mercoledì 22 agosto 2012

Sandro di Mariano Filipepi detto BOTTICELLI


BOTTICELLI 
Cornini Guido
Giunti Editore * 2010
Collana - Dossier d'art
Pagine 52 illustrate




* La presente pubblicazione è dedicata a uno tra i più squisiti interpreti dell'arte fiorentina del Quattrocento: Sandro Botticelli, universalmente noto per la musicalità delle linee e per il fascino delle sue enigmatiche mitologie, dalla Primavera alla Nascita di Venere, dalla Pallade a Venere e Marte. Uno studio puntuale e documentato permette di leggere questi capolavori nelle loro strutture formali e nei loro significati simbolici, dedicando un ampio spazio a tutto l'arco della produzione del pittore. 





Sandro di Mariano Filipepi detto Botticelli (1444-1510) nasce a Firenze, e l'arte varia e voluttuosa di Filippo Lippi attrae l'intelligenza del giovane che non è indifferente né alla nobiltà del Verrocchio né alla vibrante risolutezza d'Antonio Pollaiolo. 

Botticelli si forma alla bottega del Verrocchio, dove viene a contatto con Leonardo, che segnerà sempre il percorso artistico del nostro. 

Disegnatore originale, traduce i tratti continui e le linee impulsive, che intaccano le superfici, in pennellate aspre, le quali ricercano i caratteri, le espressioni ed i movimenti. 
L'arido naturalismo di alcuni quattrocentisti toscani si raffina nella norma esclusiva della linea sottile e nervosa..., l'indole mobile e l'ardore dell'ingegno convengono a questo periodo di transizione. 
L'umanesimo dei Medici ristabilisce il culto e non la copia dell'antico: la poesia non ricalca modelli, e l'anima del vero artista interpreta le leggende religiose ed i miti pagani. 
All'intensità della fede non ripugnano i bei corpi femminili, lunghi e magri, dal viso affilato e dallo sguardo triste, come quello delle Madonne con gli occhi bassi e le labbra smorte. 
La curiosità e la finezza penetrano nell'allegoria ed appassionano l'azione con la violenza del contorno, specie quando i motivi si coordinano o turbinano attorno ad un punto di mezzo del quadro. 
Anche nei disegni in punta d'argento, che illustrano la "Divina Commedia", lo squisito idealista esclude dal suo lirismo pittorico i terribili effetti delle bufere e delle pene devastatrici.
  
Ritorno di Giuditta a Betulia - Botticelli
   
Nel "Ritorno di Giuditta a Betulia", che si trova nella galleria degli Uffizi a Firenze, dipinto nel 1472, domina un soffuso sentimento malinconico, espresso dalla qualità vibrante della luce, dall'intensa mobilità espressiva dei tratti e dalle fitte increspature delle vesti fluenti e arricciate, che accompagnano gli ondeggiamenti del corpo in movimento. 
La ripetizione ritmica delle linee morbide e la trasparenza velata delle vesti mettono in comunicazione la figura umana con la tremula luce del paesaggio. 
La "Primavera", dipinta nel I476-78, sita negli Uffizi di Firenze, evoca il sogno celebrato dal Poliziano nelle "Stanze". 
Al rezzo (luogo fresco ed ombroso) di un bosco di aranci, nella luce ambrata, che filtra fra i tronchi, Venere - casta e con il capo chino - sembra in atto di segnare il ritmo alla danza delle Grazie agili e coperte di veli. Accanto ad esse, Mercurio con il casco - è forse "il bel Julio" del poeta - alza la destra ai rami, ed il piccolo Amore, con gli occhi bendati, scendendo a volo, scaglia un dardo.., a sinistra, la Primavera cammina lieve ed ilare sui fiori, mentre Flora sfugge all'abbraccio di Zeffiro. 
  
Nascita di Venere - Botticelli
  
Nel 1478 fu eseguita la "Nascita di Venere", che si trova sempre agli Uffizi di Firenze: un altro capolavoro. 
La dea, trasportata sulla conchiglia dal soffio dei Venti, è malinconica, e, quasi tocca da un'ombra di misticismo medioevale, non si accorge della ninfa che vuol metterle il manto rosso a fiori verdi. 
  
Le tentazioni di Cristo e la Purificazione del lebbroso - Botticelli
   
Fra il 1481 e 1482, furono affrescati nella Cappella Sistina la "Le tentazioni di Cristo e la Purificazione del lebbroso" - che ricorda la carità di Sisto IV, fondatore di un ospedale -, la "Giovinezza di Mosé" ed "Aaron che scaccia i ribelli", monumentale e mosso....., la novità di quest'ultima composizione si collega con la più tarda "Calunnia d'Apelle" (Firenze, Uffizi). 
Fra i tondi non si deve dimenticare l'ispirata "Madonna del Magnificat" (Firenze, Uffizi), specie per il contrasto fra la Vergine, umile e raccolta, ed il Bambino che leva la testa e vede l'infinito. 

Dei singolari ritratti, i più psicologici sono "Simonetta Vespucci" (1476 circa) e "Giuliano de' Medici" (1478 circa) che si trovano oggi nel Museo di Berlino.
   
Madonna dell'Eucarestia - Botticelli (VEDI SCHEDA)
  
Negli ultimi anni, di fronte all'inasprirsi della crisi politico-religiosa a Firenze, e amareggiato per il confronto con Leonardo, fautore di una pittura antitetica ai suoi gusti, perchè fondata sull'immagine della natura e sull'osservazione diretta, Botticelli esaspera il suo pessimismo e la totale sfiducia nel progresso storico, riflettendo la sua angoscia nella scompaginazione dei valori spaziali e prospettici della "Natività mistica" e nei ritmi compositivi laceranti delle "Storie di San Zanobi".


VEDI ANCHE . . .

SANDRO BOTTICELI - Vita e opere

LA PRIMAVERA - Botticelli 

MADONNA DEL MAGNIFICAT - Botticelli

MADONNA DELL'EUCARESTIA - Botticelli


domenica 12 agosto 2012

PIETRO TACCA - Un manierista del Seicento

Fontana in Santissima Annunziata - Firenze

Pietro Tacca, nato a Carrara nel 1577 e morto a Firenze nel 1640,  è un artista di grande virtuosismo e abilità tecnica,  e si trasferisce presto a Firenze, dove lo troviamo quindicenne  discepolo e fonditore del Giambologna, del quale termina la statua del granduca di Toscana, Ferdinando I de' Medici (1615-1624)..., il monumento equestre di Enrico IV, mandato poi in Francia nel 1612, quello di Filippo III, inviato a Madrid nel 1616..., e la statua di Cosimo II (1624-1634) che si trova nella Cappella dei Principi
in San Lorenzo a Firenze. 

Successore alla corte medicea del Giambologna dal 1609, continuò l'insegnamento del maestro con originalità realizzando opere legate ai moduli compositivi e formali manieristi. 
  
Monumento equestre a Filippo IV di Spagna (1634-40; Madrid, Plaza de Oriente
    
Nel Monumento di Filippo IV, re di Spagna, il Tacca ardisce di rappresentare il cavallo impennato, e alla passione della forza aggiunge il senso moderno della grandezza. 
  
Monumento dei quattro mori a Ferdinando I de' Medici (1626) - Livorno 


I quattro mori incatenati sul piedistallo della statua di Ferdinando I, eretta in Livorno da Giovanni dell'Opera, hanno attinenza con i fiumi della fontana della Scrofa eseguita dal fiammingo nel giardino di Boboli, ma li sorpassano nel realismo e nella sicurezza del modellato. 

Il busto di Giambologna nel Louvre a Parìgi è un lavoro semplice e pacato, che attesta la versatilità dell'ingegno e la vivezza della tecnica, qualità lodate da Gian Lorenzo Bernini.


PIETRO TACCA
M. Tommasi
Editore ETS
Genere - Arti plastiche, Scultura
Formato - Libro illustrato 

Conclusione: Un libro con non molte opere, ma eccelsamente ben illustrato....

LEONARDO DA VINCI - Vita e opere (Life and works)


LEONARDO. Una carriera di pittore
Autore - Pietro C. Marani
Data - 2003, 384 pagine, illustrato, brossura
Editore - 24 Ore Cultura
Collana - Le gemme



"Il volume ripercorre la carriera di Leonardo pittore ponendo in rilievo la sua costante attenzione per la scultura, sia quella dei suoi predecessori e contemporanei, come appunto Verrocchio, Donatello e Tullio Lombardo, sia quella degli antichi, i bassorilievi e la scultura monumentale apprezzata nei suoi viaggi a Roma. Il costante riferimento alle arti plastiche si intreccia continuamente con la pittura e spiega la straordinaria forza tridimensionale delle sue creazioni pittoriche e, di conseguenza, il loro successo presso i contemporanei. 
Nel volume vengono via via indicate le possibili fonti scultoree delle composizioni pittoriche di Leonardo, spesso riprodotte in modo da rendere evidente il continuo dialogo intessuto da Leonardo con la scultura". (Descrizione tratta dal sito ibs.it) 



PREMESSA 


LA PITTURA DEL XV E XVI SECOLO 

Nel Quattrocento la tecnica si perfeziona e si adatta a più alti voli dei geni che si susseguono nel secolo d'oro: alle profondità del pensiero e nuovo ideale. 
I soggetti si spiritualizzano, la sintesi si contrappone all'analisi, la grandezza ed il decoro si unificano con il sentimento più moderato e con il desiderio d'ampliare la forma. Non c'è contrasto con la realtà, e non si viola l'esattezza con l'aspirazione al monumentale. 
La vita contemporanea contribuisce con i suoi elementi a render più nobili le composizioni, ma i tipi, le vesti e le architetture sono fuori del tempo e degli ambienti riconoscibili..., in virtù della cauta scelta, si arriva ad astrarre dai fatti comuni, ad evitar la copia materiale dell'antico e a variare le linee con equivalenze, contrasti e graduazioni. 
Lo spazio si allarga, e vi prevalgono le linee orizzontali..., i quadri dispongono le figure dentro un triangolo a larga base, e la terza dimensione slega il movimento dei corpi. Il problema degli scorci si risolve anche per mezzo dello sfumato e del chiaroscuro, e Michelangelo stesso usa l'accentuazione progressiva delle ombre. 
Sul declinare del Cinquecento, imperversa il manierismo e, a correggerlo, insorgono gli eclettici ed i naturalisti: i primi pretendono di risuscitare i grandi maestri con in una specie di grammatica dell'arte, ed i secondi prescindono da ogni autorità, abbandonandosi alla passione del vero: nessuna forma ripugna e nessuna tinta stride: gli occhi insegnano. 
Questa corrente, benché eccessiva nelle sue prime realizzazioni, ha con sé l'avvenire, e l'altra muore d'inedia nei dipinti macchinosi ed anneriti. 



LEONARDO DA VINCI 

Leonardo da Vinci (1452-1519), anima e mente universale, contempera la scienza con l'arte..., ingegnere, architetto e chimico, si divaga con la musica e la poesia..., osservatore acuto, è assillato dall'ansia della perfezione, ed è il più grande "indeciso" del Rinascimento nella scultura e nella pittura. 

Della prima, dacché fu distrutta la statua equestre di Francesco Sforza, non avanzano che i disegni, ma della seconda abbiamo alcuni capolavori. La bellezza effigiata da Leonardo da Vinci è spirituale e viva, non essendo il corpo che l'involucro e l'eco del pensiero...., la pittura è cosa mentale, e quindi la verità e la fantasia, l'analisi e la commozione si congiungono in un segreto impenetrabile, in un lirismo che turba. 
I tipi femminili hanno l'ovale del viso affilato nel mento, lo sguardo profondo, il naso sottile e diritto ed il sorriso velato, che acuisce la comprensione e non mortifica il senso. 
Anche la tecnica ottiene un raffinamento dalla squisita intelligenza del pittore, che crea lo sfumato per togliere il dissidio quattrocentistico tra forma e movimento..., l'atmosfera assorbe il contorno, e la penombra vaporosa si fonde nei colori, scostando l'immagine con una vibrazione di passaggi che riduce la corporeità della massa alla più fluida parvenza. 
  
Annunciazione - Leonardo

"Annunciazione" (Firenze, Uffizi), il puro esordio verrocchiesco, spira freschezza nel movimento dell'angelo e nel candido stupore della Vergine, che passa dalla faccia all'atto sospeso della mano sinistra. 
La convenzione iconografica e qualche durezza del contorno e del colore si eliminano nel quadretto simile del Louvre, che modifica la posizione della Vergine, e la inginocchia, curvandole il capo con tenerezza mistica..., un tempo, i vecchi cataloghi l'attribuivano a Lorenzo di Credi, ma in ogni particolare si conferma la superiorità nella finitezza dello stile e un'elaborazione unica. 
   
La "Adorazione dei Magi" (Firenze, Uffizi) è la prima opera datata ed incompiuta (1481), ma nell'incompiutezza non si avvertono lacune: l'artista si esprime con il mezzo atmosferico nebbioso, e vi fa biancheggiare le mobili figure sotto gli impulsi delle anime. 
La Vergine siede nel centro, come in un trono di verde..., il piccolo Gesù, in grembo a lei, riceve il dono d'un re, e benedice gli altri insieme con i loro seguiti, che fanno cerchio al gruppo divino. 
  
Prima di andare a Milano, Leonardo lascia in tronco il "San Girolamo" (Roma, Galleria Vaticana), modellato con graduazioni brune e con un contrasto energico di chiari e di scuri, dove il penitente, che si strazia il petto con il sasso, appare nell'intera grandezza dello spirito. 
    
La "Vergine delle rocce" (Parigi, Louvre, 1483) è una tela finita..., la luce vi circola elastica, infonde nei corpi un aspetto imponderabile, e lo sfondo roccioso, con stalagmiti aguzze e spacchi irregolari - di dove penetra la luce del crepuscolo, - allarga la grotta del San Girolamo. 
La Vergine s'inginocchia ed allunga la mano sulla spalla di San Giovannino, che si piega pregando verso Gesù, visto di profilo..., dietro a lui, un angelo in ginocchio indica al riguardante Maria che schiva l'onore con la sinistra tesa innanzi. 
   
Ultima Cena - Leonardo

Sei anni dopo, la "Ultima Cena" (Milano, Convento di Santa Maria delle Grazie) è un superbo calcolo di luce..., e ombre dolci e sfumose avvolgono i commensali, ed il limpido chiarore che entra dalle aperture dello sfondo si rifrange sulla parete destra, e cinge in un'aureola di cielo Gesù che profetizza il triste vero. 
La tavola è piccola, ed il traditore vi siede con i condiscepoli, i cui gruppi ternari si equivalgono, animati e potenti nelle mosse. 
Il dramma ha la perfezione dell'insieme nell'istantaneità dello sdegno e della discolpa..., c'è un vertice ed un abisso: la spirituale sofferenza del Cristo e la perfidia grifagna del profila, di Giuda. 
  
Battaglia d'Anghiari, in una copia di Rubens (1603) dell'opera perduta di Leonardo
          
Sant'Anna, la Madonna e il bambino (Sacra Famiglia) - Leonardo (VEDI SCHEDA) 

Dopo il ritorno a Firenze (1500), Leonardo si misura con Michelangelo nel celebre cartone della "Battaglia d'Anghiari", distrutto come quello della "Guerra di Pisa", che gli faceva riscontro, e dipinge la "Sacra Famiglia" (Parigi, Louvre), costruita a piramide, aerea e morbida nelle masse così fuse che non richiedono nemmeno l'appoggio visibile di Sant'Anna. 
Essa sostiene sulle ginocchia Maria protesa verso il Bimbo, che stringe l'agnello per un orecchio, e si rivolge improvvisamente alla madre, il cui slancio ineffabile gli impedisce di salire sul dorso dell'animale accovacciato e non restio. 
   
Intorno al 1506, finito il ritratto della "Gioconda" (Parigi, Louvre), che, dal Vasari allo Schuré, ha disseminato gli arzigogoli del romanticismo. 
L'incantatrice dal sorriso pensoso, dagli occhi bruni, che entrano nelle strette e stanche palpebre, e dalle mani fini e sensibili, è resa con estremo magistero tecnico. 
L'orizzonte del paesaggio si leva sopra i suoi occhi, ed un intreccio fantastico di valli bagnate da laghi e da torrenti sfuma nella nebbia umida. 
L'immagine e lo sfondo hanno un collegamento ideale, perché il ritmo ondulatorio dei veli si comunica ai piani anatomici e alle linee prospettiche..., la forma e la luce si concretano nella figura, ed il mistero è più vivo nel poeta che lo indaga, ascoltandosi, che non nello smarrimento della donna non più giovane e forse amata. 
  
Giovanni Battista - Leonardo

Il problema dello sviluppo atmosferico ammorbidisce sempre più la massa, fino a privarla della sua consistenza..., ne è prova il "Giovanni Battista" del Louvre, opera degli ultimi anni. 
Il voluttuoso androgino emerge dalle tenebre: sorride con i suoi occhi incassati nell'ombra e con le labbra che s'inarcano fra due pieghe...., il vero entra ormai nel dominio dell'astrazione, ed il genio si chiude placidamente in essa. 

Una poetica leggenda fa morire Leonardo fra le braccia di Francesco I, ma il re, il 2 del maggio 1579, era a Saint-Germain-en-Laye con tutta la Corte, ed il grande vecchio, che ricordò se stesso in un famoso disegno a sanguigna della Biblioteca Reale di Torino, finiva a Cloux. 


"LEONARDO. Una carriera di pittore" è una lettura che scorre leggera come una foglia sull'acqua di un placido fiume che Marani ci porta tra una pennellata e l'altra tra le pieghe della vita di questo nostro grande artista e veniamo così a conoscenza di tante piccole particelle cromatiche che ci erano finora sconosciute.


Conclusione: La bellezza effigiata da Leonardo è spirituale e viva, non essendo il corpo che l'eco del pensiero..



VEDI ANCHE . . .

LEONARDO DA VINCI - Artista e scienziato

OPERE DI LEONARDO, DOVE SONO?

BATTESIMO DI CRISTO - Verrocchio e Leonardo

ANNUNCIAZIONE - Leonardo da Vinci

ANNUNCIAZIONE 598 - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI GINEVRA BENCI - Leonado da Vinci

MADONNA DEL GAROFANO (Alte Pinakothek, Monaco) - Leonardo da Vinci

MADONNA DEL GAROFANO - Leonardo da Vinci 

MADONNA BENOIS (Prima versione) - Leonardo da Vinci

MADONNA BENOIS - Leonardo da Vinci 

ADORAZIONE DEI MAGI (Adoration of the Magi) - Leonardo

SAN GEROLAMO - Leonardo da Vinci 

LA VERGINE DELLE ROCCE - Leonardo 

LA VERGINE DELLE ROCCE (Louvre, Parigi) - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI MUSICO - Leonardo da Vinci

LA DAMA CON ERMELLINO - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI DONNA (LA BELLE FERRONIÈRE) - Leonardo da Vinci

L'ULTIMA CENA (Cenacolo) - Leonardo

SALA DELLE ASSE - Castello Sforzesco, Milano - Leonardo

RITRATTO DI ISABELLA D'ESTE - Leonardo da Vinci

TESTA DI FANCIULLA - LA SCAPILIATA - Leonardo da Vinci

LETTERE SCELTE - Cicerone (Letters choices - Cicero)


   
LETTERE SCELTE 

Scambio di lettere fra "I Grandi" della politica romana all'inizio del conflitto fra Cesare e Pompeo. 

Ad Attico, VII, 20 
Scritta a Capua, il 5 febbraio del 49 a. C. 

Le ostilità fra Cesare e Pompeo sono incominciate. 
Cesare, varcato il Rubicone, il fiumicello che segnava il confine meridionale fra la sua provincia e il territorio della repubblica, ha iniziato quella serie di azioni fulminee, della quale può dirsi giustamente con Dante.... 

che no' l seguiteria lingua, nè penna. (Paradiso VI, 61). 

Intento suo era di irrompere lungo il litorale adriatico per sorprendere Pompeo, sbarrargli la fuga verso l'Oriente e obbligarlo, ad un accordo. 
In pochi giorni caddero in potere di Cesare Rimini, Pesaro, Fano, Ancona, Gubbio, Osimo, Ascoli, Arezzo. 
La notizia della fulminea avanzata di Cesare sparge il terrore in Roma. 
Nella notte fra il 17e il 18 gennaio Pompeo e il console Lentulo lasciano in tutta fretta la città, seguiti il giorno dopo dall'altro console, Marcello, e da una numerosa schiera di senatori. 
Fra questi è pure Cicerone, che si avvia verso la Campania. 
Il giorno 5 è a Capua e scrive questa sconsolata lettera all'amico Attico manifestandogli le sue gravi preoccupazioni e chiedendo consiglio. 
Lamenta la spaventosa impreparazione del suo partito alla guerra e l'incredibile inettitudine dei consoli. 
Espone in fine un dubbio angoscioso: che farà, se Pompeo, come si dice, abbandonerà l'Italia? 
Cicerone enumera le ragioni che lo spingono da una parte a rimanere in Italia, dall'altra a seguire Pompeo. 
Finchè il comandante supremo resterà nella penisola, Cicerone sa qual è il suo dovere: morire anche, per la salvezza della libertà. 
Ma se Pompeo fuggirà in Oriente? Qui cominciano per Cicerone i dubbi e vorrebbe consigli dall'amico. 
Gli fa delle domande senza una certa risposta, ad esempio se Cesare sarà un tiranno crudele come Palaride, o mite come Pisitrato. 
(Palaride, tiranno di Agrigento (secolo VI a. C.) fu tristemente famoso per la sua ferocia e Pisistrato invece, divenuto signore di Atene, si mostrò illuminato e mite. 



Ad Attico, VIII, 11 a 
Scritta a Lucera, il 10 febbraio del 49 a. C. 

Per intendere questo laconico biglietto di Pompeo a Cicerone bisogna pensare al contenuto della lettera precedente.
Cicerone ha confessato chiaramente ad Attico che il partito conservatore è del tutto impreparato alla guerra: bellum nostri nullum administrant. 
Pompeo, che sicuramente è consapevole di questi apprezzamenti di Cicerone, vuole tranquillizzarlo, anche per non vedersi sfuggire un uomo di tanta popolarità e influenza. 
Gli manda quindi un suo ufficiale con l'elenco delle coorti di cui dispone nell'Italia centrale: 12 coorti di Domizio, 14 di Vibullio, 5 di Irro. 
Quelle di Domizio e di Vitullio, precisa Pompeo, sono già in marcia verso di lui. 
Secondo Pompeo, ce n'era abbastanza per calmare l'animo di Cicerone. 
Si trattava però di pure illusioni. 
Le coorti che Pompeo attendeva, non giunsero mai: nella presente lettera leggiamo che la partenza da Corfinio non avvenne, nè il 9 febbraio, come Pompeo sperava, nè dopo, perchè il 21 dello stesso mese Domizio e le sue coorti si arresero a Cesare, che intanto era giunto fulmineamente nei dintorni della città. 



Ad Attico, VIII, 12 b. 
Scritta a Lucera, l'11 o il 12 febbraio del 49 a. C. 

È una lettera di velati rimproveri, nella quale si annunzia anche un piano strategico. 
Cicerone nella Campania, dove le milizie pompeiane erano scarse, si sarebbe trovato esposto a qualche improvviso assalto delle forze cesariane..., nell'Apulia invece poteva ritenersi perfettamente sicuro. 
Pompeo si lamenta con Domizio del suo silenzio e più ancora del ritardo a mettersi in marcia per raggiungerlo. 
Gli manifesta quindi il suo programma: unire tutte le sue forze per avere la possibilità di opporsi all'avversario. 
Quando Pompeo scrisse questa lettera, aveva evidentemente in animo di attendere Cesare a Lucera e li dargli battaglia. 
Per questo contava sui rinforzi che dovevano venirgli da Domizio e dagli altri due suoi luogotenenti, Vibullio e Irro. 
Quando invece venne a sapere che Cesare era già nei dintorni di Corfinio e che Domizio non si era ancora mosso, cambiò piana. 
Il 13 febbraio lasciò Lucera e si portò a Brindisi per prendere di là il mare. 
Il 17 dello stesso mese ordinò a tutti due i consoli di unirsi con lui a Brindisi e non pensò più che a raccogliere il maggior numero possibile di legionari per imbarcarli con sè alla volta dell'Oriente. 
La ragione vera però era un'altra, cioè che Pompeo desiderava vicino a sè un uomo dell'autorità e popolarità di Cicerone. 
La presente lettera fu scritta prima del 13 febbraio, prima cioè che Pompeo avesse perduta la speranza di ricevere i rinforzi che sperava. 
Esprime perciò a Domizio la sua meraviglia di non avere notizie.., gli dice inoltre che non sa spiegarsi il suo ritardo a lasciare Corfinio..., gli rinnova in fine il suo pressante invito di raggiungerlo al più presto a Lucera, o, se egli non potrà muoversi personalmente (Pompeo insinua qui qualche dubbio su influenze interessate e sospette), di spedirgli almeno le milizie del Piceno e di Camerino, alle quali sta a cuore la difesa della comune salvezza. 



Ad Attico, VIII, xx c. 
Scritta a Canosa, il 20 febbraio del 49 a. C. 

A distanza di pochi giorni dal precedente biglietto Pompeo ne manda a Cicerone un altro, come il primo laconico ed evasivo. 
Il secondo invece avrebbe dovuto essere una risposta precisa ad una lettera piuttosto lunga di Cicerone, nella quale questi si dichiarava apertamente contrario al progetto di abbandonare l'Italia. 
Pompeo, rispondendo, nulla dice su tale argomento, mostrando così o di non avere compreso la profonda amarezza dell'animo di Cicerone al pensiero di lasciare Roma e l'Italia, o di non avere tenuto in alcun conto le giustificate preoccupazioni dell'eminente uomo politico. 
Pompeo accenna soltanto rapidamente all'esercito che ha nell'Apulia e rende noto che i consoli sono presenti nel campo. 
Tali notizie sembrano date coll'unico proposito di indurre Cicerone a mettere da parte ogni esitazione e a mettersi in viaggio per raggiungere gli altri, che già sono presso di lui. 
Gli indica anche la via sicura che dovrà prendere per portarsi a Brindisi: la Via Appia. 
In questa lettera scopriamo che Cicerone era stato proclamato imperator dai suoi legionari in Cilicia (51 a. C.). 
Scopriamo pure notizie sulla Via Appia: questa strada, la regina viarurn, conduceva da Roma a Brindisi passando per Capua, Benevento e Taranto..., il tratto fino a Capua fu costruito dal censore Appio Claudio il Cieco, nel 312 a. C. e da lui prese il nome. 



Ad Attico, IX, 7c. 
Scritta in marcia da Corfinio a Brindisi, il 4 o il 5 marzo del 49 a. C. 

All'inizio delle ostilità fra Cesare e Pompeo, Domizio, partigiano di quest'ultimo e acerrimo nemico del primo, delibera di radunare le sue coorti, che sono piuttosto numerose, a Corfinio, capitale dei Peligni, nel Sannio, con la fiducia di potere impedire da quella forte posizione l'avanzata di Cesare verso l'Italia meridionale. 
Condividono le speranze di Domizio Cicerone e altri Pompeiani. 
Le cose però andarono assai diversamente. 
Cesare, con quella rapidità fulminea che è dei grandi capitani, il 15 febbraio giungeva con le sue truppe nelle vicinanze di Corfinio. 
Domizio resistette 7 giorni..., il 21 febbraio fu costretto alla resa. 
Il proconsole incorporò senz'altro nel suo esercito la guarnigione che aveva capitolato, ma con un atto di abile, inusitata benignità, a cui forse era inclinato il suo animo, mandò liberi Domizio e i suoi ufficiali con tutti i senatori e cavalieri che erano al suo seguito. 
La notizia di tanta generosità commosse profondamente la cittadinanza romana. 
Della cosa approfittarono subito due fidati partigiani di Cesare, Cornelio Balbo e Oppio, i quali, esprimendogli con una lettera la loro piena soddisfazione per la sua condotta, gli domandarono, anche, se non gli paresse opportuno rendere pubblicamente noto il suo proposito di essere clemente verso i suoi avversari. 
Cesare, accogliendo il consiglio dei due seguaci, invia loro questa lettera : "una lettera aperta", diremmo noi oggi, destinata ad essere comunicata al pubblico, come un manifesto. 
Il console afferma che la sua indulgenza è stata spontanea e assicura che norma per lui costante nelle vittorie sarà questa: usare mitezza e clemenza con tutti. 



Ad Attico, IX, 6 a. 
In marcia da Corfinio a Brindisi, 6 marzo del 49 a. C. 

Cesare marcia rapidamente verso Brindisi con l'ardito proposito di impedire ai suoi nemici d'imbarcarsi per fuggire in Oriente. 
Egli sa che, per assoluta mancanza di navi, non gli sarebbe possibile inseguire Pompeo, se questi riuscisse a portarsi al di là del mare, del quale aveva l'incontrastabile dominio. 
Com'è noto, l'audace piano di Cesare non riuscì. 
Pompeo salpò con tutto il suo esercito da Brindisi e si portò nell'Epiro, mettendo così fra sè e il potente avversario il mare Adriatico e sfuggendo al pericolo di dovere affrontare in condizioni impari le agguerrite legioni di Cesare. 
Le operazioni militari però, per quanto importanti e preminenti, non distoglievano Cesare dai problemi politici. 
Sono infatti di questo periodo della sua rapida marcia verso Brindisi le due lettere che qui riporto, la precedente, inviata ai suoi fidati agenti di Roma, e questa diretta a Cicerone. 
Con la prima il proconsole cerca di cattivarsi l'opinione pubblica di Roma, manifestando sentimenti di perdono e di clemenza, con questa vuole guadagnarsi l'animo di Cicerone, il concittadino più insigne per ingegno, dottrina e patriottismo, l'uomo forse più autorevole della vita politica romana. 
Cesare gli scrive un biglietto affettuoso e gentile, un biglietto, come egli dice, che risente della rapidità della marcia...,sono poche righe, vergate in fretta, ma bastano a significare al destinatario quanto sia forte la speranza di chi scrive di averlo con sè, e d'incontrarsi presto con lui. 



Ad Attico, IX, 11 a. 
Scritta da Formia, il 19 marzo del 49 a. C. 

La lettera di Cesare (vedi le note delle lettere precedenti) non lasciò pienamente soddisfatto Cicerone, il quale, parlandone all'amico Attico (IX, 6), così si esprimeva: 

"Cesare mi rivolge più ringraziamenti di quelli che vorrei. 
Quanto poi a ciò che egli chiede da me, potrai conoscerlo dalla sua stessa lettera: poche parole egli dice, ma in tono assai autoritario". 

Nonostante la gentilezza della forma, Cicerone sentiva in quella lettera un tono d'impero che gli incresceva..., più ancora gli dispiaceva che Cesare lo ponesse senz'altro fra i suoi ed esprimesse il desiderio di vederlo quanto prima. 
Il tono autoritario della lettera di Cesare a me in verità non appare. 
Ad ogni modo la risposta di Cicerone fu quanto mai guardinga. 
Sotto il pretesto di non avere bene inteso il significato di alcune parole, l'eminente uomo politico dichiara che sarà ben lieto di prestare i suoi uffici per il bene della repubblica, ma confessa nello stesso tempo che molto gli sta a cuore la dignità di Pompeo. 
Cesare non dovette molto rallegrarsi di questa risposta di Cicerone. 
In questa lettera Cicerone finge di non avere inteso che cosa volesse significare Cesare con quelle parole..., Cicerone invece ha capito benissimo..., solo approfitta garbatamente di questi supposti dubbi per dire che non è disposto a staccarsi da Pompeo, e per esporre le sue aspirazioni alla concordia fra i due e alla pace. 



Ad Attico, IX, 3. 
Scritta da Formia, il 9 marzo del 49 a. C. 

Cicerone non ha notizie sicure sul corso degli avvenimenti. 
È perciò in ansia. 
Domizio dove sarà? 
A Brindisi o nella Spagna? 
Pompeo sa che ora è difficile uscire dall'Italia, tutta occupata da Cesare? 
Dov'è il console Lentulo? 
A Cicerone non era ancora giunta la notizia che il console si era imbarcato a Brindisi alla volta di Durazzo fino dal 4 marzo. 
Anche di Cesare Cicerone non aveva notizie certe. 
Sapeva solo che il primo marzo aveva pernottato ad Arpi e congetturava da ciò che ormai doveva essere a Brindisi. 
Postumo intanto riferiva notizie catastrofiche, ma Cicerone non le crede possibili. 
Non potendo però continuare ad ignorare la vera situazione di Brindisi, scrive questa lettera ad Attico per avere informazioni sicure. 
Cicerone chiede di poter essere memore del grande beneficio ricevuto da Pompeo, di essere stato richiamato dall'esilio. 
In questa lettera possiamo osservare con quanta garbatezza Cicerone cerchi d'insinuarsi nell'animo di Cesare. 
Egli vorrebbe mostrarsi verso Pompeo grato come ha potuto esserlo con Lentulo..., ma la possibilità di fare questo non dipende da lui, bensì dalla generosità di Cesare, che solo è l'arbitro della liberazione di Pompeo. 
Cesare non era affatto insensibile a queste lodi. 



Ad Attico, IX, 16. 
Scritta da Formia, il 26 marzo del 49 a. C. 

Ecco un altro affettuoso biglietto di Cesare a Cicerone, biglietto, di cui quest'ultimo manda copia ad Attico, premettendo però un apprezzamento non troppo benevolo. 
Si capisce assai bene che l'Arpinate (Arpino, città natale di Cicerone), condivideva con la grande maggioranza dei conservatori romani le diffidenze che essi avevano verso l'imperator invasore del territorio della repubblica. 
Quando Cesare scrisse questa seconda epistola, non aveva ricevuto la risposta di Cicerone al primo biglietto..., se l'avesse avuta, non gli avrebbe espresso nuovamente il desiderio di vederlo nelle vicinanze di Roma. 
Cicerone scherza, o meglio, ironizza sulle intenzioni di Cesare, le quali, insinua Cicerone, sembrano farsi sempre più ardite. 
Accenna alla clemenza veramente singolare dimostrata da Cesare verso i suoi avversari dopo la resa di Corfinio. 
Il proconsole perdonò a tutti e li rimandò liberi..., c'erano fra gli altri Lentulo e Domizio. 


Ai Famigliari, VII, 16 
Scritta a Ventimiglia, verso la metà di aprile del 49 a. C. 

Marco Celio Rufo è una figura rappresentativa di quell'ambiente raffinato e corrotto, che caratterizza spesso i grandi conflitti politici. 
Intelligente e colto, ma vizioso e audace, si caricò di debiti, per soddisfare alle sue passioni. 
Amante di Clodia, la famosa Lesbia di Catullo, sorella del famigerato tribuno, quando, stanco, la volle lasciare, fu accusato di avere tentato di avvelenarla. 
Difeso abilmente da Cicerone (Pro Caelio), fu assolto. 
Nella guerra civile si schierò con Cesare più per la speranza di profitti che per convinzione..., se ne staccò infatti, quando gli parve di essere stato male retribuito con la pretura. 
Morì nel 43, nel tentativo di sollevare l'Italia meridionale contro Cesare. 
La lettera di Celio, che qui traccio alcune note, è interessante, perché, contrariamente a quello che ha fatto finora e farà ancora Cesare, Celio non usa verso Cicerone parole incoraggianti e lusinghiere, ma minacce più o meno velate. 
Cesare stesso è qui presentato, non come l'avversario facile alla mitezza e al perdono, ma quale uomo vendicativo e crudele. 
Evidentemente Celio voleva fare breccia nell'animo di Cicerone. 
Quando Celio scrisse questa lettera si trovava a Ventimiglia (Album Intemelium), dove era stato inviato da Cesare per sedare alcuni torbidi provocati da agenti pompeiani. 
Qui fu raggiunto da Cesare, che lo invito a seguirlo nella Spagna. 
Nella stessa città ricevette una lettera di Cicerone, il quale gli lasciava intendere che era ormai deciso di passare ai Pompeiani. 
Celio gli rispose con questa lettera, nella quale alle calde preghiere di non staccarsi da Cesare, la cui collera avrebbe potuto tornargli funesta, aggiunge il consiglio di attendere almeno l'esito degli avvenimenti di Spagna, esito che, a parere di Celio, era molto vicino. 
In fine Celio sarebbe anche soddisfatto, se Cicerone si ritirasse in qualche luogo sicuro, attendendo, in una prudente neutralità, la fine della lotta. 
È noto che Cicerone non diede ascolto ai consigli dell'amico, perchè ai primi di giugno del 49 s'imbarcò col figlio per raggiungere Pompeo a Durazzo. 

In questa lettera leggiamo che Cesare aveva trovato molta freddezza da parte del senato. 
Nessun senatore si era prestato per portare a Pompeo nuove proposte per un'intesa, pur essendo tutti d'accordo sull'opportunità di farle. 
Nessuno voleva compromettersi. 
Disgustato di questo atteggiamento dei senatori, Cesare lasciò Roma e si recò nella Spagna per affrontare le sette legioni che Pompeo vi aveva al comando dei suoi luogotenenti Afranio e Petreio. 
Si dice che uscendo da Roma pronunciasse la celebre frase: "Vado contro un esercito senza duce, per ritornare poi contro un duce senza esercito". 



Ad Attico, x, 8 b. 
Scritta da Ventimiglia, il 16 aprile del 49 a. C. 

Seguendo il consiglio di Celio (vedi la lettera precedente), Cesare fa un ultimo tentativo presso Cicerone, per vedere di distoglierlo dalla deliberazione, che sta per prendere, di passare definitivamente fra i partigiani di Pompeo. 
Questa volta però, con le voci che correvano sulle intenzioni di Cicerone, Cesare non può rivolgersi a lui con la cordialità di chi un tempo poteva sperare di annoverarlo fra i suoi..., deve invece limitarsi a chiedergli una benevola neutralità, facendogli osservare che farebbe torto alla comune amicizia e provvederebbe male a se stesso, se seguisse una causa, che aveva riprovato fin da quando non era irreparabilmente fallita, come appare ora. 
Gli prospetta quindi la convenienza, per un cittadino onesto e amante della pace, di rimanere estraneo ai partiti e alieno dalle controversie politiche. 
Cicerone, infatti, non aderì subito alla causa del senato e di Pompeo. 
Cesare invita ora Cicerone a riflettere che, se passasse al partito pompeiano, si direbbe che lo fa, non perchè ne riconosca giusta la causa, ma solo perchè dissente da Cesare per qualche particolare azione..., nel complesso però la sua condotta sarebbe per lo meno colpevole d'incoerenza grave. 


Ad Attico, X , 8 a. 
Scritta dai dintorni di Roma, ai primi di maggio del 49 a. C. 

Quando Antonio scrisse questa lettera, era già stato in lotta aperta con Cicerone, come rivale nella candidatura ad augure per l'anno 53, ed era rimasto soccombente..., ora però, da accorto uomo politico, soffocando ogni risentimento personale, scrive all'avversario vincitore una lettera pacata e gentile. 
Egli passava per uomo impetuoso e violento..., qui invece si mostra prudente, in un savio tentativo di riavvicinamento all'avversario. 
La lettera rivela, sì, fra i due, freddezza e forse anche diffidenza.., Antonio però tenta di dissipare i sospetti con un linguaggio, che è senz'altro amichevole e cordiale. 
Antonio si trovava allora in Italia come luogotenente di Cesare, partito alla volta della Spagna, per combattervi i luogotenenti di Pompeo, Afranio e Petreio. 
Il luogotenente cesariano avrebbe fatto un ben segna lato servizio a Cesare, oltre che a sè, se avesse potuto trattenere un personaggio politico dell'importanza di Cicerone lontano dal partito di Pompeo. 
Gli indirizzò, quindi, questa lettera, con la quale, facendo appello ai sentimenti più cari all'animo di Cicerone, tentò di distoglierlo dal passo più grave e decisivo che avrebbe potuto compiere: varcare il mare per raggiungere Pompeo. 
Il tentativo, com'è noto, fallì. 
Circa un mese dopo questa lettera Cicerone raggiunse Pompeo sull'altra sponda dell'Adriatico, a Durazzo. 
L'avversione fra i due uomini politici, sopita per alcuni anni ancora, esplose violenta come un uragano, dopo le Idi di marzo del 44. 
Cicerone, in 14 veementi discorsi, "Le Filippiche", accusò Antonio di voler far rivivere nella sua persona la dittatura soffocata nel sangue..., Antonio, per vendicarsi del focoso avversario, ne chiese il capo, quando pose le condizioni di accordo con Ottaviano e Lepido (2° triumvirato). 
Pompeo, per compiacere al tribuno Clodio, lasciò che Cicerone fosse mandato in esilio, salvo poi a riparare all'ingiuria, adoperandosi per il richiamo, e questo è il "beneficio", a cui accennava Antonio.


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