fingere un'assoluta indifferenza. In compenso non aveva mancato di prendere le misure per fronteggiare un eventuale tentativo di privarla dei suoi diritti o, peggio ancora, di eliminarla con la violenza.
L'uomo sul quale Caterina contava era Grigory Orlov, un gigante biondo che, con i suoi fratelli ufficiali come lui, aveva in pugno i quattro reggimenti della Guardia Imperiale. E non erano forse stati proprio questi soldati a collocare Elisabetta I sul trono di Russia?

Caterina indubbiamente amava Orlov, che era succeduto nelle sue grazie a Saltykof e a Poniatovski, ma sapeva anche apprezzare i servizi ch'egli e i suoi fratelli potevano offrirle. Perciò lo aveva colmato di favori.

Gregorio era un soldato. Aveva poche idee, una scarsa fantasia, ma un coraggio a tutta prova.
E poi era un russo autentico e non poteva sopportare la fanatica ammirazione di Pietro III per il prussiano Federico il Grande. In Caterina egli vedeva la sovrana ideale, l'autentica piccola madre, del suo sterminato paese; oltre che la propria invidiabile amante.

Era un tratto caratteristico della personalità di €Caterina, quello di tenere distinte l'attività politica dalla vita sentimentale. A guardarla con gli occhi di Orlov, si poteva addirittura supporre
che vi fossero in lei due donne: la sovrana e l'amante. Di esse, la prima era di gran lunga la più fidata. Sulla seconda, in- vece, Orlov poteva contare solo fino a un certo punto: un giorno o I'altro lo avrebbe abbandonato senza rimpianti per concedersi a un nuovo favorito.

Ma per il momento Grigory Orlov trionfava e la devozione e l'ambizione si univano in lui spingendolo a rischiare la testa pur di contrastare gli oscuri disegni di Pietro III. Fu così che egli decise di prendere parte alla congiura che mirava a favorire il trionfo di Caterina nella sua lotta contro il marito.
Le cose erano a questo punto, quando l'inatteso arresto di un giovane ufficiale fece precipitare la situazione. Temendo di essere scoperti, Grigory e i fratelli decisero di passare subito all'attacco, approfittando dell'assenza dello zar da Pietroburgo. Ma bisognava avvertire Caterina e farle assumere le proprie responsabilità. Si trattava di una missione delicata e rischiosa. Dopo un breve consiglio, i congiurati l'affidarono ad Alessio Orlov, che saltò su una carrozza e spronò i cavalli sulla strada di Peterhof.


LA CORSA NELLA NOTTE

Caterina II nel tempio dedicato alla Dea della Giustizia (Dmitry Levitsky)
   
Alessio Orlov non aveva le maniere gentili di un diplomatico. Quella fatale mattina del 9 luglio 1762 egli penetrò ansante nella stanza dove dormiva Caterina e la svegliò bruscamente.
"Bisogna partire!", le disse senza spiegazioni. Dal canto suo, Caterina non chiese nulla. Si vestì in fretta e, seguita da una cameriera, raggiunse la carrozza, vi salì mentre Alessio saltava a cassetta e con un colpo di frusta metteva in moto i cavalli.
La grande avventura era incominciata. A metà cammino i cavalli, stremati dalla corsa folle, si accasciarono a terra. Per fortuna passò di lì il carro di un contadino e si potè così procedere al cambio.

Erano circa le sette del mattino quando la carrozza giunse in vista di Pietroburgo. A breve distanza dalla capitale, attendevano Orlov e un altro congiurato, il principe Bariatinski, che avevano con sé una carrozza con cavalli freschi. Caterina fu invitata a salire e la comitiva si mise in marcia verso la sede del reggimento "Ismailowski".
Ormai gli avvenimenti precipitavano. Sfruttando la sorpresa, Grigory Orlov penetrò nella caserma designata per il colpo e ordinò di far rullare i tamburi e radunare i soldati. 
Quando ebbe davanti gli uomini, insonnoliti e in disordine, gridò loro di acclamare Caterina imperatrice e inviò due amici fidati a cercare un prete.
Poco dopo un sacerdote spaventato giunse al palazzo dove alloggiava il reggimento "Ismailowski". Gli fu detto di sollevare la croce che gli avevano fatto portare e di pronunciare una formula di giuramento. Obbedì senza discutere. I soldati si inchinarono, e attesero una distribuzione speciale di vodka.
Nel giro di qualche ora anche gli altri tre reggimenti della Guardia aderirono al colpo di stato. Caterina aveva battuto sul tempo il marito. Un diplomatico napoletano commentò:
"II trono di Russia non è né ereditario né elettivo: è occupativo".

E Pietro III? Solo il giorno dopo, 10 luglio, apprese ciò che era accaduto a Pietroburgo.
Cercò di reagire, facendo leva sulle truppe che gli erano rimaste fedeli, ma non riuscì a concludere nulla. 
"Si è lasciato detronizzare come un bambino che viene mandato a dormire", commentò poi il suo idolo Federico il Grande. Infatti non venne sparato un colpo di fucile.
C'è qualcosa di fatale nell'azione svolta da Caterina in quei drammatici giorni di luglio. Nel momento in cui la sua causa parve in pericolo, ella non esitò a indossare la divisa e a mettersi alla testa delle sue truppe.
Forse anche perché impressionato dall'atteggiamento bellicoso della moglie Pietro III abdicò, sperando così di aver salva la vita. Gli fu promesso che nessuno gli avrebbe fatto del male e venne rinchiuso provvisoriamente in un palazzo di Ropca, a circa 30 chilometri da Peterhof. 
Ma pochi giorni dopo, il 17 luglio, qualcuno lo uccise a tradimento. La voce pubblica indicò come assassino l'Orlov.


LA SEMIRAMIDE  DEL NORD

Grigory Orlov
  
Così, sullo sfondo sinistro di un delitto consumato a freddo, cominciò il lungo regno di Caterina II. Una volta salita al trono, la principessa tedesca diede intera la misura del suo genio, facendo ben presto impallidire le figure delle imperatrici che I'avevano preceduta, compresa la moglie dello zar Pietro il Grande, che aveva regnato col nome di Caterina I.
L'impero russo contava allora venticinque milioni di abitanti e poteva essere paragonato a un immenso campo ancora quasi tutto vergine. A volersene occupare sul serio, c'era da provare sgomento. Ma Caterina non si intimorì e con un'attività prodigiosa riuscì a lasciare un solco profondo in ogni campo: rinnovò I'amministrazione, potenziò la flotta e l'esercito, abbellì la capitale, favori l'industria, si occupò di letteratura e di scienze, s'improvvisò giornalista e drammaturga. 
Colta come pochi sovrani, Caterina intrattenne una fitta corrispondenza con alcuni fra gli uomini più illustri del secolo. Primo fra tutti Voltaire, che divenne un suo fanatico .ammiratore, In omaggio all'autore di Candido, ella amava definirsi uno "spirito repubblicano", e ostentava una spregiudicatezza di pensiero che sbalordiva l'intera Europa.
Ma guai a contrastare la sua volontà! Allora spuntava di colpo la zarina dagli artigli di acciaio, l'imperatrice che aveva fatto del potere un monopolio solitario, al quale lasciava appena avvicinare i "favoriti" del momento. Perfino il figlio Paolo era tenuto lontano dall'esercizio effettivo del governo.

"Semiramide del Nord", la chiamarono gli uomini sbalorditi dal suo genio e abbagliati dallo sfarzo della sua Corte.
"Messalina!", gridarono gli avversari, rievocando I'ombra della dissoluta imperatrice romana.
"Caterina il Grande", la definì Voltaire volendo mettere in risalto le qualità maschili della sua sconcertante personalità.
In realtà, comunque si voglia giudicare la sua opera, Caterina II fu una grande sovrana. Ella diede all'impelo creato da Pietro I, la consapevolezza della propria forza e della propria funzione storica. Sotto di lei, la Russia divenne una potenza di primo.piano in Europa, una potenza contro la quale si sarebbe infranta di lì a non molti anni I'armata di Napoleone. Come donna, Caterina non ebbe molti scrupoli. Sarebbe troppo lungo e in fondo inutile fare qui l'elenco dei "favoriti" che si succedettero al gigantesco Orlov.
Il principale di essi fu Patiomkin, un militare di talento, valoroso in guerra e ispiratore di sagge riforme; il più amato fu forse Lanskoi, morto in giovane età. A tutti Caterina regalò somme enormi, in segno di riconoscenza. 
Parlando delle abitudini amorose della sovrana, un diplomatico francese scrisse: 
"Si possono chiudere indulgentemente gli occhi sugli errori di una donna-grand'uomo, quando ella dimostra perfino nelle sue debolezze tanta padronanza di se stessa, tanta clemenza e tanta magnanimità. È raro trovare riuniti il potere assoluto, la gelosia e la moderazione".

Caterina II morì il 17 novembre 1796, dopo trentaquattro anni di regno. Durante questo periodo
aveva identificato a tal punto il proprio destino con quello della Russia che quasi nessuno, in Europa, ricordò che la continuatrice dell'opera di Pietro il Grande era in realtà una tedesca. Un'oscura principessa che ancora bambina, aveva lasciato la città natale per inseguire il miraggio di una favolosa avventura, i cui segni, secondo un vecchio canonico, erano scritti nella sua mano.


L'IMPERATRICE ELISABETTA

 Elisabetta I di Russia
     
Figlia dello zar Pietro I il Grande, Elisabetta conquistò il potere nel 1747, servendosi dei granatieri di un reggimento di stanza a Pietroburgo. Bella, ambiziosa, capricciosa, governò la Russia per oltre vent'anni, tenendo in prigione il legittimo sovrano Ivan di Brunswick, che era stato designato al trono in mancanza di eredi maschi di Pietro il Grande. 
Per avere un'idea della Russia a quell'epoca, basterà dire che Elisabetta giurò solennemente che sotto di lei nessuno sarebbe stato messo a morte. E mantenne la parola.
Ma un osservatore neutrale notò che mentre nessuna testa era caduta per mano del carnefice, ben duemila lingue e duemila paia di orecchie erano state recise. E il knut, il terribile scudiscio che flagellava le carni, veniva usato con molta frequenza.


LE CONQUISTE DI CATERINA

Ritratto di Caterina in età avanzata
   
Nel 1762, quando divenne imperatrice, Caterina II si trovò alla testa di uno dei più vasti imperi, d'Europa, che si estendeva dalla Lapponia al Mar Caspio. Con una serie di guerre quasi tutte fortunate, ella lo ingrandì molto, avanzando soprattutto verso occidente. Conquistò via via la Russia Bianca, la Podolia, la Lituania, la CurIandia e la Volinia. Incorporò nell'impero la maggior parte della Polonia. A sud, sottrasse aI dominio turco la Crimea e una vasta zona della costa del Mar Nero, dove per prima riuscì a ottenere il diritto di libera circolazione per le navi russe.


LA RIVOLTA DI PUGACHEV

Yemelyan Pugachev
   
Durante il suo lungo regno, Caterina II corse il più grave pericolo a causa della rivolta suscitatale contro da un oscuro cosacco del Don: il "barbaro" Yemelyan Pugachev. Questi, nel 1773, approfittando del malcontento che da tempo serpeggiava tra il popolo e in modo speciale tra i contadini, si spacciò per il redivivo zar Pietro III, misteriosamente scampato alla morte, e rivendicò a se stesso il diritto alla corona imperiale. Ben presto una folla enorme lo seguì.
Prodigo e crudele, Pugachev riuscì a conquistare I'importante città di Kazan e minacciò di marciare su Mosca alla testa del suo esercito di diseredati. Dovunque arrivava lui, i proprietari terrieri venivano impiccati, le guarnigioni massacrate. Il terrore ben presto indusse molte città del Volga ad aprirgli spontaneamente le porte. Ma poi, incalzato dagli eserciti di Caterina, Pugachev venne fatto prigioniero in seguito a un tradimento. Condotto a Mosca entro una gabbia, venne giustiziato nel gennaio del 1775.

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