sabato 1 giugno 2013

ADORAZIONE DEI PASTORI (Adoration of the Shepherds) - José de Ribera detto lo Spagnoletto

ADORAZIONE DEI PASTORI (1650)  
José de Ribera detto lo Spagnoletto (1591 - 1652) 
Pittore spagnolo 
Museo del Louvre a Parigi 
Olio su tela cm. 238 x 179 



Al di sotto di un pilastro che regge probabilmente una tettoia si svolge la scena occupata interamente dai personaggi che compongono questa "Adorazione dei pastori". 

Al centro della composizione la Vergine è inginocchiata di fronte al Bambino, mentre a mani giunte solleva gli occhi al cielo. 

In primo piano è il piccolo Gesù sistemato nella tradizionale mangiatoia colma di paglia alla cui estremità appena si intravede la testa del bue. 

Due barbuti e rozzi pastori si inchinano di fronte all'Infante, mentre una vecchia con un cesto sulla spalla sembra distratta a osservarmi, io spettatore. 

Dall'altra parte un giovane pastore si toglie il copricapo in segno di ossequio mentre guarda il nudo Bambino. 

Sulla sinistra del quadro si intravede l'asino mentre in terra sdraiato è l'agnello. 

Lo sfondo è casuale: pastose e intense nubi bianche occludono il cielo azzurro e in lontananza alcuni pastori accudiscono il gregge. 


Il dipinto mette in risalto alcuni particolari naturalistici quali le mani grosse e arrossate e i volti corrugati dei pastori, così come il manto e lo stivale che indossa l'uomo sulla destra..., ma è soprattutto il respiro monumentale con le grandi figure in primo piano ad aver reso l'opera molto celebre, tanto da essere considerata dagli studiosi uno dei capolavori del l'ultima produzione di Ribera. 

Firmata e datata 1650, come si legge sulla pietra dipinta in basso a destra, la "Adorazione dei pastori" è stata ritenuta opera di collaboratori o imitatori dal Felton, senza peraltro fornire esaurienti motivazioni. 
Comunemente la critica osserva nel dipinto lo stile dei lavori tardivi del Ribera, in cui la ricerca naturalistica si fonde con l'impianto luministico, mettendo in risalto la crudezza della forme. 


L'OPERA 

II dipinto fu offerto, nel 1802, da Ferdinando IV di Borbone alla Repubblica francese, come risarcimento per alcune opere trafugate dai napoletani dalla chiesa di San Luigi de' Francesi a Roma. 
Napoleone destinò il quadro al Louvre. 
Della tela esiste una copia con lievi modifiche collocata nella cattedrale di Castellamare di Stabia e realizzata da uno dei numerosi imitatori del Ribera. 
Un'altra produzione, relativa a un periodo successivo, è presente nella chiesa parrocchiale di Mainneville. 


UNA ELOQUENTE TESTIMONIANZA SU RIBERA 

Il pittore spagnolo J. Martinez, in visita a Napoli nel 1625, raccolse le confidenze del Ribera. 
Una delle sue conversazioni con l'artista è riportata su di un libro di memorie pubblicato nel 1675... 

"Tra l'altro abbiamo parlato della ragione per la quale egli non rientra in Spagna, anche adesso che la sua fama è divenuta universale e che i suoi connazionali ammirano la sua opera. 
Ribera mi rispose: mio caro amico, sono lì i miei ricordi più cari, ma non mi sento di ritornare adesso che più persone ben informate e sincere mi trasmettono la loro esperienza. 
Se il primo anno sarò riconosciuto come un grande pittore, l'anno successivo 1'accoglienza sarà più tiepida: sarò allora considerato come una semplice persona, e mi si mancherà di rispetto. 
Tutto questo mi è confermato dal fatto che l'opera di eccellenti maestri spagnoli oggi è discreditata: io penso anche che la Spagna è una madre compiacente per gli stranieri, ma molto crudele con i propri figli. 
E il motivo per cui resto in questa città dove sono stimato e pagato profumatamente: approvo la correttezza del proverbio: chi si trova bene resta sul posto". 


VEDI ANCHE . . .
     


   

UNA STANZA NEL BUIO (A room in the dark) - Nicci French

Una Stanza nel Buio 
Nicci French



Immaginate cosa significa svegliarsi e ritrovarsi in una stanza buia con un cappuccio sul collo, legata mani e piedi su una pedana!!!!
Questo è quello che succede ad Abbie.
La ragazza fa fatica anche a ricordare il suo cognome, Deveraux, come è capitata lì, è stata rapita, ma da chi, perchè? Un buco sugli ultimi avvenimenti, forse dovuti ad una botta in testa, dolori in tutto il corpo e l'attesa, l'attesa di sapere, se il tutto è uno scherzo, la speranza di venire salvata dalla polizia, quando capisce che è stata rapita.

Il rapitore, la nutre pochissimo, ogni tanto si sofferma a guardarla nel buio, l'aiuta a svolgere le più elementari necessità....le mette anche uno straccio sporto sulla bocca, cerca di piegarla, ma lei resiste, nei momenti più bui pensa ad una farfalla, all'acqua fresca dove vorrebbe tuffarsi, resiste...... mentre il suo carnefice parla pochissimo, e fa una serie di nomi di ragazze che l'hanno preceduta..morendo..

La parte che racconto adesso è meglio che a chi interessa il libro non la legga....

Quando Abbie cerca di suicidarsi, perché vuole essere lei a decidere della sua vita, riesce a fuggire, corre dalla polizia viene ricoverata in ospedale, ma non viene creduta a causa di una precedente depressione, però lei sa che il suo carnefice la sta cercando e vuole completare l'opera...

Il libro riesce a coinvolgere il lettore fin dalla prima pagina, incalzante e pieno di colpi di scena, sicuramente piacerà a chi ama i thriller!!!!
  


Grazie Daniela ....
  

LETTERE - Marco Tullio Cicerone (Letters - Cicero)


       
LETTERE - Marco Tullio Cicerone 

IMPORTANZA DELL'EPISTOLARIO CICERONIANO 

L'epistolario di Cicerone, quale a noi è pervenuto, consta di 864 lettere; tra queste però ve ne sono 9o, che non furono scritte da lui, ma a lui dirette dai suoi corrispondenti. Tutta la raccolta ci è giunta divisa in quattro gruppi: 

1) Lettere ad Attico, in XVI libri, scritte dal 68 al 44 
2) Lettere ai famigliari, pure in XVI libri, scritte dal 62 al 43 
3) Lettere al fratello Quinto, in III libri, dettate dal 6o al 54 
4) Lettere a Bruto, in II libri, sulla cui autenticità si hanno molti dubbi. 

La prima delle lettere ciceroniane è del 68 a. C. (Cicerone aveva allora 38 anni); l'ultima è del 43, e precede di pochi mesi la data della morte. 

Tutte furono pubblicate postume, a cura del suo dottissimo amico Attico e del fedele liberto Tirone. 

Le lettere di Cicerone hanno un'importanza grandissima, sia come documento della vita intima dell'autore, sia come rappresentazione vivace della società del tempo. 

La figura morale del grande oratore si delinea qui nitida non solo nelle sue buone qualità, che furono moltissime, ma anche nei difetti, che non furono sempre piccoli; per questo, accanto ai sani e nobili sentimenti familiari, alla rettitudine quasi scrupolosa dell'animo, alla devozione alla patria, ci appaiono le debolezze di carattere, le vanità, i tentennamenti politici, le esaltazioni, le disperazioni, ecc. 
Come quadro poi della vita del tempo, l'epistolario ciceroniano è di un valore sommo, poichè porta un contributo di rare e preziose notizie su quel periodo burrascoso e fecondo che, attraverso crisi profonde e lotte sanguinose, preparò la trasformazione delle vecchie forme oligarchiche nel nuovo mondo democratico. 
Per queste le lettere di Cicerone sono un documento coevo di sommo valore. 

Tale fu il giudizio anche degli antichi. 

Cornelio Nepote, infatti, contemporaneo e amico di Cicerone, scrisse questo encomio significativo:- Quae qui legat, non multum desiderabit historiam contextam eorum temporum. Sic enim omnia de studiis principum, vitiis ducum, mutationibus rei publicae scripta sunt, ut nihil in iis non appareat; ei facile existimari possit prudentiam quodam modo esse divinationem (Chi le legge, non sentirà molto il bisogno di una storia organica di quei tempi. Passioni dei capi, vizi dei capitani, rivolgimenti dello Stato, sono stati così accuratamente narrati che nulla in esse è rimasto 
nascosto e si può facilmente ritenere che la saggezza sia una sorta di 
divinazione - Attico, XVI). 

Se anche si debba ammettere che nel giudizio di Cornelio c'è un po' l'ammirazione dell'amico e che l'epistolario di Cicerone, per quanto prezioso, non potrà mai sostituire una narrazione storica, conviene tuttavia riconoscere che quelle lettere ci permettono di vivere la vita di quel tempo turbinoso con una chiarezza e immediatezza, che solo a un contemporaneo potevano essere concesse uguali. 

Alla manifesta spontaneità e freschezza con cui Cicerone rivela i sentimenti più intimi dell'animo suo e di molti suoi contemporanei si accompagnano un'espressione così sciolta, agile e familiare, una ricchezza e vivacità di citazioni, facezie, motti arguti, modi di dire popolareschi, che fanno dell'epistolario ciceroniano un capolavoro letterario. 

Credo siano da leggere tutte le lettere di Cicerone, a mio parere, ancor più di tutte le sue preghiere: non c'è niente di più perfetto delle lettere di Cicerone. 
Beh, se non proprio la cosa più perfetta, le lettere di Cicerone sono, sotto l'aspetto letterario ed estetico, fra le cose più belle e perfette della letteratura latina. 


LA CORRISPONDENZA PRESSO I ROMANI AL TEMPO DI CICERONE

I mezzi comunemente usati dai Romani del tempo di Cicerone per la corrispondenza epistolare erano due: le tabellae o cerae, e la charta o papyrus. 

Le tabellae erano tavolette di legno o d'avorio spalmate di cera; di qui il secondo nome; vi si scriveva sopra con uno stiletto, chiamato stilus o graphium, il quale terminava da una parte a punta e dall'altra in forma larga e piatta; quest'ultima serviva ad appianare la cera, quando si voleva cancellare lo scritto già fatto. 

Le tavolette avevano gli orli rilevati per sovrapporre, in caso di bisogno, una tavoletta all'altra senza che la scrittura ne ricevesse danno. 
Le tavolette sovrapposte erano tenute insieme da un cordoncino di lino, sul cui nodo chi scriveva apponeva il proprio sigillo a garanzia della segretezza dello scritto. 

Più delle tavolette però era in uso la charta, detta anche papyrus, dalla pianta omonima coltivata sulle rive del Nilo. 

Gli strati sottilissimi tolti dalla corteccia di questa pianta, sovrapposti gli uni agli altri, compressi e tenuti insieme da una sostanza glutinosa, formavano un foglia liscio e compatto, che serviva ottimamente per la scrittura. Più fogli incollati di seguito e arrotolati intorno a un bastoncino più spesso di legno, ma talvolta anche di materie preziose, come l'avorio, costituivano il volumen (volume). 
Il volumen veniva legato con un cordoncino e questo fermato con un nodo; sul nodo si poneva il sigillo. 
Sui fogli del papiro si scriveva con un inchiostro nero fatto di fuliggine e gomma (atramentum); per scrivere si usava una cannuccia (calamus) simile ad una penna d'oca. 


Altro mezzo usato per la corrispondenza era la cartapecora o membrana, consistente in mia pelle conciata con un processo, che si attribuiva ad Eumene II, re di Pergamo; era detta per questo anche pergamena; essendo però molto costosa, era di uso piuttosto raro e riservata per opere importanti, che si volevano conservare a lungo. 

* * * 

La corrispondenza epistolare raggiunse presso i Romani un'importanza e uno sviluppo, che non aveva avuto presso nessun popolo dell'antichità. 

E se ne comprendono le ragioni. 
I figli di Roma, mandati dalla madre patria a governare, sia come militari che come magistrati, gli immensi territori sottomessi, sentirono il bisogno di restare in relazione epistolare, sia con le autorità centrali, sia con gli uomini politici o di cultura più eminenti rimasti nella capitale. 
Si aggiunga a ciò la somma di interessi di ogni specie che si andavano sviluppando fra madre patria e provincie e si spiega come sorgesse la necessità di una corrispondenza epistolare estesa e frequente. 
Lo stato romano però, nonostante i progressi conseguiti nei molteplici rami della sua amministrazione, non riuscì ad organizzare un servizio postale pubblico e regolare per il recapito della corrispondenza. 
Pensò soltanto ad inoltrare i propri atti ufficiali alle persone interessate e lo fece per mezzo di corrieri (cursores) a piedi o a cavallo, che si diramavano per tutta la meravigliosa rete delle strade statali, trovando in luoghi stabiliti o il cavallo di ricambio, o il cursor a pedibus fresco, per continuare la marcia. 
Questi corrieri viaggiavano con la maggiore velocità possibile per quei tempi. 
Il cursor che portò da Roma a Brindisi l'ordine di rimpatrio per Cicerone compì il viaggio in cinque giorni, percorrendo in media 100 chilometri al giorno. 
È una velocità che oggi fa ridere, ma era la massima allora raggiungibile. 
Tutto questo però serviva solo per la corrispondenza di stato. 
A quella privata ciascuno doveva provvedere da sè o con mezzi propri o con quelli che la fortuna forniva. 
Le famiglie nobili e ricche di Roma avevano a propria disposizione un grande numero di servi adibiti, parte alla redazione o copiatura delle lettere, parte al loro recapito. 
I primi si chiamavano amanuenses (a manu servi) o actuarii, gli altri tabellarii, pueri a pedibus, cursores; questi ultimi facevano senza sosta la spola fra Roma e le villeggiature dei padroni, o fra Roma, le provincie e le città vicine. 
Ma quando le lettere andavano lontano, anche le grandi famiglie dovevano affidarsi a mezzi di fortuna. 
Per lo più compivano questi servizi mercanti o viaggiatori, diretti ai luoghi desiderati; in tali casi però non solo quei servizi erano costosi, ma poche garanzie si potevamo avere, sia per la segretezza della corrispondenza, sia per la certezza del recapito. 
Si tentava di ovviare a questi inconvenienti, mandando più copie della stessa lettera e usando parole, il cui senso fosse inteso solo dal destinatario. 

* * * 

I Romani, come noi, come tutti i popoli, scrivevano la loro corrispondenza seguendo alcune regole fisse, che davano alle lettere una forma speciale. 

Tali regole è necessario conoscere, se si vuole intendere un epistolario romano. 
La lettera cominciava col nome del mittente, al quale seguiva, in caso dativo, quello del destinatario. 
Dopo questo nome o fra il primo e il secondo si scriveva una frase di saluto: salutem dicit, "sauta", la quale di solito si abbreviava con le due iniziali maiuscole S. D. o anche solo con la D. 
Esempio: Marco Tullius Cicero Attico S. D. 
Talvolta la frase di saluto si coloriva con l'attributo plurimam, che si abbreviava con l'iniziale P. 
Esempio: Cicero Tironi salutem dicit Plurimarza, abbreviato in S. D. P. 

Con le persone più care si dava calore al saluto con vari aggettivi; si poteva allora avere un inizio come il seguente: Tullius Terentiae suae et pater suavissimae filiae S. D. P. 

Alcune volte il testo della lettera cominciava con questa espressione: Si vales bene est; ego valeo, che di regola si scriveva abbreviato S. V. B. E. E. V., e significava:- Se stai bene, me ne rallegro; io sto bene. 

Le formule di chiusura, le quali però potevano anche mancare, per lo più erano:- Vale, o Cura ut valeas, "cerca di star bene", "abbi cura della tua salute". 

La data, di regola, si poneva in fondo alla lettera; si incominciava con la maiuscola D., che significava data epistula (o litterae), oppure dabam epistulam ecc.; dopo s'indicavano il giorno, il mese e il luogo; seguiva l'anno, espresso col none dei consoli. 

Il luogo si poneva per lo più in ablativo (senza preposizione, se nome di città; altrimenti con la preposizione ex, raramente ab, più raramente de); meno frequente era l'uso del locativo; a questo caso precedeva sempre la parola data (-ae). 
Esempi: D. (=Data) a. d. VI K. Decembr., Dyrrhachio, "Durazzo, 23 nov." (del 48 a. C.) 
Data pridie K. Maj., Brundisii, "Brindisi, 30 aprile" (del 58 a. C.). 
L'ablativo rispondeva alla domanda: Unde?; il locativo a : Ubi?. 

Per ridurre con esattezza le date latine al nostro calendario bisogna tener presente che prima della riforma del calendario, fatta da Cesare nel 45, i mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre avevano 31 giorni, il mese di febbraio 28, tutti, gli altri 29. 

* * * 

Cicerone nell'epistolario ha occasione di citare spesso le sue ville, sia perchè da quelle spedisce le sue lettere, sia per altri motivi; non mi pare quindi fuori di proposito fare un cenno delle principali di esse, al fine di rendere più chiara e spedita la lettura di questa opinione. 

La villa maggiormente cara al cuore dell'oratore, per le rimembranze che ad essa lo legavano, era quella avita, la villa, cioè, dove avevano sempre vissuto i suoi antenati e che aveva dato a lui pure i natali. 

Si chiamava Arpinas e si trovava nel municipio di Arpinum, nella Campania, presso l'isola del Fibreno, ora Isola del Liri.
Altra villa cara a Cicerone, e alla quale rivolse particolari cure, adornandola di portici, tempietti e statue, fu il Tusculanum, presso Tusculum, l'odierno Frascati. 
In essa egli si ritirò spesso per attendere tranquillamente agli studi e da essa intitolò l'opera filosofica Tusculanae Disputationes. 

La villa, nella quale l'oratore si recava quando, senza allontanarsi troppo da Roma, voleva liberarsi un po' dal tumulto della vita cittadina, era l'Antias, nei dintorni di Anzio. 

Altra villa ciceroniana del Lazio era Astura, amena e silenziosa, a otto miglia da Anzio, in un'isoletta alla foce del fiume Astura. 
Fu questa la villa che ospitò sugli ultimi giorni il padrone, quando, alla notizia delle proscrizioni dei triumviri, lasciò Frascati e si rifugiò qui con la speranza di salvarsi per mare. 
Si portava invece nel Formianum, altra sua villa, situata presso Formia, tra Fondi e Minturno, non lungi da Gaeta, quando, fallito per i venti contrari il tentativo di fuggire per mare, fu raggiunto dagli sgherri di Antonio e decapitato. 

Tre amenissime ville Cicerone possedette sull'incantevole panorama del Golfo partenopeo; esse erano: il Cumanum, situata a nord del Capo Miseno, presso Cuma, il Puteolanum, a Pozzuoli, e il Pompeianum, a Pompei. 

Per completare questo rapido cenno dei beni ciceroniani ricordo che egli ebbe anche parecchie case in Roma, tra le altre una, splendida, sul Palatino, quella che fu distrutta nel periodo del suo esilio, ma poi riedificata a spese pubbliche dopo il suo ritorno e in seguito alla celebre orazione: Oratio de domo sua ad Pontifices. 

* L'epistolario ciceroniano comprende le "Lettere scelte", dove si enuncia lo scambio di lettere fra "I Grandi" della politica romana all'inizio del conflitto fra Cesare e Pompeo..., quindi le "Lettere ai familiari", a Terenzia la moglie e ai suoi figli...., seguono le "Epistole al fratello Quinto"..., e per finire le "Lettere ad Attico".


VEDI ANCHE . . .







L'EDUCAZIONE DI MARIA DE' MEDICI (The Education of Marie de' Medici) - Pieter Paul Rubens


L'EDUCAZIONE DI MARIA DE' MEDICI (1622) 
Pieter Paul Rubens (1577 - 1640) 
Pittore fiammingo 
Museo del Louvre a Parigi 
Olio su tela cm 394 x 295 


Maria de' Medici, la futura regina di Francia, in sembianze ancora giovanili, è raffigurata intenta nella stesura di uno scritto. 
Si appoggia sulle ginocchia di Minerva ben riconoscibile dall'elmo e dall'armatura che indossa: rappresentando la Saggezza, Minerva è la divinità più indicata per l'istruzione della sovrana. 
Le sta di fianco Apollo, dio delle Arti, che suonando il violoncello può ispirare la giovane allieva. 
Sulla destra del dipinto sono le tre Grazie che offrono a Maria una ghirlanda di fiori, mentre, piombando dall'alto, Mercurio, il messaggero celeste, ispira i presenti. 
Tutte le figure mitologiche sono rappresentate con proporzioni maggiori rispetto a Maria. 
In terra, in primo piano, sono gli attributi che simboleggiano le Arti: la pittura, con un ritratto dipinto entro un ovale..., la scultura, con un busto scolpito..., la musica, con un liuto. 

Si tratta di una delle più celebri tele realizzate da Rubens per Maria de' Medici e relative al ciclo allegorico sulla sua vita..., una commissione complessa e monumentale - ventuno dipinti in totale - che rappresenta l'apice della carriera artistica del pittore fiammingo, la cui formazione presso le principali corti italiane del primo Seicento, resta il marchio evidente di tutte le sue opere. 
In particolare, le raffigurazioni di questo ciclo spiccano, ed è questo il motivo della loro notorietà, per la ricchezza della composizione e la fantasia narrativa, come dimostra la presenza dei numerosi personaggi della mitologia, visibili anche ne "L'Educazione di Maria", e dell'archeologia classica. 


L'OPERA 

Le complessive ventuno tele furono realizzate per il Palazzo del Luxembourg di Parigi e solo successivamente trasferite al Louvre, dove si trova no tuttora esposte. 
L'accordo firmato nel 1622 fra Rubens e Maria de' Medici, accompagnata da Claude Maugis, abate di Saint Amboise nonché uno dei suoi migliori consiglieri, prevedeva una prima serie con episodi della sua vita e una seconda per glorificare la figura del suo sposo, il re Enrico IV. 
L'insieme doveva comprendere venticinque tele di cui ne furono realizzate solo ventuno. 
Pur lavorando contemporaneamente anche ad alcune pitture per la chiesa di Anversa, Rubens riuscì a portare a termine il suo impegno entro il 1625. 


I PROGETTI PER IL CICLO ALLEGORICO 

L'esecuzione della serie per il Palazzo del Luxembourg avvenne per gradi. 
Il pittore infatti ci ha lasciato nei suoi bozzetti in grisaille - conservati per la maggior parte al Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo - un primo saggio dei dipinti che aveva in mente di realizzare. 
Questi primi progetti furono eseguiti ad Anversa, al ritorno da Parigi dove aveva appena concluso l'accordo con Maria de' Medici. 
In un secondo momento Rubens metteva mano a nuovi studi preparatori, questa volta più completi nei dettagli e colorati ad olio, questi quasi tutti conservati ed esposti all'Alte Pinakothek di Monaco. 
Rubens volle completare il lavoro a Parigi e già nel maggio del 1622 le prime opere erano concluse. 



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