martedì 14 maggio 2013

LA MORALE DEI GIUDEI E DEI CRISTIANI - The moral of the Jews and the Christians



    
Il riferimento alla legge è un ingrediente fondamentale della tradizione etica greca: nella trasformazione della civiltà feudale in civiltà cittadina la legge diventa uno degli strumenti fondamentali per mantenere la coesione sociale. La virtù, che nel mondo feudale è costituita dalle imprese e dagli atteggiamenti che si addicono a un giovane guerriero, a un vecchio saggio, a una donna pudica e fedele, nel mondo dominato dalla legge è l'insieme degli atti conformi appunto alla legge. 
Il riferimento alla legge non è esclusivo del mondo greco: la trasformazione del mondo 'eroico' in mondo contadino, artigianale o mercantile è spesso accompagnata dall'emergenza della legge come canone ultimo di comportamento e di giudizio. Questo processo può essere indirizzato verso la costituzione della civiltà cittadina, come in Grecia, o verso la costituzione di grandi regni con apparati amministrativi, come nei settori sud-orientali del Mediterraneo; ma sempre la legge tende a sostituirsi ai legami personali e parentali del mondo 'eroico', sia che l'autorità della legge venga fatta risalire a un mitico legislatore, e tragga la sua forza dalla tradizione e da un certo equilibrio socio-politico, sia che la legge sia vista come il volere del re e tragga la sua forza da un apparato burocratico.

Tuttavia la morale greca nasce da un particolare atteggiamento verso la legge, atteggiamento che ha caratterizzato fortemente e in modo particolare la cultura greca. Per i greci fu sempre difficile fare riferimento a una legge comune unica: il loro mondo politico-culturale fu sempre un mondo pluralistico e particolaristico, e ogni comunità greca ebbe le proprie leggende sulle origini, una propria tradizione religiosa, ordinamenti politici propri. 
Ben presto i greci ebbero coscienza della differenza delle leggi e addirittura dei principi legislativi che governano le diverse comunità elleniche; e non fecero nulla, per molto tempo, per superare lo stato di divisione della loro stirpe, che, anzi, le varie comunità entrarono in reciproca competizione e svilupparono una forte tendenza al confronto e alla critica reciproca. 
L'ideale panellenico, il tentativo di trovare e proporre qualcosa di comune a tutti i greci, nacque solo nel V secolo a.C. in un'atmosfera culturale nella quale si tendeva a sottovalutare l'importanza delle tradizioni locali.

Una delle tesi della sofistica fu appunto che ovunque tutti gli uomini sono uguali, o almeno non hanno originariamente le differenze sociali e politiche che la legge attribuisce loro. Per la legge gli uomini sono mariti, padri, figli, sudditi, sovrani, plebei, nobili, magistrati, cittadini, schiavi ecc., mentre per natura gli uomini, come gli animali, sono solo migliori o peggiori, più forti o più deboli: le leggi non sono che gli strumenti tipicamente umani con i quali i più forti dominano sui più deboli. La forza della legge non consiste nella tradizione sacra che sta dietro ogni corpo di leggi, non sta nella bontà degli ordinamenti dati dai legislatori mitici, non sta nella parola sacra del re: la forza della legge sta nel dominio di una parte degli uomini sugli altri. Da questo atteggiamento nacque uno dei tratti fondamentali di quello che è stato spesso considerato il razionalismo greco: la cultura greca, cioè, si riconobbe il diritto di criticare la legge vigente e di risalire alle sue spalle, per cercare un contatto diretto con la natura. 
Nacque così l'idea che esiste una legge naturale al di là della legge politica, e che la legge politica può essere confrontata con la legge naturale, studiata alla luce di questa e anche giudicata e criticata.

In un rapporto di questo tipo con la legge politica si radicò la nascita della morale come disciplina del comportamento individuale. Nel momento in cui la legge diventa uno dei punti di riferimento del comportamento dell'individuo, ma non I'unico, perché le leggi sono molte, possono essere mutate e nessuna copre la totalità del comportamento del singolo, emerge la domanda di criteri di orientamento che non sono contenuti nella legge. 
Molto spesso si è esaltato questo fatto come un progresso dello spirito umano, si è visto nell'etica uno strumento di guida dell'uomo migliore della legge, perché più adatto all'individuo, capace di cogliere sfumature assenti nella generalità della legge. 
La storia seria non si occupa di queste questioni. 
Tuttavia non bisogna nascondersi che I'etica razionale greca di fatto si configurò spesso come un veicolo di mantenimento di criteri tradizionali di giudizio in un mondo che andava cambiando.

In questa prospettiva anche la religione acquistava una posizione particolare. Nel mondo antico la religione aveva spesso risentito del processo d'instaurazione della legge. Là dove si era stabilita una legge unica le tradizioni e le credenze religiose avevano subito un processo di unificazione più o meno forte e radicale, spesso accompagnato dall'istituzione di una casta sacerdotale variamente legata al potere politico. 
Le potenze religiose furono spesso considerate la vera forza della legge, le garanti del loro mantenimento e della forza della comunità, le punitrici dei trasgressori. I sacerdoti divennero gli amministratori di questa forza divina, coloro che conoscevano gli atti da compiere per propiziarne la potenza, coloro che potevano incanalare e anche sospenderne I'azione punitiva.
 In Grecia, come non ci fu un processo di unificazione delle leggi, così non ci fu un processo di unificazione religiosa e di costituzione della casta sacerdotale. Questo non deve far pensare ai greci, e tanto meno ai romani, come a un popolo irreligioso o illuminista. Per i greci come per i romani la religione si mescola a tutti gli atti della vita pubblica e privata; indovini e sacerdoti occorrono ogni momento per compiere in modo tecnicamente corretto i riti religiosi o per interpretare i significati dei segni divini. 
Ma questo apparato religioso non può essere collegato con un corpo uniforme di regole, e la casta sacerdotale non costituisce un corpo unitario collegato a un potere centrale. In queste condizioni le pratiche religiose sono collegate alle norme di comportamento più diverse: tradizioni, credenze e regole di vita di ambito familiare e contadino convivono con la splendida religione della città, mentre gli intellettuali cercano di utilizzare la potenza divina come garanzia dei corpi ideali di leggi e di regole che propongono nei loro libri. 
La religione diventa cioè un termine di riferimento della vita individuale, ma anche essa è un termine di riferimento che non esaurisce, soprattutto in certi strati della popolazione cittadina, i criteri del comportamento. 
Il cittadino colto di una città greca, il romano ellenizzato difficilmente disprezzano le pratiche religiose della comunità alla quale appartengono: essi però dispongono anche di altri criteri di orientamento accanto alla pietà tradizionale della loro patria.


Uno dei termini di riferimento dell'etica è la trasgressione della legge o colpa, un fatto che viene assunto, per così dire, come un dato primitivo. La colpa, cioè la trasgressione degli usi, il compimento di un atto disdicevole è una realtà sentita come molto antica.  La colpa mette in moto una serie di azioni compensatorie, che possono essere la vendetta, la perdita dello stato sociale da parte di chi l'ha commessa, una pena comminata dai tribunali ecc. 
La colpa mette in moto, però, anche una serie di meccanismi religiosi: la religione non solo offre la garanzia che la potenza divina si dirige contro il trasgressore, ma mette a disposizione
una serie di tecniche per liberarsi dalla colpa e talvolta per evitare il castigo divino. La morale assume il concetto di colpa: quasi sempre ammette più colpe di quelle che non ammetta la legge, anche se, talvolta, non riconosce carattere di colpa ad alcune colpe 'pubbliche'. 
Ma la caratteristica fondamentale sta nel fatto che essa si configura come tecnica per evitare le colpe. Se la legge punisce le colpe, se la religione dà modo di liberarsi dalla colpa, la morale insegna a prevenire le colpe.

Un popolo nel mondo antico ebbe fortissimo il senso dell'unità della legge, della sua origine divina diretta, non mediata neppure dal potere dei re, e nell'unità della legge trovò la garanzia della propria unità spesso mortalmente minacciata dalle vicende politiche cui andò incontro.
Fu il popolo ebreo. Il popolo ebreo faceva risalire la propria storia a un patto di alleanza stipulato con la divinità, la quale aveva dato al suo popolo la propria legge La fedeltà alla legge divenne la prestazione del popolo ebraico; la prestazione divina fu la salvezza del popolo di Dio, serrato prima tra i grandi imperi orientali, incluso nell'uno o nell'altro, trasferito da una regione all'altra, poi immesso nell'impero romano e disseminato per tutto il bacino del Mediterraneo. 
La vita ai margini dei grandi imperi, che per i greci si trasformò in frantumazione politica e nel pluralismo della legge, per gli ebrei fu motivo di unità intorno alla legge. Il razionalismo che per i greci si manifestò attraverso il relativismo etico e politico, per gli ebrei si manifestò come adattamento delI'unica legge alla varietà delle circostanze storiche. 
La religione mantenne il carattere unitario della legge, e un potente sacerdozio non solo illustrò costantemente la legge, adattandola ai tempi, ma elaborò tecniche per garantire l'osservanza della legge e liberare dalla colpa costituita  dalla trasgressione.


Nella loro opera di illustrazione  della legge i dotti ebraici vennero a  contatto con la filosofia greca, soprattutto assorbirono le dottrine stoiche, e le utilizzarono nel loro lavoro..Gli stoici avevano parlato di unità del genere umano, che avrebbe una unica legge, avevano concepito i rapporti tra gli uomini e la divinità come un patto, avevano assorbito  molte pratiche ascetiche (cioè di rinuncia ai beni materiali e ai piaceri corporali) che per la religione sono  tecniche di liberazione dalla colpa per farne tecniche morali di prevenzione della colpa. 
Con questi concetti si poteva interpretare la legge ebraica e le pratiche con questa connesse.
In questa direzione i dotti ebraici cercarono anche di trovare il contenuto essenziale della legge ebraica, al di là della molteplicità delle sue prescrizioni, spesso legate a momenti della storia passata. 
Così gli ideali stoici dell'amore tra gli uomini e dell'amicizia universale entrarono nel patrimonio culturale del popolo ebreo. Ma il popolo ebreo non s'identificò mai con il genere umano, rispetto al quale lo distinse sempre il fatto di ritenersi il popolo eletto, governato in modo speciale dalla divinità. 
Il problema della purificazione dalla colpa fu sempre, oltre che il problema del ricupero di un individuo e della liberazione del gruppo dalle colpe dell'individuo che aveva peccato, anche il problema della via migliore per tener fede al patto, che avrebbe determinato I'aiuto decisivo della divinità. La purificazione diventa cioè, non solo I'accesso ai beni religiosi dei quali il gruppo dispone già, ma la condizione perché la promessa divina si realizzi.

Su questo sfondo s'inserì il cristianesimo. E' credenza comune che il cristianesimo abbia portato una nuova morale, più progredita di quella pagana, che abbia dato al mondo pagano il senso del peccato, che abbia aperto la via a una morale capace di tener conto delle esigenze dei poveri e degli schiavi di fronte ai quali era chiusa la cultura greco-romana. 
Nessuna di queste affermazioni è sostenibile. Il cristianesimo ha ampiamente attinto dalla letteratura morale e religiosa giudaica e greco-giudaica. Quando si dice che il cristianesimo si è fatto banditore di una morale più progredita, s'intende in generale per morale progredita una morale di tipo stoico, che era già  ampiamente diffusa negli ambienti intellettuali giudaici.

  Il cristianesimo predicò la salvezza, cioè la liberazione dalla colpa per mezzo della fede, offrendo una nuova tecnica di liberazione dalla colpa che suscitò l'interesse tanto delle classi alte quanto del popolo. Gli ideali di amore, di uguaglianza tra tutti gli uomini, di superamento delle differenze sociali non erano per altro nuovi, né il cristianesimo si fece portatore di programmi di rivoluzione sociale. La vera novità del cristianesimo fu nella tecnica di liberazione dalla colpa che avviene attraverso la fede nella promessa di redenzione.

La soddisfazione della promessa, con la venuta di Dio e I'instaurazione di un regno nel quale avessero riconoscimento adeguato coloro che avevano adempiuto la legge, fu vista via via come un fatto storico e poi come un fatto lontano nel tempo o riguardante la vita dopo la morte.
In ogni caso I'entrata nel regno di Dio era condizionata alla fede in esso, oltre che dall'adempimento degli obblighi della legge.

La dottrina della salvezza attraverso la fede tendeva a far regredire le tecniche di salvezza per mezzo di esorcismi e misteri ampiamente note al mondo religioso antico. 
Il cristianesimo accolse pratiche di questo genere, ma pose sempre come condizione imprescindibile di salvezza la fede nella venuta del regno dei giusti.
A questo modo il patrimonio religioso più tipicamente ebraico passò in secondo piano, e la dottrina cristiana si poté presentare, soprattutto per merito di Paolo, come una dottrina universale, aperta anche al mondo pagano.
 L'altro elemento importante del cristianesimo era costituito dal fatto che la salvezza per la fede implicava la costituzione di comunità religiose di attesa della venuta del regno dei giusti. In queste comunità si cominciò a considerare la società vigente come una fase transitoria, e molti precetti dell'etica stoica diventarono non più la tecnica per evitare la colpa e assicurarsi la tranquillità, ma la via per entrare nel regno dove non ci sarebbe più stata colpa.

Attraverso il messaggio cristiano le vecchie regole ascetiche, proprie dei greci, dei romani, degli ebrei e presenti nella tradizione religiosa di tutti i popoli dell'impero romano, le regole morali dello stoicismo trovavano un nuovo legame e venivano riproposte come strumento di salvezza collettiva.
 In questa atmosfera nascevano le comunità dei nuovi credenti: proprio il sorgere di questi gruppi sociali nuovi, i problemi della realizzazione delle vecchie regole morali entro queste nuove realtà sociali nelle quali erano inseriti saranno le vie più importanti attraverso le quali il cristianesimo si imporrà.


   
LA TORAH

Isidore Epstein, "Il giudaismo"

La Torah, che significa "I'insegnamento" per eccellenza, comprende la dottrina e la pratica, la religione e la morale. La Torah è la diretta conseguenza del Patto del Sinai nel suo duplice aspetto universale e nazionale. 
Mentre i Dieci Comandamenti indicano la sostanza e la portata della universale "missione sacerdotale" di Israele, gli altri Comandamenti erano intesi a preparar Israele a quella santità che doveva praticare, in quanto nazione chiamata a diventare "santa per Dio"...
La santità doveva essere introdotta nel dominio religioso e morale. Per quanto riguarda la religione, la santità richiedeva "negativamente" il ripudio dell'idolatria e delle sue avvilenti e degradanti pratiche, quali: i sacrifici umani, la prostituzione sacra, la divinazione e la magia; e "positivamente" I'adozione di un culto e di un rituale che erano nobilitanti ed esaltanti.
Per quanto riguarda la morale, la santità richiedeva "negativamente" che si resistesse a tutti quegli impulsi naturali che fanno dell'egoismo l'essenza della vita umana; e "positivamente" che si obbedisse a un'etica incentrata sul servizio del prossimo.


LIBERTÀ E PARITÀ SESSUALE - Freedom and equality sexual



   
 Scarse sono le conoscenze riguardanti il comportamento sessuale nel Medio Evo: anche da questo punto di vista si tratta di secoli oscuri, come per una serie di altre attività umane, artistiche o scientifiche. 

Nei primi tempi successivi al Medio Evo le cose non mutarono dal recente passato: da un lato, specie tra i nobili (ma anche nelle gerarchie ecclesiastiche) continuò una certa libertà o peggio una certa dissolutezza sessuale. La chiesa cattolica preoccupata, accentuava intanto la sua predicazione sessuonegativa, che adagio adagio andava estendendo le sue influenze. Da rilevare che i primi episodi di malattie veneree (la sifilide è importata dalle Americhe alla fine del '400) furono considerati una sorta di punizione divina della sessualità.

Contro questa tendenza repressiva, oscurantista e autoritaria, si pone il Rinascimento, che fa dell'amore, del rispetto della persona umana in tutte le sue manifestazioni, la sua filosofia. L'amore e l'erotismo sono di nuovo esaltati nella vita d'ogni giorno e nelle opere d'arte. La libertà sessuale è cantata dai poeti, il nudo entra nelle opere di pittura e scultura, la scienza torna ad occuparsi del corpo umano, studiandone le strutture esterne ed interne. La conseguenza più positiva è una generale diminuzione del preesistente senso di colpa e dello stato d'ansia derivante dalla repressione medioevale o cristiana. 
E' una rivoluzione sessuale che apre I'Evo moderno, caratterizzato sino a tutto il Settecento, da una certa convivenza, senza drammatici contrasti, tra le tesi repressive della società e della religione e la libertà del costume che porta a successi nell'arte o nella scienza.
A questa evoluzione si oppone la Controriforma che cerca di riportare in primo piano una posizione repressiva, finendo con I'introdurre nuove e più gravi ipocrisie. La donna è separata e relegata in casa, vista come pericolo ed occasione di tentazione; l'uomo esaspera il suo bisogno sessuale, pur sentendolo come un fatto peccaminoso. Ma l'evoluzione poi riprende. La letteratura accentua il suo interesse per I'amore e l'erotismo (sono i tempi di Don Giovanni e di Casanova): Rousseau sostiene una famiglia monogamica, naturale. libera, felice (e viene condannato come erotico); la medicina microscopica studia I'anatomia, la fisiologia e la fecondazione. La stessa chiesa cattolica deve occuparsi delle questioni collegate con la procreazione, pur ponendosi uno dei suoi tipici problemi astratti: qual è il momento in cui l'anima entra nel corpo dell'uomo?
Nell'embrione, è la risposta, e si fissano cervelloticamente anche precise  date: 20 giorni dopo la fecondazione nel maschio, 50 invece nelle donne,  poste in secondo piano anche in questo caso.
La sessualità assume un suo ruolo, esercita una sua influenza anche nel  mondo politico e sociale: le amanti  dei re di Francia, ad esempio, hanno grande importanza nelle decisioni dei governanti. Una certa rilassatezza dei costumi è ancora presente ed evidente presso Ie classi più elevate e tra la ricca borghesia, mentre poco di tale clima arriva tra il popolo che lavora, sempre costretto a sobbarcarsi gravose fatiche fisiche e a lottare con la miseria. 
La rivoluzione francese pone infine anch'essa, ma in modo più limpido e valido, il problema di una lotta contro la dissolutezza dei nobili, dei potenti, dei ricchi e nel contempo affaccia per la prima volta alla ribalta della società il problema della parità dei sessi. Il matrimonio e il divorzio sono legali e rigidamente regolati, la prostituzione controllata, la famiglia viene valorizzata. 
A queste linee si adegua la borghesia, in pieno sviluppo economico e sociale, malgrado la successiva Restaurazione (nei primi decenni dell'800) cerchi di contrastare tali condizioni di vita abolendo temporaneamente il divorzio ed ostacolando molte libertà. Ciò favorisce una nuova positiva reazione: il Romanticismo, il quale lamentando che l'amore, anche se vissuto positivamente, rende infelici, sollecita un rifiuto dall'autoritarismo, un'esaltazione della passione amorosa, un pieno accordo fra uomo e natura. La donna assume ancora una volta un ruolo importante e degno d'ammirazione e a suo favore viene rivendicata una parità di diritti familiari, sociali e sessuali, anche se i matrimoni sono ancora basati sulla convenienza economica e regolati dai parenti, e se la società ufficialmente è sempre in posizioni sessuo-repressive (viene condannato Baudelaire e si impedisce I'esposizione di quadri con nudi).
   

  
Un grosso salto all'indietro si verifica nella seconda metà del XIX secolo, con quella che viene definita dalla regina Vittoria d'Inghilterra la epoca vittoriana; il regresso fu facilitato dalla grande ignoranza scientifica, che ancora esisteva sui problemi del sesso, e dalle pesanti influenze che ebbero alcune tesi mediche del tutto false, quali la pericolosità della masturbazione e I'esercizio sessuale senza finalità procreative.

"Pruderie", bigottismo, pregiudizi ebbero come conseguenza la messa al bando di ogni libera espressione (anche letteraria ed artistica, che tuttavia si manifesta clandestinamente) dell'amore e del sesso. Peccatore non è chi contravviene alle leggi religiose, ma specificamente chi compia atti sessuali che contrastano con le rigide norme repressive. Sono poste al bando le relazioni extraconiugali e prematrimoniali, le attività genitali realizzate per il soddisfacimento del piacere, la masturbazione, l'omosessualità. 
Si arriva ad usanze che confinano con l'assurdo e il ridicolo: alle fanciulle non si spiega più alcuna loro funzione biologica per impedire che pensino o parlino del seno; alle donne si suggerisce di non spogliarsi davanti al medico ma di indicare su una bambola o su un figurino le regioni dolenti; ai ragazzi si avvolge il membro in speciali involucri per impedire atti autoerotici; qualsiasi pratica di igiene e pulizia personale è vista con riserva.

La quantità di pregiudizi mossi da questa vasta opera repressiva fu tale che senza dubbio una buona parte dei tabù, delle ignoranze e dei timori che oggi caratterizzano la sessualità sono diretta conseguenza dell'epoca vittoriana.

Ma anche la notte più buia non è eterna: così a fine secolo, importanti studi di medicina, di antropologia e di psicologia pongono le basi per un profondo rinnovamento, per una restituzione alla sessualità del giusto posto che le spetta nella vita e nella società. Pongono solo le basi, però, perché su di esse non si è poi riusciti a costruire, sino ad ora, un nuovo edificio corrispondente ad una vera morale naturale ed umana. A tale realizzazione si oppongono ancora quelle forze autoritarie e conservatrici per le quali ogni naturale espressione, ogni libera affermazione della personalità è qualcosa di potenzialmente pericoloso per il loro predominio.
Questo timore del resto corrisponde a una realtà, poiché la libertà dell'uomo non è qualcosa di separabile e divisibile, e non si può quindi pensare ad una libera espressione della sessualità
senza ammetterla anche per la vita lavorativa e sociale. Ed è pure per questo che le forze politiche e sociali che si battono per una delle due libertà, contro ogni autoritarismo ed ogni repressione, combattono sempre insieme anche per le altre, per affrancare in definitiva l'uomo dallo sfruttamento e dalla schiavitù morale e materiale.

Alla fine dell'800 le teorie che un economista inglese, Thomas Robert Malthus, aveva elaborato all'inizio del secolo, trovano diffusione, sia pure tra gravi contrasti e feroci polemiche. Si propone per la prima volta all'attenzione dei popoli il problema del controllo delle nascite, come mezzo di prevenzione dell'esplosione demografica e della miseria conseguente alle insufficienti possibilità alimentari. Ma se Malthus aveva predicato l'astinenza come mezzo di controllo delle nascite, ottenendo scarsi risultati (ed offrendo anzi ai padroni uno strumento di polemica contro gli operai che rivendicavano migliori salari), il neo-malthusianesimo della seconda metà del XIX secolo punta sulla pianificazione della famiglia, da realizzare non con I'astinenza ma con la diffusione di mezzi anticoncezionali.

Nella seconda metà dell'800, la scienza accerta che gli spermatozoi e gli ovuli (da un paio di secoli identificati) si uniscono nella fecondazione, destinata a dar vita ad un nuovo essere; si studia cosa siano e come nascono le perversioni sessuali e le malattie veneree. 
Tali ricerche - insieme ai dibattiti relativi alla limitazione delle nascite vastamente popolarizzate, favoriscono una più libera trattazione dei problemi sessuali fuori dagli ambienti specializzati e dalle camere da letto, aiutando a superare taluni tabù, specie se basati sull'ignoranza della gente e sulle incertezze della stessa scienza.

Ma il più notevole contributo a quest'opera di abbattimenti di pregiudizi lo si deve alla psicologia, e precisamente agli studi di Sigmund Freud, che propose una vera e propria rivoluzione concettuale, scoprendo come non poche turbe neuropsichiche siano attribuibili a conflitti interiori derivanti da complessi o traumi psicosessuali. 
Egli affermò che la sessualità è presente nell'uomo, in forme particolari, sin dalla più tenera infanzia e sostenne infine la fondamentale importanza della sessualità nella formazione del carattere, nel comportamento dell'uomo e, in definitiva, nella affermazione della personalità.

Per evitare i pericoli di una sessualità repressa e per offrire all'uomo tutti i mezzi necessari al suo sviluppo psicologico e a una migliore vita sociale ed affettiva, era necessario quindi che al sesso venisse riconosciuta tutta la sua importanza, che se ne parlasse liberamente, che al suo esercizio la gente venisse opportunamente educata.

Con I'avvento del XX secolo e l'affermazione - sia pure fra contrasti e difficoltà delle nuove tesi mediche, psicologiche e sociologiche, l'atteggiamento tradizionale nei confronti del sesso mutò un poco. Ma mutò più alla superficie che in profondità, più fra ristretti gruppi di innovatori che nelle classi più elevate. conservatrici, o in quelle povere, impedite dalla mancanza di istruzione e dalla necessità di badare a problemi più importanti come quelli del lavoro e della sopravvivenza.

Tuttavia, ormai, in mano dei sessuorepressori le armi andavano spuntandosi, mentre si arricchivano quelle in possesso dei rinnovatori. I conservatori e i bigotti cercarono e trovarono alleanza con i regimi autoritari, più o meno palesemente fascisti che imperversarono nell'esaltazione della potenza, a quindi del numero dei propri soldati, respingevano la limitazione delle nascite e cercavano ancora una volta di mettere in secondo piano l'amore e la naturalezza nell'atto sessuale. per imporre solo l'equivalenza accoppiamento - fecondazione. Nei regimi autoritari, in cui si stratificano rigidamente le gerarchie e le differenze sociali, s'approfondisce la frattura fra i sessi; il maschio è esaltato come sesso forte e guerriero; la donna considerata inferiore fisicamente e intellettualmente, è ridotta al ruolo di fattrice, di procreatrice, più ancora che di addetta alle attività domestiche, relegata a lavori meno elevati e retribuita a parità di lavoro con minor salario. Inoltre appaiono, o si rafforzano, antichi tabù come quelli razziali: I'ebreo o il negro sono considerati sottospecie umane, con cui non ci si può accoppiare o sposare. 
Ma l'assoluto potere dell'uomo e la degradazione della donna, portando ad un'esaltazione dei rapporti fra i maschi, finisce col favorire l'omosessualità.
   
Giorgione - Venere dormiente
   
Nella moderna società concezioni del genere sono sempre meno teorizzate: tuttavia sono ancora praticate e, quel che è peggio, trovano ancora una certa regolamentazione nelle vecchie leggi non ancora rinnovate.
Attualmente in Italia si è in una fase di transizione, caratterizzata da un'accentuazione dei contrasti e delle contraddizioni. Le giovani generazioni (e le forze progressiste) ambiscono ad una maggiore libertà, ad una vera vita democratica, alla liberazione da secolari pregiudizi sessuali: gli anziani faticano a seguire tale evoluzione, e gli ambienti conservatori la contrastano apertamente. Gli adulti, educati nell'ignoranza delle cose sessuali e nella considerazione del sesso come peccato, non possono o non sanno rispondere ai problemi proposti dai figli; i conservatori, coscienti che una libertà sessuale non può essere disgiunta da quella politica e sociale, rifiutano di affrontarli.

I rapporti fra sessualità e fattori economici sono evidenti. Oggi nella società capitalistica e consumistica si assiste ad un doppio fenomeno: da un lato il sesso, su cui fa leva la pubblicità, è di supporto allo sviluppo dei consumi, dall'altro una serie di iniziative economiche e produttive sono poste al servizio del sesso (industria cosmetica e dell'abbigliamento, film fortemente erotici, riviste pornografiche, e non parlo di internet...). 
Ne deriva una accentuazione dell'importanza del sesso che può finire con l'alterare il naturale sviluppo della maturazione sessuale e che contemporaneamente mantiene costante, o, meglio, crescente la domanda di beni sessuali, anche al di là dei fini puramente genetici o sanamente erotici, cui la funzione sessuale è destinata.

Ad esempio lampante di contrasto tra le tesi sessuorepressive e quelle che a fini consumistici esaltano invece il sesso, si può rilevare che le donne cui vengono imposte misure antisessuali (depilazione, deodorazione. ecc.) sono poi sollecitate contemporaneamente ad assicurarsi ti mezzi per accentuare i richiami sessuali. 
Se si impone così di coprire il seno, si suggerisce di acquistare reggiseni creati apposta per metterlo in evidenza; se si impone di coprire le natiche, si suggerisce di usare scarpe a tacchi alti che accentuano un'andatura ondeggiante e adatta ad evidenziare le anche; se si impone alle donne la depilazione si invita ad intensificare il segno sessuale delle labbra; se si impone il deodorante, la stessa industria cosmetica consiglia il profumo per dare un valore più sessualmente eccitante al corpo femminile... 
E' una evidente, quanto innaturale, contraddizione, che non può ritenersi giustificata dalla considerazione che se le prime imposizioni tendono a difendere la donna dalla indiscriminata aggressione d'ogni maschio, i secondi suggerimenti hanno lo scopo di facilitare una risposta del maschio, ad una cosciente e deliberata sollecitazione della donna.

Da questa situazione di contrasti fra interessi e generazioni diverse, si produce uno sbandamento che può giocare a favore delle forze sessuore-pressive. Il desiderio di una maggior libertà nei giovani, lasciato a se stesso, privo di un'opportuna educazione ed anzi eccitato e sollecitato da tante manifestazioni erotiche a fini consumistici, è causa di crisi e pericoli. 
La repressione della sessualità e la sua esaltazione artificiosa sono due facce, apparentemente opposte, dello stesso fenomeno.
  

   

Karl Marx - Friedrich Engels


Ma voi comunisti volete la comunanza delle donne - ci grida in coro tutta la borghesia.
Il borghese vede nella propria moglie un semplice strumento di produzione. Egli sente che gli strumenti di produzione debbono essere sfruttati in comune e, naturalmente, non può fare a meno di pensare che la sorte dell'uso in comune colpirà anche le donne.
Egli non s'immagina che si tratta appunto di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.
De! resto, nulla è più ridicolo del moralissimo sgomento dei nostri borghesi per la pretesa comunanza ufficiale delle donne nel comunismo. I comunisti non hanno bisogno d'introdurre la comunanza delle donne: essa è quasi sempre esistita.
I nostri borghesi, non contenti di avere a loro disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari - per non parlare della prostituzione ufficiale - trovano uno dei loro principali diletti nel sedursi scambievolmente le mogli.
Il matrimonio borghese è, in realtà, la comunanza delle mogli. Tutt'al più si potrebbe rimproverare ai comunisti di voler sostituire alla comunanza delle donne, ipocritamente celata, una comunanza ufficiale, palese. Si comprende del resto benissimo che con l'abolizione degli attuali rapporti di produzione scompare anche la comunanza delle donne che ne risulta, vale a dire la prostituzione ufficiale e non ufficiale.
  

     


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