mercoledì 30 marzo 2011

COME SI GUARDA UN'OPERA D'ARTE (As you look at a work of art)



Esprimere un giudizio sicuro intorno all'opera d'arte non è da tutti, ma l'educazione del gusto può e deve insegnare a distinguere e a vedere; mediante un esercizio assiduo e volenteroso, l'attitudine a comprendere si risveglia, s'abitua e si raffina.
Come per la musica è necessario l'orecchio, così per le arti del disegno è indispensabile l'occhio che ricorda, che confronta, e che riconosce.
Le notizie storiche, i caratteri degli stili e le doti peculiari degli artisti sono il sussidio elementare del critico, che dev'essere - secondo la dottrina del Croce - philosophus additus artifici.
L'arte commercialmente graduata dagli antiquari ha ben diverso valore negli studi; se essa è «un'aspirazione chiusa nel giro d'una rappresentazione », i suoi capolavori non possono essere che impressioni dello spirito fermate dalla fantasia con piena unità di modi e di mezzi.
Quando gli elementi non si mostrano fusi, ed il vano tentativo di coerenza li disgrega e li mette in contrasto, il lavoro meccanico ed imperfetto scopre le manchevolezze d'un discepolo o d'un copista.
Francesco De Sanctis, superando il pregiudizio del « contenuto » e della « forma », che distingue nell'Ottocento due scuole d'estetica, considera l'arte pura forma, ossia pura intuizione.
Il principio innovatore della critica è fatto valere da Benedetto Croce, il quale - più seguito che contraddetto nel campo letterario - ha qualche seguace anche fra gli storici dell'arte.
L'entusiasmo lirico e la fantasia creatrice non sanno adattarsi ad un piano commento: l'interprete e l'esegeta insegnano a leggere, ma s'arrestano dinanzi all'essenza dell'opera artistica, che chiede al critico di riprodurla e caratterizzarla con quel senso estetico di cui i dati storici sono i primi materiali.
Chi entra nella Cappella Sistina e ne guarda il soffitto, non può né ascoltare la gretta predica d'un cicerone né badare ai doppi asterischi d'una guida stampata. Il cielo tempestoso, percorso dal genio dell'artista, confonde ed attrae; la sua potenza cosmica ha il mistero dei primitivi ed i sublimi richiami d'una fede insolita, che si ribella e s'innalza dall'ansia dei profeti al vasto silenzio della creazione che continua ad attuarsi.

In questo poema delle origini, cui mancano i paesaggi e gli incanti della natura, vibrano tutti i segni dell'infinito; il dominatore, che ha reso la pienezza del suo ispirato tormento, dal gesto più ieratico a1 supplizio più duro, rifiuta gli ardimenti della luce ed i riposi dell'ombra, le estasi e le contrizioni, e si sprofonda nel gran sogno biblico della «Genesi», inquadrandone i fatti con i ritmi e le dissonanze di una architettura vivente, agitata dal pensiero.
Quando lo stupore contemplativo, che desta l'originalità dello smisurato affresco, fa sì che il critico sia quasi in uno stato di grazia, egli può interrogare le singole figure, sentendosi nel cerchio di un'umanità superiore, la quale non ammette né riserve né restrizioni nel comprendere.
La sensibilità tesa nello sforzo, che diviene un insuperabile godimento estetico, sa poi discendere all'analisi de' particolari, al bisogno dei confronti e ai dubbi scientifici intorno alle mosse di alcuni corpi; ma l'unità formidabile resta sempre eguale a se stessa: ha le doti dell'assoluto e la terribile virtù dell'inimitabile.
Un frammento di quella tragedia che fu la tomba di Giulio II, il Mosè - nel « movimento represso o e nell'istinto sovrumano -, si conferma fratello dei profeti dipinti, e non lascia presagire il fragore e la disperata violenza del Giudizio Universale. In esso l'instancabile ardore del vecchio protesta con il suo più arduo pessimismo: la fede e la passione precipitano nell'altezza e nell'abisso; in ogni individuo vibra il medesimo cuore e si riflette i1 medesimo temperamento dantesco nei castighi e nelle mistiche astrazioni della preghiera.
Nella cappella dei papi, il filosofo di tutte le arti, eccitato dalle visioni d'oltretomba, intuisce l'eterno: la realtà che non è né finta, né ricostruita, né favolosa.

Credono taluni che per guardare l'opera d'arte sia utile capovolgere l'ordine da noi proposto, facendo precedere il giudizio estetico dall'analisi e dalle notizie storiche.
A mio avviso, un metodo critico di tal genere non esiste, come non esiste una pratica popolare dell'arte, che alcuni difendono con troppa apprensione didattica. Ad ogni pretesa teorica del classificatore e del grammatico sfugge tanto un ritratto di Leonardo quanto una Madonna di Raffaello, e però l'unico consiglio che si deve dare ai giovani e agli inesperti è quello di vedere e di rivedere, di paragonare, di distinguere e soprattutto “d'intendere e di sentire”.
Dall'amatore che studia esce il conoscitore che arriva spesso alla verità inoppugnabile del battesimo critico, prima che le scoperte degli archivi confermino il suo giudizio.
Anche l'architettura ha i propri caratteri inconfondibili; due soli elementi statici - la linea retta e la curva - ne compongono l'alfabeto ed il vocabolario, onde il Brunelleschi ha ricavato le snelle sagome della piú delicata armonia costruttiva ed il Bernini le piú mosse inversioni ed i piú fantastici adattamenti della materia.


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sabato 26 marzo 2011

LA NOTTE - Modà - Videoclip ufficiale




Sì sarà pure misteriosa e tenebrosa,
quando vuole fa paura,
Ma ti abbraccia e ti difende se l'ascolti...
Se ti nascondi e cerchi dentro lei la forza per andare avanti
e non tradirla con il sole e i raggi.
Mi copre dagli insulti e dalle malelingue, che cercan solo di ferirmi e screditarmi,
mi lascia fare anche se sbaglio a farmi male, senza insultarmi..
Non come te che invece, hai cancellato in un momento
tutto quanto.
Ed è rimasto dentro te soltanto il peggio per uno sbaglio ed un momento in cui mi son sentito solo,
senza coraggio...
Ma la notte so che pensi a me amore,
nel buio cerchi sempre le mie mani, no...
Non fingere di stare già, già bene... di colpo non si può dimenticare.
Niente di così profondo e intenso o almeno penso.
Dico ci riesco, poi mi perdo e ci ricasco
nei momenti di sconforto, quando intorno a me
tutto buio come,
come la notte,
come le botte,
come le ferite abbandonate e mai curate,
ancora aperte.
Sbagliare è umano, ma per te uno sbaglio è tutto.
Sono solo un malandrino ed un violento, per una volta provo ad ascoltare
il cuore e non l'orgoglio.
Ma la notte so che pensi a me amore,
nel buio cerchi sempre le mie mani, no...
non fingere di stare già, già bene... di colpo non si può dimenticare.
Niente di così profondo e intenso o almeno penso.
Ma la notte so che pensi a me amore, nel buio cerchi sempre le mie mani...no!
non fingere di stare già già bene...
di colpo non si può dimenticare...
niente di così profondo e intenso o almeno penso.



venerdì 25 marzo 2011

Cercando la meta





Andare

dove andare

non lo so


sono in un deserto

pieno di timori

colmo di speranza


cammino verso il futuro

tentando di carpire

la linea misteriosa dell'orizzonte

dove s'infrangono inerte

le mie illusioni...



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Senza luce




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La notte è buia

il deserto splende

di macabra luminescenza

ha una realtà spettrale


non rumori

solo il fruscio del vento


m'assale l'aura della paura

gelida furia del vento


da dove vengo

dalla notte spezzata dal vento

che m'agghiaccia le ossa


canto la verità della decadenza

la fine del mio tempo uomo


volgo gli occhi ciechi

verso le tenebre


... e non è la fine....



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L'ignoto nel mio cuore






Se parlo alle tenebre

non avrò risposta

resto ad ascoltare il silenzio

maledicendo la mia debolezza

la mia incapacità


sento il gorgoglio

del mio sangue caldo

che riprende a salire verso il cielo

e le nubi si accendono

alla luce dell'incendio

che arde al centro del mio cuore...



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venerdì 11 marzo 2011

CHARLES DICKENS - Vita e opere (The Life and Work)


      


Charles Dickens nacque a Portsmouth il 7 febbraio 1812. Nello spazio di dieci anni la numerosa fàmiglia Dickens cambiò quattro volte di domicilio: Londra (1814), Chatham (1817), di nuovo Londra, nel quartiere periferico di Camden Town (1822). Il piccolo Charles ebbe un'istruzione irregolare, in compenso fu un lettore precoce e appassionato: la sua vera educazione avvenne attraverso Le Mille e una Notte, Don Chisciotte, Gil Blas, Robinson Crusoe, Roderick Random, 11 Vicario di Wakefield, Tom Jones. « Essi mantennero viva la mia fantasia e la mia speranza. » E decisero anche la sua vocazione.
Le speranze di Dickens subirono un tragico crollo quando il padre, impiegato all'ufficio paghe della Marina, fu incarcerato per debiti e Charles, appena dodicenne, fu messo a lavorare in una fabbrica di lucido per scarpe. Questa esperienza della vergogna e della degradazione sociale, che Dickens censurò sempre come un segreto inconfessabile, fu rievocata quasi trent'anni dopo nella finzione romanzesca del David Copperfield: « Nessuna parola può esprimere la segreta angoscia dell'animo mio nel vedermi precipitato in sí bassa compagnia. Paragonavo quei ragazzi, destinati a essere da allora in poi i miei compagni d'ogni giorno, agli amici della mia felice fanciullezza... e sentivo spegnersi dentro di me ogni speranza di poter diventare una persona colta e distinta. Il profondo sentimento d'essere ormai escluso da ogni speranza; la vergogna di trovarmi in quella situazione; il lancinante rimpianto del mio giovane cuore al pensiero che, giorno per giorno, tutto quanto aveva spronato la mia fantasia e la mia ambizione si sarebbe a poco a poco allontanato da me per non tornare mai piú...: oh, tutto questo non si può esprimere con parole (...J Nessuno piú ha scostato quel sipario. Io solo l'ho sollevato per un momento durante questo racconto, ma l'ho fatto con mano riluttante e sono ben lieto di lasciarlo nuovamente ricadere. Il ricordo di quel periodo della mia vita è cosí greve per me di angoscia e di sofferenza morale, cosí vuoto di speranza, che non ho mai avuto nemmeno il coraggio di calcolare per quanto tempo abbia dovuto portare quel fardello. Un anno? Di piú? Di meno? Non lo so ». Durò pochi mesi. Grazie a una piccola eredità, il padre potè pagare i debiti e uscire di prigione, e Charles lasciò il lavoro. Ma il trauma fu profondo, e la vita e d'opera di Dickens ne recano evidentissime tracce.
A quindici anni Dickens lasciò definitivamente la scuola. Lavorò prima come scrivano presso uno studio legale, poi come cronista parlamentare. Le sue prime prove di scrittore sono gli Schizzi di Boz (Sketches by Boz, 1833), bozzetti giornalistici piú che forme narrative. Il vero esordio di Dickens narratore, un esordio trionfale, è segnato dal Circolo Pickwick (The Posthumous Papers of the Pickwick Club) le cui dispense mensili, illustrate da Robert Seymour e successivamente da "Phiz", cominciarono a uscire nel marzo del 1836 e raggiunsero presto l'eccezionale tiratura di quarantamila copie.
In coincidenza con l'uscita della seconda dispensa del Pickwick e forte del buon contratto che lo legava agli editori Chapman e Hall, il 2 aprile 1835 Dickens sposa Catherine Hogarth, figlia del redattore capo dell "`Evening Chronìcle". Non fu un matrimonio felice e fini con la separazione, seppure tardiva (1858) e nonostante la nascita di dieci figli. Un sentimento fortissimo legò invece Dickens alla cognata Mary, morta appena sedicenne nel 1837, ispiratrice di molte figure di fanciulle angeliche che popolano la sua opera, in primo luogo Littde Nell. Prima di conoscere Catherdne, quando Dickens non aveva ancora vent'anni ed era un partito assai poco allettante, s'era innamorato della frivola e agiata Maria Beadnell (su cui è ricalcata la Dora Spenlow del David Copperfield), un amore finito con una frustrante rottura.
Ad tono giocoso e euforico che pervade il Pickwick subentra l'atmosfera cupa, angosciosa, drammatica di Oliver Twist, che esce anch'esso a dispense tra il 1837 e il '38. È la storia di un orfano gettato nel mondo della malavita. L'universo dickensiano si arricchisce di personaggi come d'ebreo Fagin, capo di una banda di ladri, d'assassino Bill Sikes e Nancy, da prostituta generosa. Un altro personaggio che conobbe una popolarità straordinaria è Little Nell, l'eroina della Bottega dell'antiquario (The Old Curiosity Shop, 1840), che segue Nicholas Nickleby (1838-39) e precede Barnaby Rudge (1841).
Un anno dopo Dickens si recò negli Stati Uniti. Nonostante le entusiastiche accoglienze, il viaggio fu una delusione, che si tradusse in un libro polemico, American Notes (1842). La giovane nazione, dove Dickens credeva di trovar realizzati i suoi ideali di libertà e di giustizia, gli apparve invece dominata dall'affarismo, dalla brutalità e dall'ignoranza. Un secondo viaggio negli Stati Uniti compiuto venticinque anni dopo (1867-68) ebbe d'effetto di correggere in parte la prima disastrosa impressione (nel frattempo era stata abolita la schiavitú, uno degli aspetti che pizí l'avevano indignato nel primo viaggio). Anche Martin Chuzzlewit (1843-44) contiene capitoli di satira antiamericana, ma il romanzo è soprattutto importante perché segna il passaggio a una nuova fase piú direttamente impegnata nello studio dei costumi sociali. Pecksniff è da prima rappresentazione in grande stile dell'ipocrisia, uno dei vizi piú tipici dell'epoca, una figura che Dickens ripeterà, accentuandone i tratti sinistri, fino all'ultima opera.
Tra Dombey e figlio (Dombey and Son, 1847-48) e Casa desolata (Bleak House, 1852-53), due capolavori di questa fase caratterizzata da un notevole approfondimento dell'analisi sociale, Dickens pubblicò David Copperfield (1849-SO) 1 suo romanzo piú scopertamente autobiografico. Tra il 843 e il '48 erano apparsi i cinque Libri di Natale (Christmas Books): un ciclo di racconti che mescolano elementi realistici e fantastici e si concludono sempre con il pentimento del cattivo, il perdono, la riconciliazione, secondo quello "spirito natalizio" cosí caro agli inglesi. Del 1846 sono le Impressioni d'Italia (Pictures from Italy), risultato di un viaggio nel nostro paese.
Il bisogno quasi , morboso di tenersi in contatto col pubblico spiega l'attività giornalistica di Dickens. Nel 1846 fondò un quotidiano, il "Daily News", che durò meno d'un anno; dal 1849 ad 'S9 diresse 1l settimanale "Househodd Words", che lasciò per lanciare un nuovo periodico, "All the Year Round". Ma piú forte della passione giornalistica fu in Dickens la passione teatrale. Scrivere testi, mettere insieme compagnie di dilettanti e soprattutto recitare (era un attore estremamente efficace, dotato di un magnetismo naturale che si rivelò anche nelle sue capacità di ipnotizzatore e guaritore) fu per Dickens ben piú che un hobby. Dal 1858 si dedicò prevalentemente alla pubblica lettura, altamente drammatizzata, di episodi tratti dai suoi romanzi. Le sue esibizioni riscossero un successo sensazionale ma ebbero un effetto nefasto sui nervi e sul fisico di Dickens, già debilitato dal superlavoro letterario. Legato all'attività teatrale è l'incontro con la giovanissima Ellen Ternan, relazione che portò alla definitiva rottura del matrimonio di Dickens.
Gli ultimi quindici anni di vita di Dickens coincidono esattamente con quel periodo che un grande storico ha opportunamente definito "il trionfo della borghesia". Tramonta definitivamente l'Inghilterra pickwickiana dei viaggi in diligenza, delle allegre bevute, delle riconciliazioni natalizie davanti al tacchino arrosto, dei rentiers stupidotti e dal cuor d'oro, degli schietti plebei, dove anche gli imbroglioni, i "cattivi" conservavano un lato irresistibilmente simpatico. I nuovi valori sono l'arricchimento e lo sfruttamento, le barriere sociali si sono fatte piú rigide, la nuova classe dominante si compiace sfacciatamente del proprio potere economico e politico oppure si nasconde dietro una maschera di bieco moralismo. In romanzi come Tempi difficili (Hard Times, 1854), La piccola Dorrit (Little Dorrit, 1857-58), Grandi speranze (Great Expectations, 1860-61) e II nostro comune amico (Our Mutual Friend, 1864-65) non c'è quasi piú posto per il registro comico, nel quale si era trionfalmente manifestato il genio di Dickens. Ma proprio questo Dickens tragico e disilluso sta a dimostrare la sua lucida onestà; l'ampiezza dei suoi interessi e le risorse della sua arte. L'analisi sociale, l'acume psicologico e il rigore costruttivo non s'erano mai rivelati cosí robusti come in queste opere dell'ultima fase. Dickens morí improvvisamente nella sua casa di Gad's Hill il 9 giugno 1870, lasciando incompiuto Il mistero di Edwin Drood (The Mistery of Edwin Drood).


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lunedì 7 marzo 2011

Perche io credo - Federico Fattinger






Perchè io credo


Quando esco per pensare
Quando vado in riva al lago a passeggiare
alzo gli occhi e vedo te
poi li chiudo e sento che
sei qui con me

tu che eri e rimani
fra i ricordi più recenti e più lontani
ti prometto che sarò forte e che non piangerò
ma soffrirò
già lo so

perchè credo che ci sei
nel mio cuore nella mente dentro ai sogni miei
e l’amore rimarrà dentro questa mia canzone
e non svanirà
svanirà non svanirà
svanirà mai

stringo forte fra le mani
una foto in cui io vedo che mi ami
e ora credo proprio che
questo pezzo suonerò solo per te

perchè credo che ci sei
nel mio cuore nella mente dentro ai sogni miei
e l’amore rimarrà dentro questa mia canzone
e non svanirà
svanirà non svanirà
svanirà mai....


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mercoledì 2 marzo 2011

PROVERBI FRIULANI

PROVERBI FRIULANI
Francesco Beltram – Gianni Nazzi
2002 - Giunti Editore
Collana - Proverbi d'Italia
Pagine 168 con illustrazioni



* Questo volume, che fa parte della collana "Proverbi d'Italia" , ripropone in una nuova edizione e veste grafica una raccolta dei proverbi più popolari e rappresentativi dell’anima friulana, riportati anche nelle diverse varianti friulane. Un’autorevole introduzione precede la raccolta dei proverbi, suddivisi per temi ("amore", "donna", "matrimonio" e così via), e arricchiti da splendide incisioni antiche e da alcune tavole a colori fuori testo *.







Per chi non conosce la lingua friulana forse sarà difficile capire a fondo tutti i proverbi qui immessi, che sono alle volte costruiti sul doppio senso o con un gioco di parole....

* * *

Par pierdi il cjâf… bisugne vêlu

Per perdere la testa… bisogna averla

Potrebbe sembrare una pura battuta di spirito, quasi senza senso, tanto appare gratuita: dire che bisogna avere una cosa e possederla per poterla perdere, è una tautologia.
Ma il friulano non e così ingenuo: c'è tanta gente che dimostra di aver subito una sciagura, una calamità, una perdita e l'attribuisce a fattori estranei, a cause altrui e, quando non può trovare diretti responsabili, ad uno strano destino malvagio.
La realtà è molto più prosaica e semplice, da esperienze terra terra: quando non si è in grado di arrivare ad un traguardo, quando mancano le capacità, quando non si ha il coraggio di riconoscere che non si è in grado di farcela, ci si da arie da sconfitta.
Molto più onesto sarebbe confessare le proprie mancanze, siano esse di materia grigia o di forza muscolare, senza accusare di "aver perduto la testa", perchè questa non c era nemmeno.
Un salutare guardarsi nello specchio per misurare quello che si può fare, darebbe a ciascuno maggiore dignità.

* * *

Mai no si taisi, mai no si lèisi!

Mai non ci si taglia, mai non ci si lega.

È riferito soprattutto all'amore tra uomo e donna, sia da innamorati che da sposi e vorrebbe dire, con l'esperienza di una casistica molte volte autentica, anche se non sempre credibile come teoria generale, che fino a quando non ci si fa male, fino a quando non ci si scontra su alcune cose di vita quotidiana per una verifica di se stessi, non si conosce a fondo il rapporto interpersonale.
Il detto ha una sua buona parte di verità: il confronto duro e litigioso, il contrasto messo in evidenza nel tessuto comune, dove ognuno, anche amaramente, deve constatare di dover qualcosa di proprio a favore dell'altro, giova quasi sempre a conoscersi di più e a volersi più bene.
Purchè tutto resti in una certa misura.

* * *

Di rive jù… duc' i sans 'e judin

Di riva in giù... tutti i santi ti aiutano
(Quando le cose vanno bene… è come tutti ti aiutassero)

Una frequente avventura, questa, a fare bene attenzione a come si devono prendere le cose: ci sono dei momenti nella vita, stagioni nel lavoro e negli affari, in cui tutto va a gonfie vele, come uno scendere senza grane, un andare (e il detto va collocato in quel tempo mitico della fatica esclusivamente manuale) in discesa senza quasi muovere un dito.
Ma sono momenti, anche quando possono sembrare lunghi e durare come un'abitudine.
In realtà, la vita è fatta di tante altre salite dove si prova la forza e la concretezza di una personalità che sa affidarsi alle proprie forze: e i tanti, che sembravano spingere come un vento di poppa, non ci sono più.
E' allora che emerge la saggezza di un uomo che non ha mai creduto alla facilità del vivere: ed è il segreto di chi mesce a vivere superando tante difficoltà.

* * *

Cjacarâ senze pensâ… al è come trài senze smicjâ

Parlare senza pensare… è come sparare alla cieca

Per una gente che da quanti l'avvicinano è sempre giudicata di poche parole, anzi sparagnina nei discorsi soprattutto con gli estranei, fino a rischiare di essere presa per montanara o quanto meno scostante, un proverbio del genere potrebbe sembrare superfluo.
E forse lo è perchè di solito il friulano non è di molte parole con nessuno, neanche in casa con la propria moglie: ma appunto per questo assume una valenza particolare, detto con una splendida fantasia e con un'immagine di suggestiva allusione.
Il soldato o il cacciatore che sa mirare al suo bersaglio diventa una caricatura di se stesso, una specie di vignetta da far ridere i polli: è tale, nel realismo popolare nostrano, è colui che butta là le parole, tiene in piedi o costruisce un discorso senza pensarci sopra.
Per cui diventa quasi impensabile, per questa terra, il parolaio di professione, il venditore di fumo sui palchi improvvisati delle piazze: ed è appena sopportabile il prete nella messa domenicale.
Ma che sia di poche parole anche questo!

* * *

Picjâz su tun clàut… ma vîs!

Appesi a un chiodo… ma almeno vivi!

Potrà essere giudicata da qualcuno una condizione da poco se non addirittura inaccettabile, ma in fondo non c'è poi tanto male.
Il vivere poco, il sapersi accontentare di condizioni non certo esaltanti ma tuttavia non disprezzabili, dal momento che permettono di continuare l'esistenza.
Su questo accontentarsi di poco su questo autentico aggrapparsi a un chiodo, quasi appesi ad una sola posizione visibile pur di cavarsela, qualcuno pensa che ci sia il ricordo di antiche miserie, di tanta povertà subita, di tante sciagure sopportate.
Anche se ci fosse tutta questa ancestrale eredità a livello di inconscio, resta pero sempre vero che, pur di cavarsela, vale la pena di attaccarsi anche a un chiodo.

* * *

Robe fâs robe… miserie fâs miserie

Roba fa roba… miseria fa miseria

Una regola strana, questa che il friulano conosce (ma che vale quanto una legge economica di mercato senza confini): è risaputo che il povero, il non possidente, il senza proprietà non ha grandi speranze di andar lontano.
Il massimo, partendo proprio dal nulla, potrà costruirsi una certa garanzia per la propria vita.
La partenza di chiunque voglia arrivare alla grande fortuna, al cumulo di autentica ricchezza e di benemerenza ha, salvo pochissime eccezioni, bisogno di non partire da zero.
Vale quasi sempre il principio che dal nulla non si parte per un traguardo dr grandi proporzioni.
Può darsi che basti alle volte il solo ingegno, la capacità individuale o anche la fortuna: ma rimangono casi isolati.
Avere, in qualsiasi senso, resta pur sempre il vantaggio per un aumento che si moltiplica quasi come un automatismo…, il non aver resta pur sempre un difficilissimo decollo per tutti.

* * *

Quanche il cjaveli al tire al blanchin, lasse la femine e tàchiti al vin

Quando i capelli diventano grigi, lascia la donna e attaccati al vino

Di solito la vecchiaia, in una civiltà disumana come quella dell'ultimo ventennio, è impietosa con gli anziani: li emargina quasi fossero bagaglio inutile di un tessuto che non serve più.
Il friulano è un modello di vita che, pur avendo perso tanti valori della propria tradizione; ha mantenuto un certo rispetto per l'anziano, per il vecchio.
E fortunatamente, si sente ancora come una vergogna il fatto di mettere un anziano in casa di riposo: non lo si vuol staccare dalla famiglia, dove è cresciuto e dove ha tanto dato.
Ci si limita, con una saggia, bonarietà a dargli un consiglio di sereno distacco da certe cose: non per avviarlo al bere, quasi per dimenticare, ma per una familiarità che lo tenga ancora più vicino alla casa.

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I prins a protestà… 'e son i masse passuz

I primi a protestare… sono i troppo pasciuti

Decisamente fa parte di un'esperienza popolare segnata storicamente da difficoltà e da miseria, alle volte dalla fame e quasi sempre da un vivere difficile: chi ha conosciuto queste condizioni, chi le ha consumate sulla propria pelle, sa benissimo che prima di protestare per qualcosa è necessario aver conosciuto tante altre cose.
Ma la sentenza va intesa oltre questo significato: e vuol precisare che spesso chi si lamenta, chi alza la voce, chi rida per avere qualcosa di più non è il povero, ma proprio chi ha già avuto tanto e dovrebbe accontentarsi.
Caso non certo raro fra la gente che viene accomunata da un'esperienza collettiva: si troverà sempre a protestare proprio chi ne avrebbe meno diritto.

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Ancje il mus al si dispose par fâ un cjant a la morose

Anche un asino si sgola per cantare alla "morosa"

Non è di tutti saper comporre poesie d'amore o scrivere lettere appassionate per una persona che si ama: e spesso, proprio nei poeti e nei grandi scrittori valgono più gli scritti che i veri sentimenti.
Così ha ragione il proverbio quando afferma che ove esista vero amore tra due persone, c'è sempre ragione di esprimere quello che, se pure con parole povere, può dirsi una manifestazione di bene che esiste e vuol farsi sentire.
Per dirla con la gente, tutti sono capaci di dimostrare all'amata che le si vuol bene.
Lo fa persino un asino con un suo "raglio' particolare: figuriamoci tra due persone che si vogliono raccontare quanto bene c'è tra loro.

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Sui bêz nol tampieste

Sui soldi non tempesta

L'eterna esperienza di chi ha soldi e di chi non ne ha: se ne hai puoi risparmiarti la paura della grandine come quella della siccità, tanto le carte da mille mantengono il loro valore.
E' chi non ne ha che deve preoccuparsi di ogni soffio di vento e di ogni variazione meteorologica, perchè una grandinata o un'estate senz'acqua bruciano i raccolti e le carte da mille non crescono e non calano, perchè non ci sono.
Magro, ma anche giusto compenso resta il fatto che se sui soldi non grandina, non ci sono soldi a sufficienza ce vi salvino dal male, dal dolore e dalla morte.
I soldi hanno valore se accompagnati dalla salute: purtroppo, per chi non ne ha, la salute può essere battuta sempre dalla grandine.

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Galantòms si nàs… no si devente

Galantuomini si nasce… non si diventa

L'affermazione, a prima vista, può sembrare pessimista, quasi volesse dire che non c'è rimedio ad un nascere buoni o cattivi: come se fosse la natura a fare gli uomini così come sono.
In realtà, c'è qualcosa di più sottile: non il determinismo come teoria ma l'acuta osservazione che ogni uomo si porta dietro un bagaglio che è tutto suo e difficilmente, durante la sua esistenza, cambierà radicalmente se stesso.
Conta che ci si renda coscienti di un fatto: il carattere può anche cambiare di qualche cosa o può subire modificazioni di comportamento, ma resta sempre, nel fondo quello che madre natura ha dato.
Questo non toglie che l'educazione e la volontà possano molto: ma è sempre un sacrificio.
E l'opinione comune spesso non ci crede a questi cambiamenti.

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Puare che suris che à une sole buse

Povero quel topo a cui rimane una sola uscita

Evidentemente si riferisce ad un buco o ad una uscita utilizzabile per scappare: che se un povero topolino si trova a dover passare obbligatoriamente per quell'unico pertugio, può dirsi già finito.
Ma non ci vuol molto per adattare questa situazione anche alla vita, forse sarà meglio dire all'esistenza dell'uomo: le difficoltà ci sono sempre e non possono costituire mai una sorpresa, perchè i giorni, se hanno qualcosa di buono, lo offrono sempre accompagnato da ostacoli che bisogna superare in continuazione.
Ma per uscirne, senza pagare troppo caro il prezzo di sopravvivenza, è necessario prevedere soluzioni alternative.
Non ci si può fidare e tanto meno adattarsi ad un solo rimedio quando capita un male: per aver probabilità di successo è obbligatoria un'alternativa, una strada diversa da quella prevista o creduta fin troppo facile.
Una sola uscita è un rischio troppo alto per contare su un'ipotesi di salvezza.

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Ogni dì no va cussì

Ogni giorno non va così

È l'altra intuizione, confermata dall'esperienza, del sano guardare le condizioni della vita.
Siano positive o negative, ogni giornata di qualsiasi esistenza ha una sua evoluzione che deve essere prevista se si vuole evitare il rischio di un ottimismo senza giustificazioni motivate o un pessimismo quasi segnato dal destino.
La vita è una specie di miscela, di risultato composito dove trova spazio il bene e il male dove è difficile guidare le cose come si vorrebbero.
E rimane vero che le giornate hanno una loro fisionomia quasi sempre diversa: le qualità che ogni uomo dovrebbe possedere sono la previdenza e la speranza, come rimedi per il male che può arrivare e per il molto meglio che ci si può aspettare dal domani.

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Pizzulis o grandis… lis patatis no àn uès

Piccole o grandi che siano… le patate sono senza osso

E non ce l'avranno mai, l'osso, anche se queste benedette patate dovessero crescere di qualsiasi misura: anzi, sono proprio disponibili per questa loro caratteristica che le rende duttili ad ogni uso.
Ma quando si vuol richiamare la loro morbidità a resistere ad una qualsiasi dentatura, e quando sono piccole e quando sono grandi, ci si riferisce evidentemente a certe persone che possono ben essere robuste di fisico e di proporzioni corporali, ma sono sempre e comunque senza spina dorsale.
Questi tipi senza volontà, senza carattere, senza fermezza e senza resistenza, alla mercè di tutti, possono ben essere paragonati alle patate (senza disprezzo per quest'ultime!) che non contengono l'osso.
C'è tanta, troppa gente che misura il proprio corpo, ma non si rende conto che questo, grande o piccolo che sia, non ha un minimo di quella forza morale che si chiama dignità: allora il confronto con le patate ha un vero significato.

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Par taponâ une buse… 'e baste une rose

Per nascondere una buca… basta soltanto un fiore

Se qualcuno non capisce che "rose" in lingua friulana ha il significato di fiore in genere e non di rosa (per la quale c'è il termine di garoful), rischia di non capire a tutto fondo il significato di questa espressione: che è di una delicata quanto realistica e sapiente verità.
Vuol insegnare che un atto o un segno o una parola di delicatezza, un invito di gentilezza offerto in modo umano e sincero possono cancellare, anche quelle offese che sembrano imperdonabili.
E' l'eco di quell'antica tradizione universale che insegna a vincere il male con il bene.
Perchè rimane sempre vero che rispondere con una nuova maleducazione non è che approfondire la lacerazione.
Un sorriso, un gesto di bellezza, hanno il miracoloso potere di convincere alla riconciliazione.

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L'amôr vieri… no si fâs ruzin

L’amore vero… non diventa ruggine
(L'amore invecchia senza arrugginire)

Bellissima espressione, carica di umanità quanto di valore morale: forse non c'è esaltazione popolare dell'autentico amore tra due persone come questo detto, diffuso soprattutto per dar contenuto al rapporto familiare.
L’usura di un amore coniugale non conosce il logoramento se è fondata su valori di reale umanità, di disinteresse, di reciproca stima e rispetto.
E queste sono le motivazioni del vero amore: che gli anni non consumano, che le stagioni non corrodono, che non conosce tramonto.
Questo è anche quel particolare amore che fonda l'amicizia tra due persone, non legate da interesse ne da sentimentalismo contingenti.

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Masse umiltât… masse supiarbie

Chi è troppo umile… é anche troppo superbo

È verissimo: e lo si può trovare in tutte le persone che si trovano per strada.
La dimostrazione esagerata di un'umiltà, di una modestia esagerata, di un annullarsi quasi di fronte agli altri, anche se sono alla pari o peggio se sono dei sottoposti, nasconde certamente una personalità fortemente caricata di orgoglio e di egoismo.
Quando si vede un'autorità scendere dalla propria sedia e quasi imporsi come eguale a te, disponibile in tutto, ostentatamente senza peso da far sentire, c'è sempre da stare in guardia: quel tale non è sincero, anzi, il suo atteggiamento di remissività, di altruismo, di disinteresse, nasconde un qualcosa che è molto vicino all'esasperata voglia di contare di più di quanto sia.
Il vero modesto sa dare la misura giusta di se stesso e non ha nessun timore a scoprire le proprie capacità di cui sa anche riconoscere i propri limiti.
Essere umili significa riconoscere la verità di quello che si è, senza gonfiare le proprie doti.

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A Pasche e a Nadâl… al scrèe ogni basoal

A Pasqua e a Natale… chiunque si veste a nuovo

È direttamente chiamato in causa lo stupido esibizionismo di chi vuol farsi notare come capace, qualche volta e sempre fuori tempo, di strafare, di mettersi vestiti nuovi, di mostrarsi alla moda, di presentarsi elegante per dire che "può farlo".
Ed è anche un invito alla discrezione, al saper vivere con rispettosa correttezza nei confronti di chi è compagno di strada.
Ai friulani non piacciono i colpi di scena fatti soltanto di esteriorità, di lustro appariscente: c'è, in fondo ad ogni loro modello di comportamento, una vena di riservatezza che non é modestia nè pudore.
E' un saper portare re cose - come i vestiti appunto - con un riserbo delicato, con una delicatezza che sa tener conto dei momenti e delle persone che gli stanno vicini, quasi per non offendere nulla e nessuno.

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S'an fòs, s'an vès e s'an sarès… e son tre sanz che no jûdin

Se ce ne fosse, se ne avessi, se ce ne sarebbe… sono santi che non aiutano

La lingua friulana gioca sul "s'an" che si adopera anche, almeno foneticamente "San" per dire santo.
Ma il gioco é tremendamente serio per quello che sottende come significato impietoso di rifiuto sulle ipotesi che spesso vengono fatte al condizionale o al congiuntivo: le cose o sono o non ci sono e poggiare i ragionamenti o le deduzioni o peggio le decisioni sul forse, sul probabile, come un adattarsi ad una casistica tutta da provare.
Il friulano è un popolo poco disponibile alla incertezza; ama stare con i piedi per terra e, sia detto con tutto quel rispetto che è loro donato, non è che si affidi troppo neppure alla protezione dei Santi veri: figurarsi se si lascia andare alle probabilità delle ipotesi.
E se lo fa è un ingenuo che non merita stima nella pubblica opinione: il “se ce ne fosse” non trova rispetto nel comune argomento della nostra gente che ama molto di più le certezze.

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Miôr passâ par stupiz… che par masse svelz

Meglio passare per stupidi.. che per troppo furbi

Può sembrare una battuta di dubbio valore, anzi si può, a prima vista pensare che è vero esattamente il contrario.
E invece, questo atteggiamento suggerito dal detto popolare rileva per intero la sua validità.
Se è vero che il popolo friulano e dotato di un sano ed equilibrato realismo, questo preferire essere creduti degli ingenui (che quasi sempre coincide con l'essere creduti stupidi) è molto più "produttivo" che il presentarsi come troppo furbi o troppo intelligenti o troppo esperti. In questo secondo caso è molto facile che ci si confronta con gente che si accorga immediatamente dei propri limiti che ogni uomo si porta dietro: ed è molto meglio che uno si ricreda in positivo sul giudizio di una persona, piuttosto che subisca una delusione sul tipo di uomo che si trova ad incontrare.

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Beât chel che al po russasi di bessôl

Beato chi si può grattare da solo

Ancora una volta viene a galla quell'inconscio comportamento del friulano, difficile a definirsi se positivo o negativo, che dà ragione sempre alle proprie forze e rivela un'atavica sfiducia nella solidarietà del gruppo.
Nonostante la scontata e abusata civiltà del "borgo", il senso di comunità di un paese che, si dice, era profondamente radicata in una coscienza di sentimenti comuni e nel male e nel bene, l'uomo del Friuli ha spesso queste espressioni che vogliono ripetere una constatazione di fatto e forse troppo spesso pagata sulla propria pelle: se hai bisogno di qualcuno, stai contento se riesci a sbrigartela da solo.
Se era vero una volta, oggi, anche m questa terra, sta diventando sempre più un'esperienza quotidiana.

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L'omp al è cognossût in tre robis: tal zuc, tal matrimoni, tal test

L'uomo è conosciuto per tre cose: nel gioco, nel matrimonio, nel testamento

Non si può scherzare quando si è chiamati a definire un giudizio di merito su un uomo: il friulano sa giocare a carte con rigore scientifico…, ha della famiglia un concetto quasi sacrale e comunque intoccabile: misura la propria eredità con una serietà sconcertante e gelosa.
Per cui, quando si vorrà dare le dimensioni di un galantuomo in questa terra, che è sempre stata di gente esperta per mille prove, si dovrà guardare, prima di ogni altra cosa, a come gioca con gli altri amici, a come conduce la propria casa e tratta la moglie e i figli e a come ha saputo comporre il suo testamento, per regolare tutto il suo prima di morire.
Come metro di giudizio sono tre confronti di estrema validità: non certo soggetti a mode stagionali.

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Quan'ch'a 'nd'è masse parons… si po fâ ce che si ûl

Quando ci sono tanti padroni... si può fare quello che si vuole

È la precisa definizione, se si preferisce chiamarla anche filosofia, che il friulano dà all'anarchia.
Forse questo ruolo di potere che la parola italiana indica, le genti del Friuli non l'hanno mai conosciuto: che anzi, non uno solo, di poteri, ma molti e contemporaneamente si sono susseguiti su paesi e sui campi della "piccola patria".
Anche quando pareva che ci fosse uno soltanto a comandare, patriarcale o veneziano che fosse, in realtà la povera gente, quella che fa da sorgente ai proverbi e ai modi di dire, ha sempre avuto più padroni e tanti padrini.
Proprio da questa contesa di vertici, da questa ininterrotta disputa di competenze padronali, la gente comune ha imparato che c'era un vantaggio da sfruttare: se in alto litigavano, non c'era tempo per badare a chi stava in basso e costui poteva, e lo era, sentirsi più libero di fare i suoi conti, senza rendiconti.

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Al cjaldîr ch'al ciule… al è chel vueit

Il secchio che cigola... è quello vuoto

Per dire quando uno parla troppo, interviene sempre in ogni occasione o per ogni argomento…, quando ci si trova di fronte ad una persona capace solo di criticare o di lamentarsi; quando il parlare è a vanvera, senza sostanza e senza vere
motivazioni, si può star sicuri di avere di fronte una testa vuota.
Nel vivere quotidiano, nei mille contatti che si hanno per qualsiasi tema, chi spreca le parole, chi non pensa e non riflette prima di esprimere i suoi giudizi, dimostra di non avere nulla nella sua capacità razionale.
Un uomo che ha contenuto di idee e di sapere è sempre più prudente nell'esporsi per una decisione o per un parere.
L'immagine del secchio vuoto che cigola ad ogni soffiare di vento è suggestivo nella sua semplicità.

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Quan’che 'e cjape fuc la cjase… no bisugne scjaldâsi

Quando prende fuoco la casa... non bisogna scaldarsi(Se la casa va a fuoco…non c'è tempo per scaldarsi)


È un intelligente modo di dire che può essere interpretato con doppio senso: ovvio che se hai il fuoco che ti distrugge la casa sarebbe da sciocco goderne per il calore che ne ricavi.
Il bilancio che si trova non ha logica.
Ma c'è un significato più sottile ed è che quando ti capita una disgrazia, una disavventura e soprattutto una delusione, sono e risultano inutili tutte le agitazioni scoordinate, lo "scaldarsi" appunto, il protestare a vuoto, il tanto facile mettersi contro come in una guerra personale o lo scagliarsi contro il destino.
C'è una sola reazione che diventa positiva ed è quel tanto di sangue freddo che permette la logica, la riflessione, se si vuole anche a tempi stretti, ma sempre necessaria per misurare le condizioni di un fatto e le soluzioni che più gli si addicono.
"Scjaldasi" non serve a nulla, anzi, è l'unico modo per peggiorare il problema.

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'E son tanc’ mus che si semèin

Ci sono tanti asini che si somigliano

Per dire che non è oro tutto quello che assomiglia, non sono uguali tanti fatti che sembrano identici, non si possono fare confronti semplicistici per situazioni che in apparenza hanno le stesse caratteristiche.
Le parole hanno un loro peso particolare quando si vuol mettere vicino esperienze e persone che, a prima vista, presentano lo stesso volto, mentre guardate con più attenzione si rivelano completamente diverse.
Più sottile ancora il significato vuol riferirsi alla bontà di certe apparenze da mascherature che poi, alla resa dei conti, hanno tutt'altro contenuto.
Come sempre nel parlare popolare friulano, le cose più umili - gli asini! quasi per una sottolineatura di rusticità casalinga - possono insegnare molto anche a quanti si credono in grado di giudicare con superficialità le situazioni di altri, senza averne una conoscenza diretta o soltanto fermandosi alla superficie delle cose.
Le quali cose non sono mai tanto semplici come possono apparire.

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Se il Signôr al mande il frut… al mande ancje il pagnut

Se Dio ci manda un figlio… ci manda anche il panino
(Se Dio dà un figlio… ti dà anche per allevarlo)

Senza entrare nel merito di una cultura tipicamente rurale, dove un paio di braccia il più per il lavoro era sempre una benedizione, perchè c'era bisogno di fatica nei campi, vanno notate due osservazioni di una bellezza commovente.
C'era una volta una fiducia confortante nella Provvidenza, intesa come senso di profonda paternità nei confronti di Dio: e questo era un sostegno insostituibile per il vivere che non diventava mai disperazione.
E c’e quel bellissimo nome che in lingua friulana si adopera per indicare il figlio: lo si chiama frut" dal latino "fructus", proprio come lo ha chiamato l'angelo quando ha annunciato la nascita del figlio di Dio.
“Frut" è parola dolcissima per indicare il frutto dell'amore tra un uomo e una donna.

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Se nol plûf… al gote

Se proprio non piove… c'è almeno una goccia

È detto per le situazioni di particolare ristrettezza in cui uno può trovarsi: senza molta comodità, senza facili o comunque probabili speranze che a tempo breve le cose migliorino.
E quando ci si trova a dover tarar avanti con il respiro corto, altro è avere un minimo di sopravvivenza, altro è non poter contare su nulla.
Se c'è almeno una goccia continua, pur minima che sia, c'è la possibilità di un passo, stentato quanto si vuole, ma comunque traducibile in un futuro da vivere.
Periodi brutti capitano m alternanza con tutte le esperienze: saggio è colui che, in mancanza della pioggia vera e propria, si accontenta di qualche goccia perchè sufficiente a tenersi in piedi.
Come dice, in altro modo un altro proverbio nostrano: alc al è alc, nuje al è nuje - qualcosa è qualcosa, niente è niente -.

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Lis quais no van simpri par chel agâr

Le quaglie non vanno sempre per lo stesso solco

È facile, e accade piuttosto spesso che ci si abitui ad una certa condizione di vita: che può essere positiva e allora ci si dimentica del rovescio della medaglia che è quanto meno diversa, ma può essere troppo lungamente sofferta e allora genera pessimismo e, alle volte disperazione.
Chi sta bene dimentica facilmente il male, anche se lo ha conosciuto: chi sta male può cadere in una passività che diventa fatalismo.
E invece, ambedue gli atteggiamenti sono sbagliati: o se si vuol dire un'altra parola, non è da realisti comportarsi come se le cose non dovessero cambiare.
La vita, dicevano gli antichi, è una specie di scala: c'è chi scende e c'è chi sale.
La verità è che la voluta o meno indifferenza di fronte alle condizioni di vita è sempre un atteggiamento improduttivo: le cose cambiano, hanno una loro dinamica.
Ma la gran parte delle volte dipende da noi quello che, di solito, usiamo chiamare "destino".
Noi siamo i protagonisti.

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I siôrs: amîs e lontans

I ricchi: amici e lontani

Queste cinque parole hanno lo spessore di un autentico tratto di sociologia: estremamente radicate m un realismo universale e si può anche aggiungere oltre ogni confine di tempo.
I ricchi: dovunque e in ogni occasione sono una classe sociale che non ti puoi inimicare, perchè non è mai prevedibile la condizione in cui ti puoi trovare, anche se oggi puoi non aver interesse ad un rapporto diretto o comunque di vicinanza.
Non solo: devi anche essere così saggio da potertene stare lontano, senza per questo perdere le tracce o, se è possibile, l'amicizia.
In altre parole, i ricchi sono quel tipo di persone che conviene sempre tenere a distanza ma con una certa cordialità: perchè su di loro puoi contare come aiuto materiale (e tienteli buoni, allora), ma non potrai farti capire nelle tue vere esigenze umane o nei tuoi sentimenti (e allora, tanto vale starsene lontani!).

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Cul cjalt dai linzui no si fas boli la cite

Col caldo delle lenzuola non si fa bollire la pentola

Una divertente sferzata di sapore autenticamente contadino: richiama quelle levatacce del lavoro dei campi, in un'era di una agricoltura pretecnica, quando non c'erano macchine e bisognava uscire molte ore prima che il sole rendesse impossibile stare curvi sulle zolle.
La pigrizia di chi preferiva starsene a casa, tra le lenzuola, era guardata come uno dei più grandi difetti di un uomo e di una donna: quel calore del letto era improduttivo, anzi era il nemico che bisognava vincere, perchè con quello stare in casa non si poteva pretendere di ottenere nulla.
Ha il ricordo lontano ma più sapido e popolare, del detto paolino del: chi non lavora, non mangia.
Qui si denuncia un fatto: se non lavori, non ce la fai a mangiare.

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Dopo muârs no si campe un'ore

Una volta morti non ci rimane un'ora di tempo

Tanto per dire con quanto realismo la mentalità di un popolo guarda gli eventi che non appartengono nè alla sua volontà nè tanto meno alle prospettive che può ipotizzare.
Però, a qualcuno, sembrava civismo ed è invece soltanto quel margine di eredità sapienziale con cui si devono guardare le cose: che poi diventano portatrici di una sana ironia per chi sa cogliere nella loro sostanza.
Hai accumulato per tutta una vita e non ti accorgi del tempo che ti viene tagliato da un ladro sconosciuto ma certamente dietro l'angolo di casa.
E allora, quando ti capita, non c'è più nemmeno un minuto per ripensarci: fa quello che dovevi fare e che, fino al presente che ti appartiene, devi saper fare.
O altrimenti sei uno sciocco.

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I fruz 'e son come il bacalà:
plui si ju bat e plui boins 'e deventin

I figli sono come il baccalà:
più si é duri con loro e più buoni diventano

Contro ogni pedagogia moderna, contro ogni paura di creare complessi o traumi nell'età delicata in cm i figli dovrebbero, secondo la nuova psicologia, essere lasciati liberi, la tradizionale saggezza della gente friulana conserva la convinzione di una certa durezza che bisogna usare con un'educazione severa e, alle volte, anche impietosa.
Non è certo una regola dogmatica, quella di picchiare i bambini perchè "imparino" a crescere forti e corretti.
Ma non sarà mutile ricordare che la troppa permissività - non frequente tra i friulani - ha dimostrato di non essere buona seminatrice di raccolti positivi.
Non certo "battere" il figlio, che forse è inutile, ma nemmeno lasciarlo a se stesso: non è un animaletto domestico?

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Son piês lis boris che non la flame

Sono peggiori le braci che non la fiamma

È facile credere ad una vampata improvvisa che fa scoppiare una specie di tempesta interiore: capita a tutti di scoppiare in un scenata, in un impeto d'ira che non si riesce a trattenere.
Ma poi tutto ritorna calmo e c'è tempo anche per pentirsi di aver ecceduto.
Succede qualche volta in modo grave e la fiamma si traduce m una scottatura che, in fondo, si rabbonisce con il buon senso.
Molto più dannose, ai fini di un male che la gran parte delle volte non è previsto, sono le braci: roventi come sono e non facilmente individuabili nel loro apparente e fumoso essere inoffensive, sono capaci di durare molto di più di una fiammata, di colpire e accendere ustioni molto più a lungo.
Senza dire che le braci cosiddette coperte, sono ancora più pericolose: non sai mai se ti fanno male o se sono innocenti. E fare dell'ironia su una "brace coperta" è facile: meno facile è riuscire ad evitare il danno che non è possibile prevedere.

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S'al ere un bon sacrament… s'al tignivin i predis

Se era un buon sacramento… se lo sarebbero tenuto i preti

Realismo senza essere irrispettoso, di scherzo ma anche detto con una certa ricorrenza per condizioni di vita che il friulano sa sempre misurare, si riferisce al matrimonio che la convinzione popolare tiene come cosa seria, certo, ma induce a pensare come di una situazione non proprio eccellente.
E' ripetuto spesso quando si parla di preti, senza malizia, con uri apparente invidia per la loro libertà.
Ma non è che lo sfogo, icastico più che convinto, di alcuni momenti difficili della vita matrimoniale: se si guardano i fatti, la famiglia friulana trova ancora la sua privilegiata situazione in un matrimonio serio, rigidamente concepito come regola di vita, come spazio affettivo ideale per la continuazione della propria storia.

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La bausie ‘e guste ma no cene

La bugia pranza ma non cena

Bellissima espressione di effetto immediato, anche per chi ha avuto esperienze negative con i bugiardi.
Sono una categoria che non piace a nessuno e non c'è bisogno di parole per dire il perchè: una bugia è sempre un'offesa a chi la si dice, prima ancora di essere una "non verità".
E se non basta questo, che forse alla superficialità dei troppi non fa impressione, c'è da dire con molta coerenza, che le bugie non pagano mai anche se in apparenza possono dare un primo vantaggio che è soltanto un imbroglio: la si dà da bere a chiunque una prima volta, se appena si possiede un po’ di quella furbizia che è comune a tutti.
Ma non c’è peggior delusione di quella di scoprire essersi lasciati imbrogliare da un bugiardo.
Quello che gli si è dato non si potrà forse riaverlo mai più ma è certo che non gli si darà più nulla un'altra volta.
Come dice il giudizio popolare: s’è guadagnato il pranzo, ma la cena non l’avrai di sicuro.

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Ancje il soreli al à lis sôs maglis

Anche il sole ha le sue macchie

L'osservazione delle esperienze che ogni uomo può raccontare della sua vita e degli altri conduce sempre ad una constatazione di realismo, tutto sommato, positivo perchè corrisponde alla verità: la perfezione è un'utopia, l'ottimo è quasi sempre un sogno, il massimo non lo si raggiunge mai.
Se è vero, come stanno sempre più convincendosi anche gli scienziati, che il sole presenta punti neri nel suo più brillante splendore del mezzogiorno, è anche vero che gli uomini, perfino quelli che si usa definire modelli, hanno qualche difetto.
Ma l'osservazione non mene fatta semplicemente per sottolineare una realtà: la si afferma per convincersi che cercare il perfezionismo come metodo è più uno svantaggio che una buona qualità.
Cercare di migliorare un tenore di vita una qualità sociale è bene senza dubbio: volere ad ogni costo arrivare alla assoluta pulizia e al rigore più duro diventa quasi disumano.

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Miôr un vedul che nancje fregul

Meglio un vedovo che nemmeno un pizzico

Scherzosamente riferito a ragazze di età piuttosto rischiosa per la ricerca di un marito.
E l'opinione popolare attribuisce alla donna una dose abbastanza elevata di desiderio per il matrimonio, tanto da credere che si possa adattare all'accettazione di un vedovo (già avanti con gli anni!) più che all'idea di rimanere zitella.
Un'opinione che oggi appare decisamente anacronistica, con la mentalità libertaria delle ragazze, cresciute sul modello di un'esistenza autogestita: anzi, ben lontana dal "lasciarsi scegliere", quando è diventata certezza più di ieri che alla scelta ci pensa sempre lei ed è lei che decide sul tipo da legare alla sua esistenza.
Ma anche le comuni convinzioni popolari sono dure a morire e si continua a credere che le ragazze desiderino ad ogni costa il matrimonio.
Ed è proprio falso, se appena si guarda a come vivono i loro rapporti con gli uomini.

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Cun t'un len sôl no si fâs fuc

Con un legno soltanto il fuoco non si fa

L'hanno imparato soprattutto le generazioni dei nostri antenati, nella loro storia millenaria e in tutti i settori della vita privata e collettiva: da soli, con un solo sforzo staccati dagli altri, si combina poco e ci si illude soltanto di raggiungere certi obiettivi.
Bisogna mettersi insieme, bisogna unire gli sforzi, è necessario che 'impegno sia comune e il più partecipato possibile se si vuole arrivare a certi traguardi.
L'unione fa la forza, potrebbe essere la precisa risposta a questo detto popolare: sia quando c'è da costruire sia quando c'è da difendersi.
Da soli c'è il rischio documentato di soccombere al primo tentativo.

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Cul mangjà si vîf… cul zunâ si va in paradîs

Con il mangiare si vive… con il digiunare si muore

Apparentemente può presentarsi come uno scherzo, se qualcuno si lascia ingannare dalla facilità con cui si parla di cibo e di paradiso: a mangiare si vive e a digiunare si va in paradiso.
Ma la lingua friulana quando intende parlare di morte usa il sinonimo di un viaggio nell'aldilà con il termine paradiso quasi fosse sottinteso suggerire nella storia di un popolo sempre in difficoltà con la natura della sua magra e faticosa terra, attenzione a queI pezzo di pane che ti puoi procurare.
Se lo perdi, se ti tocca "zunâ" (digiunare), non ti resta che morire: e c'è, innegabile, nel fondo di queste parole una venatura di realismo quasi cinico, dal momento che non pone nemmeno la fortuna di un aiuto possibile ironicamente chiama "paradiso" quel dover morire che non puoi evitare se non mangi.

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Femine zovine e vin vecjo

Donna giovane e vino vecchio

È un antico sapere che affonda le radici in un materialistico guardare a quel lato dell'esistenza che si rivela sempre più immediato e più interessato.
E chi non vorrebbe una donna sempre giovane e bella e un vino sempre sano come la tradizione dice che avvenga nelle botti delle cantine?
E' questo, un detto che non sembra di origine friulana, perchè questa gente ha sentimenti delicati ma soprattutto riservati.
Ma, tant’é, circola anche tra i nostri paesi: una battuta non è l'affermazione di un carattere, come mai una rondine sola fa primavera.
Del resto è facile e del tutto comprensibile che il parlare popolare abbia anche questi momenti di materialità del tutto umana. In fondo, il sentimento di certe realtà esistenti non può avere confini quando appartiene alla natura stessa dell'uomo, che poi è ovunque lo stesso.

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San Bastian cu la viole in man

San Sebastiano ha la viola in mano

Sarebbe di grande interesse, anche per gli studiosi di antropologia, controllare con una seria verifica, l'adesione di precisi modi di dire di una cultura a una realtà in trasformazione: potrebbe perfino rivelarsi utile per una più esatta conoscenza dei ritmi di mutazione e di adattamento di un popolo alle innovazioni e alle trasformazioni inevitabili che i tempi realizzano.
Come questo legare il fiore gentilissimo di una viola ad una mano di santo: il proverbio o l'appuntamento, fissato o atteso, resta nella memoria di una generazione al tramonto e di qualche angolo arcaico di borgo friulano.
Ma che senso si potrebbe immaginare come reazione in un giovane di questi nostri anni?
Che cosa ne sa, questo giovane, coincidenze stagionali con la vita domestica delle nostre campagne?
E allora, tanto vale segnare anche il proverbio tra i ricordi di un tempo perduto.

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Bessoi no si sta ben nancje in Paradis

Da soli non si sta bene nemmeno in Paradiso

È una confessione che, sulla bocca dei friulani sempre riservati e spesso apparentemente musoni, assume un particolare significato di consueto realismo: anche il friulano, come individuo e come gente, ha capito il valore di una comunione umana che deve ispirare rapporti tra individui e tra gruppi.
E poi la solitudine: su questa condizione di vita, l'affermazione che non viene accettata nemmeno in Paradiso c'è da riflettere, per arrivare all'accettazione di una solidarietà necessaria nella gioia e nel dolore, nel lavora e nella fatica come nella festa e nel tempo di allegria.
“Bessoi" i friulani sembrano, contrariamente a certe affermazioni, non voler restare né in terra né in cielo.

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Bêz e santitât… metât da la metât

Soldi e santità… metà della metà

Sarebbe bene imparare a memoria e ricordare sempre questa massima, soprattutto quando ci si incontra con una persona per la prima volta: se vengono fuori storie di favolose ricchezze, di capacità eccezionali, di segreti magici, di vanterie esagerate, di chissà quali esperienze fatte o di grandi meriti acquisiti, attenzione: sotto sotto c’e il fondato dubbio di trovarsi di fronte al millantatore, ad un venditore di fumo.
O peggio, ad un imbroglione che vuol colpire la buona fede di un qualsiasi galantuomo, peggio se si trova di fronte ad un semplice o ad un ingenuo o a un credulone.
Mai fidarsi di chi "spande" a piene mani i suoi meriti o le sue possibilità: si rischia quasi sempre di imbattersi m un furfante e in un imbroglione.

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Nissun l'à tant ce fâ che il bon di nuje

Non c'è nessuno tanto occupato quanto il buono a nulla

Lo si constata ogni giorno e in ogni giro di compagnia che si frequenti: trovi sempre quel tale che ti dà l'impressione di non aver tempo nemmeno di salutarti, carico sempre di impegni gravosi, di urgenze che non ammettono ritardi, di appuntamenti sempre importanti c di rande responsabilità.
Il classico indispensabile per la più piccola impegnativa: e poi ti accorgi che non fa nulla, che al di là delle parole non ha neppure l'ombra di un lavoro.
Che anzi, è proprio questo il tipo che non è capace di assumersi un solo momento di fatica o di obbligo: "bon di nuje" nella lingua friulana dice molto di più del semplicemente incapace: definisce il tipo che lavora a vuoto, che perde tempo anche quando fatica e lavora, che fa soltanto confusione: ed è il peggior elemento che puoi aver per compagno.

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A maridasi si stâ ben un mês… a copâ il purcit si stâ ben un an

A sposarsi si sta bene un mese a uccidere il maiale un anno

Ritorniamo all'arcaica cultura materiale di una società contadina secolare, dove il problema principale non era certo la conquista di una felicità utopica ma il quotidiano affanno della sopravvivenza, ai limiti con la fame.
Non era disprezzo per l'amore e tanto meno per il matrimonio: era la realistica considerazione che il mangiare del domani, non facile a prevedersi, contava tanto da essere oggetto di preoccupazione seria e di buone battute, anche se pesanti come questa.
Ma è proprio sulle cose serie che si scherza, che su quelle non serie non c'è nulla da dire.
L'accostamento tra matrimonio e il "copà il purcit" non ha nulla di dissacrante nel campo dei valori fondamentali della cultura friulana: è un prendere le cose con quel buon senso che non impedisce di ironizzare sui problemi.

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Cui bêz no'l tampieste

Coi soldi non tempesta mai

La storia antica di un'esperienza che il povero - non il miserabile! - può raccontare sulla propria pelle: ed è tipico di una civiltà contadina, agricola che può contare soltanto sui raccolti, su quanto può mettere da parte di grano o di patate, nel fienile o sul tavolame di un'aia.
Perchè tutta la ricchezza sta m quei campi dove, si sono consumate le stagioni, sempre esposte ai pericoli di una tempesta troppo frequente dai cicli di un Friuli di brutte estati e di pericolose nuvolaglie.
Il contadino sa fin troppo bene che c'è un solo posto dove la tempesta, anche se cade grossa come nocciole, non può far male: ed è la banca o il cassetto dei soldi.
Purtroppo, tutto quello che esce dalle sue mani di contadino rischia di essere rovinato: il "bêc” non ha paura di venire colpito ed è su questo, sembra di dover concludere, che si può porre fiducia.
Anche se viene da tutto un lavoro che è costato una vita di sacrifici!

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Lunc o curt un baston… al è simpri baston

Lungo o corto che sia un bastone… è sempre bastone

Per dire che a nessuno è lecito giudicare la "qualità" o la "misura" di un male, quando tocca una persona, in una specie di confronto per affermare che questo è peggiore e quello è minore.
Il male, quello che con una immagine espressiva, mene definito "il baston", quasi all'insegna di un ancestrale ricordo di servitù, di castigo, di sacrifici subiti ingiustamente, il male è sempre una ferita, una mortificazione: e che sia piccolo o grande è difficile saperlo, perchè dipende dalla persona che lo subisce e che lo vive, più che dalle cause da cui proviene o dalla gravità con cui arriva.
Un dolore può essere nulla per un uomo robusto e abituato alla fatica, ma può essere anche un momento quasi insopportabile per una personalità psicologicamente fragile o fisicamente già minata da altre componenti negative.

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San Matie la vuìte si invie

A San Mattia la pispola emigra

Macchè, non migra più nulla da questo Friuli avvelenato dai pesticidi, dai diserbanti e desertificato dai riordini selvaggi, di una migliore produttività agricola - che è diritto sacrosanto! - pagata ad un prezzo troppo cara: non ci sono pispole che a San Mattia, in settembre, un tempo se ne andavano in luoghi più temperati.
E sono sparite non soltanto le pispole, ma quasi tutti gli altri uccelli…, sono rimasti i passeri di campagna e i merli si sono rifugiati nei protetti giardini delle case e delle ville di città.
Al loro posto sono arrivati - anche loro in fuga da spiagge inquinate - i 'cocài' (gabbiani) che corrono sui solchi appena aperti dai trattori.
Che cosa e rimasto?

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Quan'ch'e sune l’Avemarie… a cjase dute la baronie

Al suono dell'Avemaria… a casa tutta la compagnia

Era consuetudine, quasi codice di comportamento sociale, delle passate generazioni della nostra gente, quando la vita comunitaria del paese aveva scadenze ritmate dall'ombra e dai suoni del campanile.
Una giornata si apriva al mattino con le campane e si chiudeva, alla sera, con i rintocchi che dicevano l'ora del ritorno alla notte.
L'Avemaria suonava per tutta la "baronia", come si diceva un tempo del gruppo di amici, di rapporti tra adulti e giovani: ed era consuetudine che il suono della sera avvertisse un ritiro tra le pareti domestiche a cui nessuno sentiva di opporsi.
Un modo di dire che riporta a modelli di convivenza di piccoli centri chiusi in se stessi, com'erano tutti i nostri paesi friulani di 50 anni fa, quasi ieri.

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San Marc di sere bon timp si spere

A San Marco, di sera buon tempo si spera

L'arcobaleno, in Friuli, era detto anche "San Marc" ed è difficile spiegare il perchè di una denominazione così legata ad un nome preciso: forse al duro friulano non era sufficiente dire "rosso di sera", bisognava metterci vicino, come garanzia, il nome di un Santo.
E l'arcobaleno diventa allora buon auspicio di bel tempo, molto di più del semplice rosso (ma è semplicistica la spiegazione, evidentemente).
Ma quello che rimane come intervallo costante nella cultura popolare friulana, è questo legare tutto l'arco di un anno o di un giorno ai nomi di santi consacrati dal calendario.
E la gente dei nostri paesi; delle nostre case povere di appena mezzo secolo addietro, erano piene di questi richiami: a partire dagli affreschi ingenui sui portoni per arrivare alle ancone ai crocicchi di strade e perfino, a quei santi che non si sentivano fuori posto se collocati all'interno delle povere porte delle stalle.
Una vita di favole, ma favole vissute a lungo!

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Cui che no'l sa fâ… no'l sa nancje comandâ

Chi non sa fare… non sa nemmeno comandare

E’ l'insegnamento filtrato di ogni autentica esperienza di vita e di ogni responsabilità di cui si è sopportato il peso: obbedire, da figli, da dipendenti, da uomini, richiede sempre un concreto esempio di chi comanda.
E se chi comanda dimostra una sua incapacità per certe cose che invece vuole siano fatte dagli altri, certamente non otterrà mai quello che desidera.
E per dire agli altri di fare, bisogna saper fare: non è possibile chiedere nulla a nessuno se prima non si è dimostrato di sapere e di saper fare quanto si esige.

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La femine 'e fâs l'omp, opûr lu disfe

La donna costruisce l'uomo o lo distrugge

Può darsi che ci siano altrove espressioni di questo stesso contenuto, ma nel Friuli di un'antica e non morta civiltà contadina, questa valorizzazione della donna, nel suo ruolo di moglie, ma anche di madre, di fidanzata, di compagna di lavoro, ha una sua radicata certezza.
Fino al punto di colpevolizzare, più o meno giustamente, il comportamento femminile come elemento determinante nelle deviazioni, negli insuccessi, nei disorientamenti dell'uomo.
La mentalità del popolo friulano esprime stima per la donna e per il suo ruolo sociale, attribuendo alle qualità femminili una fondamentale importanza negli avvenimenti sia familiari che di un'intera comunità paesana.
E il suo rapporto con l'uomo è sempre visto come parte essenziale di una convivenza sociale in tutte le situazioni.

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Nancje il cjan al mene la code di bant

Nemmeno il cane si muove per niente

È da ingenui - e va detto con una vena di pessimismo che non vuol essere sfiducia totale ma soltanto realismo da conservarsi senza debolezza - ed è anche da superficiali in maniera eccessiva il credere al disinteresse gratuito, alla generosità senza motivi, alla solidarietà non chiara e offerta come pura partecipazione.
Quasi sempre è vero che ogni azione in apparenza non toccata da interessi o da risvolti personali, nasconde una sana giustificazione precisa e ha, come secondo fine, un tornaconto che può essere anche accettabile.
Quello che vale è non cadere nell'illusione di trovare la bontà all'angolo di casa o appena usciti con il primo che si trova: all'altruismo perfetto.
E ogni gesto, ogni espressione, ogni segno di benevolenza e perfino di amicizia ha un suo prezzo. Per quanto triste possa sembrare, rimane purtroppo vero.

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No l'è nissun matrimoni che no 'l jentri il demoni

Non c'è nessun matrimonio che non vi entri il demonio

Risultato di un'esperienza che può veramente dirsi ereditata di generazione in generazione, questo antichissimo detto popolare può anche trovarsi presso altre culture e altri popoli.
Ma in Friuli assume una colorazione particolarmente per quella simbiosi totalizzante che da sempre ha legato il quotidiano vivere di una famiglia con le scadenze di una fede religiosa praticata più a livello di gesti e di fatti che di dichiarazioni e di formule accade miche.
E nella casa, dove il matrimonio si realizza e cresce nell'unione dei due protagonisti, chiaramente c'è sempre qualche screzio disaccordo, momento di tensione e, alle volte, anche intere giornate di mutismo, brutto silenzio e incomunicazione.
"Demoni" è tutto questo: il male come contrapposizione del bene, il difetto e la mancanza come segno negativo di una completezza che dovrebbe regnare.
L'espressione del "demoni" vuol indicare tutto quello che non riesce in termini pragmatici di radice religiosa.

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Chel là su… nol à mai fat debiz cun nô

Quello che ci sta sopra… non ha mai fatto debiti con noi

Sano realismo di una gente che, profondamente religiosa e molto lontana dal fatalismo infantile di quanto immaginano da bambini una Provvidenza che dovrebbe pensare per tutti come se all'uomo bastasse "credere", qui si vuol richiamare quella giusta misura di una fede che è, certo, un saper chiedere aiuto a chi tutto può, ma è anche convinta che il destino di un futuro buono o cattivo, di un raccolto abbondante o magro non lo si deve rivendicare a Dio.
Ci sono gli elementi di un lavoro che può andare male o bene: ma non sarà mai inutile ricordare che non è possibile attribuire e tanto meno pretendere diritti da chi ha dato alla natura tutte le capacità per un uomo che sa sfruttarle.
Chiamare altri in causa, quasi un responsabile della pioggia o della siccità, vuol dire aver dimenticato che "quello lassù" non ha debiti con noi e noi non possiamo vantare crediti nei suoi confronti.

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Al vâl plui un a fâ che cent a comandâ

Vale più uno a fare che cento a comandare

Per una gente che ha sempre guadagnato tutto, fino all'ultimo centesimo, con il lavoro delle proprie mani, senza aspettare che qualcosa venisse dall'alto, perchè, tanto, non era mai successo a memoria d'uomo; per una serie di generazioni che si son visti cambiare padrone e amministrazioni pubbliche ogni quaranta o cinquant'anni, l'affermazione vale quel notissimo slogan che, qua, bisogna sempre e comunque rimboccarsi le maniche e lavorare: in molti o m pochi, da soli in compagnia, non è il capo che conta, ma sempre quel paio di mani che sanno costruire.
Allora e comprensibile quella diffidenza verso "chi comanda" anche se è capace, verso chi ha il "potere" nel senso di governo anche se può godere di stima.
Quello che produce, sembra dire il proverbio, non è lo stare sopra, al dare ordini; che possono essere tanti, ma anche uno soltanto perchè capace di operare con la sua volontà, sapendo dove vuole arrivare.

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Uèlin clas a fa murae

Ci vogliono sassi per costruire un muro

Pare una ripetizione del precedente, ma ha una sua dura concretezza che si ripete in altri proverbi friulani: questo e entrato perfino nella villotta di un popolo che ha secoli alle spalle e sono tempi di ininterrotti confronti con la realtà di un contesto materiale dove ha saputo costruire le proprie case e far nascere i propri paesi.
In questo confronto, sempre difficile come una specie di lotta per vincere un margine in più di spazio e di orizzonte, l'uomo friulano ha capito che non c'è nulla che gli venga regalato senza, un prezzo da pagare e senza trovare quell'esatto elemento che l’aiuta a dare corpo al suo volere.
Per fare un muro ci vogliono sassi: facile a dirlo, ma si provi qualcuno a tentare una qualsiasi avventura senza prima aver tutto calcolato. Il friulano ha troppe esperienze per tentare questi rischi.

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Quan'che il gjâl pizzul al cjante… il grant al à za cjantàt

Quando il gallo piccolo canta … il grande ha già cantato

Potrebbe avere tanti sensi, fino ad arrivare ad una specie di chiarezza quasi sboccata: ma vale soprattutto per quanti credono di aver scoperto chissà quali novità in tante cose che, nel vivere quotidiano della nostra gente, sono già state fatte e collaudate.
Capita, soprattutto per r giovani che un giorno realizzano per la prima volta una loro prova e ci riescono: e nasce l'euforia di sentirsi i primi, quasi non ci fossero stati precedenti in quelle fatiche o in quelle gioie.
Ma basta un po’ di buon realismo per accorgersi che, di tanto presunto mai fatto, altri e son sempre molti hanno già collaudato le stesse cose, perfino meglio: ma non è pessimistico avvertimento: è soltanto un dire che rimane sempre difficile fare qualcosa di veramente originale.

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Sante Caterine… il frêt par ogni aìne

Santa Caterina… il freddo per ogni nocca

A sentire le vecchie generazioni, quelle che oggi rappresentano in buona salute la più lontana testimonianza della nostra ormai perduta civiltà contadina, le stagioni stanno veramente cambiando: e questo proverbio ne rappresenterebbe una prova.
Per Santa Caterina - 25 novembre - c'era una volta tanto freddo da paralizzare le dita in ogni "aìne" (è la nocca del dito).
Oggi è un po’ diverso: anzi, decisamente diverso se appena ci si affaccia in Giardin Grande a Udine, per tutto il mese di novembre.
La gente che affolla la piazza, non sembra particolarmente impaurita dal freddo che, stando agli ultimi decenni, con rare eccezioni, colpisce molto meno di un tempo.
O forse quel leggendario "frêt" (ed è spiegazione più razionale e fondata) si sentiva tanto perchè non c'era il facile cappotto o il maglione di marca, nè tanto meno guanti di protezioni: e mancavano le proteine alimentari anche per le mani!

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Ta che lum che no à ueli… no covente meti pavêr

In una lampada senza olio… non c'è bisogno di lucignolo

Ci sono, purtroppo, situazioni di vita umana, determinate da condizioni economiche o da contingenze di carattere morale, che non si possono rimediare: si hanno alcune cose, ma la più importante, la principale manca e non c'è modo di averla.
Allora è inutile sprecare anche la più piccola fatica: si deve rinunciare a quanto si vorrebbe fare.
E' una constatazione pessimistica, o forse meglio amara: e la nostra gente ne ha esperienza, prendendone atto con sufficiente coraggio.
Non si tratta di rassegnazione e tanto meno di debolezza, ma alle volte bisogna ammettere che proprio tutte le alternative si dimostrano inutili, nonostante le apparenze possano far vivere speranze che, alla fine, non sono che illusioni.
Un "pavér" e un semplice e banale spago che, per diventare lampada, ha bisogno di olio: se questo, viene a mancare, anche un intero gomitolo di spago diventa inutile.
E' una sana regola di comportamento che evita sempre delusioni più sofferte.

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A vê il moros 'e jè une crôs; a no vèlu 'e son dôs

Avere il fidanzato è una croce; a non averlo ce n'è due

Forse le ragazze d'oggi, smaliziate da un rovesciamento di costumi che hanno modificato radicalmente un modello di vita, non daranno importanza a questa specie di filosofia tutta materiale.
Ma la sostanza rimane intatta: anche una ragazza disinibita e, come si usa dire, modernamente aperta a tutte le esperienze, dovrà alla fine constatare che se un fidanzato costituisce un certo limite alla propria libertà, perchè è sempre un richiamo responsabile al valore del vero volersi bene, non averlo per essere sempre disponibile per tutti o per nessuno, rappresenta, tutto sommato, un quotidiano egoismo che non darà nessun frutto.

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Ogni dì al ven gnot

Ogni giorno è seguito dalla notte

Evidente, tanto da sembrare infantile: ma se la gente usa un suo vocabolario per esprimere alcune convinzioni, vuol dire che non è poi tanto scontata la comparazione di una data realtà.
Dire che da ogni giorno segue la notte, è fin troppo facile e quasi pleonastico, ma far capire ad un perseguitato dalla sorte che crede di essere vittima di chissà quale malignità di destino, fargli vedere che dopo la notte il sole ritorna, che ad ogni cosa c'è un fine e che solo la morte - si fa per dire! - non ha rimedio, è cosa tutt'altro che facile e spesso diventa impresa ardua, se non impossibile.
Alla fatica segue il riposo: certo, ma se un tale s'intestardisce a non crederci è come fosse convinto che la notte non viene mai. E ci provi a tentare un ragionamento con questo tipo di mentalità.
E' come battere la testa contro un muro e spesso è fatica sprecata.

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Cui ch'al nol crôt ai sanz… ch'al crodi ai meracui

Chi non crede ai santi… creda almeno ai miracoli

Siamo alla solita riflessione che accentua il carattere di una gente poco disposta a dare la propria fiducia e a credere a prima vista: i friulani gridano poco, anzi per nulla, al miracolo e tanto meno sono disposti ad accettare una fede nei "santi (ma sta per cose fin troppo semplici per essere prese sul serio).
Eppure c'è qualcosa che si pone davanti come un fatto incontrovertibile: se non sarà un miracolo, ha tutte le carte in regola per essere vista e osservata e studiata.
Allora non c'è possibilità di rifiuto: non credi a quello che ti raccontano?
Devi comunque piegarti alle cose che ti si mostrano davanti agli occhi e ti possono essere messe tra le mani.
Non puoi essere cieco di fronte a quello che è accaduto anche se non vuoi sentire la spiegazione.
Siamo fatti così: toccare con mano un "meracul" per accettare.

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Ogni mês si fâs la lune… ogni di s'impare une

Ogni mese si fa la luna…. ogni giorno s’impara una
(La luna ritorna ogni mese e ogni giorno s'impara a vivere)

Vecchia saggezza che ha il sapore di un'autentica filosofia di vita: contro ogni presunzione di essere arrivati alla conquista del sapere completo, di non aver nulla più da imparare.
Dice la gente e dimostra un realismo sconcertante di intuizioni, possibili soltanto al cumulo di memorie collettive, che non è mai finito l'apprendistato alla conoscenza del piccolo e grande mondo che è come il mare per chi ci vive dentro. Ogni giorno, pur rimanendo vero che tutto si ripete, c'è qualcosa da imparare: non perchè sia nuova od originale, ma per quello che rappresenta per un uomo.
Il quale può commettere una sola grave mancanza nella valutazione delle cose: quella di conoscere tutto e sempre.
E' troppo breve e sempre troppo chiuso il suo orizzonte per affermare di avere visto e conosciuto tutto.
C'è sempre qualcosa che, per lui, si scoprirà nuova.

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San Valentin… al cjante l'odulìn

Per San Valentino… canta la lodoletta

Mese dopo mese, forse sarebbe meglio dire stagione dopo stagione, ogni cultura contadina aveva scadenze segnate dai santi del calendario e da queste immagini o semplicemente da questi nomi traeva e fissava appuntamenti con i cicli eterni del lavoro agricolo, della vita animale, del succedersi del tempo e dei suoi ritorni fissi.
Oggi, l'industrializzazione delle campagne - e Dio solo sa quanto ce n'era bisogno - ha umanizzato quelle fatiche subumane della terra: ma nella perdita di un sistema millenario, sono caduti i modi di dire, i richiami e tutte quelle espressioni sapienziali che si erano tramandate di generazione in generazione.
E con loro, se ne sono andate anche le allodole.

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Ta che lum che no à ueli… no covente meti pavêr

In quel lume che non ha olio… non serve mettere lo stoppino
(Non occorre mettere olio quando manca lo stoppino)

Vale per molti: per tutti quelli che non hanno qualità sufficienti. per dare risultati voluti.
Ne facciamo solo un caso ma può essere usato per tanti altri: oggi tutti i genitori vorrebbero che i loro figli superassero di molto il livello della scuola dell’obbligo magari arrivassero alla fine di corsi accademici.
Dottori tutti: ed è un'esperienza comprensibile.
Ma quanto può giovare il buttare denaro e il metterci tanta preoccupazione, fino ad accusare di incapacità gli insegnanti, se il figlio non possiede quell’olio che è insostituibile per far rendere una luce che si vorrebbe sempre più luminosa e che invece appare sempre più incapace di ardere?
Per arrivare a certi traguardi non basta il volere: sono necessarie buone qualità: se manca "olio" (che è intelligenza o altro indispensabile) è inutile sprecare tante ricchezze.

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Mai plui tant zovins

Mai più tanto giovani

Forse, in queste poche parole, c'è tutta l'anima della gente friulana: senza retoriche, senza inutili ripetizioni ma soprattutto, con una concisione tipica della lingua friulana, è possibile sentire tutto il sapore della vita nella sua esplorazione di primavere e nella disperata rassegnazione ai tramonti.
Può sembrare scontato, quando lo si traduce in italiano, ma detto così, con una constatazione che sa di amarezza cosciente e di lucida esperienza esistenziale, il detto scandisce con crudezza il passare di ogni attimo che non tornerà più e insieme anche la stoltezza e l'ignoranza di quanti non ci pensano.
Non è il "carpe diem" dell'edonismo che vorrebbe rubare ogni giorno della vita, ne tanto meno un richiamo allo sforzo di fermare l'ora che passa.
E' una raccomandazione, un invito, una specie di accorato insegnamento a vivere con intelligenza e con ricchezza, per ogni uomo che voglia essere saggio.

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