mercoledì 19 maggio 2010

RITRATTO DI MADAME CHARLES MAX (1896) Giovanni Boldini

RITRATTO DI MADAME CHARLES MAX (1896)
Giovanni Boldini (1842 - 1931)
Pittore italiano
Museo d'Orsay a Parigi
Olio su tela cm 200 x 100

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Pixel 2540 x 1220 - Mb 1,48



Quest'opera ritrae la signora Charles Max, a figura intera, colta in tutta la sua bellezza e la sua eleganza.

Il morbido abito, generosamente scollato (ma non troppo), è sorretto in vita da una fusciacca.

La donna sorregge con la mano la gonna, lasciando a vista le appuntite scarpe argentate.

L'espressione del volto, leggermente inclinato, è intrigante, e con un sorriso malizioso pare sia pronta ad abbandonare la scena pittorica.

La figura è definita con una decisa pennellata, tecnica questa che Boldini abbandonò progressivamente, indirizzandosi verso una pittura sempre più virtuosa, che presenta la materia sfranta, come ad esempio in opere quali "La spagnola al Moulin Rouge" (1905).


Il dipinto, firmato e datato in basso a sinistra, fu dipinto da Boldini nel 1896..., nello stesso anno l'artista lo inviò a una esposizione allestita a Berlino.


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GIOVANNI BOLDINI, pittore italiano

RITRATTO DEL PITTORE JOAQUIN ARUAJO (1889) - Giovanni Boldini


RITRATTO DEL PITTORE JOAQUIN ARUAJO (Portrait of Painter Joaquin Araujo Ruano) Giovanni Boldini

RITRATTO DEL PITTORE JOAQUIN ARUAJO (1889)

Giovanni Boldini (1842 - 1931)

Pittore italiano
Collezione Boldini di Pistoia
Tela cm. 29 x 20


Il dipinto ritrae Joaquin Aruajo, un pittore poco noto, che nacque a Ciudad Real nel 1851 e morì nel 1894.
Di Joaquin Aruajo so della sua grande ammirazione per la pittura italiana, ma non mi sono giunte notizie sulla sua formazione e le sue scelte stilistiche.
Probabilmente Giovanni Boldini lo conobbe nel settembre del 1889 a Madrid, dove del resto era già stato due anni prima, e qui lo ritrasse..., ma non è del tutto escluso che i due si fossero già incontrati all'Esposizione Universale di Parigi dove Boldini era stato nominato in quello stesso anno commissario per la sezione d'arte italiana insieme a Telemaco Signorini, Vito d'Ancona e Antonio Rivalta.
Dipinto a metà della carriera artistica, quando Boldini aveva già raccolto ampi consensi e successo economico, questo dipinto è un tipico ritratto boldiniano dove il pittore trasforma col suo particolare stile i dati reali.
Giovannei Boldini non trascura di cogliere il ricchissimo ambiente circostante il modello, il mobile in mogano sul fondo del quale poggia un mandolino, capovolto dalla strategica disposizione diagonale che amplia lo spazio, mette in risalto la cornice intagliata e dorata alle spalle di Aruajo e i ricami decorativi del copritavolo rosso amaranto.
Per ritrarre il suo amico Boldini sceglie una disposizione casuale: il pittore siede col corpo un po' inclinato, mentre il gomito piegato e la posizione della lunga e affilata mano tendono a conferire maggior profondità al quadro.
Il volto del ritratto sbuca dalla penombra con gli occhi fulgidi e penetranti, la bocca aperta in un sorriso molto curioso, ambiguo e accattivante al tempo stesso.
Le tonalità usate sono quelle più comuni nella pittura di Boldini: tutte intonate verso il bruno, non cupe, ma calde e dorate.
Stilisticamente il dipinto non si allontana dal consueto modo di Boldini di stendere il colore sulla tela, sfrangiato e lumeggiato, figlio certamente del linguaggio impressionista, ma anche sensibilmente influenzato dalla pittura inglese del Settecento e dell'Ottocento, segnatamente da Gainsborough e da Whistler.

L'opera, firmata in basso a sinistra, è conservata nella Collezione Boldini di Pistoia che possiede un gran numero di opere dell'artista di alto valore qualitativo, rilevanti inoltre per ricostruire la storia del suo percorso artistico.
Il quadro non è datato, ma un termine utile è rappresentato dalla documentazione da cui risulta che fu esposto al Salon di Parigi nel 1890.
Lo stesso dipinto fu esposto alla rassegna berlinese del 1896.


PROBLEMATICHE RELATIVE ALLE OPERE ATTRIBUITE A BOLDINI
La datazione delle opere di Giovanni Boldini è cosa non semplice in quanto pochissime sono datate o addirittura firmate.
Qualche critico ha affermato che la vasta mole di dipinti a lui attribuiti dovrebbe essere selezionata scartando soprattutto disegni o paesaggi che sono poco più che bozzetti e che si presentano firmati.
Questa considerazione discende dalla conoscenza del fatto che Boldini per consuetudine ritoccava le sue opere e più volte anche a distanza di molto tempo, per cui, consapevole di questa necessità, raramente firmava e datava ciò che realizzava, figuriamo i piccoli schizzi su carta.

Per la ricostruzione del corpus dei dipinti di Giovanni Boldini è cosa molto utile sapere che l'artista faceva fotografare le sue opere e talvolta a distanza di anni ritoccava le foto stesse.
Dei ritratti realizzava molti studi, anche grandi bozzetti su tele e cartoni.


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GIOVANNI BOLDINI, pittore italiano

RITRATTO DI MADAME CHARLES MAX (1896) - Giovanni Boldini


GIOVANNI BOLDINI, pittore italiano

GIOVANNI BOLDINI
(1910)



Nato a Ferrara nel 1842, Giovanni Boldini s'accostò alla pittura grazie al padre Antonio.

Dal 1858 frequentò lo studio di Domenico e Girolamo Domenichini, e si esercitò copiando opere rinascimentali.

Gran parte dei suoi lavori giovanili sono ritratti di alcuni personaggi della borghesia ferrarese.

Nel 1862 Boldini si trasferì a Firenze per frequentare l'Accademia di Belle Arti e divenne amico di Michele Gordigiani che lo introdusse al circolo di artisti che si riuniva al Caffè Michelangelo, ritrovo dei Macchiaioli.

In occasione dell'Esposizione Universale, nel 1867 si recò per la prima volta a Parigi.

Di ritorno in Toscana, l'anno successivo affrescò Villa Falconer, nei pressi di Pistoia.

Dopo un breve soggiorno dapprima a Londra (1870) e poi a Ferrara, Boldini nell'ottobre del 1871 si trasferì definitivamente a Parigi.

In un primo momento si dedicò a cogliere gli scorci più suggestivi di Parigi, ma in seguito ritornò alla ritrattistica, divenendo uno dei pittori prediletti dell'alta società.

Esemplari restano i suoi ritratti di Alaide Banti, sua compagna di vita, e di Giuseppe Verdi.

Presente con successo a Salon e mostre internazionali, Boldini negli anni tardi della sua vita dovette abbandonare la pittura a causa di un calo della vista.

Alla morte della Banti, nel 1929 Boldini sposò Emilia Cadorna, una giornalista della "Gazzetta del Popolo".

Il pittore si spense a Parigi nel 1931.


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RITRATTO DI MADAME CHARLES MAX (1896) - Giovanni Boldini


TRIONFO DI BACCO E ARIANNA (Triumph of Bacchus and Ariadne) - Annibale Carracci

TRIONFO DI BACCO E ARIANNA (1597-1600)
Annibale Carracci
Pittore italiano
Galleria Farnese a Roma
Particolare della volta centrale affrescata m. 18 x 16

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Pixel 2500 x 1770 - Mb 2,30



Bacco è in primo piano sulla sinistra con la testa coronata di pampini, una pelle di leone e un grappolo d'uva in mano.
Siede nudo su un carro dorato e scolpito trainato da due tigri, ed è affiancato da Arianna su un carro bianco (forse di avorio o di marmo), tirato da due arieti.
I due personaggi sono accompagnati da un corteo gioioso: satiri, ninfe, amorini, che tengono in mano strumenti musicali, corone, piatti, brocche o ceste di uva.
La scena si svolge animatamente in un tumultuoso intreccio di corpi, in una varietà complessa di espressioni e pose.
Il tono allegro e festoso, la fantasia, la sensualità del dipinto, realizzato alla fine del Cinquecento, hanno in sé le basi per la grande arte barocca di Gian Lorenzo Bernini e di Pietro da Cortona.

La pittura diventa poesia e attrae, con la sua libertà di espressione, l'immaginazione dello spettatore, trasportandolo in una mitica età dell'oro dove trionfano bellezza e amore.
Numerosi sono i riferimenti culturali, studiati attentamente da Annibale nei numerosi disegni: la mitologia classica, i rilievi dei sarcofagi antichi dedicati a Dioniso, i dipinti di Raffaello nella Villa Farnesina, la volta Sistina di Michelangelo.
Ma tali suggestioni sono interpretate con originalità dal pittore che supera l'imitazione fedele sia del modello che della realtà, realizzando immagini di forte carica emotiva e poetica.

L'affresco è la parte centrale della volta della Galleria Farnese, dipinta fra il 1597 e il 1600 circa dal Carracci che aveva appena terminato la decorazione del Camerino nello stesso palazzo.
L'impresa fu commissionata dal cardinale Odoardo Farnese che inizialmente voleva degli affreschi celebrativi di suo padre Alessandro, glorioso condottiero.

Il progetto in seguito cambiò e si preferì l'illustrazione di antiche fiabe d'amore mitologiche, all'interno di finti quadri riportati.
Questi a loro volta nascondono una finta struttura architettonica che in parte sfonda nel cielo e in parte emerge con sculture e medaglioni bronzei dipinti.
E’ il trionfo dell'illusione ottica.


IL MITO DI DIONISIO E ARIANNA

Negli antichi racconti greci e latini, Dioniso dio del vino e della festa, è accompagnato da un corteo trionfale a cui partecipano sileni, satiri, ninfe e baccanti, insieme a belve feroci, tigri, leoni o leopardi, ammansite dal vino, oltre a caproni destinati ad un cruento sacrificio.
Spesso Dioniso è a fianco di una compagna d'eccezione: Arianna, figlia del re Minosse e di Pasifae, a sua volta figlia del Sola.
Arianna è nota per avere aiutato l'eroe Teseo a uccidere il Minotauro, mostro dalla testa di toro che, rinchiuso nel labirinto costruito da Dedalo, riceveva in sacrificio ogni nove anni, sette giovani e sette giovanette.
Arianna sulla porta del labirinto dette a Teseo il filo che gli permise, ucciso il Minotauro, di ritrovare l'uscita.
L'eroe partì quindi su una nave con Arianna e la sorella di lei, Fedra, ma abbandonò la prima sull'isola di Dia.
Qui giunse finalmente Dioniso a salvare Arianna e la sposò portandola in trionfo sul suo carro.


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NASCITA DELLA VERGINE (1598-1599 circa) - Annibale Carracci

PIETÀ (1599 - 1600) - Annibale Carracci


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AVVOCATI (The lawyers) - Honoré Daumier

AVVOCATI (1848)
Honoré Daumier (1808-1879)
Pittore francese
Musée des Beaux-Arts di Lione
Tavola cm. 34 x 26


In primo piano sono due avvocati, facilmente identificabili perché indossano la toga, avvolti dal buio della penombra che oscura in parte la figura di sinistra.
Alle loro spalle è una colonna scanalata, elemento architettonico sufficiente ad evocare l'aula di un tribunale.
La forma è appena accennata dalle larghe pennellate che conferiscono al dipinto l'aspetto di un monocromo, una sorta di litografia…, malgrado le sue dimensioni ridotte (cm. 34 x 26), l'opera ha una monumentalità insolita.

Daumier ricorre all'eccessiva corpulenza dei due professionisti per mettere in evidenza la crisi morale che a suo giudizio attraversava la giustizia francese, rea di averlo condannato ingiustamente.
All'artista non interessa mettere l'accento sulla tipicizzazione dei personaggi ritratti, che quindi possono essere raffigurati anche sommariamente, bensì puntare il dito su due tipi sociali facilmente riconoscibili.


L'opera era la prima della celebre serie “Gens de Justice”, successiva di poco alle 39 litografie sullo stesso tema già pubblicate tra il 1845 e il 1848 nella rivista “Charivari”.
Probabilmente il quadro in origine era di proprietà di Daubigny, a lui donata dallo stesso Daumier.
Dopo il passaggio nelle collezioni Rouart e Tempelaere, nel 1923 l'ultimo proprietario, J. Gillet, l'ha donata al Musée des Beaux-Arts di Lione.

Fra le numerose versioni degli “Avvocati”, oggi sparsi in vari musei internazionali, desidero qui segnalare quella del Museum of Fine Arts di Boston.



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HONORE DAUMIER - Vita e opere

CRISPIN E SCAPIN - Honoré Daumier

DON CHISCIOTTE - Honoré Daumier

ECCE HOMO - Honoré Daumier

A TEATRO (1860) - Honoré Daumier


HONORE DAUMIER - Vita e opere

Honoré Daumier era un litografo, scultore e pittore francese..., nacque nel 1808 a Marsiglia da una famiglia di modeste condizioni sociali.

Intorno al 1815 tutta la famiglia si trasferì a Parigi.
Dal 1829 comincia la sua collaborazione come vignettista e litografo dapprima con la rivista "Silhouette" e poi con "Caricature", quest'ultima edita solo dal 1830 al 1835.

La caricatura di Luigi-Filippo pubblicata il 15 dicembre 1831 costerà a Daumier sei mesi di prigione e una multa di cinquecento franchi.

L'affare non avrà risvolti negativi nella carriera pittorica dell'artista che invece ebbe contatti sempre più stretti con i suoi colleghi, diventando amico di Daubigny, Corot, Millet e Rousseau.

Nel 1846 sposò una modesta sarta, Ninì Dassy e dal 1848 tentò, senza successo, di esporre al Salon ufficiale..., fedele alle sue idee repubblicane nel 1851 inventò il celebre "Ratapoil".


Lasciata Parigi per Valmondois, si avvicinò alla scuola di Barbizon..., sono di questi anni le opere ricche di forte incisività e di forti contrasti tonali, come il dipinto "Lo scompartimento di terza classe"..., e "Commedianti".

Le sue condizioni finanziarie precipitarono quando nel 1860 venne licenziato dalla rivista Charivari..., dopo mesi di disperazione finalmente giunse un sussidio economico dallo stato, sufficiente appena per sopravvivere e quindi non lasciando margine all'acquisto del materiale necessario per le sue opere: in suo soccorso venne l'amico Corot, donandogli un appartamento a Valdmondois.

Alle tante disgrazie si aggiunse anche la progressiva perdita della vista che in pochi anni lo portò alla cecità.

Grazie alla stima che godeva fra i suoi amici venne nominato membro della commissione di vigilanza sui beni culturali, e in questa veste si oppose vivacemente all'iniziativa di Courbet di abbattere la colonna Vendóme.

Honoré Daumier morì l'11 febbraio 1879 dopo tre giorni di agonia, assistito solo dalla moglie e dal fedele amico Daubigny..., per potere allestire la cerimonia funebre fu necessario fare una colletta che però si rivelò insufficiente per costruire un sepolcro funebre.


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RITRATTO DI SCULTORE (Portrait of a sculptor 1540-1550) Agnolo di Cosimo Tori, detto BRONZINO

RITRATTO DI SCULTORE (1540-1550 circa)
Agnolo di Cosimo Tori, detto BRONZINO (1504-1572)
Pittore italiano
Museo del Louvre a Parigi
Tavola cm. 99 x 79

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Pixel 2500 x 1750 - Mb 1,96



Su uno sfondo architettonico è ritratto di tre quarti un giovane uomo dalla cui immagine traspare l'elevata posizione sociale.
Vestito elegantemente, come si può notare dal prezioso pizzo della camicia e dall'anello alla mano sinistra, l'ignoto personaggio tiene una statuetta, attributo che lo qualifica come uno scultore.
Lo stile distaccato e il tono signorile ma non fastoso del quadro sono caratteri tipici del Bronzino, ritrattista prediletto dell'aristocrazia fiorentina del XVI secolo.
L'opera è collocabile negli anni Quaranta del Cinquecento, poco dopo i ritratti di “Cosimo I” e di “Eleonora di Toledo” ora agli Uffizi.
La statuetta rappresentata nel quadro del Louvre è simile a quella nel “Ritratto di giovane con liuto” (Firenze, Uffizi) del 1530-1532 circa.

Oggi generalmente assegnato al Bronzino, il ritratto del Louvre proviene dalla collezione di Luigi XIV.
Il personaggio è stato identificato in passato con lo scultore Baccio Bandinelli (Firenze, 1493-1560), opinione che non è stata seguita dalla critica recente dal momento che la fisionomia non corrisponde.
Il Bandinelli, artista insieme al Bronzino della corte di Cosimo I dei Medici, ha infatti dipinto alcuni autoritratti: i più noti sono quello agli Uffizi del 1525-1530 e quello dell'Isabel Stewart Gardner Museum di Boston databile negli anni Quaranta


GLI SCRITTI DEL BRONZINO


Il Bronzino oltre a dedicarsi alla pittura fu scrittore di versi lodati dai suoi contemporanei fra cui Giorgio Vasari e Benvenuto Cellini che lo definisce “grande Apelle e non minore Apollo”.
Le composizioni di tipo petrarchesco rispettano gli schemi e i modelli imposti dall’Accademia fiorentina in quegli anni: queste poesie senza originalità sono spesso omaggi ad artisti, amici, e agli stessi Medici.
Diverso interesse suscitano invece alcune rime caratterizzate da un tono ironico e umoristico che risente delle composizioni brillanti e grottesche di Francesco Berni (Lamporecchio, Pistoia 1497 - Firenze 1535) in aperta polemica con la poesia ufficiale.
Un esempio significativo del Bronzino è “Il pennello” in cui l'artista descrive con vivacità la mania propria dell'aristocrazia del tempo di farsi ritrarre ognuno in un luogo diverso, seduto o in piedi, da solo o in compagnia, nelle posizioni più “stravaganti”.

Unico scritto in prosa del Bronzino che affronti il tema dell'arte è una lettera incompiuta inviata a Benedetto Varchi, un letterato che fra il 1546 e il 1549 aprì un'inchiesta sul primato della pittura e della scultura.
Secondo l'artista la pittura è superiore alla scultura dal momento che il rilievo non è proprio dell'arte ma della natura.


MADONNA IN MAESTA' (Madonna in Majesty) - Cimabue

MADONNA IN MAESTA' (1285 circa)
CIMABUE (1240 circa - 1302)
Pittore italiano
Galleria degli Uffizi di Firenze
Tempera su tavola cm. 385 x 223


Il dipinto raffigura la Madonne e Gesù che vengono presentati ai fedeli da un gruppo di angeli posti ai lati del trono, che guardano verso lo spettatore.

Il gruppo divino viene riconosciuto dai profeti, collocati sotto tre arcate ricavate nel basamento del trono, i quali avevano predetto l'evento della nascita di Cristo..., al centro si scorgono Abramo e David, a sinistra Geremia, a destra Isaia.

L'elemento principale della composizione è il trono, visto di fronte, con la sua imponenza riempie quasi tutto lo spazio disponibile.

Si tratta di una struttura lignea intarsiata con piccoli tasselli geometrici e policromi e molto articolata in colonne e arcate.

Il gruppo della Vergine col Figlio ha un atteggiamento regale e maestoso..., tuttavia la Madre, con la lieve e dolce inclinazione del capo, mostra già un moto affettuoso e umano nei confronti del Gesù Bambino, e indica che ci stiamo ormai avvicinando a grandi passi alla rivoluzione pittorica di Giotto in senso umanistico.


La grande tavola fu commissionata dai monaci dell'Ordine vallombrosano per l'altare maggiore della chiesa di Santa Trinità a Firenze.

Con la soppressione del monastero in epoca napoleonica il dipinto pervenne, nel 1810, alla Galleria dell'Accademia.

Nel 1919 è passato definitivamente agli Uffizi.


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MADONNA IN TRONO CON ANGELI (Madonna Enthroned with Angels) - Cimabue

MADONNA IN TRONO CON ANGELI
(Menzionata tra il 1272 e il 1302)
Cimabue (1240 circa – 1302)
Pittore italiano
Museo del Louvre a Parigi
Tavola cm. 427 x 280



Il dipinto presenta la grandiosa figura della Madonna con il Bambino, circondata da angeli di minori dimensioni, tema usuale dell'antica iconografia orientale, in seguito adottato da quella cattolica che ne fece il simbolo della Chiesa Madre che veglia sui suoi fedeli.
L'insieme della pala, con la composizione centrale, la sua cornice e i ventisei medaglioni raffiguranti apostoli e santi, è molto vicino alla “Madonna Rucellai” (oggi alla Galleria degli Uffizi di Firenze), dipinta da Duccio di Buoninsegna, nel 1285, per la chiesa di Santa Maria Novella, erroneamente attribuita, per un lungo periodo, a Cimabue.
La corretta lettura della tavola del Louvre è resa difficile dal cattivo restauro a cui fu sottoposta in passato.
Questa Madonna può essere messa in relazione anche con la Maestà di Cimabue, conservata agli Uffizi…, ma mentre nella pala di Firenze il corpo della Vergine è ancora avvolto in una veste luminosa e brillante, di chiara derivazione bizantina, in questa del Louvre lo studio dei volumi è evidente: le pieghe del manto racchiudono un corpo reale e riecheggiano la scultura classica.
Questa evoluzione può essere forse giustificata dall'incontro di Cimabue con la scultura di Nicola Pisano.
L'espressione dei volti, tuttavia, è molto più umana e caratterizzata nella Maestà fiorentina rispetto ai volti dei personaggi della Madonna del Louvre, che presentano un atteggiamento eccessivamente sdolcinato e privo di vivacità espressiva, denunciante il forte legame ancora presente con la tradizione bizantina.


Questa grande pala fu dipinta per l'altare maggiore della chiesa di San Francesco a Pisa.
Caduta in disgrazia a causa della scarsa considerazione che la pittura primitiva godeva nel XVI secolo, fu spostata e sistemata su una parete di poco rilievo.
A seguito delle requisizioni napoleoniche, nel 1811, fu trasferita al Museo del Louvre, dove è testimoniata da uno dei primi cataloghi della galleria napoleonica, “Notices des tableaux des écoles primitives”, del 1814.
Quando i commissari italiani si recarono a Parigi con l'incarico di recuperare il patrimonio artistico requisito, non si preoccuparono minimamente di richiedere la restituzione di quest'opera, considerata difficile da trasportare a causa delle grandi dimensioni.


È UN’OPERA DI CIMABUE?

Per le notevoli incongruenze stilistiche presenti in questa pala, sia la paternità a Cimabue che la datazione sono state oggetto di notevoli discussioni.
Generalmente si è propensi a ritenere che si tratti di un'opera commissionata all'artista tosano intorno al 1301.
Egli avrebbe elaborato un progetto per la sua bottega, ma i suoi aiutanti avrebbero fatto un'esecuzione maldestra, troppo impegnati come erano, insieme al maestro, nella realizzazione, a Pisa, del mosaico raffigurante “San Giovanni” per il Duomo e della perduta “Maestà” per l'Ospedale di Santa Chiara.
Un'altra ipotesi porta a credere che la tavola potrebbe essere stata eseguita da un artista influenzato sia da Cimabue che da Duccio, o, infine, potrebbe trattarsi di un'opera del maestro di San Martino.


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