mercoledì 9 febbraio 2011

GERUSALEMME LIBERATA (Jerusalem Delivered) - Torquato Tasso

GERUSALEMME LIBERATA

Gerusalemme Liberata (1628-1629) - Canto 19 (Erminia trova Tancredi ferito)
Nicolas Poussin (1594-1665)
Ermitage di San Pietroburgo - Olio su tela cm 98 x 147


PREMESSA

Torquato Tasso segna il passaggio dall'epoca della piena fioritura rinascimentale al secolo seguente.

Il Tasso visse in un periodo in cui i valori che erano stati alla base della civiltà rinascimentale (innanzitutto la fiducia nell'uomo e nella sua autonoma capacità di costruire un mondo idealmente "perfetto") sono entrati in crisi; alla società fondamentalmente laica, anche se non antireligiosa, del '400 e del primo '500, si va sostituendo un mondo in cui il problema religioso (con lo scontro tra il Cattolicesimo della Controriforma e il Protestantesimo, e tra fede e spirito scientifico) è divenuto di nuovo uno dei nodi basilari. Inoltre egli visse in Italia, in un paese, cioè, dove tutti questi problemi assumevano un aspetto particolarmente drammatico per la dolorosa situazione politica.

La figura del Tasso è interessante, oltre che per il valore artistico della sua opera, anche perché riflette assai bene le contraddizioni e i tormenti della sua epoca e in parti colare la crisi in cui si venne a trovare la figura stessa dell'intellettuale. Le angosce del poeta, la sua instabilità, la sua "follia", sono, prima ancora che fatti privati, il segno del suo tempo, di tutti questi problemi (politici, religiosi, sociali e più propriamente culturali) a cui ho accennato.


TORQUATO TASSO - La vita in breve


Torquato Tasso nacque a Sorrento nel 1554. A dieci anni si trasferì a Roma con il padre: ne provò un grandissimo dolore, reso ancor più acerbo dalla morte improvvisa della madre, avvenuta due anni più tardi. Il padre si stabili poi a Pesaro: qui il Tasso trascorse alcuni anni felici e compose, appena diciottenne, il poema epico "Rinaldo" e le rime per Lucrezia Bendidio e Laura Peperara.

Nel 1565 il poeta si trasferì a Ferrara per servire gli Estensi. Inizialmente il periodo ferrarese fu abbastanza tranquillo, benché turbato da un grave esaurimento nervoso destinato a trasformarsi in breve tempo in nevrastenia acuta e in una vera e propria mania di persecuzione.

Tasso fuggì allora dalla città e iniziò un triste pellegrinaggio tra le più importanti Corti italiane. Nel 1579 decise di tornare a Ferrara: qui in un accesso d'ira inveì violentemente contro il duca Alfonso II, che lo fece rinchiudere nell'ospedale di Sant'Anna, considerandolo più un prigioniero che un ricoverato.

Nel 1586 alcuni amici fedeli riuscirono a farlo liberare; il poeta però non era cambiato e continuò la sua vita errabonda fin quando, nel 1595, la morte lo colse a Roma nel monastero di Sant'Onofrio al Gianicolo.


LE OPERE

Il Tasso ha scritto moltissime rime, circa 2000, di diverso contenuto e di diversa ispirazione: accanto ai versi che esprimono sentimenti d'amore e di ammirazione per la bellezza femminile, ve ne sono molti altri che trattano argomenti religiosi e manifestano le ansie e i tormenti del suo animo malato, esaltando la bellezza e il fascino malinconico della natura.
Particolarmente interessante è la "Aminta", la più bella favola pastorale del '500, i "Dialoghi", sincera testimonianza delle ansie e delle preoccupazioni che travagliarono l'animo del poeta, e lo "Epistolario" che offre un'interessante panorama della sua esistenza.
Nella "Gerusalemme liberata" il Tasso narra alcune vicende della prima Crociata, culminanti nella conquista della città da parte dell'armata cristiana agli ordini di Goffredo di Buglione.
L'ispirazione del Tasso fu inizialmente soltanto religiosa: il suo scopo infatti era quello di esaltare la Chiesa e l'eroismo dei combattenti cristiani. I numerosi episodi d’amore, le vicende di Armida e Rinaldo, le avventure di Argante e Solimano, inseriti nel racconto soltanto con il fine di abbellirlo, lo trasformarono però in un poema romanzesco.


Le pagine più belle della "Gerusalemme liberata" sono proprio quelle in cui il Tasso, dimentico di ogni preoccupazione morale, esprime sinceramente la sua visione drammatica e dolorosa di tutte le vicende umane, il dramma dei valorosi destinati a soccombere di fronte all'ineluttabilità del destino e la malinconia nata dalla consapevolezza della caducità di tutte le cose terrene.


Messaggeri di Goffredo di Buglione nel Giardino di Armida
Lemoyne Francios - Hermitage Museum


GERUSALEMME LIBERATA – IL PROEMIO

Il Tasso si accinge ad esaltare le armate cristiane e Goffredo di Buglione, comandante dell'esercito che durante la prima Crocîata liberò la Terrasanta, eroe nobile ed intelligente, che sopportò molti travagli per portare a termine la gloriosa impresa: l'Inferno tentò invano di opporsi e invano si armarono insieme le popolazioni d'Asia e d'Africa; il cielo fu favorevole a Goffredo e raccolse sotto le bandiere crociate i suoi compagni, continuamente distratti da altre avventure.
Il poeta chiede aiuto e appoggio a Urania, considerata non come la mitica abitante del Monte Elicona, dove secondo la tradizione risiedevano Apollo e le nove Muse, ma come una virtù spirituale, ispiratrice dei poeti, residente nel cielo tra i cori degli angeli e dei beati, circondata dalle stelle immortali. Egli chiede che Urania infonda nel suo petto entusiasmi divini e rischiari il suo canto e lo perdoni se egli sarà costretto ad abbellire la verità storica con finzioni poetiche, racconti amorosi e avventurosi. La Musa non ignora che nel mondo dove la poesia attrae con la sua armonia i lettori, la verità presentata sotto una piacevole veste poetica, ha convinto anche i più schivi, comportandosi come gli adulti che offrono ad fanciullo ammalato in sostanze piacevoli una un recipiente con l'orlo addolcito da medicina amara ma risanatrice.

Le ultime due ottave dell'introduzione sono dedicate ad Alfonso d'Este, protettore del poeta e suo ospite. Il Tasso si augura che il duca accolga benevolmente quest'opera di ispirazione religiosa e spera che la sua penna, presaga delle future imprese del duca, possa scrivere un giorno ciò che ora si limita ad accennare. Egli auspica che tutti i cristiani uniti portino guerra ai Turchi per conquistare Gerusalemme, con Alfonso d'Este a capo delle forze navali o di quelle terrestri. Intanto il nuovo Goffredo di Buglione ascolti il carme a lui dedicato e si prepari alle future lotte.


LA FAVOLA DEL POEMA

Da sei anni durava la guerra della prima crociata: della grande impresa, che doveva ritogliere ai Turchi il sepolcro di Cristo. I crociati, sotto la guida di Goffredo di Buglione, avevano già conquistato Nicea, Antiochia, Damasco, Tolosa nell'Asia minore e si erano arrestati. Ma Dio decide che la guerra sia ripresa alacremente e condotta a termine. Goffredo, a cui un angelo riferisce la volontà divina, riuniti i capi, fatta la rassegna dell'esercito, muove verso Gerusalemme. Il re della città, il crudelissimo Aladino, si prepara alla difesa. Per consiglio d'un cristiano rinnegato, il mago Ismeno, egli fa trafugare da una chiesa di cristiani e collocare nella moschea una immagine miracolosa della Vergine, che avrebbe (strano!) tutelata, posta in quella moschea, la città e la religione maomettana. Ma dalla moschea l'immagine è tolta via, da mano ignota, ma certo cristiana. Aladino, novello Erode, vuole che tutti i cristiani siano uccisi; così punirà sicuramente anche il colpevole. Allora la santa vergine Sofronia, a stornare l'eccidio dai suoi correligionari, si offre come rea di quel furto. Come reo si offre anche il suo giovinetto amante Olindo, che non sopporta di veder perire la sua donna. Piacerebbe - ad onore del popolo cristiano - che il ladro vero si scoprisse e affrontasse il martirio. Il re, che non sa se il colpevole sia Sofronia o sia Olindo, li danna tutti e due al fuoco. Ma Clorinda - una guerriera che viene sin dalla Persia a difendere Gerusalemme - sopraggiunge in quella; ha pietà dei due giovani, ed ottiene che siano liberati. Ed essi passano così dal rogo alle nozze ed all'esilio.


Clorinda salva Olindo e Sofronia - Eugène Delacroix
Neue Pinakothek - Monaco di Baviera

Intanto i crociati sono giunti in Emaus, a una giornata da Gerusalemme. Vengono a Goffredo due méssi del re di Egitto: Alete e Argante: Alete accortissimo diplomatico, Argante un rozzo violento, che non si intende, veramente, perché partecipi ad una ambasceria. Alete, a nome del suo re, alleato con quello di Gerusalemme, vuol persuadere il capitano a non procedere oltre nell'impresa: gli basti la gloria conseguita: non provochi l'intervento del re d'Egitto. - La nostra speranza è in Cristo, risponde Goffredo, e saremo lieti di morire tutti per lui. - E si proclama la guerra anche contro il re d'Egitto; con la più grande gioia di Argante, che, da messaggero fatto nemico, va diritto a Gerusalemme, per poter combattere subito, e lascia che Alete ritorni solo al suo re.

Il mattino seguente i crociati giungono in vista di Gerusalemme; e gridano di gioia e piangono sui loro peccati, e avanzano. Da una torre della città Erminia, già figlia del re di Antiochia, indica al re i guerrieri cristiani, e Tancredi innanzi tutti, Tancredi di cui ella era stata prigioniera e ne era divenuta timida, ma ardente amante. Tancredi giunge sino sotto le mura: esce ad incontrarlo Clorinda; ma quando egli, facendole, d'un colpo di lancia, cader l'elmo, la riconosce per la bellissima che aveva già veduto un giorno rinfrescarsi la fronte ad una fontana, si arresta, e va a combattere contro gli altri. Ma uscito era anche Argante. Tancredi, Rinaldo, Dudone si avventano su di lui: e Dudone, il capo dei cavalieri di ventura (cavalieri liberi, e non soggetti a nessuno, come quelli della Tavola rotonda), muore. Rinaldo accorre per vendicarlo; ma Goffredo richiama i troppo audaci; e pensa come assediare regolarmente la città, e manda soldati ad atterrare una selva, per costruire macchine da espugnare le mura.

Satana, naturalmente, non dorme. Raccoglie a parlamento i suoi soggetti, li esorta a uscir dall'inferno e insidiare in tutti i modi i cristiani, e sviarne l'impresa. E i demoni si spandono per il mondo. Uno si reca da Idraote, mago e re di Damasco, gli suggerisce di mandare al campo cristiano sua nipote, la bella Armida, che seduca e distragga quanti più può dei crociati.
Armida appare tra i crociati. E’ un incendio.
Nessuna resistenza dei guerrieri di Cristo contro le attrattive della femmina.
Giunta a Goffredo, Armida si rappresenta come vittima di un suo zio, che le ha usurpato il regno di Damasco, attentato alla sua vita, costretta a fuggire. Domanda di essere rimessa nel regno; le bastano dieci guerrieri, dieci soli guerrieri. Il capitano non può concedere; prima bisogna conquistare Gerusalemme. Ma i crociati non sono del suo parere: specialmente i cavalieri di ventura. Eustazio, benché sia il fratello di Goffredo, attesta che non cingerà più la spada, se non gli sarà lecito difendere una vergine oppressa. Il capitano è pieno non meno di senno che di debolezza. Cede: purché, ad evitare responsabilità, i dieci siano scelti tra i cavalieri di ventura. Ma occorre, innanzi tutto, nominare il capo di quei cavalieri, in luogo del morto Dudone. Rinaldo aspira all'alto onore. Vi aspira Gernando, principe di Norvegia, che - eccitato da un demonio - in pubblico ingiuria il suo rivale; Rinaldo l'uccide, semplicemente. Goffredo manda per incarcerarlo. Rinaldo non esiterebbe ad uccidere anche i méssi di lui; ma, per consiglio di Tancredi, parte per recarsi da Boemondo, in Antiochia; e Goffredo lo dichiara bandito. Allora, tra i guerrieri di ventura, si traggono a sorte i nomi dei dieci, che seguano Armida; ma la bellissima ne aveva sedotti molti più, che le tengono dietro nascostamente.

Argante non può più rimanere entro le mura. E’ uscito dalla città, ha mandato a sfidare i cavalieri cristiani. Tancredi accetta. Gli eserciti dall'una e dall'altra parte stanno a riguardare. E da un rialzo riguarda anche Clorinda. Tancredi se ne accorge, e resta come paralizzato; il giovane Ottone precorre Tancredi sì che è facile ad Argante di scavalcarlo. Ma Tancredi riprende ferocissimo. La notte interrompe il duello, che dovrebbe ricominciare al mattino; e Tancredi ferito è ricondotto fra i suoi. Erminia, che ha seguito con l'occhio e con il cuore la battaglia, e teme che Tancredi sia ferito troppo gravemente, delibera di andarlo lei a curare. Indossata l'armatura di Clorinda, per essere lasciata passare dalle guardie, esce con un suo fedele dalla città, e lo manda ad avvisare Tancredi che una donna lo vorrebbe visitare. Ma rimasta sola, da alcune sentinelle cristiane, che vegliavano perché non entrassero vettovaglie in Gerusalemme, è scambiata per Clorinda ed inseguita. Ella fugge per una foresta tutta quella notte e tutto il giorno di poi, finché trova, sconosciuta, ricovero e pace presso un vecchio pastore. Tancredi, dubitando che la donna che chiedeva di lui e che ora sa inseguita fosse Clorinda, esce segreto dagli accampamenti, alla ricerca di lei. Ed è fatto prigioniero in un tristo castello, dove Armida aveva già rinchiuso i suoi seguaci.
Al mattino Argante ricompare, per continuare con Tancredi, secondo l’accordo, il duello; e Tancredi non c’è. Argante prorompe in insulti contro l'assente, ma nessuno ardisce affrontarlo. Offresi allora lo stesso Goffredo: offresi il vecchio Raimondo, conte di Tolosa: e, mossi dalla vergogna, molti altri guerrieri più giovani. Si traggono a sorte i loro nomi; e la sorte cade appunto sul vecchio conte di Tolosa. Un angelo scende dal cielo a difenderlo, invisibile. E Argante, tra la meraviglia di tutti, è ferito, mentre Raimondo perdura illeso. Allora un pagano tira contro il vecchio guerriero una freccia. La tregua fra i due campi è rotta. La battaglia diventa generale. I cristiani entrerebbero in Gerusalemme, se i demoni non muovessero una tempesta, che batte loro nel viso, e li costringe a ritirarsi.

Si reca nel campo, da un superstite, l'annunzio della morte eroica di Sveno, e di tutta la sua schiera: venuto sino dalla Danimarca in aiuto ai crociati. Il superstite reca la spada del morto, che, per volontà di Dio, deve essere data a Rinaldo. Rinaldo ucciderà con essa chi uccise Sveno: cioè Solimano, spodestato re di Nicea, che, assoldato dal re d'Egitto, alla testa di una masnada di ladroni arabi, scorre i dintorni di Gerusalemme, impedendo che arrivino ai crociati viveri e uomini: sempre invisibile, imprendibile, terribile sempre. Di Rinaldo, lontano, nasce allora nel campo un vivo desiderio. Ed ecco un altro annunzio funesto. Si sono ritrovate, e si recano, le anni di lui. Argillano, nella notte, suggestionato da un demonio, si convince che Rinaldo sia stato ucciso, per invidia, da Goffredo; e solleva il campo contro il capitano, che lo ritorna nell'ossequio soltanto facendosi vedere, e danna a morte Argillano. Nella notte, il già re di Nicea piomba improvviso sui crociati. E’ uno spavento. Argillano corre a riabilitarsi, combattendo; e perisce, ucciso da Solimano. Ma i cristiani fuggono; giacché sono con Solimano gli spiriti infernali. Se non che, in aiuto dei crociati, discende l'arcangelo Michele, e un drappello di cinquanta ignoti compie la vittoria. La masnada degli arabi è finalmente rotta. Solimano, vinto ma non domo, è dal mago Ismeno miracolosamente trasportato entro Gerusalemme. Ivi si teneva un concilio; e, salvo Argante e Clorinda, tutti erano disposti alla resa. Ma tutti rinfranca la comparsa di Solimano.
Intanto i cinquanta ignoti guerrieri si sono scoperti. Sono Trancredi e i molti, che Armida aveva imprigionati nel suo castello, imponendo loro di rinnegare Cristo. Avevano tutti rifiutato, tranne Rambaldo. Stretti in catene, erano allora stati mandati in dono al re d'Egitto; ma per via era sopraggiunto Rinaldo a liberarli. Vivo dunque è Rinaldo, e in viaggio per Antiochia. Sul campo aveva lasciato le sue armi, rotte in quella gran battaglia.

La brama di riaverlo cresce nei cristiani. Ma Goffredo, dopo una pia processione al monte Oliveto, incomincia l'assedio. Si avanza una torre mobile, formidabile; e contro di essa è l'ira degli assediati. Gli arieti battono al basso le mura. Goffredo adempie le parti di duce e di soldato. Colpito in una gamba da un dardo, è costretto a ritirarsi. Solimano e Argante irrompono da una breccia aperta nel muro. E guai ai cristiani, se Tancredi non rianimasse i suoi, e se Goffredo, curato miracolosamente, non ricomparisse sul campo, e non sorgesse a recar tregua alle armi la tenebra. E nella tenebra Clorinda e Argante escono ad incendiare la torre espugnatrice, e conseguono l'audace proposito. I crociati; svegliati, incalzano i temerari sino alle mura. Solimano apre la porta, respinge i nemici, accoglie Argante. Ma Clorinda, che era ricorsa indietro a vendicarsi di un suo offensore, resta esclusa dalla città. Allora si finge anche essa uno dei cristiani, e gira intorno alle mura, per trovare un'altra porta. Tancredi, senza naturalmente riconoscerla, l'ha notata, la segue, vuol provarsi con quello che a lui sembra valorosissimo guerriero; dopo un lungo duello, l'abbatte. Clorinda, che, prima di quella sua ultima impresa, aveva saputo da un suo servo che ella era nata cristiana da Senapo re d'Etiopia, moribonda chiede al guerriero di essere battezzata. Tancredi accorre al pio ufficio; ma, nel levarle l'elmo, la riconosce per la donna amatissima; morto sarebbe anche egli dal dolore, senza i conforti del santo eremita Piero e poi di Clorinda stessa, che gli appare dal cielo, ormai beata. Conviene allora ai cristiani di costruire un'altra macchina di assedio. Il capitano manda a recidere gli alberi di una foresta. Ma il mago Ismeno l'ha popolata di demoni; i soldati vi sentono stridi e ruggiti, e ne rifuggono pieni di paura. Vi entra, incredulo, Alcasto, e ne ritorna spaventato: ha veduto sorgergli innanzi una muraglia di fiamma, la città infernale. Tancredi si offre di penetrare nella selva; ma le piante gli parlano gemendo, dal tronco di una ode parlare la sua Clorinda: ritorna anch'egli atterrito.

Il momento è grave; molto più che una grande siccità opprime i cristiani, che muoiono di caldo e di fame, e molti disertano il campo. Dio però manda la pioggia, per intercessione di Goffredo, e anche gli inspira di mandare a cercar di Rinaldo, che solo vincerà gli incanti della selva. Carlo, il superstite della schiera di Sveno, e il vecchio Ubaldo, si offrono di cercare Rinaldo ad Antiochia. Ma l'eremita Piero li manda invece ad Ascalona, dove un vecchio mago cristiano li inforna come Rinaldo si trova insieme con Armida in una delle isole Fortunate (nell'Atlante); insegna loro come vincere gli incanti del luogo, e li affida ad una giovine nocchiera, che ha l'aspetto della Fortuna, e che rapidamente, attraverso il Mediterraneo, li trasporta all'isola felice.


Rinaldo e Armida (1813) - Francesco hayez

Spaventi prima, allettamenti sensuali poi, attendono Carlo ed Ubaldo, che riescono vincitori degli uni e degli altri. In un giardino meraviglioso scoprono Rinaldo, che riposa in grembo ad Armida. Come ella si allontana, i due si avanzano armati. Ubaldo presenta a Rinaldo un lucido scudo, ove egli si vede, e si vergogna di sé. Nel molle amante rinasce il guerriero. Non sono neppur necessari gli ammonimenti di Ubaldo: Rinaldo vuol subito partire. Sopraggiunge Armida, Armida che amava Rinaldo perdutamente; lo scongiura di rimanere, di portarla con sé. Egli rifiuta cortese, e parte. Allora la donna, su un carro volante, ritorna al suo castello, dopo aver mandato in fumo il giardino, costruito per forza d'incanti. Indi si reca all'esercito di Egitto, attendato a Gaza, in procinto di muovere contro i crociati. Magnifica sul suo carro, ella prega di essere accolta fra i guerrieri. Ben essi la vendicheranno dell'oltraggio fattole da Rinaldo. Adrasto e Tissaferne, accesi di lei, giurano di combattere per lei, che non era apparsa mai così fiera e così bella.
Rinaldo e i due guerrieri sono riportati dalla nocchiera al vecchio mago; Rinaldo si veste nuove armi, ha da Carlo la spada di Sveno, e il mago gli celebra la gloria dei suoi successori, che termina nei signori d'Este. Quindi, su un carro invisibile, trasporta i guerrieri verso il campo cristiano, temperando la noia del viaggio (ma accrescendola a me fervido lettore) con i più adulatori vaticini intorno ai futuri signori Estensi, singolarmente ad Alfonso II, il protettore di Torquato. L’azione oramai precipita. Rinaldo riesce a liberare la selva dagli incantesimi, avendolo una fervente preghiera in sull'aurora fatto degno della grazia divina. Nuove e più poderose macchine sono costruite. Una colomba, inseguita da un falco, si ripara nel grembo di Goffredo; e da un fogliolino che recava al collo, egli apprende che era in viaggio l'esercito egiziano. Bisogna dunque far presto. Altro assalto generale alle mura di Gerusalemme; la vittoria è, dopo lungo contrasto, dei cristiani, che invadono la città e vi fanno strage.

Ma Argante resiste ancora, e sfida Tancredi, col quale ha come sappiamo, un credito antico. Tancredi esce con lui dalle mura, lo affronta, lo uccide; ma ha perduto tanto sangue, che, nel ritornare alla città, cade svenuto. Erminia, che, sorpresa nella sua solitudine pastorale da cavalieri egiziani, era stata mandata in dono all'Emireno, capo di quelle truppe, e da Vafrino, spia cristiana al campo egiziano, era ora ricondotta a Gerusalemme, si imbatte nel suo Tancredi. Lo crede morto; ma coi più teneri amplessi lo richiama alla vita. Ma, sulle notizie della spia Vafrino, è facile a Goffredo affrontare e vincere l'esercito egiziano ormai giunto a Gerusalemme: Goffredo uccide l’Emireno. Solimano, che dalla rocca di Davide, dove si era rinchiuso con Aladino, esce all'ultima offesa sui cristiani, perisce per mano di Rinaldo; mentre Aladino, rimasto nella rocca, è ucciso da Raimondo, che la conquista faticosamente e vi pianta sulla vetta il grande stendardo cristiano. Nel campo degli egiziani era Armida. Come ella vede che tutto è perduto, delibera di uccidersi, e già trasceglie lo strale più acuto. Ma Rinaldo le giunge alle spalle; la dissuade dal fiero proposito; la prega di farsi cristiana. Ed ella risponde, ancora: Ecco la tua ancella.

Si conclude così vittoriosamente l’avventurosa guerra di conquista cristiana che ha combattuto con alterne vicende, invano ostacolata dalle forze dell’Inferno. Goffredo di Buglione scioglie il suo voto e quello dell’esercito crociato, che era appunto quello di liberare i luoghi santi e il sepolcro di Cristo dal dominio dei Musulmani.
E l’epica cavalleresca, iniziatasi con l’episodio di Orlando che a Roncisvalle spezza Durlindana contenente le sacre reliquie, trova la sua conclusione nella conquista della santa città di Gerusalemme.


CARATTERI ARTISTICI E SIGNIFICATO DELLA GERUSALEMME LIBERATA

Ho voluto riferire, con una certa ampiezza, la trama dei venti canti della “Gerusalemme Liberata”, perché chi mi legge, pur da queste linee, veda l’organicità e proporzione delle parti, e nel medesimo tempo la struttura semplice e grandiosa del tutto. E per un maggior senso di misura e di verosimiglianza doveva appunto differenziarsi il poema eroico dal romanzo cavalleresco. Che poi - nello spirito - anche la ‘Gerusalemme’ sia un poema cavalleresco (gli amori non vi hanno parte minore delle armi), non importa, naturalmente, gran che…, e anche meno importa che il racconto non abbia di storico che i nomi e gli avvenimenti principali, e che nulla riproduca dell'ambiente tra guerresco e fanatico e selvaggio delle crociate; quantunque fosse richiesto al poema eroica un contenuto e un colorito storico. Il vero è che un'opera di poesia è innanzi tutto un'opera di poesia. Il poeta vi esprime ciò che ha attinenza con l'anima sua e con le correnti spirituali dei tempi suoi. E d'accordo coi tempi suoi fu veramente il Tasso. Nell'età della restaurazione cattolica, negli anni in cui tutta l'Europa cristiana si era raccolta in un ultimo sforzo contro i Turchi, conchiusosi con la, purtroppo, vana vittoria di Lepanto (1571), il cantare la prima crociata, la prima grande spedizione cattolica contro quegli stessi Turchi, non era soltanto l'effetto di ricerche e considerazioni intorno ad un argomento letterariamente ricco d'interesse. Così pure dello spirito formalisticamente e non sostanzialmente religioso della controriforma cattolica è documento la ‘Gerusalemme’. La religiosità nel poema è tutta esteriore: si risolve in processioni, in prediche, in atti di contrizione: non sopprime affatto la sensualità, anche se l'espressione di essa sia più vereconda, o più ipocrita, che nell'Ariosto. Il poeta invocando la sua Musa, che molti intendono come la Vergine Maria, le chiede ingenuamente perdono di aver adombrata l'opera sua di altri diletti, che non siano quelli puri dello spirito; perché a quei diletti “corre il mondo”…, e il poeta della restaurata cattolicità scrive per il mondo, scrive per piacere alle classi colte, che avevano ancora negli orecchi le gioconde ottave epicuree del “Orlando Furioso”.

Fiacchi nel poema i caratteri eroici, anche se fanno molto rumore. Rinaldo trapassa con troppa facilità dalla furia vendicatrice all'amore lussurioso, all'oblio della donna e alla religiosità. Tancredi è troppo languidamente innamorato. Troppo gradasso è Argante: troppo feroce Aladino: tipi convenzionali. Goffredo ha la bocca piena di saggezza e di austeri precetti; ma non è un carattere; è una figura negativa. Nobile, nella sua indomita sete di vendetta sui cristiani, Solimano; anche perché non apparisce molto nell'azione, e si sente, più che non si veda. Ire donne (salvo la guerriera Clorinda, che di femminile non ha che il nome, ed è troppo inferiore alla Bradamante, che di guerriera non ha che le armi e il coraggio) le donne sono più vive degli uomini: soavissima Erminia; ardente di passione Armida, anche se troppo ama di declamare. Perché il Tasso è, spesso, poeta che cerca l'effetto: come apparisce nel famoso concilio dei demoni. Ha talvolta virtù di magnifico oratore, anche più che di poeta. E parla come da un palcoscenico, e declama anche più che non parli. Il suo stile è sempre alto e magnifico; delle cose gli piace di vedere soltanto ciò che è più appariscente. Gli epiteti, le coppie di verbi e di aggettivi di significato affine ridondano; il pensiero non è mai espresso con la precisione e la lucidità ariostesca. Ma un non so che di appassionato, di caldo, di molle, insolito nella poesia del Cinquecento, scorre per entro le strofe del Tasso. Sotto i personaggi e dietro le situazioni eroiche compare il poeta coi suoi amori, coi suoi travagli, col suo desiderio stanco di pace e di riposo. La “Gerusalemme liberata” ha qualche cosa dell'autobiografia. E’ meno e più che un'opera d'arte pura. Parla al cuore e al sentimento; e perciò si impose rapidissimamente, e fece dimenticare il Furioso, che pure ha pregi d'arte assai maggiori. La piena sonorità delle ottave del Tasso – che, oggi come oggi, stanca assai presto il mio orecchio fine - contribuì non poco al successo del poema, in un'età in cui alla poesia non rimaneva altro di vivo che il suono, e sorgevano difatti le prime opere di musica. In quell'onda fascinatrice passano quasi inavvertiti i molti artifici stilistici, le arguzie, i giuochi di parole, che avrebbero poi imperversato nella poesia del Seicento.


ERMINIA TRA I PASTORI (VII, str. 1-14)

Molti sono i canti che mi hanno colpito, ma questo di Erminia mi è sceso nel cuore.
Erminia è una giovinetta sensibile, delicata, pudica e fantasiosa. Commossa dalla generosità cavalleresca di Tancredi è presa d'amore per lui, che pure le ha abbattuto il regno paterno: orfana e pagana, nutre segretamente la sua passione per il cavaliere cristiano finché l'affetto e la paura della morte di lui non la spingono ad avviarsi sotto false spoglie alla sua tenda per curargli le ferite riportate nel combattimento sostenuto contro Argante. Ma dai cavalieri cristiani, che la credono nemica, è messa in fuga ansiosa e piangente: dopo lungo errare e desolato piangere trova rifugio tra ombrose piante.


Erminia tra i pastori - Lorenzo Lippi (Firenze 1606-65)
Olio su tela, cm 114 x 143 - Pistoia, Museo Clemente Raspigliosi


Nell'ansia di salvare Tancredi ferito, Erminia, giovinetta gentile e timida, si sente ardimentosa e capace di ogni audacia. Entra nelle stanze della sua buona amica Clorinda e vede le armi di lei, l'insegna della tigre, la candida sopravveste. Invidia la vergine guerriera e pensa di vestirne le armi. Così, fingendosi Clorinda, potrà facilmente uscire dalla città. Si spoglia delle sue leggiadre vesti e indossa sulla persona gracile e gentile quella pesante armatura. Poi, accompagnata da un'ancella e da uno scudiero esce da Gerusalemme dando alla guardia della porta il nome di Clorinda, e s'avventura verso il campo crociato. Sorge la luna nel cielo stellato ed Erminia, mentre contempla le “belle agli occhi suoi tende latine”, è scorta da un gruppo di Crociati che si lanciano contro di lei. Ella sprona il cavallo e, pallida e tremante, fugge come una cerbiatta inseguita dai cani, piangendo disperatamente e facendo perdere le tracce agli inseguitori. Al cadere del giorno giunge in riva al Giordano dove, cedendo all'invito del paese calmo e tranquillo, smonta da cavallo, si stende nell'erba, piange ancora, ma più sommessamente, e, infine, si addormenta. Si sveglia al cinguettio degli uccelli: poi nell'udire un canto di pastori si riconforta e si avvicina a un vecchio e a tre fanciulli. Anche il pastore, nella giovinezza, aveva lasciato i campi per andare alla reggia: ma, cadute col tempo le speranze e le illusioni, era tornato alla sua terra, alle sue pecore, per godere i veri e schietti beni della vita: la Fede in Dio, il cibo sano, l'acqua di fonte, i conforti della consorte e dei figlioli. Erminia ascolta attentamente il saggio vecchio: anche lei ha conosciuto il mondo dei ricchi, vi ha sofferto e non vi ha trovato pace, che ella spera di ritrovare in questi luoghi e vi rimane, modesta pastorella dedita ad umili occupazioni.


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