mercoledì 10 marzo 2010

TOMMASO CAMPANELLA - Filosofia della natura e teoria della scienza

La personalità e l'opera di Tommaso Campanella sono attraversate da un interesse dominante di natura politico-religiosa.


Campanella si sentiva portatore di un grande compito, si considerava messianicamente un "destinato" e un "inviato"..., con entusiasmo pari all'ingenuità era convinto di essere stato investito della missione di riformatore e rinnovatore della città umana, e all'adempimento di quello che riteneva il suo mandato dedicò ogni energia con animo indomito, passando attraverso gli eventi più drammatici e le prove più dure, mutando anche e non di poco le proprie idee, adattandosi non senza accortezza alle circostanze diverse e dolorose in cui lo gettò il tempestoso itinerario della sua vita.

Nella prima giovinezza aveva assunto un atteggiamento violentemente ribelle verso l'autorità costituita e contro ogni dogma imposto in nome della rivelazione e della tradizione..., successivamente, dopo la congiura antispagnola del 1959 e la conseguente condanna, si allineò (probabilmente in modo non del tutto sincero) all'ortodossia religiosa e fece ripetuti atti di ossequio verso la gerarchia ecclesiastica e il papa.
Ancora in questa seconda fase della sua vita si rivolse ora all'una, ora all'altra delle grandi monarchie d'Europa: ma senza perdere mai di vista l'attuazione dei suoi vasti disegni, il cui fine era quello della rigenerazione dell'umanità e della liberazione del mondo dai mali che lo affliggono.

Anche la filosofia di Tommaso Campanella (una metafisica naturalistica imbevuta di concezioni "pampsichistiche" e magiche in cui prende singolare rilievo il tema dell'autocoscienza), non potrebbe essere considerata a prescindere da quello che è il suo interesse fondamentale.
Un sonetto da lui composto - giacché fra' Tommaso fu anche abbondante e ispirato poeta - esprime molto bene, nella sua stessa enfasi e ridondanza, l'altissima considerazione che Campanella aveva di sè, la fede nella sua missione illuminatrice e liberatrice e inoltre lo stretto legame tra i capisaldi della sua filosofia e la sua vocazione civile e morale.


Io nacqui a debellar tre mali estremi
Tirannide, sofismi, ipocrisia:
Ond'or m'accorgo con quanta armonia
Possanza, senno, amor m'insegnò Temi (*)
Questi principii son veri e supremi
Della scoverta gran filosofia,
Rimedio contro la trina bugia
Sotto cui tu piangendo, o mondo, fremi
Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,
Ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno;
Tutti a que' tre grandi mali sottostanno,
Che nel cieco amor proprio, figlio degna
D'ignoranza, radice e fomento hanno.
Dunque a divellar l'ignoranza io vegno.

(*) Temi è la dea della giustizia.
Possanza, Senno, Amor sono le tre "primalità dell'essere".
Farò accenno nell'ultima parte del presente profilo.


Fra' Tommaso si chiamava in realtà Giovanni Domenico e nacque a Stilo in Calabria il 5 settembre 1568.
Era appena adolescente quando entrò nell'ordine domenicano a Placanica presso Nicastro, prendendo il nome di Tommaso e applicandosi agli studi filosofici e scientifici.


L'INFLUENZA DEL SENSISMO DI TELESIO

La scelta del nome non deve far pensare che Campanella, ai suoi esordi di pensatore, si sentisse attratto - se non fugacemente - dal sistema di Tommaso d'Aquino anche se poteva nutrire ammirazione per il vasto ingegno del teologo e filosofo scolastico. Al contrario, i suoi primi e decisivi contatti spirituali furono con Bernardino Telesio, un "filosofo della natura" nato a Cosenza, antiaristotelico convinto, sostenitore dell'importanza preminente della conoscenza sensoriale e fautore di uno studio spregiudicato della natura che indagasse quest'ultima "iuxta propria principia", cioè secondo i principi ad essa intrinseci e non facendo abusivo ricorso a principi di carattere sovrannaturale o ad apriorismi logici e metafisici.

Campanella non conobbe personalmente Telesio, morto nel 1588, ma in questi primi suoi: anni fu un telesiano così fervido da aver deposto - come racconterà in seguito - una elegia sul feretro del pensatore cosentino.
Un'altra personalità che influisce in questo periodo sulla formazione del giovane Campanella è quella del napoletano Giambattista Della Porta, spirito geniale ma disordinato, infaticabile nell'osservazione e nella ricerca sperimentare a cui mescolava credenze magiche come quella intorno alla "pietra filosofale".
Dalla frequentazione del Della Porta, oltre che dalle sue personali propensioni, deriva quella profonda convinzione nella validità della magia e dell'astrologia che distacca Campanella dalla fisica del suo maestro Telesio e che porta lo Stilese al di fuori di quella linea ideale che va da Telesio a Leonardo e a Galilei.

La fisica telesiana, per quanto pre-scientifica rispetto all'opera di Galileo, respingeva quanto vi era di più chimerico e arbitrario nella magia, mentre Campanella accetta in pieno il presupposto della universale animazione delle cose che sarebbero dotate di forze sostanzialmente simili a quelle dell'animo umano;e tra cui intercederebbero legami di consenso e di simpatia. Per lui - come segnalerò più avanti - tutte le cose, non soltanto vivono e sentono, ma si sentono, percepiscono se stesse..., il mondo, come dicono le prime parole di un altro suo sonetto, "è un animal grande e perfetto, statua di Dio, ecc....".

Il punto su cui Campanella si manterrà sempre fedele al pensiero di Telesio concerne la supremazia della conoscenza sensibile su ogni altra forma di conoscenza. La sapienza per eccellenza è quella fondata sui sensi, i quali soltanto possono comprovare, correggere o respingere ogni conoscenza incerta. Così, ad esempio, gli antipodi che erano stati affermati teoricamente da quegli, antichi che sostenevano la sfericità della Terra, e che erano poi stati negati dai Padri della Chiesa da Sant'Agostino a Lattanzio, vennero accertati mediante l'esperienza dai navigatori dell'era delle scoperte geografiche.

"Il senso - afferma Campanella - è certo e non vuol prova, chè egli è prova; ma la ragione è conoscenza incerta, perciò vuol prova".


FRA' TOMMASO ERETICO E RIBELLE: I PRIMI PROCESSI

Queste dottrine, largamente ispirate al naturalismo e all'empirismo di Telesio e professate da fra' Tommaso con la passionalità che gli è propria, non possono non creare sospetti nell'ambiente ecclesiastico. E ai sospetti e all'ostilità seguono ben presto processi e condanne, giacchè Campanella si batte con tenacia per la libertà del pensiero.

Alla fine del 1591 viene imprigionato a Napoli per le tesi contenute nello scritta "Philosophia sensibus demonstrata"..., dopo alcuni mesi è liberato con l'ingiunzione di ritornare nel luogo di origine e di abbandonare le dottrine eterodosse facendo atto di adesione al tomismo. Ma il poco remissivo Campanella disobbedì e si recò invece a Roma e poi a Firenze e a Padova dove subì un altro processo, questa volta sotto l'imputazione di perversioni sessuali, venendone tuttavia assolto.

Tra il 1593 e '94 nuove accuse lo colpiscono per deviazione dottrinale e un nuovo processo viene imbastito. Più grave un quarto processo intentatogli per manifesta eresia: trasferito a Roma, rimane qualche tempo nel carcere del Santo Uffizio, a Tor di Nona, probabilmente condividendo là prigionia con Giordano Bruno il cui processo romano durò sette anni, dal 1593 al 1600.
Recupera la libertà nel 1595, mentre il processo non è ancora chiuso, ma resta sotto sorveglianza, e dopo altre vicende fa ritorno a Stilo nel 1598.

Che in questi anni Campanella fosse su posizioni di aperta incredulità nei riguardi dei principali dogmi cristiano-cattolici, è attestato non soltanto dalle ripetute persecuzioni che ebbe a subire, ma anche dalle dichiarazioni fatte da lui stesso, in sede di ritrattazione, dopo il drammatico fallimento della congiura del 1599.
La evoluzione del pensiero filosofico-religioso e politico di Campanella è assai complessa e non riconducibile ad una lineare unitarietà, come vorrebbero gli interpreti che sbrigativamente o interessatamente definiscano lo Stilese il "filosofo della restaurazione cattolica", o come vorrebbero interpreti di altra tendenza che considerano o consideravano pura e semplice simulazione il suo mutamento di posizione.

Uno studioso di dichiarato indirizzo cattolico, ma non privo di equilibrio, Romano Amerio, ammette senz'altro il periodo di giovanile incredulità del Campanella il quale negava i misteri della trinità, della incarnazione, della "presenza reale" nell'eucaristia, della responsabilità di tutti gli uomini nel peccato originale (giacchè non si dà peccato se non come consapevolezza del peccare), respingeva come stolida la credenza nella "immacolata concezione", toglieva ogni valore alla convinzione di una vita futura sostenendo il principio di una morale autonoma, per cui la virtù non deve essere seguita in vista della remunerazione oltremondana e il vizio non deve essere fuggito per paura dei castighi infernali o purgatoriali.

Lo stesso Campanella, come dicevo, riconosce le sue passate "empietà" in vari luoghi dei suoi scritti e il "ravvedimento" costituisce il tema principale della "Canzone a Berillo di pentimento", composta dopo quattordici anni della sua prigionia in Napoli: il madrigale quarto della canzone inizia con questi versi significativi, in cui vi è un'allusione alla manifestazione più cospicua della sua attività di ribelle, cioè la congiura ordita contro il governo spagnolo:


Io mi credevo Dio tener in mano
Non seguitando Dio,
Ma l'argute ragion del senno mio,
Che a me ed a' tanti ministrar la morte


E nel madrigale undicesimo fa esplicito riferimento alle sue blasfemie nei riguardi della Vergine.


Merti non ho per quelle gran peccata
Che contra te ho commesso,
Madre di Cristo, e voi che state appresso...


LA CONGIURA E IL SUO FALLIMENTO: LA CONDANNA AL CARCERE PERPETUO

Tornato dunque nella nativa Stilo nel 1598, il Campanella fu ospite di un piccolo convento dove mostrava di condurre vita ritiratissima nello studio e nella preghiera..., in realtà tesseva con un gruppo di compagni le fila della congiura che doveva costituire l'evento cruciale della sua vita.

"La congiura - scrive Benedetto Croce - non era poi cosa tutta da giuoco. Vi partecipavano frati, cavalieri, banditi, i Turchi: il Campanella aveva al fianco uomini di parola e d'intrighi come fra' Dionisio Ponzio..., uomini d'azione come Maurizio de Rinaldi, il capo " secolate " della congiura. Al tempo stabilito sarebbero entrati di notte in Catanzaro tre a quattrocento armati, che avrebbero dato principia all'insurrezione..., in caso di primo insuccesso, si sarebbero ritirati sui monti, non facilmente dominabili dalle soldatesche; il movimento era concordato col contemporaneo arrivo dei Turchi, guidati dal bassà Cicala (trenta galere turche, non sapendo del fallito tentativo, si presentarono, infatti, il 13 settembre alla marina di Stilo)..., il denaro necessario si sarebbe travata. Il vicerè di Napoli sapeva ciò che diceva, quando scriveva a Madrid essere stata misericordia divina l'averla scoperta in tempo".

Imprudenze, defezioni e delazioni facilitarono la messa in luce di ciò che si andava preparando e, sia da parte viceregale sia da parte ecclesiastica, la repressione si abbattè rapida sulle fila disfatte dei congiurati.
I processi iniziati in Calabria sfociarono ben presto in un processo generale a Napoli sotto la congiunta imputazione di tentata ribellione e di eresia..., a confessione ottenuta, mediante largo impiego della tortura, parecchi furono condannati a morte e prima fra tutti Maurizio de Rinaldi, giustiziato il 4 febbraio 1600.

Sorte diversa toccò a Campanella grazie all'abile espediente di fingersi pazzo e grazie alla tenacia con cui persistette nella simulazione nonostante i tormenti inflittigli.
La presunta follia e il dissidio tra autorità secolare spagnola e autorità inquisitoriale (fra le quali sorse un conflitto di competenza circa il giudizio), fecero si che il processo venisse tirato per le lunghe fina al 1602, concludendosi infine non can la condanna alla pena capitale, ma con quella al carcere perpetuo da scontarsi nei castelli di Napoli.
Un altro tra i principali collaboratori di Campanella, il frate Dionisio Ponzio, imprigionato con lui, riuscirà dopo alcuni anni a fuggire e a rifugiarsi nelle terre ottomane, dove si convertì alla religione mussulmana.

Intorno alla fallita cospirazione, alla sua origine, ai suoi moventi e alla parte che vi ebbe, la predicazione delle idee campanelliane, molto si è scritto e discusso da parte degli storici.
Certamente essa va posta in relazione con quel clima di esaltazione e di grandi attese, con quella temperie e psicosi da millennio che era diffusa alla fine del secolo in non pochi ambienti, da Roma, a Napoli, e che ovviamente infervorava una personalità al tempo stesso meditativa e volta all'azione, profonda e ingenua, come quella di Campanella.

La scoperta del Nuova Mondo, a cui egli spesso si riferisce, progressi scientifici e ritrovati della tecnica (la calamita, la stampa, le armi da fuoco), pestilenze e terremoti, "congiunzioni magne" a cui l'astrologia attribuiva fantastici significati per i destini umani, venivano tutti interpretati da questo spirito avido di novità come indizi di una svolta radicale e di una imminente palingenesi in cui si operasse il ritorno alla perduta età dell'oro.

Ma questo confuso e inebriante clima da millennio si congiungeva alla condizione di acuto disagio sociale e di endemica povertà della terra di Calabria: condizione che era propizia alle patetiche aspettazioni, agli entusiasmi profetici, ai vaticini dei visionari fin dai tempi di Gioacchino da Fiore, e che era favorevole altresì ai moti spontanei di rivolta e al brigantaggio cui si davano i disperati.
Cronache che abbracciano quasi l'intero arco del Cinquecento ci danno notizia di non infrequenti tumulti che scoppiavano contro conti e baroni particolarmente esosi e oppressivi.
Una di tali cronache ad esempio racconta...

"1512. De lo mese di giuglio 1512 se revoltai una terra in Calabria nominata Martorano, et se revoltai contra lo Conte suo signore de casa de Jennaro, per causa che detto Conte era multo tiranno et malo signore".

E ancora nella stesso anno...

"De lo mese di dicembre 1512 se revoltai una terra di Calabria nominata Santa Severina contro lo signore Andrea Carrafa suo patrone, per causa che detto signore era multo tiranno".

Nel 1563 un fuoruscita soprannominato Re Marcone aveva raccolta sotto il suo comando un migliaio e mezzo di uomini e si era sostituito alle autorità spagnole amministrando la giustizia, applicando tasse, distribuendo regolarmente il soldo alla sua truppa.

Motivi di scontento e fermento non mancavano dunque in queste terre ed è in tale cornice che vanno visti il tentativo che ebbe per animatore Campanella e i consensi e le speranze che esso potè suscitare.
Tentativo rivolto si contro il dominio straniero della Spagna, ma a cui erano completamente estranei finalità e intenti di carattere nazionale. Lo Stilese era nemico della tirannide e propugnatore di un ordine umano di armonia e di giustizia, ma farne una specie di precursore del patriottismo risorgimentale - come pure qualcuno tentò - sarebbe cadere in un equivoca addirittura grottesco.

Intorno ai fini della cospirazione, una fonte documentaria della massima importanza, studiata e portata alla luce nel secolo scorsa da Luigi Amabile, è costituita dalle deposizioni rese dai congiurati al processo.
Dalle deposizioni traspare chiaramente che scopo del moto era quello di attuare una comunità di cui fra' Tommaso avrebbe dovuto essere il capo e che avrebbe dovuto reggersi secondo criteri in larga parte affini a quelli che saranno poi distesamente esposti nello scritto "La Città del Sole" composto da Campanella in carcere nel 1602.
Infatti le due affermazioni che ricorrono più spesso sulle bocche degli imputati sono: vita e beni in comune, attività generativa riservata ai più adatti, che sono i due principi fondamentali che presiedono alla comunità dei Solari, nonchè minuti particolari circa le fogge del vestire che avrebbero dovuto aver corso nella costituenda repubblica, e di cui in effetti si ragiona nello scritto di Campanella.

Il nesso tra le idee esposte dai partecipanti alla congiura e il contenuto della "Città del Sole" è innegabile.
Secondo Luigi Firpo, Campanella avrebbe inteso rivendicare, contro le storture e i fraintendimenti dei suoi rozzi ascoltatori e compagni di congiura, la natura autentica del piano da lui vagheggiato e che altri aveva deformato e invilito senza comprenderne la purezza e la dignità.
Secondo Norberto Bobbio, invece, la concertata insurrezione non sarebbe stata un tentativo di realizzare la "città del Sole", ma piuttosto la "Città del Sole" un tentativo di idealizzare a posteriori la congiura, "un tentativo concepito nell'isolamento del carcere come atto di reminiscenza e insieme di giustificazione".

L'interpretazione che a me sembra più plausibile è che Campanella abbia meglio definito e fissato sulla carta idee che già erano da lui propugnate e a cui in qualche modo partecipavano - secondo il loro livello di cultura - i cospiratori stessi. Tra l'opera di propaganda svolta al tempo della preparazione della congiura e la stesura, compiuta durante gli indugi del processo, dello scritto utopistico, non vedo una soluzione di continuità. Il testo chiarisce e completa e dà forma letteraria a quello che era già stato detto o promesso nei conciliaboli tra i congiurati e che quest'ultimi avevano a modo loro capito e appreso, come dimostrano del resto le deposizioni.


COMUNISMO E RELIGIONE DI NATURA NELL'ISOLA DI TOPRABONA


Secondo un modulo consueto, la "Città del Sole" è scritta in forma di dialogo, che si svolge tra un nostromo genovese che ha appena compiuto la circumnavigazione del globo e un Ospitalario (membro dell'ordine degli ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, poi Ordine di Malta il quale interpella il navigatore circa gli ordinamenti che questi ha trovato vigenti nella favolosa isola di Taprobana (odierna Sry Lanka) dove ha sede una città eretta su un alto colle e cinta da sette cerchie di mura.
Nella "Città del Sole", del 1602, Campanella disegna un'immaginaria società dove potere politico e religioso sono nelle mani di un solo capo, dove non esistono famiglia, proprietà privata e uso della moneta..., dove i beni sono comuni e comune è il lavoro, l'istruzione, la regolamentazione dei matrimoni.

E qui vi rimando alla mia opinione sulla LA CITTA' DEL SOLE - Tommaso Campanella

I primi anni della prigionia, che avrebbe dovuto essere perpetua e irremissibile, furono durissimi. Rinchiuso nell'orrida fossa di Castel Sant'Elmo, Campanella trovò tuttavia la forza per resistere e sopravvivere anche spiritualmente; le sue qualità di lottatore si esaltarono anzi, sfidate e stimolate dalla durezza e crudeltà delle circostanze. Nel fondo della sua cella scrive opere che gli vengono sottratte e che egli, con accanimento instancabile, ricompone..., indirizza appelli, consigli, memoriali a papi, sovrani, cardinali.


IL PROGETTO DI UNA MONARCHIA ECUMENICA

Soltanto in un secondo tempo la detenzione si fa un po' più blanda in Castel dell'Ovo e in Castel Nuovo, dove al prigioniero è concesso di ricevere visitatori (nel 1613 si recano da lui due tedeschi suoi ammiratori, Tobia Adami e Rodolfo von Bünau, al primo dei quali Campanella affida alcune sue opere che verranno infatti pubblicate in Germania), mentre intrattiene rapporti epistolari con vari dotti in Italia e all'estero: dal tedesco Gaspare Scioppio al francese Pirrre Gassendi, allo stesso Galilei.

Intanto il suo pensiero si è volto verso nuove vie e ha subito una rilevante trasformazione. Lui, l'apostolo della religione naturale senza verità rivelata, diviene sostenitore di una religione positiva fortemente istituzionalizzata come il cattolicesimo..., l'incredulo di ieri accetta il magistero ecclesiastico e deplora - come già si è visto - i suoi trascorsi ereticali..., lui, prigioniero della Spagna, esalta la monarchia spagnola affermando che essa deve farsi "braccio secolare" del pontefice per realizzare l'unificazione politico-religiosa dell'intero genere umano, nel segno di un cattolicesimo che sia - su questo tasto Campanella batterà sempre con vigore - moralmente emendato nei costumi dei suoi ministri ed esponenti e purgato dagli abusi.

A questo proposito - troppo semplice e semplicistica sarebbe la tesi - che pure fu sostenuta - della finzione integrale, allo scopo di ingraziarsi l'Inquisizione e gli Spagnoli e di ottenerne la remissione della condanna. Che per ragioni di evidente opportunità Campanella abbia gonfiato, per così dire, la sua professione di fedeltà alla gerarchia e caricato i toni dello elogio rivolto alla monarchia di Spagna, è pressoché certo. Così si spiegherebbero, ad esempio, certe reboanze di uno scritto come "Atheismus triumphatus" del 1605, e gli inni alla teocrazia papale (dopo aver teorizzato la ben diversa teocrazia "solare") contenuti nel "Monarchia Messiae" composto nello stesso anno.
Ma è indubbio che, a parte volute ostentazioni, ci troviamo di fronte ad un nuovo orientamento effettivamente maturato nell'animo dello Stilese, un orientamento nella sostanza non fittizio e comunque non esclusivamente dovuto a calcoli strettamente personali.
A che cosa può attribuirsi il mutamento?

Dopo il fallimento della congiura e nei lunghi anni di carcere, l'aspirazione alla palingenesi politico-sociale-religiosa permane nel Campanella e anzi si fa ancora più viva. Ma altri sono gli strumenti e le forme mediante cui egli si sforza (e si illude) di attuare il suo disegno. Resosi conto dell'impossibilità di avviarlo a realizzazione con un audace colpo di mano diretto contro possenti autorità, egli progetta, sconfitto ma non frustrato, di valersi proprio di queste autorità secolari e spirituali, di attirarle al suo programma con la forza della persuasione facendo leva soprattutto sulla natura universalistica del papato.

Tra la repubblica egalitaria, che avrebbe dovuto nascere da una insurrezione, e la monarchia ecumenica sotto l'egida del pontefice romano la distanza è grande..., eppure un filo tenace lega il Campanella complottatore al Campanella che lancia appelli a Roma, a Madrid e più tardi a Parigi, quando la Spagna lo avrà deluso del tutto ed egli riporrà le sue speranze in un nuovo braccio secolare: quello della monarchia francese.
Questo filo è dato dall'ecumenismo, dalia convinzione che i mali del mondo possono essere vinti soltanto da un'organizzazione universalistica e unitaria del genere umano che elimini frazionamenti e discordie.

Campanella non ha mai rinunciato a questo suo ideale di rinnovamento radicale, anche se lo ha via via ripensato nelle forme della sua possibile attuazione e se ha modificato i programmi in rapporto alle circostanze, accettando transazioni e compromessi proprio perchè si sentiva non soltanto filosofo e profeta ma anche politico, e sapeva - nonostante il suo virulento anti-machiavellismo - che il politico deve essere realista.

L'atto di adesione dello Stilese alla dogmatica del cattolicesimo deve essere visto in connessione con la sua esigenza ecumenica. Ammesso che il papato sia la forza cosmopolitica o supernazionale che in alleanza con una grande monarchia secolare può garantire l'unificazione degli uomini in una sola comunità politica, bisognerà far atto di ossequio (sia pure con qualche intima riluttanza) al papa, alla curia, alla "Professio Fidei Tridentinae" che nel 1564 aveva coronato i deliberati del Concilio di Trento, l'assise fondamentale della Riforma cattolica e della Controriforma.

Certo è ben poco credibile che il già spregiudicato ed eretico Campanella potesse intimamente far propri tutti i dogmi che il Concilio aveva ribadito e irrigidito nella polemica contro i protestanti..., anche qui tuttavia, insieme alle forti oscillazioni e modifiche di orientamento, è possibile cogliere una linea di continuità.

Tommaso Campanella, assertore fin dall'inizio di una religione di natura, cioè di una "religio ìndita", innata in tutti gli uomini e fondamento di tutte le religioni storiche le quali sono acquisite e sopraggiunte (religio àddita ò pòsita), continua e continuerà sempre ad esserne l'assertore. Con la differenza che, nella seconda fase della sua vita, egli valorizza il cristianesimocattolicesimo come quella, tra le religioni storiche, che più si avvicina alla "religio ìndita" la quale costituisce la norma in base a cui misurare il valore delle varie religioni positive.

In altri termini, egli non approva il cattolicesimo sulla base della fede, della tradizione e della rivelazione, ma sulla base della religione di natura. La priorità di valore è di questa su quello, e non viceversa.
Ciò rende assai dubbia l'ortodossia di Campanella e induce a considerare col massimo sospetto l'interpretazione di coloro che hanno voluto e vogliono tuttora vedere nel pensatore calabrese il "filosofo della restaurazione cattolica", come da ultimo uno studioso cattolico oltranzista, il Di Napoli.

Limpidamente il problema è stato riassunto in questi termini...

"Egli [Campanella] è partigiano di una riforma morale del cattolicesimo che, lasciando immutati i dogmi e la struttura gerarchica della chiesa, la restituisca all'ordine e alla semplicità del periodo patristico e quindi alla sua capacità di proselitismo e di diffusione universale. Con ciò Campanella si inseriva nei piani grandiosi della chiesa della controriforma... Ma con tutto ciò si ingannerebbe chi ritenesse la posizione di Campanella caratterizzata da un conformismo ortodosso. Il piano profetico di Campanella veniva certamente a coincidere con il piano e con le esigenze della chiesa della controriforma..., ma il movente e la giustificazione di quel piano non erano e non potevano essere quelli della chiesa. Campanella accetta il cattolicesimo perchè lo identifica con la religione naturale..., accetta la rivelazione perchè senza le profezie e i miracoli la religione non possiede forza persuasiva e capacità diffusiva universale. L'ultimo fondamento dell'atteggiamento di Campanella è filosofico e naturalistico, non religioso ". (Io direi, in armonia del resto con l'interpretazione che l'autore dà della figura e dell'opera del Campanella, che il fondamento ultimo dell'atteggiamento del pensatore calabrese è filosofico-naturalistico e politico).

Nel 1626, dopo ventisette anni di detenzione ininterrotta, Campanella viene liberato per ordine del vicerè. Ma, nonostante il dichiarato ravvedimento, l'occhio dell'Inquisizione è sempre minacciosamente puntato su di lui e appena un mese dopo un nuovo carcere lo accoglie: quello del Sant'Uffizio a Roma, dove peraltro viene trattato con riguardò grazie soprattutto all'atteggiamento benevolo che ha verso di lui il papa Urbano VIII.

Quest'ultima fase della prigionia non è dura, nè si protrae a lungo concludendosi con un periodo di libertà vigilata cui segue finalmente la libertà totale. La lunga persecuzione non è però ancora finita.
La permanenza in Roma di Campanella suscita forti contrasti: una buona parte dei dignitari della Curia gli è irriducibilmente ostile, la Spagna guarda di nuovo a lui come ad un nemico e, dacché egli si è convertito alla tesi del primato della monarchia francese, gli attribuisce la responsabilità della francofilia del pontefice Barberini..., d'altra parte Campanella non assume un atteggiamento docile, al contrario difende apertamente Galilei contro cui proprio in questi anni si prepara il processo (pur non condividendo il suo copernicanismo), e insiste per la pubblicazione di tutte le sue opere, anche di quelle condannate dalla chiesa.

La crisi decisiva si ha quando, in seguito alla scoperta di un complotto antispagnolo in Napoli, il governo di Spagna chiede al papa l'estradizione per riavere nelle mani Campanella. Il papa tergiversa e non impedisce la fuga di fra' Tommaso che, con l'aiuto dell'ambasciatore francese, lascia per sempre Roma e l'Italia diretto in Francia, dove Luigi XIII lo accoglie con favore e lo provvede di una pensione.

È l'anno 1634. Il pensatore calabrese potrà vivere in operosa tranquillità a Parigi per altri cinque anni, combattendo la sua ultima battaglia: quella per la pubblicazione integrale delle sue opere, in lotta contro il divieto posto dalla Curia romana.
Campanella riesce ad ottenere la autorizzazione della Sorbona e può attuare in buona parte il suo proposito, la cui completa esecuzione è impedita dalla morte che lo coglie nel convento di Rue Saint-Honoré, in Parigi, il 22 maggio 1639.


LA "COSCIENZA DI SÉ" E IL NATURALISMO MAGICO

Un anno prima aveva visto la luce la "Metaphysica" che è il suo scritto più sistematico argomento speculativo, nel quale l'autore sviluppa gli spunti notevoli di carattere gnoseologico e metafisico che erano già presenti nel "Del senso delle cose e della magia" composto nel 1604, poi tradotto in latino e in questa versione pubblicato a Francoforte nel 1620 da amici di Campanella.

Nella prima parte della "Metaphysica", che uscì un anno dopo il "Discorso sul metodo" di Descartes pur essendo stata compiuta molti anni prima, il filosofo rinnova la considerazione che già Agostino aveva fatto nel "Contra Academicos" e nel "De Civitate Dei" nell'intento di confutare lo scetticismo: di me come essere cosciente ho una certezza immediata e incontrovertibile; se mi inganno, sono.
C'è dunque un sapere originario di cui nessuno può dubitare (in realtà di questa certezza soggettiva lo scettico antico non dubitava), e tale sapere è un sapersi, un sentirsi.
Campanella denomina variamente questa conoscenza di sè: "sensus sui, sensus ìnditus" (intrinseco), "sensus abditus" (interno, nascosto), "notitia sui ipsius" innata..., ora, questa nozione originaria di sè è condizione imprescindibile di ogni altra conoscenza e di ogni apprendimento dallo esterno. Il sensus sui rende possibile il sesasus additus o illatus (aggiunto, acquisito).

"Lo spirito percipiente - dice Campanella - non sente il calore, ma in primo luogo se stesso: sente il calore attraverso se stesso, in quanto è modificato dal calore".

Le cose esterne producono nell'anima modificazioni che rimarrebbero estranee all'anima e non conosciute da essa, se questa non le riferisse a se stessa, il che richiede appunto l'avvertimento di sè, il sentire se stesso nell'atto di sentire ciò che è altro da noi.

Tale consapevolezza si realizza in tre modi o forme: si è coscienti di essere e quindi di poter essere, di sapere e infine di volere (o amare), ossia si desidera conservare se stessi. "Esse" (posse), "scire" e "velle" sono i tre principi di evidenza intuitiva in cui il "sensu" sui si articola.

Campanella ha il merito di avere posto in risalto il tema dell'autocoscienza, occorre, però, aggiungere che egli non considera la coscienza di sè quale prerogativa dell'uomo (come affermava invece negli stessi anni Descartes a proposito del pensiero)..., obbedendo al suo orientamento magico-metafisico, il filosofo calabrese estende e attribuisce la coscienza di sè a tutti gli esseri naturali, dal più elevato all'infimo.
La sensibilità è, secondo lui, diffusa ovunque e con essa la coscienza di sentire. Di conseguenza, i tre principi sopra indicati non riguardano soltanto l'uomo, non hanno portata antropologica, ma valore ontologico..., investono cioè l'essere nella sua totalità.
Sono Potenza, Sapienza, Amore, le tre primalità o principi costitutivi dell'essere, a cui fanno riscontro le tre primalità negative o del non essere (impotenza, ignoranza, odio).
Soltanto in Dio - di cui Campanella a differenza di Bruno riafferma la trascendenza rispetto al mondo - le tre primalità raggiungono il loro culmine e la loro piena realizzazione, mentre le cose finite partecipano in modo duplice delle primalità positive e delle primalità ad esse opposte, derivando appunto da ciò la loro parzialità e la loro finitudine.

In Campanella, dunque, il motivo dell'autocoscienza serve per edificare una metafisica della universale animazione delle cose mentre in Sant'Agostino era servita a fondare una metafisica spiritualistica e teocentrica.
Quanto a Descartes, egli aveva ragione di respingere ogni nesso effettivo tra il "sensus sui" campanelliano e il suo "cogito-sum": diverso infatti è il significato dei due principi e del tutto differente lo sviluppo che essi hanno nei due rispettivi contesti di pensiero.


VEDI ANCHE ...

LA CITTA' DEL SOLE - Tommaso Campanella

PENSIERO POLITICO DEL XIX SECOLO – LIBERALISMO e SOCIALISMO

MATERIALISMO STORICO

IL CAPITALE - THEORIEN UBEN DEN MEHRWERT - Karl Marx

UTOPIA di Thomas More

IL CONTRATTO SOCIALE - Jean Jacques Rousseau - On The Social Contract

EMILIO - ÉMILE - Jean Jacques Rousseau

TRATTATO SUL GOVERNO - John Locke

SAGGIO SULL'INTELLETTO UMANO - John Locke

Storia del pensiero filosofico e scientifico - Ludovico Geymonat


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