venerdì 28 dicembre 2012

IL MULINO SULLA FLOSS (The mill on the Floss) - George Eliot



IL MULINO SULLA FLOSS 

George Eliot 





TRAMA 




Il mulino di Dorlcote sorgeva sulle rive della Floss, presso la cittadina di St. Ogg's. 

Oltre cento anni fa, al tempo di questa storia, esso apparteneva ai Tulliver già da quattro generazioni. In quella vecchia casa era nato Tom e, tre anni dopo, Maggie; per quei campi e su quelle rive tanti piccoli Tulliver avevano scorazzato per anni e anni, di generazione in generazione: Tom e Maggie ne ripetevano le gesta. 

A Maggie, per essere felice, bastava che Tom fosse contento di lei e le permettesse di partecipare a tutti i suoi giochi, di correre con lui sulle verdi rive del fiume. Era convinta che quella vita beata non potesse mutare mai. Solo sarebbero diventati grandi e non sarebbero più andati a scuola: proprio come nelle vacanze. 




Quando Tom compì tredici anni, fu mandato a studiare lontano da St. Ogg's, in casa del reverendo Stelling. Aveva un solo compagno di studi: Philip Wakem, uno dei più eminenti cittadini di St. Ogg's. 

Costui era l'avvocato del fattore Pivart, con il quale Tulliver era in lite per questioni "di acque" riguardanti il mulino. Se quel Pivart avesse vinto la causa, sarebbero stati guai seri per i Tulliver. 

Tom non riusciva a liberarsi dell'idea che si dovesse diffidare di Philip, figlio di "quel filibustiere"; anche l'aspetto fisico di Philip Wakem metteva Tom a disagio: Philip infatti era gobbo. 

Un giorno Maggie si recò a visitare Tom e in quella occasione conobbe Philip, il figlio di "quel perfido avvocato Wakem che faceva tanto arrabbiare papà". 

Il cuore di Maggie era colmo di tenerezza, che si riversava di solito sugli esseri più disgraziati e infelici. Quando Philip incontrò gli occhi di lei, vi lesse tutto lo slancio affettuoso che la fanciulla non sapeva esprimergli a parole. 
Divennero amici. La loro confidenza reciproca fu una cosa improvvisa e meravigliosa. In quei pochi giorni della permanenza di Maggie, Philip si sentì felice, forse per la prima volta in vita sua. 
Al momento di partire Maggie gli buttò le braccia al collo, con uno di quei suoi slanci affettuosi che la rendevano così cara. 
"Mi ricorderò sempre di voi, Philip - gli disse - e vi bacerò quando ci rivedremo, anche se sarà passato tanto tempo". 


Passò davvero tanto tempo e molte cose tristi accaddero al mulino di Dorlcote. Papà Tulliver, perduta la sua causa contro Pivart, si trovò carico di debiti e di ipoteche e non poté impedire che il mulino, la casa, la terra e perfino i mobili fossero venduti all'asta. L'avvocato Wakem diventò il padrone di Dorlcote: nella vendita all'incanto aveva offerto la somma più alta. Accettò che Tulliver rimanesse al mulino come suo gerente: lo sapeva onesto e si fidava.

Tulliver si ammalò dal dispiacere. 

Quando fu in grado di comprendere l'entità della sua rovina, si sentì uno straccio d'uomo. Rimaneva in lui un'unica scintilla vitale: il suo odio profondo e violento contro Wakem, che riteneva la causa prima delle sue disgrazie. Pure, si adattò a fargli da gerente, perché l'amore per la vecchia casa fu più forte della ribellione alla sua nuova condizione di "servo". 

Non poteva reggere al pensiero di lasciare il mulino, la terra, tutto ciò che per più di un secolo era appartenuto alla sua famiglia. 

Spinto dal suo odio per Wakem, fece scrivere a Tom queste terribili parole sulla Bibbia di casa... 

"Io, Thomas Tulliver, non dimenticherò mai quello che Wakem ha fatto a mio padre e glielo farò scontare, a lui e ai suoi". 

"Oh no, babbo, no! - gridò Maggie - Non devi far scrivere questo da Tom! Ti prego!" 

"Stà buona, Maggie" - disse Tom duramente - Io lo scriverò!" 


Da quel giorno in Tom si destò un'ambiziosa resistenza ai rovesci della sfortuna. Trovò un impiego e si mise a lavorare con accanimento, risparmiando su tutto: voleva aiutare suo padre a pagare i debiti, perché potesse ancora passare a testa alta per le strade di St. Ogg's. 


A vent'anni Tom sembrava già un uomo maturo, guardava alla vita con occhi che non si lasciavano annebbiare dal sentimento. 

Quando scoprì che Maggie aveva osato incontrarsi di nascosto con Philip Wakem, figlio del peggior nemico dei Tulliver, l'ira di Tom si scatenò e non risparmiò alla povera Maggie parole durissime, colme di rancore e di minaccia. 

L'amicizia di Philip era stata per Maggie un gran conforto durante quei lunghissimi mesi tetri, tutti uguali, senza un barlume di gioia né di serenità. A Philip lei poteva confidare tutti i suoi pensieri, poteva parlare delle sue lettere, poteva rivolgere mille domande, sicura di essere compresa al volo; come al tempo lontano del loro primo incontro, quando gli occhi di Philip, così ansiosi e belli nella loro richiesta di affetto, le aveva toccato il cuore. 

Maggie era diventata una splendida ragazza: tutto in lei era armonioso e nello stesso tempo fuor del comune. Sembrava un'esotica principessa, con quei suoi occhi neri, la pelle ambrata e le trecce folte e lucenti come l'ebano. Ignara della propria bellezza, si comportava con la semplicità di una bambina e ciò aumentava il suo fascino. 

Maggie non riusciva a condividere l'odio dei suoi verso l'avvocato Wakem; non capiva come si potesse nutrire un rancore così violento. Amava suo padre e Tom, soffriva per le condizioni della famiglia, ma non si sentiva di rinunciare al suo affetto per Philip: nel cuore di Maggie non c'era davvero posto per l'odio. 
Tuttavia Tom la costrinse a promettergli di non rivedere più Philip e la minacciò di rivelare tutto al padre se avesse osato mancare alla promessa. Fu una scena dolorosa e crudele: Maggie non avrebbe mai potuto dimenticarla. Come sembrava lontana la loro infanzia felice! 
Eppure loro erano gli stessi: lo steso Tom e la stessa Maggie che tanti anni prima, tenendosi per mano, correvano spensierati sulle rive della Floss. 


Grazie ai guadagni di Tom, arrivò il giorno in cui papà Tulliver poté passare a testa alta per le vie di St. Ogg's, tenendosi ben ritto sul suo cavallo. Sul volto si leggeva una gioia trionfale: nessuno poteva più dirsi creditore dei Tulliver! 

In quello stato di esaltazione incontrò Wakem. E la gioia si mutò a un tratto in violento desiderio di rivalsa: Tulliver si precipitò sul suo nemico e lo picchiò col frustino, in una vera frenesia di vendetta. 

Richiamata dal rumore della rissa, Maggie accorse in tempo per trattenere dal peggio il padre impazzito. Tulliver non sopravvisse che poche ore alla violenza di tante emozioni. 

Poco prima di spirare riprese conoscenza e pronunciò ancora parole di odio... 

"Non gli perdono, no" Non posso amare un farabutto...". 
La vedova e gli orfani dovettero abbandonare la casa del mulino. 
La signora Tulliver si trasferì da sua nipote Lucy, rimasta orfana da poco: l'avrebbe aiutata nel governo della casa. 
Tom, legato al suo impiego, rimase a St. Ogg's e prese una camera in affitto. 
Maggie rifiutò l'ospitalità offertale dalle zie e accettò un posto di assistente in un collegio: voleva guadagnarsi da vivere e non essere di peso a nessuno. Incominciò una vita da reclusa, lontana dai suoi. Ritornò a St. Ogg's dopo due anni, per trascorrere un mese di vacanza in casa di Lucy, la cugina prediletta. 
Lucy Deane era una bella e dolce creatura, una incantevole damina dai tratti delicati e minuti, quasi ancora infantili. Proprio il tipo di deliziosa mogliettina che i giovanotti dabbene di St. Ogg's potevano desiderare. Nessuno quindi si stupì quando Stephen Guest, il partito più brillante della città, incominciò a corteggiarla assiduamente. Anche le ragazze più invidiose erano costrette a riconoscere che il ricco, bello e colto Stephen non avrebbe potuto fare una scelta migliore: la signorina Lucy non era criticabile, ahimé, da nessun punto di vista. 
Lucy era ansiosa di presentare Stephen, il suo quasi fidanzato, all'adorata cugina Maggie. Sperava con tutto il cuore che quei due esseri a lei tanto cari avrebbero simpatizzato. Nelle sue vesti dimesse e fuori moda, che non riuscivano però a mortificare la sua bellezza, Maggie sembrava una principessa in esilio: i capelli neri e lucenti le facevano corona. 
Il giorno che Stephen Guest la vide provò una strana sensazione, che non tentò di analizzare, perché si sentiva troppo turbato. 
Neppure Maggie rimase indifferente: quando incontrò gli occhi del giovane fu colta da un'indefinibile emozione. 
Pochi giorni dopo quel primo incontro, compresero entrambi di essere innamorati l'uno dell'altra. 
Ma Maggie avrebbe preferito morire piuttosto che cedere alla passione e tradire la fiducia dell'ingenua e buona Lucy. 
Per giorni e giorni soffrì in modo atroce, cercò tutte le scuse possibili per stare lontana da Stephen, il cui sguardo innamorato, colmo di disperazione, la perseguitava. Decise allora di ripartire al più presto: disse a Lucy che aveva trovato un nuovo posto di assistente in un collegio, lontano da St. Ogg's. 
La mattina precedente il giorno fissato per la partenza, Maggie ebbe un attimo di debolezza: non seppe dir di no a Stephen quando la pregò di salire in barca con lui, per una gita sul fiume. 
Tutto avvenne come in sogno. 
Stephen remava con forza e la guardava senza parlare; Maggie si accorgeva confusamente che il tempo passava e la barca scivolava sempre più lontano. I suoi occhi neri e profondi accoglievano lo sguardo di Stephen e non tentavano di sfuggirgli. Dopo molte ore Stephen abbandonò i remi e lasciò che la barca scivolasse sull'acqua, portata dalla corrente. 
Da un'ora si erano lasciati alle spalle l'ultimo villaggio. 
"Maggie, non possiamo più tornare a casa. Siamo ormai troppo lontani. - disse Stephen - Ogni cosa è accaduta senza che noi la cercassimo; ora nessuno deve più dividerci. Non torneremo a casa finchè non saremo sposati". 
Lei giunse le mani e scoppiò in pianto, come una bambina atterrita. 


Maggie non sposò Stephen: il pensiero del dolore di Lucy le impedì di obbedire all'impulso del suo cuore. Sentì che non poteva costruire la propria felicità sulla infelicità altrui. La sua rettitudine e lo spirito di sacrificio che l'avevano sempre sorretta le diedero la forza di lasciare Stephen e di ritornare a casa. Avrebbe spiegato ogni cosa: lei e Stephen non avevano commesso del male. Lucy avrebbe compreso e perdonato. 


Tom era da pochi giorni rientrato da padrone nella vecchia casa del mulino di Dorlcote. Lunghi anni di energico lavoro gli avevano finalmente concesso di esaudire il desiderio di suo padre: riavere intatta l'antica proprietà dei Tulliver. 

Ma non vi era in lui Né contentezza Né trionfo: pensava con amarezza al disonore che Maggie aveva recato al loro nome. 

"La tua visita mi è odiosa. Vattene!"... le disse appena la rivide. 

Maggie tentò inutilmente di spiegare ciò che le era accaduto; Tom fu inesorabile e si rifiutò di ascoltarla. 

La sua concezione del dovere lo rendeva duro e inflessibile: ai suoi occhi Maggie era venuta meno al senso dell'onore e non meritava indulgenza. Ella se ne andò disperata e cercò rifugio presso la famiglia di un amico d'infanzia. 
Dopo giorni e giorni di dolorosa solitudine, ricevette una strana lettera di Stephen: la supplicava di raggiungerlo, di diventare sua moglie. Aveva capito che senza di lei gli era impossibile continuare a vivere. 
Quella stessa notte la Floss ruppe gli argini e inondò le rive. 
Maggie vegliava nella sua stanzetta, piangendo e pregando: fu la prima ad accorgersi di quanto avveniva. L'axcqua già saliva paurosamente: no c'era un attimo da perdere. Svegliò i suoi amici, poi, senza il minimo tremito di paura, saltò su una barca; tentando di resistere alla furia della corrente, cercò di dirigersi verso il mulino, dove si trovava Tom, solo e privo di aiuto. 
Quando vi giunse, la vecchia casa era già pericolante. Maggie chiamò Tom disperatamente: egli udì e fu svelto a calarsi nella barca dalla finestra; l'acqua arrivava già al livello del primo piano. 
Tom guardò la sorella con un senso di riverenza e di vergogna: Maggie, quella stessa Maggie che aveva ingiuriato e scacciato, rischiava la vita per salvarlo! 
Un'emozione violenta fece impeto nel suo cuore: gli occhi gli si velarono e salì alle sue labbra, come un singhiozzo, il nomignolo infantile che da troppi anni non pronunciava più... Magsie! 
Pochi istanti dopo, guardando davanti a sé, egli vide una mostruosa massa di rottami che si precipitava verso di loro: era la fine. 
Strinse Maggie in un disperato abbraccio e insieme scomparvero nelle acque del "loro "fiume. 



COMMENTO 


"Se l'arte non estende le simpatie degli uomini, moralmente non ha alcun valore. L'unico effetto che io ardentemente bramo ottenere coi miei scritti è che i lettori divengano più capaci di immaginare e di sentire gli affanni e le gioie di coloro che differiscono da essi in tutto, fuorché nella generica qualifica di essere creature umane che lottano e che errano". 

Così dice George Eliot, esprimendo chiaramente il suo ideale artistico. Ella aspira a un'arte aderente alla realtà, che racconti le umane vicende senza cercare di far sembrare le cose migliori di quelle che sono. 

Poiché la vita è fatta di piccole e grandi cose, di sentimenti meschini e nobili, di brutture e di bellezze, si deve accettarla e conoscerla così com'è, tutta intera. 

La simpatia della scrittrice per le "piccole cose quotidiane", per i sentimenti e i problemi della povera gente di provincia, si rivela soprattutto ne IL MULINO SULLA FLOSS, pubblicato nel 1860. 

La storia di Maggie Tulliver vuole essere l'esempio di come un carattere ribelle alle convenzioni e avido di libertà possa imporsi, se vuole, una inflessibile regola morale e cancellare in sé ogni traccia di egoismo. 
Nell'infanzia di Maggie la scrittrice rivive la propria infanzia: gli stessi luoghi, persone e avvenimenti. Ella richiama alla sua memoria tutto un mondo che è stato ben vivo e importante e ora si è rivestito di una poetica luce di fiaba. Tutto ciò che circonda Maggie, cose e persone, è preso tale e quale dal pozzo profondo della memoria e riportato alla luce. Ne nasce una realistica rappresentazione della vita di provincia, chiusa e un po' gretta per gli infiniti pregiudizi che la governano. 
I personaggi minori sono descritti gustosamente, con ironia garbata: un fine sorriso tutto femminile. L'ambiente è quello tipico di una qualunque piccola città inglese sulle rive di un fiume, nella metà del Ottocento; ma è arricchito dal più variato campionario di esseri umani che si possa immaginare. La penna della Eliot ce li mostra con acutezza in tutte le loro particolarità, tanto che durante la lettura ci sembra di conoscere davvero tutti i personaggi con cui Maggie visse e soffrì. 




DUE NOTE BIOGRAFICHE 


Il vero nome della scrittrice era Mary Ann Evans. Forse ella scelse lo pseudonimo maschile in omaggio alla scrittrice George Sand, di cui fin dall'adolescenza era un'appassionata ammiratrice. 

Nacque in Inghilterra nel 1819 e passò tutta l'infanzia nella piccola città di Griff, in una graziosissima casetta coperta di edera. 

Fu quel periodo della sua vita e il ricordo struggente che le lasciò nell'animo a far nascere in lei, molti anni dopo, l'ispirazione del romanzo IL MULINO SULLA FLOSS. 

Mary Ann scelse di vivere "secondo il suo cuore", ma i contemporanei se ne scandalizzarono: non poterono mai perdonarle di vivere a fianco di un uomo che non poteva sposarla, perché legato da un precedente, infelicissimo matrimonio. 

Tuttavia, quell'unione durò venticinque anni e fu delle più felici. Ma quante amarezze per la scrittrice, che si vide messa al bando sia dalla sua famiglia sia dalla società alla quale si sentiva legata! 
A trentasette anni scrisse il suo primo racconto, cui seguì un gran numero di romanzi che ebbero molto successo e permettono ancora oggi di considerare George Eliot una delle figure più grandi della letteratura inglese dell'Ottocento. 
Morì a Londra, nel 1880.



ALTRE OPERE 


Fra i romanzi che compongono l'opera letteraria di George Eliot, segnalo quelli che maggiormente rivelano le sue doti di acuta osservatrice e narratrice abilissima. 


SCENE DI VITA CLERICALE (1858) - Il libro raccoglie alcune novelle, tra le prime della scrittrice, molto interessanti per la ricchezza di osservazioni psicologiche. 


ADAM BEDE (1859) - E' la storia di una bellissima ragazza, condannata per infanticidio e salvata alla fine per l'intervento del seduttore pentito. Il profondo studio dei caratteri fa di questo romanzo uno dei migliori della Eliot. 


SILAS MARNER, IL TESSITORE DI RAVELOE (1861) - Romanzo altamente drammatico, pieno di vigore, ravvivato qua e là da scene veramente gustose di realismo campagnolo.


venerdì 14 dicembre 2012

JELI IL PASTORE (Vita dei campi) - Giovanni Verga

Giovanni Verga - Disegno di Antonio Gandolfo (1888)


  
JELI IL PASTORE 
"VITA DEI CAMPI" 
GIOVANNI VERGA (1840-1922) 


Nella prosa essenziale che gli è propria, il Verga traccia questo indimenticabile ritratto di Jeli, un  pastorello quasi selvaggio, solo al mondo con le bestie che custodisce, ma dotato da madre natura di un duttile ingegno nel rendersi indipendente, di una grazia servizievole col prossimo che gli usa carità nei rari contatti che ha con lui, non mai scontroso o chiuso..., al contrario! Non potendo per mancanza di occasione essere socievole con gli uomini, lo è con le sue bestie che egli ama e capisce come creature ragionevoli, alle quali prodiga cure e attenzioni piene di umanità affettuosa..., pensa alle espressioni per il puledrino che è rimasto senza la mamma, nate da una sua così dolorosa esperienza, così vere nella loro ingenuità. Divenuto amico di un signorino, è questo che riceve da lui il fascino della vita libera, a contatto con la natura e con gli animali. Tuttavia anche il pastorello dalla convivenza con Alfonso riceve qualche cosa: nella sua primitiva rozzezza, ignaro delle più elementari forme di cultura, ha innato il senso della musica (l'avrà appresa dagli uccellini del bosco che tante volte ha imitato col sito zufolo) e alla recitazione dei versi resta sospeso e incantato come al suono di una melodia dolcissima. Così, come un prodigio gli appare la scrittura, ma più in là non va: davanti all'incomprensibile, diventa taciturno e si chiude in quella furbesca maschera di indifferenza che nasce, dice il Verga, da dignità nei contadini siciliani. 

Uscito da un movimento letterario che potremmo definire di un terzo romanticismo: la Scapigliatura milanese (Rovani-Praga-Boito) che a sua volta derivava almeno in parte dal naturalismo francese, e che si proponeva di combattere il decadentismo al,quale erano giunti i romantici della seconda maniera, Giovanni Verga portò la rappresentazione del vero al alto più alto grado d'arte. 
Fra le tante opere segnalo i due più famosi romanzi: "I Malavoglia" che contiene la storia di una famiglia su cui pesa un tragico destino (forse il capolavoro del Verga: risale al 1881) e "Mastro don Gesualdo" (1888), nel quale si narra la vita di un uomo che lottando contro la miseria si è conquistato una posizione eminente e poi vede distruggere tutto il suo lavoro dai parenti e muore solo e dimenticato..., "Le novelle rusticane" (fra cui famosissime "La roba" e "Malaria") che oltre al valore artistico sono ricche di contenuto sociale, nella rappresentazione di un popolo che accetta il suo destino di dolore e sacrificio. 
Assai nota "Cavalleria rusticana" (poi trasformata in scene per il teatro), la cui fama è legata alla musica di Mascagni che la rese popolarissima. 

Il Verga è uno dei nostri più robusti scrittori: il suo verismo è di una plasticità così rilevata che lascia un'impressione indimenticabile. 
Per lui ogni lettore ha vivi in mente certi paesaggi siciliani e certe figure, con una evidenza straordinaria..., è portato veramente a vivere e a partecipare alla tristezza faticosa nella quale si muove la massa dei personaggi del Verga, guidati da un destino al quale talvolta cercano di ribellarsi, ma che in definitiva ricade sempre su di loro, opprimendoli. 
È caratteristica del verismo in Italia, il colore paesano, regionale.


VEDI ANCHE ...

Vita e opere di GIOVANNI VERGA

ROMANZI e NOVELLE - Giovanni Verga

TIGRE REALE - Giovanni Verga

CAVALLERIA RUSTICANA - Giovanni Verga

CAVALLERIA RUSTICANA (Opera teatrale) - Giovanni Verga

ROSSO MALPELO - Giovanni Verga

I MALAVOGLIA - Giovanni Verga

MASTRO DON GESUALDO - Giovanni Verga

L'ASINO DI SAN GIUSEPPE - Giovanni Verga


NOVELLE RUSTICANE - LIBERTA' - Giovanni Verga

LA LUPA - Film di Gabriele Lavia (Tratto dalla novella di Giovanni Verga)


   

mercoledì 31 ottobre 2012

LETTERE ROMANE - Epistole al fratello Quinto - Cicerone (Roman letters to his brother Quintus - Cicero)

Cicerone alla scoperta della tomba di Archimede - Martin Knolle
      
Quinto Tullio Cicerone, di quattro anni minore dell'oratore, seguì gli stessi studi del fratello, ma non si sentì portato all'eloquenza. 
Egli soleva dire che basta un solo oratore in una famiglia e persino in una città. 
Si dedicò invece alla poesia e alla storia e pare abbia scritto annali, tragedie ed epigrammi. 
Si unì in matrimonio con Pomponia, sorella di Tito Pomponio Attico, ma Per diversità di carattere non vi fu tra i due buona armonia. 
Aiutò con energia il fratello nella lotta contro il tribuno Clodio. 
Fu poi luogotenente di Cesare nella guerra gallica e nelle spedizioni in Bretagna. 
Durante la guerra civile seguì Pompeo, ma dopo la disfatta farsalica si avvicinò a Cesare cercando di rigettare sul fratello e sul nipote la colpa della sua defezione. 
Di questo sleale atteggiamento si lagnò più volte Cicerone nel suo epistolario. 
Cadde durante le proscrizioni del secondo triumvirato, vittima, come il fratello, dell'odio feroce di Antonio. 


"Lettere al fratello Quinto", scritte in tre libri, furono redatte da Marco Tullio Cicerone dal 60 al 54 a. C. 
Queste lettere hanno una grande importanza, sia come documento della vita intima dell'autore, sia come rappresentazione vivace della società di quel tempo... che potrei semplicemente definire guerrafondaia. 

In una lettera scritta dalla villa Cumana o da quella presso Pompei nel maggio del 54 a. C., Cicerone dice che passa il suo tempo attendendo all'opera "De Republica". 
Gli studi però non gli impediscono di occuparsi del figlio e del nipote. 
Cicerone dice che nelle sue ville vivrebbe piacevolmente, se non sentisse la mancanza del fratello. 
L'oratore si propone di vedere ogni giorno il figlio di Quinto, chiamato pure Quinto, per sorvegliarlo negli studi e fargli anche da maestro, e il piccolo Marco, allora undicenne (il nipote era di qualche anno maggiore del figlio). 
Quinto aveva scritto al fratello che si sarebbe occupato degli affari di lui..., e Cicerone risponde molto gentilmente che della cosa era certo, anche se non ne fosse stato assicurato per iscritto. 


In un'altra lettera scritta a Roma, dopo il 2 giugno del 54 a. C., durante gli anni delle grandi vittorie di Cesare in Gallia e Bretagna, Cicerone, non sempre giudice sicuro delle situazioni politiche, si accorge di avere troppo trascurato la sua amicizia con Cesare..., e quindi scrive al fratello Quinto per assicurarlo che curerà di essere in buone relazioni col vittorioso imperatore delle Gallie. 
Lo informa anche delle vicende politiche di Roma, mostrandosi disgustato di tutti e di tutto. 
Cicerone accenna ai preparativi che Cesare stava facendo, nel 54, per una nuova spedizione in Bretagna. 
Della Bretagna conquistata egli farà il quadro, cioè il poema, usando i colori che gli darà con le sue relazioni il fratello: di suo metterà il pennello, cioè la parola. 
Cicerone poi dà consigli al fratello non solo per il presente ma anche per il futuro...., perchè gli avvenimenti cittadini disgustavano Cicerone a tal punto, che egli non solo era scontento di tutti, ma anche di se stesso. 


VEDI ANCHE . . .







mercoledì 22 agosto 2012

Sandro di Mariano Filipepi detto BOTTICELLI


BOTTICELLI 
Cornini Guido
Giunti Editore * 2010
Collana - Dossier d'art
Pagine 52 illustrate




* La presente pubblicazione è dedicata a uno tra i più squisiti interpreti dell'arte fiorentina del Quattrocento: Sandro Botticelli, universalmente noto per la musicalità delle linee e per il fascino delle sue enigmatiche mitologie, dalla Primavera alla Nascita di Venere, dalla Pallade a Venere e Marte. Uno studio puntuale e documentato permette di leggere questi capolavori nelle loro strutture formali e nei loro significati simbolici, dedicando un ampio spazio a tutto l'arco della produzione del pittore. 





Sandro di Mariano Filipepi detto Botticelli (1444-1510) nasce a Firenze, e l'arte varia e voluttuosa di Filippo Lippi attrae l'intelligenza del giovane che non è indifferente né alla nobiltà del Verrocchio né alla vibrante risolutezza d'Antonio Pollaiolo. 

Botticelli si forma alla bottega del Verrocchio, dove viene a contatto con Leonardo, che segnerà sempre il percorso artistico del nostro. 

Disegnatore originale, traduce i tratti continui e le linee impulsive, che intaccano le superfici, in pennellate aspre, le quali ricercano i caratteri, le espressioni ed i movimenti. 
L'arido naturalismo di alcuni quattrocentisti toscani si raffina nella norma esclusiva della linea sottile e nervosa..., l'indole mobile e l'ardore dell'ingegno convengono a questo periodo di transizione. 
L'umanesimo dei Medici ristabilisce il culto e non la copia dell'antico: la poesia non ricalca modelli, e l'anima del vero artista interpreta le leggende religiose ed i miti pagani. 
All'intensità della fede non ripugnano i bei corpi femminili, lunghi e magri, dal viso affilato e dallo sguardo triste, come quello delle Madonne con gli occhi bassi e le labbra smorte. 
La curiosità e la finezza penetrano nell'allegoria ed appassionano l'azione con la violenza del contorno, specie quando i motivi si coordinano o turbinano attorno ad un punto di mezzo del quadro. 
Anche nei disegni in punta d'argento, che illustrano la "Divina Commedia", lo squisito idealista esclude dal suo lirismo pittorico i terribili effetti delle bufere e delle pene devastatrici.
  
Ritorno di Giuditta a Betulia - Botticelli
   
Nel "Ritorno di Giuditta a Betulia", che si trova nella galleria degli Uffizi a Firenze, dipinto nel 1472, domina un soffuso sentimento malinconico, espresso dalla qualità vibrante della luce, dall'intensa mobilità espressiva dei tratti e dalle fitte increspature delle vesti fluenti e arricciate, che accompagnano gli ondeggiamenti del corpo in movimento. 
La ripetizione ritmica delle linee morbide e la trasparenza velata delle vesti mettono in comunicazione la figura umana con la tremula luce del paesaggio. 
La "Primavera", dipinta nel I476-78, sita negli Uffizi di Firenze, evoca il sogno celebrato dal Poliziano nelle "Stanze". 
Al rezzo (luogo fresco ed ombroso) di un bosco di aranci, nella luce ambrata, che filtra fra i tronchi, Venere - casta e con il capo chino - sembra in atto di segnare il ritmo alla danza delle Grazie agili e coperte di veli. Accanto ad esse, Mercurio con il casco - è forse "il bel Julio" del poeta - alza la destra ai rami, ed il piccolo Amore, con gli occhi bendati, scendendo a volo, scaglia un dardo.., a sinistra, la Primavera cammina lieve ed ilare sui fiori, mentre Flora sfugge all'abbraccio di Zeffiro. 
  
Nascita di Venere - Botticelli
  
Nel 1478 fu eseguita la "Nascita di Venere", che si trova sempre agli Uffizi di Firenze: un altro capolavoro. 
La dea, trasportata sulla conchiglia dal soffio dei Venti, è malinconica, e, quasi tocca da un'ombra di misticismo medioevale, non si accorge della ninfa che vuol metterle il manto rosso a fiori verdi. 
  
Le tentazioni di Cristo e la Purificazione del lebbroso - Botticelli
   
Fra il 1481 e 1482, furono affrescati nella Cappella Sistina la "Le tentazioni di Cristo e la Purificazione del lebbroso" - che ricorda la carità di Sisto IV, fondatore di un ospedale -, la "Giovinezza di Mosé" ed "Aaron che scaccia i ribelli", monumentale e mosso....., la novità di quest'ultima composizione si collega con la più tarda "Calunnia d'Apelle" (Firenze, Uffizi). 
Fra i tondi non si deve dimenticare l'ispirata "Madonna del Magnificat" (Firenze, Uffizi), specie per il contrasto fra la Vergine, umile e raccolta, ed il Bambino che leva la testa e vede l'infinito. 

Dei singolari ritratti, i più psicologici sono "Simonetta Vespucci" (1476 circa) e "Giuliano de' Medici" (1478 circa) che si trovano oggi nel Museo di Berlino.
   
Madonna dell'Eucarestia - Botticelli (VEDI SCHEDA)
  
Negli ultimi anni, di fronte all'inasprirsi della crisi politico-religiosa a Firenze, e amareggiato per il confronto con Leonardo, fautore di una pittura antitetica ai suoi gusti, perchè fondata sull'immagine della natura e sull'osservazione diretta, Botticelli esaspera il suo pessimismo e la totale sfiducia nel progresso storico, riflettendo la sua angoscia nella scompaginazione dei valori spaziali e prospettici della "Natività mistica" e nei ritmi compositivi laceranti delle "Storie di San Zanobi".


VEDI ANCHE . . .

SANDRO BOTTICELI - Vita e opere

LA PRIMAVERA - Botticelli 

MADONNA DEL MAGNIFICAT - Botticelli

MADONNA DELL'EUCARESTIA - Botticelli


domenica 12 agosto 2012

PIETRO TACCA - Un manierista del Seicento

Fontana in Santissima Annunziata - Firenze

Pietro Tacca, nato a Carrara nel 1577 e morto a Firenze nel 1640,  è un artista di grande virtuosismo e abilità tecnica,  e si trasferisce presto a Firenze, dove lo troviamo quindicenne  discepolo e fonditore del Giambologna, del quale termina la statua del granduca di Toscana, Ferdinando I de' Medici (1615-1624)..., il monumento equestre di Enrico IV, mandato poi in Francia nel 1612, quello di Filippo III, inviato a Madrid nel 1616..., e la statua di Cosimo II (1624-1634) che si trova nella Cappella dei Principi
in San Lorenzo a Firenze. 

Successore alla corte medicea del Giambologna dal 1609, continuò l'insegnamento del maestro con originalità realizzando opere legate ai moduli compositivi e formali manieristi. 
  
Monumento equestre a Filippo IV di Spagna (1634-40; Madrid, Plaza de Oriente
    
Nel Monumento di Filippo IV, re di Spagna, il Tacca ardisce di rappresentare il cavallo impennato, e alla passione della forza aggiunge il senso moderno della grandezza. 
  
Monumento dei quattro mori a Ferdinando I de' Medici (1626) - Livorno 


I quattro mori incatenati sul piedistallo della statua di Ferdinando I, eretta in Livorno da Giovanni dell'Opera, hanno attinenza con i fiumi della fontana della Scrofa eseguita dal fiammingo nel giardino di Boboli, ma li sorpassano nel realismo e nella sicurezza del modellato. 

Il busto di Giambologna nel Louvre a Parìgi è un lavoro semplice e pacato, che attesta la versatilità dell'ingegno e la vivezza della tecnica, qualità lodate da Gian Lorenzo Bernini.


PIETRO TACCA
M. Tommasi
Editore ETS
Genere - Arti plastiche, Scultura
Formato - Libro illustrato 

Conclusione: Un libro con non molte opere, ma eccelsamente ben illustrato....

LEONARDO DA VINCI - Vita e opere (Life and works)


LEONARDO. Una carriera di pittore
Autore - Pietro C. Marani
Data - 2003, 384 pagine, illustrato, brossura
Editore - 24 Ore Cultura
Collana - Le gemme



"Il volume ripercorre la carriera di Leonardo pittore ponendo in rilievo la sua costante attenzione per la scultura, sia quella dei suoi predecessori e contemporanei, come appunto Verrocchio, Donatello e Tullio Lombardo, sia quella degli antichi, i bassorilievi e la scultura monumentale apprezzata nei suoi viaggi a Roma. Il costante riferimento alle arti plastiche si intreccia continuamente con la pittura e spiega la straordinaria forza tridimensionale delle sue creazioni pittoriche e, di conseguenza, il loro successo presso i contemporanei. 
Nel volume vengono via via indicate le possibili fonti scultoree delle composizioni pittoriche di Leonardo, spesso riprodotte in modo da rendere evidente il continuo dialogo intessuto da Leonardo con la scultura". (Descrizione tratta dal sito ibs.it) 



PREMESSA 


LA PITTURA DEL XV E XVI SECOLO 

Nel Quattrocento la tecnica si perfeziona e si adatta a più alti voli dei geni che si susseguono nel secolo d'oro: alle profondità del pensiero e nuovo ideale. 
I soggetti si spiritualizzano, la sintesi si contrappone all'analisi, la grandezza ed il decoro si unificano con il sentimento più moderato e con il desiderio d'ampliare la forma. Non c'è contrasto con la realtà, e non si viola l'esattezza con l'aspirazione al monumentale. 
La vita contemporanea contribuisce con i suoi elementi a render più nobili le composizioni, ma i tipi, le vesti e le architetture sono fuori del tempo e degli ambienti riconoscibili..., in virtù della cauta scelta, si arriva ad astrarre dai fatti comuni, ad evitar la copia materiale dell'antico e a variare le linee con equivalenze, contrasti e graduazioni. 
Lo spazio si allarga, e vi prevalgono le linee orizzontali..., i quadri dispongono le figure dentro un triangolo a larga base, e la terza dimensione slega il movimento dei corpi. Il problema degli scorci si risolve anche per mezzo dello sfumato e del chiaroscuro, e Michelangelo stesso usa l'accentuazione progressiva delle ombre. 
Sul declinare del Cinquecento, imperversa il manierismo e, a correggerlo, insorgono gli eclettici ed i naturalisti: i primi pretendono di risuscitare i grandi maestri con in una specie di grammatica dell'arte, ed i secondi prescindono da ogni autorità, abbandonandosi alla passione del vero: nessuna forma ripugna e nessuna tinta stride: gli occhi insegnano. 
Questa corrente, benché eccessiva nelle sue prime realizzazioni, ha con sé l'avvenire, e l'altra muore d'inedia nei dipinti macchinosi ed anneriti. 



LEONARDO DA VINCI 

Leonardo da Vinci (1452-1519), anima e mente universale, contempera la scienza con l'arte..., ingegnere, architetto e chimico, si divaga con la musica e la poesia..., osservatore acuto, è assillato dall'ansia della perfezione, ed è il più grande "indeciso" del Rinascimento nella scultura e nella pittura. 

Della prima, dacché fu distrutta la statua equestre di Francesco Sforza, non avanzano che i disegni, ma della seconda abbiamo alcuni capolavori. La bellezza effigiata da Leonardo da Vinci è spirituale e viva, non essendo il corpo che l'involucro e l'eco del pensiero...., la pittura è cosa mentale, e quindi la verità e la fantasia, l'analisi e la commozione si congiungono in un segreto impenetrabile, in un lirismo che turba. 
I tipi femminili hanno l'ovale del viso affilato nel mento, lo sguardo profondo, il naso sottile e diritto ed il sorriso velato, che acuisce la comprensione e non mortifica il senso. 
Anche la tecnica ottiene un raffinamento dalla squisita intelligenza del pittore, che crea lo sfumato per togliere il dissidio quattrocentistico tra forma e movimento..., l'atmosfera assorbe il contorno, e la penombra vaporosa si fonde nei colori, scostando l'immagine con una vibrazione di passaggi che riduce la corporeità della massa alla più fluida parvenza. 
  
Annunciazione - Leonardo

"Annunciazione" (Firenze, Uffizi), il puro esordio verrocchiesco, spira freschezza nel movimento dell'angelo e nel candido stupore della Vergine, che passa dalla faccia all'atto sospeso della mano sinistra. 
La convenzione iconografica e qualche durezza del contorno e del colore si eliminano nel quadretto simile del Louvre, che modifica la posizione della Vergine, e la inginocchia, curvandole il capo con tenerezza mistica..., un tempo, i vecchi cataloghi l'attribuivano a Lorenzo di Credi, ma in ogni particolare si conferma la superiorità nella finitezza dello stile e un'elaborazione unica. 
   
La "Adorazione dei Magi" (Firenze, Uffizi) è la prima opera datata ed incompiuta (1481), ma nell'incompiutezza non si avvertono lacune: l'artista si esprime con il mezzo atmosferico nebbioso, e vi fa biancheggiare le mobili figure sotto gli impulsi delle anime. 
La Vergine siede nel centro, come in un trono di verde..., il piccolo Gesù, in grembo a lei, riceve il dono d'un re, e benedice gli altri insieme con i loro seguiti, che fanno cerchio al gruppo divino. 
  
Prima di andare a Milano, Leonardo lascia in tronco il "San Girolamo" (Roma, Galleria Vaticana), modellato con graduazioni brune e con un contrasto energico di chiari e di scuri, dove il penitente, che si strazia il petto con il sasso, appare nell'intera grandezza dello spirito. 
    
La "Vergine delle rocce" (Parigi, Louvre, 1483) è una tela finita..., la luce vi circola elastica, infonde nei corpi un aspetto imponderabile, e lo sfondo roccioso, con stalagmiti aguzze e spacchi irregolari - di dove penetra la luce del crepuscolo, - allarga la grotta del San Girolamo. 
La Vergine s'inginocchia ed allunga la mano sulla spalla di San Giovannino, che si piega pregando verso Gesù, visto di profilo..., dietro a lui, un angelo in ginocchio indica al riguardante Maria che schiva l'onore con la sinistra tesa innanzi. 
   
Ultima Cena - Leonardo

Sei anni dopo, la "Ultima Cena" (Milano, Convento di Santa Maria delle Grazie) è un superbo calcolo di luce..., e ombre dolci e sfumose avvolgono i commensali, ed il limpido chiarore che entra dalle aperture dello sfondo si rifrange sulla parete destra, e cinge in un'aureola di cielo Gesù che profetizza il triste vero. 
La tavola è piccola, ed il traditore vi siede con i condiscepoli, i cui gruppi ternari si equivalgono, animati e potenti nelle mosse. 
Il dramma ha la perfezione dell'insieme nell'istantaneità dello sdegno e della discolpa..., c'è un vertice ed un abisso: la spirituale sofferenza del Cristo e la perfidia grifagna del profila, di Giuda. 
  
Battaglia d'Anghiari, in una copia di Rubens (1603) dell'opera perduta di Leonardo
          
Sant'Anna, la Madonna e il bambino (Sacra Famiglia) - Leonardo (VEDI SCHEDA) 

Dopo il ritorno a Firenze (1500), Leonardo si misura con Michelangelo nel celebre cartone della "Battaglia d'Anghiari", distrutto come quello della "Guerra di Pisa", che gli faceva riscontro, e dipinge la "Sacra Famiglia" (Parigi, Louvre), costruita a piramide, aerea e morbida nelle masse così fuse che non richiedono nemmeno l'appoggio visibile di Sant'Anna. 
Essa sostiene sulle ginocchia Maria protesa verso il Bimbo, che stringe l'agnello per un orecchio, e si rivolge improvvisamente alla madre, il cui slancio ineffabile gli impedisce di salire sul dorso dell'animale accovacciato e non restio. 
   
Intorno al 1506, finito il ritratto della "Gioconda" (Parigi, Louvre), che, dal Vasari allo Schuré, ha disseminato gli arzigogoli del romanticismo. 
L'incantatrice dal sorriso pensoso, dagli occhi bruni, che entrano nelle strette e stanche palpebre, e dalle mani fini e sensibili, è resa con estremo magistero tecnico. 
L'orizzonte del paesaggio si leva sopra i suoi occhi, ed un intreccio fantastico di valli bagnate da laghi e da torrenti sfuma nella nebbia umida. 
L'immagine e lo sfondo hanno un collegamento ideale, perché il ritmo ondulatorio dei veli si comunica ai piani anatomici e alle linee prospettiche..., la forma e la luce si concretano nella figura, ed il mistero è più vivo nel poeta che lo indaga, ascoltandosi, che non nello smarrimento della donna non più giovane e forse amata. 
  
Giovanni Battista - Leonardo

Il problema dello sviluppo atmosferico ammorbidisce sempre più la massa, fino a privarla della sua consistenza..., ne è prova il "Giovanni Battista" del Louvre, opera degli ultimi anni. 
Il voluttuoso androgino emerge dalle tenebre: sorride con i suoi occhi incassati nell'ombra e con le labbra che s'inarcano fra due pieghe...., il vero entra ormai nel dominio dell'astrazione, ed il genio si chiude placidamente in essa. 

Una poetica leggenda fa morire Leonardo fra le braccia di Francesco I, ma il re, il 2 del maggio 1579, era a Saint-Germain-en-Laye con tutta la Corte, ed il grande vecchio, che ricordò se stesso in un famoso disegno a sanguigna della Biblioteca Reale di Torino, finiva a Cloux. 


"LEONARDO. Una carriera di pittore" è una lettura che scorre leggera come una foglia sull'acqua di un placido fiume che Marani ci porta tra una pennellata e l'altra tra le pieghe della vita di questo nostro grande artista e veniamo così a conoscenza di tante piccole particelle cromatiche che ci erano finora sconosciute.


Conclusione: La bellezza effigiata da Leonardo è spirituale e viva, non essendo il corpo che l'eco del pensiero..



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MADONNA DEL GAROFANO (Alte Pinakothek, Monaco) - Leonardo da Vinci

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MADONNA BENOIS - Leonardo da Vinci 

ADORAZIONE DEI MAGI (Adoration of the Magi) - Leonardo

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LA VERGINE DELLE ROCCE - Leonardo 

LA VERGINE DELLE ROCCE (Louvre, Parigi) - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI MUSICO - Leonardo da Vinci

LA DAMA CON ERMELLINO - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI DONNA (LA BELLE FERRONIÈRE) - Leonardo da Vinci

L'ULTIMA CENA (Cenacolo) - Leonardo

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TESTA DI FANCIULLA - LA SCAPILIATA - Leonardo da Vinci

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