mercoledì 6 luglio 2011

L'ORAZIONE IN DIFESA DI ARCHIA (Pro A. Licinio Archia poeta oratio) - Cicerone (Cicero)

       





L'ORAZIONE IN DIFESA DI  ARCHIA


Marco Tullio Cicerone














ARCHIA

Vita e opere


Con la conquista definitiva, da parte di Roma, della Grecia e dell'Asia Minore, si assiste ad una rapida e progressiva penetrazione dell'ellenismo nella vita e nella cultura romana. Già in precedenza Roma era entrata in contatto col mondo greco, ma erano stati contatti quasi solo indiretti mentre, attraverso le città della Magna Grecia e della Sicilia, con le nuove conquiste Roma si mette in relazione diretta con la vita e il pensiero ellenistico. È il momento in cui l'Urbe, padrona ormai di tutto il Mediterraneo, attira a sé il mondo intellettuale con lo splendore della sua potenza e della sua gloria militare; a Roma cominciano ora ad affluire dall'Oriente filosofi ed artisti, in cerca di celebrità e di ricchezze. Cratete di Pergamo, Carneade, Critolao, Diogene, Polibio, Panezio vengono nella capitale per portarvi l'ornamento della loro cultura. Archia è uno di questi tipi rappresentanti del pensiero e dell'arte greca.
Le notizie che abbiamo intorno ad Archia sono quasi esclusivamente quelle che ci vengono dalla presente orazione (anche Quintiliano, confermando Cicerone, ponwe Archia come felice improvvisatore accanto al celebre Antipatro di Sidone). Le informazioni del nostro oratore non sono controllabili, perchè non abbiamo possibilità di confrontarle con altre testimonianze, ma c'è ragione di ritenerle veridiche, rivolgendosi Cicerone ad un uditorio assai bene informato, il quale conosceva i fatti presso a poco come l'oratore. Le divergenze potevano cominciare sull'interpretazione dei fatti, non sulla loro realtà.
Cicerone dunque ci fa sapere che Archia era un greco, nato ad Antiochia, città della Siria. Alcuni particolari fornitici nell'orazione ci permettono anche di fissare approssimativamente l'anno della nascita, la quale dovette cadere o il 119 o il 118 a.C.
Archia però non rimase a lungo nella città natale. Genio poetico precoce, improvvisatore estroso, specie di fanciullo prodigio, ritenne la città dei Seleucidi, piccola e irrequieta, ambiente troppo angusto per il suo talento poetico e per le sue aspirazioni di gloria e cercò fortuna altrove. Nè rimase deluso nelle sue speranze. Superando ovunque con l'ammirazione suscitata la fama che lo precedeva, passò, ricercato e atteso, per tutte le città dell'Asia Minore e della Grecia, portandosi da ultimo nella Magna Grecia. Anche qui accoglienze trionfali. Le più celebri città, Taranto, Reggio, Locri, Napoli andarono a gara nel tributargli onori e lodi. Tutte gli offrirono la cittadinanza onoraria. `
Finalmente giunse a Roma, meta forse sognata della sua Peregrinatio poetica. Aveva appena 17 anni (Cicerone dice che era ancora praetextatus). Erano consoli C. Mario per la quarta volta e Q. Lutazio Catulo; correva cioè l'anno 102 a.C.
Il poeta trovò facile accesso presso l'alta società romana, ormai libera dai pregiudizi catoniani sui pericoli della cultura greca per il carattere nazionale romano. I primi ad accoglierlo furono i Luculli, che lo ospitarono poi sino alla tarda vecchiaia, apprezzando in lui i nobili sentimenti dell'animo, oltre che la bella intelligenza. Ma lo ebbero caro inolte altre famiglie del patriziato romano: lo amarono i Metelli, Quinto, vincitore di Giugurta, e il figlio Pio, il futuro vincitore di Sertorio; visse in cordiale intimità con gli Ortensi, la famiglia del grande oratore Q. Ortensio Ortalo, che probabilmente fu suo discepolo; fu amico dei Lutazi, famiglia benemerita della repubblica per felici imprese militari e specialmente per la vittoria che nel 101 Q. Lutazio Catulo riportò sui Cimbri ai Campi Paudii.
Archia corrispose a queste manifestazioni di benevolenza e di stima pagando, per usare le parole dell'Ariosto, di parole e d'opera d'inchiostro. Infatti scrisse un poema sulla guerra contro i Cimbri, in onore di Mario e di Lutazio Catulo; più tardi, dopo avere accompagnato L. Lucullo in Asia durante il suo comando nella seconda guerra mitridatica (74-68), Archia celebrò la fortunata campagna del suo patrono.
Sappiamo anche che aveva cominciato a cantare il consolato di Cicerone; il lavoro però rimase incompiuto, perchè il poeta pose mano ad un altro poema inteso a celebrare le glorie della gens Cecilia, o più precisamente le felici imprese di Q. Cecilio Metello, il Pio, contro Sertorio.
Un'altra composizione poetica, di argomento assai diverso dalle precedenti, fu quella, che ci viene ricordata pure da Cicerone, sopra una visione che ebbe la nutrice del celebre attore Q. Roscio Gallo.
Di tutte queste opere o abbozzi nulla ci è pervenuto. L'Antologia Palatina ha conservato sotto il nome di Archia 35 epigrammi dedicatori e sepolcrali; la critica però tende ad attribuirli, meno pochissimi, ad un altro Archia, di cui non è detta la città.
Alcuni anni dopo il suo arrivo a Roma e probabilmente fra il 93 e il 92, Archia accompagnò in Sicilia il giovane L. Lucullo, il futuro vincitore di Mitridate. Le ragioni di questo viaggio non sono ben note; il viaggio però fu fatto. Nel ritorno, passando da Eraelea, città della Lucania, federata con Roma, ottenne, anche per le influenze dell'illustre ospite ed amico, la cittadinanza onoraria di quella città. Questo atto, come vedremo in seguito, diede ad Archia il diritto di diventare cittadino romano.


IL PROCESSO

Da ventisette anni circa Archia godeva dell'onore e dei vantaggi della cittadinanza romana (La cittadinanza piena di Roma dava molti diritti. I principali erano questi: il ius connubii, cioè il diritto di legittimo matrimonio, il ius honorum, il diritto di salire alle cariche pubbliche; il ius suffragii, il diritto di voto; il ius commercii, il diritto del possesso legittimo e del commercio; il ius testandi, il diritto di fare testamento. La cittadinanza si otteneva in più modi: per nascita, per affrancamento (rnanumissio) e per donazione [civitatis donatio]. Per affrancamento conseguivano la cittadinanza gli schiavi liberati [liberti]; non avevano però il ius honorum; per donazione la cittadinanza veniva concessa a benemeriti verso la repubblica e qualche volta a intere città), quando un tal Grazio lo chiamò in giudizio accusandolo di usurpazione del diritto di cittadinanza e chiedendo che, in applicazione della legge Pàpia (La lex Pàpia, dell'anno 65 a.C., ordinava lo sfratto da Roma di tutti i forestieri che avessero abusivamente usufruito del titolo di cittadini romani), fosse messo al bando dalla città. Per quali ragioni Grazio intentasse un tale processo non è chiaro; c'è tuttavia chi pensa, e non senza fondamento, che più che il poeta si mirasse a colpire la famiglia dei suoi ospiti, i Luculli; in tale ipotesi Grazio sarebbe stato solo strumento materiale; nell'ombra agivano segretamente i Pompeiani, nemici dichiarati della famiglia dei Luculli. Ma per meglio intendere l'origine dî questo processo bisogna fare in succinto la storia del diritto della cittadinanza romana.

È noto che la guerra sociale (90-88 a.C.) scoppiò per la decisa volontà degli alleati (socii) di ottenere la cittadinanza romana. A temperare la violenza della guerra, che gli Italici combattevano con abilità e tenacia, valse l'accortezza del console L. Giulio Cesare, il quale, dopo aver condotto egli stesso poco felicemente le operazioni militari contro Mario Egnazio, altri generali italici, sul finire dell'anno 90 concesse, con una sua legge (lex Iulia) l'ambita cittadinanza a quegli alleati, che erano rimasti fedeli a Roma. L'anno seguente (89 a.C.) si fece un altro importante passo a favore delle popolazioni italiche. I tribuni della Plebe M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone fecero approvare una legge (lex Plautia-Papiria), in forza della quale diventava cittadino romano chiunque si fosse trovato in queste condizioni:

1 - essere cittadino di una città federata di Roma;
2 - avere domicilio in Italia al momento della promulgazione della legge
3 - iscriversi entro il termine di 60 giorni presso i pretori incaricati di compilare le liste dei nuovi cittadini.

Archia ottemperava a tutte le condizioni volute dalla nuova legge: era cittadino di Éraclea, città federata di diritto e di fatto con Roma, aequissinto iure ac foedere; aveva il domicilio in Italia, anzi a Roma; nel termine richiesto si era fatto iscrivere presso il pretore e amico suo Q. Metello Pio. Egli quindi era di pienissimo diritto cittadino romano; in virtù di questa sua nuova condizione giuridica prese i tre somi propri del cittadino romano e si chiamò Aulus Licinius Archia. Licinius, che era il nome gentilizio dei Luculli, suoi protettori, divenne, secondo il costume romano, il nomen; Aulus, che forse proveniva da un'altra famiglia della gens Licinia, fu il praenornen; Archia diventò il cognomen.
Due fatti però convalidavano l'accusa di Grazio. Il primo era la mancanza di documenti scritti, che ditnostrassero la cittadinanza eracleese dell'accusato; il secondo l'assenza del nome di Archia nei due censimenti che si fecero dei nuovi cittadini dopo la promulgazione della legge. Era però facile alla difesa rispondere. Mancavano i documenti, perchè erano andati distrutti nell'incendio dell'archivio di Eraclea avvenuto durante la guerra sociale; in mancanza però di essi c'era una deputazione di cittadini eracleesi venuta appositamente a Roma a testimoniare la stessa cosa. Archia non era tra i censiti per la ragione che nel censimento dell'86 si trovava in Asia con L. Lucullo, proquestore di Silla, e nel 7o accompagnava il medesimo L. Lucullo nella terza guerra mitridatica.
Il diritto quindi di Archia alla cittadinanza romana era così evidente, che non si comprenderebbe neppure l'origine del processo, se non fosse lecito supporre che non si mirava tanto a nuocere al poeta, quanto a creare imbarazzi e ostilità ai suoi protettori.
Il processo si svolse nel 62 a.C., l'anno dopo il consolato di Cicerone, davanti ad un tribunale che era presieduto, come ci informa lo scoliaste di Bobbio, dal fratello dello stesso oratore, Quinto Cicerone. L'esito del dibattito fu quasi certamente favorevole al poeta, se l'anno dopo Cicerone si lamenta di non vedere continuato da Archia il poema che doveva celebrare il suo consolato. Tale lagnanza fa supporre che il poeta vivesse ancora in Roma.


L'ORAZIONE

L'orazione per Archia, della quale anche il Leopardi (OPERETTE MORALI, comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto) scrisse che essa è ispiratrice di nobilissimi sentimenti, ha dato origine ad alcune questioni, che qui esporremo sommariamente, come si addice a un manuale scolastico. La prima è quella dell'autenticità. Veramente questa fu questione piuttosto dei tempi passati, quando simili discussioni erano di moda. Oggi nessun critico sosterrebbe più che l'orazione non è di Cicerone, dopo che a lui l'attribuirono senz'ombra di sospetto scrittori autorevoli come Quintiliano e Seneca, dell'età immediatamente successiva a quella di Cicerone. Anche Asconio Pediano, il quale nel 42 d.C. pubblicò un dotto commento alle orazioni ciceroniane, non ebbe il minimo dubbio che quella per Archia potesse essere apocrifa. Dei resto, per quanto si scruti, sia nella lingua che nello stile, nulla vien fatto di trovare, che si allontani notevolmente dall'uso ciceroniano, e certe piccole deviazioni o si spiegano con l'ipotesi assai fondata che l'orazione non abbia avuta l'ultima limatura, o scompaiono allo studio approfondito dei testi.
Ma la questione grave è quest'altra. Se la causa di Archia era così evidente, così chiara, che al quarto capitolo dei dodici dell'orazione Cicerone poteva già esclamare: la causa è vinta, causa dicta est, come si spiega l'intervento di un oratore dell'autorità e del valore del nostro? Per quali motivi l'ex-console, che l'anno prima aveva salvato la repubblica, l'oratore il quale dopo le quattro Verrine era ormai considerato il principe dell'eloquenza forense di Roma, si assumeva ora il patrocinio di una causa, alla cui difesa vittoriosa poteva bastare il più modesto avvocato del foro? La risposta a queste domande non è nè sicura, nè semplice. Si fanno generalmente due ipotesi. Una, non improbabile, è la seguente. Si è già osservato che Cicerone attendeva da Archia la celebrazione poetica del suo consolato. Questo aveva già dato a Cicerone delle grandi soddisfazioni, a cominciare dell'acclamazione a console, fatta dal popolo, prima ancora che fossero comunicati gli scrutini della votazione; poi il senato lo proclamò padre della patria, cioè salvatore della repubblica, per l'opera da lui compiuta contro la congiura di Catilina. Erano però cominciate assai presto anche le delusioni, prima, quella che gli procurò il tribuno della plebe Q. Metello Nepote, il giorno stesso in cui lasciava la carica di console, interdicendogli la consueta arringa che il console uscente teneva alla plebe. Anche Pompeo non aveva mostrato per l'ex-console quell'ammirazione, che questi si attendeva e sognava. Chi avrebbe potuto meglio di Archía fare il poema greco, di cui l'oratore aveva già sentito l'inizio e che avrebbe tramandato ai posteri le gesta del suo consolato? Certamente la prospettiva di diventare l'eroe di una nuova epopea, doveva sorridere all'animo ambizioso di Cicerone e potè avere un'influenza notevole nell'indurlo ad accettare la difesa dei diritti acquisiti dal poeta. Ma forse l'oratore fu spinto a ciò anche da un'altra ragione. Qualche anno prima e più precisamente nel 66, egli aveva difeso, in un dibattito politico, la legge Manilia, che conferiva a Pompeo il comando della guerra mitridatica, provocando il richiamo in patria di L. Lucullo. La cosa non dovette certamente tornare gradita ai Luculli. Quale occasione migliore, per riavere in pieno la stima e l'amicizia di quella potente famiglia, di farsi ora patrono del loro protetto, minacciato di espulsione? Ma altri motivi, oltre a quelli detti, hanno forse determinato l'atteggiamento di Cicerone, motivi facilmente riconoscibili, se si esamina con qualche attenzione il momento, in cui il processo si svolse. Purtroppo dobbo qui limitarmi a rapidi cenni, perchè un esame un po' approfondito dell'argomento mi condurrebbe troppo lontano.
Ho già osservato che Cicerone non raccolse dal suo consolato tutti gli allori che aveva sognati. L'homo novus del tempo dell'elezione a console, l'inquilinus civis urbis Romae, come diceva Catilina, cioè il romano di terz'ordine, diremmo noi familiarmente, diventò presto oggetto di attacchi assai gravi. Gli avversari politici lo chiamarono ironicamente il terzo re straniero, dopo Numa e Tarquinio; i tribuni della plebe si fecero minacciosi accusandolo di essersi portato da tiranno. Gli stessi ottimati non mostrarono per lui quella deferenza, che egli aveva desiderato, e che gli aveva fatto sperare di essere lui il princeps publici consilii, cioè capo del partito aristocratico e guida del senato. Neppure Pompeo, l'uomo più autorevole del momento, sia nel campo politico che in quello militare, gli aveva dato le soddisfazioni che s'attendeva, tanto che, nella lettera già da noi ricordata, Cicerone gli espresse la sua delusione per non avere ricevuto gli elogi, che credeva di meritare, dopo le opere del suo consolato.
Di fronte a tanta gente, o palesemente avversa o immemore e indifferente, che cosa poteva mettere ancora a suo favore nella bilancia l'ex-console amareggiato e deluso, se non la sua dottrina, i suoi studi, la sua arte oratoria? E, quale migliore occasione, per fare questo, di quella che gli offriva la difesa di Archia, poeta, letterato, studioso? Gli encomi da tributare ad Archia, non erano da riferire anche a lui? I meriti di Archia non erano meriti pure suoi?
Ecco quindi che l'orazione Pro Archia diventava l'orazione Pro Cicerone e la difesa di Archia la difesa di quella cultura, che Cicerone perseguiva con ardore e che più volte aveva messo al servizio degli amici politici. Egli avrebbe avuto, nella difesa del poeta, una fortunata occasione per dimostrare che la cultura, unita ad una felice disposizione naturale, aveva creato i grandi Romani, veri ideali di perfezione umana, quali Scipione Maggiore e Ennio, Scipione Emiliano e Lelio, legati da vincoli di un'amicizia tanto utile alla repubblica. Non poteva egli, nella nuova situazione politica che si andava formando, mentre Pompeo ritornava dall'Oriente carico di allori, mettersi accanto al nuovo Magnus come consigliere e amico? Non aveva egli come quei grandi del passato la medesima devozione alla repubblica, la medesima energia morale, gli stessi alti ideali? Che questo fosse nel segreto del suo animo si può forse dedurre dalle parole, rivolte a Porripeo, con cui si chiude la lettera da noi già ricordata e diretta al medesimo Pompeo : “questi atti (del consolato), al tuo ritorno, vedrai che sono stati da me compiuti con tanta prudenza e grandezza d'animo, che tu, superiore come sei all'Africano, permetterai che io, non inferiore a Lelio, mi unisca a te nella politica e nell'amicizia”.
È palese il proposito di Cicerone di creare un binomio Pompeo-Cicerone, com'era stato il binomio Scipione-Lelio.
Del resto, nella stessa orazione Pro Archia, era chiara l'accenno laudativo a Pompeo e l'intenzione di cattivarselo: noster hic Magnus, qui cum virtute fortunam adaequavit (X, 24).
Ci spieghiamo anche, in questo modo, come l'oratore, con una sproporzione, che a prima vista può sembrare assurda, abbia ridotta a poco più di un terzo la parte dell'orazione, che tratta propriamente la questione giuridica, per dilungarsi in tutto il rimanente a parlare di poesia, di dottrina e di studi. Evidentemente questa seconda trattazione importava a Cicerone assai più della prima.
A me pare che l'orazione per Archia, messa in questa cornice storica, acquisti un'importanza nuova e possa non solo interessare maggiormente i giovani, ma diventare più viva ed efficace.



PROSPETTO ANALITICO DELL'ORAZIONE


I – L'ESORDIO

L'esordio si divide in due parti:

a) Nella prima l'oratore espone le ragioni, per le quali difenderà Archia.
b) Nella seconda si rivolge ai giudici, che chiama severissimi, e al numeroso uditorio chiedendo venia, se, per la natura stessa del processo, il suo discorso dovrà allontanarsi dalle comuni consuetudini del foro.

Questa seconda parte costituisce ciò che tecnicamente si chiama captatio benevolentiae.
L'esordio si chiude con la propositio:

a) Archia è cittadino romano di diritto;
b) se non lo fosse, dovremmo farlo per i suoi meriti insigni di poeta.


II - LA QUESTIONE GIURIDICA

(Prima confirmatio)

La trattazione della questione giuridica è divisa in tre parti: una narratio, la questio legitima, la refutatio.

a) Nella narratio l'oratore espone sommariamente la vita di Archia prima del suo arrivo a Roma, poi in Roma stessa e in fine il suo viaggio in Sicilia fino alla sua nomina a cittadino di Eraclea.
b) La quaestio legitima è la parte centrale dell'orazione formando la confirmatio propriamente detta.

In sostanza il ragionamento di Cicerone è questo: La legge Plauzia - Papiria (legge dei tribuni M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone dell'89 a. C.) concesse la cittadinanza romana ai cittadini delle città federate. Archia era cittadino di Eraclea, città federata aequissimo iure ac foedere. Archia è quindi per legge cittadino romano.

c) Refutatio. L'accusa sosteneva questi due punti:

1) Le tavole di Eraclea, comprovanti la cittadinanza di Archia, non esistono;
2) Il nome di Archia non si trova in nessuno degli elenchi redatti dai censori di Roma.

La difesa rispondeva:

1) Le tavole eracleesi andarono perdute durante la guerra sociale; esse però contenevano il nome del poeta, come dichiara una Commissione ufficiale venuta appositamente da Eraclea e come vien pure dichiarato da un teste autorevolissimo, M. Lucullo.
2) Il nome di Archia non è incluso negli elenchi compilati dai censori, perchè, quando gli elenchi furono redatti, il poeta si trovava assente da Roma.


III - LA QUESTIONE EXTRA-GIURIDICA

(Seconda confirmatio)

Cicerone, non soddisfatto di avere dimostrato, in base alla legge, che Archia è cittadino di Roma, vuole ora servirsi dei grandi meriti che il suo cliente ha come studioso e come poeta quale ulteriore, validissimo titolo al suo pieno diritto a tale cittadinanza.
La nuova trattazione dà modo all'oratore di parlare ampiamente di cose, che egli sente il bisogno di mettere molto in alto nella stima di tutti: gli studi, la cultura, la poesia. Gli argomenti svolti da Cicerone sono questi:

1) Gli studi, svago e nutrimento dell'animo, perfezionano le doti, che la natura ha dato all'uomo, forniscono un ideale morale, indispensabile per 1a vita pubblica. Chi non può darsi agli studi, deve ammirarli negli altri.
2) Archia è poeta e improvvisatore geniale. I poeti sono come persone sacre; valga l'esempio di Omero, per i cui natali ben sette città si disputano il vanto. Se tanta si onora un poeta morto, non dovremo noi rigettarne uno vivente.
3) Archia ha messa la sua arte a servizio del popolo romano, cantando le imprese di Mario (guerra contro i Cimbri) e di Lucullo (guerra contro Mitridate). Per opera di Archia la fama del popolo romano giunge ora là, dove già arrivo il valore delle sue armi.
4) La glorificazione fatta dai poeti è stimolo potente alle nobili e grandi azioni. Alla gloria aspirano tutti, i migliori più degli altri. Cicerone stesso si dice preso da tale aspirazione, che è meta elevatissima di ogni umana attività.


IV – LA PERORAZIONE

L'oratore si rivolge ai giudici, perchè siano benevoli al poeta; a questo fine riassume le sue argomentazioni.



MARCO TULLIO CICERONE

PRO A. LICINIO ARCHIA POETA ORATIO

L'ESORDIO

I - Cicerone esordisce dichiarando che, se come oratore vale qualche cosa, è giusto che fra i primi a raccogliere i frutti della sua arte sia il poeta Aulo Licinio Archia, il quale nello studio dell'eloquenza gli fu primo ispiratore e prima guida.
Incalzando poi nell'argomentazione l'oratore aggiunge che, se la sua voce, la quale tanto si giovò dei precetti di Archia, fu utile ad alcuno, è doveroso che torni ora di salvezza al poeta, che diede ad essa la possibilità di giovare ad altri.
Né sembri strano, continua Cicerone, che un poeta abbia influito su di un oratore, perchè tutte le discipline e tutte le arti sono conte unite da un vincolo di parentela.


II – Proseguendo nel suo esordio Cicerone chiede che gli venga concesso, sia per la singolare personalità del suo cliente, sia per l'eccellenza del tribunale, sia infine per l'elettissimo uditorio, di allontanarsi dal consueto linguaggio del foro per parlare un poco di letteratura e di arte; da quanto egli dirà apparirà chiaro che non solo Archia è di diritto cittadino romano, ma che, se non lo fosse, dovrebbe diventarlo per i suoi meriti.


LA QUESTIONE GIURIDICA

III - Incomincia, quella parte della orazione che era detta narratio. L'oratore espone rapidamente le vicende più importanti della vita dei poeta: la città nativa, gli studi, i trionfi giovanili, i viaggi, gli onori conferitigli, l'arrivo a Roma e la festevole accoglienza nelle più cospicue famiglie.


IV - Continua la narratio.
Archia, partito per la Sicilia con L. Lucullo, sosta nel ritorno ad Eraclea, dove gli è concessa, anche per l'influenza di Lucullo, la cittadinanza onoraria. Rientrato in Roma ne ottiene la cittadinanza in virtù della legge dei tribuni Silvano e Carbone (lex Plautia-Papiria) e si inscrive nelle liste del pretore Q. Metello. Il capitolo si chiude con la confirmatio giuridica e con una refutatio.


V - L'oratore, continuando nelle sue refutationes, attesta che il nome di Archia si trova proprio negli elenchi veramente autorevoli dei nuovi cittadini, quelli del pretore Q. Metello, mentre scarso valore hanno gli elenchi compilati dagli altri pretori, Appio e Gabinio.
Quanto all'obiezione dell'accusa, che il nome del poeta non si trova nelle liste dei censori, Cicerone afferma che la cosa è assai semplice da spiegare: Archia non era in Roma nell'epoca in cui furono fatti
i censimenti. D'altra parte il censimento non è prova del diritto di cittadinanza, ma solo dimostra che chi si fece censire agì da cittadino.


LA QUESTINE EXTRA-GIURIDICA

VI - A chi, come Grazio, faceva insinuazioni sull'eccessivo interessamento di Cicerone per Archia, l'oratore risponde che nella compagnia del poeta egli trova sollievo ai quotidiani dibattiti del foro.
Inoltre Cicerone osserva che, se ad altri gli studi offrono soltanto distrazione e diletto, a liti danno un'utilità pratica: lo elevano spiritualmente e moralmente e gli accrescono le possibilità di rendersi utile agli amici nei pericoli che sempre s'incontrano nella vita politica.


VII - Qualcuno, dice l'oratore, potrebbe obiettare che vi furono uomini sommi senza essere dotti, e che a conseguire la virtù una naturale disposizione dell'animo vale più della cultura. Bisogna tuttavia osservare, risponde Cicerone, che, se a una natura superiore si unisce la dottrina, allora ci si eleva al più alto ideale della perfezione umana. Tale ideale raggiunsero gli uomini più significativi del prossimo passato: Scipione Emiliano, Lelio, Furio, Catone.
Del resto, se anche la cultura non fosse utile, costituirebbe tuttavia per gli uomini una fonte inesauribile di diletto.


VIII - Se a tutti non è data la possibilità di coltivare gli studi, ammiriamo almeno quelli, ai quali tale possibilità è concessa. La morte dell'attore Roscio, sebbene vecchio, fu pianta da tutti i Romani, perchè la eccellenza della sua arte aveva riscosso il pubblico plauso; a maggior ragione quindi deve suscitare ammirazione l'arte di Archia, che con la vivacità del suo genio poetico commuove tutti, tanto più che la poesia è dono degli dei ed Ennio chiama sacri i poeti. Dopo la morte di Omero, ben nove città si contesero l'onore di avergli dato i natali.


IX - L'oratore, dopo essersi detto certo che nessun giudice vorrà negare la cittadinanza ad Archia, il quale, proclamandosi cittadino di Roma, ha dedicato il meglio della sua arte a cantare le mirabili gesta del popolo romano, accenna ai principali avvenimenti celebrati dal poeta: la guerra cimbrica, gloria di C. Mario, e la terza guerra mitridatrica, vanto di L. Lucullo. Anche la gloria di uno solo torna ad onore di tutto un popolo. Ennio fu caro al primo Africano per il suo poema in onore di Roma; Catone è
portato alle stelle, per avere esaltato la grandezza del popolo romano.


X - I nostri padri concessero la cittadinanza romana a Ennio, lo straniero di Rudiae; la negheremo noi ad Arrchia, cittadino di Eraclea, città confederata? Erra poi chi fa ad Archia il torto di avere scritto i suoi versi in greco e non in latino; la lingua greca è più diffusa della latina; per ciò i versi greci di Archia porteranno la fama di Roma agli estremi confini della terra, là dove è giunta la gloria delle armi romane.
Tutti amano la lode dei poeti. Alessandro Magno invidiò ad Achille un cantore come Omero; Pompeo Magno concesse la cittadinanza a Teofane di Mitilene, che aveva celebralo le sue gesta; Silla la diede a poeti Spagnoli e Galli; Q. Metello Pio ascoltò perfino goffi e ampollosi poetastri di Cordova.


XI - L'uomo, quanto più vale, tanto più è attratto dal desiderio della gloria. Gli stessi filosofi, che scrissero trattati sul disprezzo della gloria, non esitarono a porre sui loro libri il proprio nome. Anche uomini d'armi, antichi e recenti, si mostrarono amanti della poesia, dispensatrice di gloria. Vorranno i nostri giudici comportarsi, nei confronti di Archia, diversamente da generali in armi?
L'oratore stesso confessa di avere esortato Archia a condurre a termine il poema, già iniziato, sulle vicende del suo consolato, e questo fece per amore di gloria, perchè nessun premio alla virtù è più ambito di quello che ci viene dalla speranza che il ricordo delle nostre opere vada al di là del limite della vita umana.


LA PERORAZIONE

XII - È possibile credere che tutto per l'uomo finisca con la morte e che nulla rimanga oltre la tomba? Piuttosto che lasciare ai posteri l'immagine nostra scolpita o dipinta, non è preferibile tramandare il ricordo delle nostre azioni?
L'orazione è giunta con queste considerazioni al termine e Cicerone conclude riassumendo gli argomenti fondamentali della sua difesa ed esprimendo la certezza che la sentenza sarà favorevole al poeta.


VEDI ANCHE . . .






MARCO TULLIO CICERONE - Vita e opere (Life and Work)

CICERONE

Il più grande scrittore e oratore di Roma nacque nel 106 a.C. nella villa avita, ad Arpino, municipio della Campania. La famiglia apparteneva all'ordine equestre e godeva di molta agiatezza, ma nessuno dei suoi antenati aveva voluto sacrificare la tranquillità campestre alle avventure della vita politica. Cicerone fu il primo a presentare il nome dei 'Tullii' ai suffragi popolari e apparve perciò ai suoi concittadini come un homo novus.
Giovinetto ancora fu condotto dal padre, insieme col fratello minore Quinto, a Roma, dove si diede con ardore allo studio della filosofia e dell'eloquenza, sotto la guida dei migliori maestri greci e latini. Egli ricorda spesso quel periodo felice della sua vita e in particolare le lezioni dei grandi oratori Antonio e Crasso. Nella scienza e nella pratica del diritto fu ammaestrato dal celebre giurista Q. Muzio Scevola.
Il suo esordio come oratore fu pieno di audacia. Nell'8o a.C. Crisogono, potente liberto di Silla, accusò di parricidio Sesto Roscio Amerino. Molti oratori, anche di grido, si rifiutarono di difenderlo, per timore di Silla; non così Cicerone, che pronunziò un discorso eloquente e coraggioso (Pro Sexto Roscio Amerino), riuscendo non solo a salvare un innocente, ma a bollare d'infamia quei miserabili, che, dopo essersi arricchiti di tutta la sostanza di questo sventurato, tentavano anche di annientarlo sotto l'accusa di un delitto atroce.
Nel 79, seguendo l'uso dei giovani romani del tempo, si recò a perfezionare i suoi studi in Grecia, dove frequentò la scuola del retore Demetrio Siro, dell'epicureo Zenone e dell'accademico Antioco. Passò quindi nell'Asia Minore, e poi in Rodi, dove ascoltò le lezioni del famoso oratore Apollonio Molone, che già aveva conosciuto in Roma e che ebbe su di lui una efficacia decisiva.
Ritornato in patria, si fece conoscere di nuovo e meglio come valente oratore e si dischiuse così la via alle più alte cariche della repubblica. Questore in Sicilia nel 75, l'anno dopo ottenne il laticlavio; fu edile nel 69 e pretore nel 66. Intanto si era insuperabilmente consolidata la sua fama di oratore e molto si era rafforzata la sua posizione politica. Nel 70 i Siciliani, memori del suo governo retto e sapiente, affidarono a lui il patrocinio della loro accusa contro Verre, che quale propretore dell'isola aveva commesso ogni sorta di prepotenze ed estorsioni. Cicerone ottenne un trionfo clamoroso. Verre prese la via dell'esilio senza aspettare l'esito del processo.
Nel 66, essendo pretore, pronunziò il suo primo discorso politico. Il tribuno delle plebe Manilio aveva proposto di affidare a Pompeo il comando della guerra contro Mitridate, ma la proposta era osteggiata dal senato, che diffidava della potenza militare e politica che si andava acquistando Pompeo. Il nostro oratore sostenne in Senato (Pro lege Manilia, sive de imperio Cn. Pompei) la necessità di affidare a Pompeo il comando della guerra e raggiunse l'intento. Finalmente nel 63 ottenne il consolato e diede prova non solo di accorgimento politico, ma anche di coraggio, scoprendo e reprimendo energicamente la fosca congiura di Catilina. Per tale opera il senato lo acclamò padre della patria. Fu questo il periodo più splendido della sua vita politica. Ma qualche anno dopo (marzo del 58), accusato dai suoi avversari e specialmente dal tribuno della plebe Clodio di avere ucciso i complici di Catilina senza processo regolare, per sfuggire ad una legge proposta contro di lui dal medesimo tribuno, prese volontariamente la via dell'esilio e si recò in Grecia. Nel settembre però dell'anno successivo fu richiamato in patria. Quando egli rientrò in Roma, tutto il senato andò ad incontrarlo alle porte della città, seguito da una folla immensa, che lo acconxpagnò come in trionfo sul Campidoglio. Negli anni che seguirono, parlò spesso in senato e nel foro a difesa di amici e fautori, e si unì ai triumviri, spinto anche dal bisogno di difendersi dalla feroce e ostinata persecuzione di Clodio. Nel 51 fu mandato proconsole in Cilicia e per una fortunata azione militare contro una popolazione ribelle del monte Amano fu dai suoi soldati proclamato “imperator”.
Quando poi scoppiò la guerra civile fra Cesare e Pompeo, Cicerone, dopo essersi cullato per qualche tempo nella nobile illusione di farsi mediatore tra i due, si mise col senato dalla parte di Pompeo, parendogli così di servire meglio la causa della libertà. Dopo Farsalo, si avvicinò a Cesare, che già lo aveva ricercato, ma si tenne lontano dalla politica, in un prudente riserbo, e attese allo studio della filosofia e delle lettere.
Caduto Cesare sotto il pugnale dei congiurati (44 a.C.), egli ritornò alla vita pubblica, opponendosi con coraggiosa costanza alle mire di Antonio, che pareva volesse far rivivere la dittatura soppressa. Dal 2 settembre del 44 al 21 aprile del 43 pronunziò le sue famose quattordici “Filippiche”, con le quali con insueta veemenza additò il nuovo tiranno all'esecrazione di tutti. Fu il canto del cigno. Dopo le vittorie dei consoli Irzio e Pansa e di Ottaviano contro Antonio nei dintorni di Modena, i capi cesariani s'incontrano in un'isoletta del Reno, presso Bologna, e stringono il secondo triumvirato. Corne ai tempi di Silla, i nuovi dittatori inaugurano il loro potere con le proscrizioni. Il nome di Cicerone è il primo nella lista di Antonio. Ottaviano abbandona all'ira vendicativa dei collega il vecchio consigliere ed amico.
L'Arpinate, che già prima, all'annuncio del patto fra i tre grandi, si era ritirato col fratello Quinto e il nipote nella villa di Tuseulo, lasciò anche questa, quando seppe dell'avvicinarsi dei triumviri a Roma, e si portò nell'altra sua villa di Astura, presso Anzio, per imbarcarsi per la Macedonia, dove Bruto stava raccogliendo le forze repubblicane. Ma i venti contrari e la violenza della burrasca lo costrinsero a ritornare alla spiaggia. Diede allora ordine ai servi di portarlo al “Formianum”, la villa che possedeva a Formiaingratitudine indicato la via della fuga. Il vecchio uomo consolare, quando vide avvicinarsi i sicari, fece deporre la lettiga e vietò ai servi ogni difesa. Fissò in volto i soldati, poi si sporse dalla lettiga offrendo il capo ai carnefici. I presenti si copersero gli occhi.
Era i1 7 dicembre dei 43. Gli sgherri non si contentarono del capo, troncarono anche le mani dell'oratore e portarono quei miseri resti ad Antonio che li fece esporre sui rostri nel foro, spettacolo d'immensa pietà per i Romani, che da quel luogo lo avevano udito parlare tante volte fra l'universale ammirazione.
Qualche giorno dopo caddero vittime dello stesso odio il fratello Quinto e il figlio di questo. Si erano separati dall'oratore ad Elstura, per tornare a Roma a provvedersi di danaro per il viaggio. Traditi dai servi, caddero nelle mani dei sicari di Antonio e perirono commiserando l'uno la sorte dell'altro.


LE OPERE LETTERARIE

L'opera letteraria di Cicerone è così varia, vasta e preziosa, che costituisce il monumento più insigne di tutta la letteratura latina. Cicerone non fu solo il più grande oratore, ma anche lo scrittore più perfetto e facondo di Roma antica. Di tanta mole di lavoro però io non potrò dare qui che un breve cenno, quello che mi è consentito dalla memoria.
Cicerone deve il meglio della sua fama letteraria alle orazioni. Egli ne scrisse e recitò rnoltissitne; quelle giunte a noi sono 57, tutte di grande interesse e come opera letteraria e come documenti storici. Di tante orazioni ricorderemo qui solo le 5 Verrine, contro il famigerato Verre, e le Filippiche, quattordici discorsi pronunziati contro Antonio, l'ultima sua fatica oratoria e l'ultima nobile battaglia per la causa della libertà e della repubblica.
Anche di studi retorici si occupò volentieri il nostro autore, e scrisse, su questo argomento, opere di molto valore, come il De oratore e l'Orator, in cui tratteggia l'ideale del perfetto oratore, e il Brutus, che è come una storia dell'eloquenza romana. Quando poi le mutate condizioni politiche nota gli consentirono più di prendere parte attiva alla vita pubblica, cercò conforto negli studi filosofici, e compose molte opere, con le quali, se non riuscì a farsi stimare nè come ingegno speculativo, nè per l'originalità di pensiero, concorse tuttavia a divulgare tra i suoi concittadini le dottrine della filosofia greca; inoltre diede alla lingua latina una propria terminologia filosofica, che ancora non possedeva, e rese alla storia stessa della filosofia un prezioso servizio, colmando in parte il vuoto prodotto dalla perdita delle grandi opere originali. Dei suoi moltissimi scritti filosofici citerò almeno i seguenti : De re publica, De legibus, De finibus bonorum et malórum, Tusculanae disputationes, De natura deorum, De divinatione, De officiis, De senectute, De amicitia.
Un'altr'opera ciceroniana per molti riguardi più caratteristica di tutte e di somma importanza, non solo per la vita intima dell'autore, ma per la storia e le vicende del tempo, è il suo voluminosissimo epistolario, che può considerarsi come una miniera ricchissima di rare e preziose notizie. In queste lettere, quasi meglio che in un'opera storica, troviarno ritratta la società romana d'allora: uomini e avvenimenti di quell'agitatissimo periodo ci appaiono, attraverso le lettere ciceroniane, nella loro luce più chiara, nella realtà più intima e viva.
In tutta questa vastissima opera letteraria Cicerone lasciò tracce imperiture di un ingegno acuto e multiforme. Non c'è in tutta la latinità scrittore che lo superi per l'eleganza e il magistero dello stile, e se il suo linguaggio ci appare qualche volta ridondante o verboso, ciò non nasconde mai povertà o vuotezza di pensiero, ma dimostra sola fluidità di immagini, ricchezza e padronanza di forma. Per questo culto dell'espressione egli assoggettò la sua lingua alle più severe leggi della grammatica, quasi volesse imprimere nelle orazioni e negli scritti quella stessa purezza, che perseguiva costantemente nella vita. Dopo la correttezza e precisione della lingua, la sua cura più diligente fu rivolta al numerus, cioè all'armonia e rotondità di un periodo architettato con arte. Per guadagnarsi meglio l'animo dell'uditore, egli volle accarezzarne anche l'orecchio, dando alla sua prosa come un ritmo e una cadenza poetica.
Questi ed altri pregi, che sarebbe qui troppo lungo enumerare, uniti ad una vasta cultura e ad una dottrina soda, fanno di Cicerone il principe dei prosatori latini, e chiunque voglia ancora esprimere nell'antica lingua di Roma, con purezza ed eleganza, il proprio pensiero, deve ricercare in lui il modello più perfetto, il maestro insuperato e insuperabile di lingua e di stile.
Se poi ai meriti sommi dello scrittore, del letterato e dell'oratore, aggiungiamo le virtù insigni del cittadino, come la devozione assoluta alla patria, alla sua Roma, che egli vedeva già, con chiarezza, madre del diritto e dominatrice del mondo, l'amore profondo del bene, la rettitudine più scrupolosa nella vita pubblica e privata, dobbiamo vedere in Cicerone uno degli animi più nobili, grandi e benemeriti dell'antico e glorioso mondo romano.


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