mercoledì 10 febbraio 2010

COMMEDIE (COMEDIES) (La Cassaria - I Suppositi - La Lena - Il Negromante - La scolastica) - Ludovico Ariosto

  
Il culto per i comici romani (Plauto e Terenzio) era vivo a Ferrara più che altrove: e vi erano frequenti, fino alla fine del Quattrocento, le rappresentazioni di commedie antiche, tradotte in volgare.
Ludovico Ariosto pensò di far rappresentare commedie originali, pur imitando i comici latini..., e così divenne egli l'iniziatore della commedia, come fu detta, regolare.
Secondo la costituzione della commedia latina, la commedia ariostesca rappresenta un'azione, che nella realtà deve durare un giorno o poco più (unità di tempo), e svolgersi sempre sulla stessa scena: che rappresenta - affinché tutti i personaggi possano legittimare la loro presenza - un luogo pubblico, per lo più una piazza (questa continuità della scena si chiamò unità di luogo).
Gli atti sono cinque: preceduti da un prologo, cioè da un attore che viene a riassumere la favola, a presentare i luoghi e i personaggi, talvolta a richiamare l'attenzione del pubblico sui criteri artistici dell'autore, spesso a fare dello spirito in base ad equivoci disonesti.

L'Ariosto, pare abbia scritto le prime due commedie in prosa..., poi le rifece nel verso endecasillabo sdrucciolo, che conservò anche per le seguenti: col quale volle riprodurre il verso giambico della commedia latina. E si compiacque - egli meraviglioso maestro di armonia - di un verso così pedestre, da confondersi con la prosa, per riprodurre il dialogo delle persone comuni.

Nelle commedie ariostesche ricorrono personaggi e motivi della commedia plautiana: padri avari, figli gaudenti, servi astuti d'accordo coi figli per ingannare i padri, donne di malaffare, e scandali derivanti da somiglianza di persone, e riconoscimenti, che risolvono a un tratto la situazione..., ma non mancano allusioni satiriche alla vita e alla corruzione del tempo. E se la scena della "Cassaria" si immagina in Grecia, come nelle commedie latine, quando l'Ariosto poté finalmente attuare il suo desiderio di veder costruito un palcoscenico stabile in una sala del palazzo ducale, volle che lo scenario rappresentasse la piazza maggiore di Ferrara: segno che del mondo ferrarese, che era sotto i suoi occhi, egli avrebbe definitivamente fatto argomento delle sue rappresentazioni.


Ma per avere un'idea più diretta della maniera e del valore del nostro comico, riassumo qui il vivacissimo intreccio della "Cassaria"....

"Crisobolo, un vecchio avaro, parte da Sibari, per recarsi a Procida, lasciando al fedel servo Nebbia la casa piena di mercanzie d'ogni maniera. Suo figlio Erofilo (i nomi di queste commedie, come delle plautine, e più tardi anche delle francesi, sono spesso greci: Erofilo vuol dire amante dell'amore), innamorato pazzo della schiava Eulalia tenuta dal mezzano Lucramo (che è come dire usuraio) consigliato dal servo Volpino (qui non c'è bisogno di dire che cosa il nome significa), pensa di levare, nell'assenza del padre, una cassa di filati d'oro purissimo (da qui il nome della commedia) e darla in pegno a Lucramo, pei cento ducati che egli pretende pel prezzo di Eulalia. La cosa non è difficile. Il Nebbia, il servo fedele, è un mezzo scimunito, ed è agevole rubargli la chiave del tesoro. Un forestiero, in procinto di ritornare in patria, il Trappola, si veste, cogli abiti di Crisobolo, da gran signore, e porta la cassa in casa dell'usuraio, come fosse una proprietà sua, e per acquistare lui la schiava. Eulalia. Ma quando sarà ritornato, Crisobolo vorrà pure la sua cassa. E la riavrà difatti. Erofilo andrà dal capitano di giustizia a denunciare il furto di una cassa. Certo quella cassa è in casa di Lucramo. Chi fa l'usuraio, è capace anche di fare il ladro. Caridoro (dono delle Grazie), figlio del capitano di giustizia, Caridoro, intimo di Erofilo, e innamorato di un'altra schiava, anch'essa tenuta da Lucramo..., aiuterà l'amico, parlando a suo padre contro l'usuraio, e impaurirà tanto costui, che, per evitare le forche, egli cederà gratis la cassa. E tutto sembra andare d'incanto. Il Trappola ha già rimessa la cassa a Lucramo, e conduce Eulalia nelle mani di Erofilo. Ma qui incominciano i guai. Il mare era grosso, e non si poteva far vela per Procida. Il vecchio Crisobolo ritorna..., e si trova innanzi Volpino. Volpino si vede perduto..., ma la paura acuisce l'ingegno. Si mette a piangere, a urlare che il Nebbia, quello scimunito di Nebbia, rovinerà il padrone. Dopo molte sospensioni, dà a Crisobolo la notizia mortale: la cassa è stata rapita. Meno male che egli, Volpino, sa dov'è: è da quell'usuraio, da quel tristissimo di Lucramo. Non bisogna perdere un minuto. Crisobolo corra dal capitano di giustizia: faccia mandare da Lucramo subito subito il bargello: troverà la cassa.... Ma Crisobolo è vissuto troppo, per avere ancora fiducia nell'opera della giustizia. Manda a chiamare degli amici, che gli facciano da testimoni in ogni caso, e con essi entra nella casa di Lucramo, e, nonostante che l'usuraio gridi ed accusi e strepiti, egli bravamente si riporta via la sua cassa. Ma, dinanzi alla porta di casa, trova uno sconosciuto vestito de' suoi propri panni: il Trappola, a cui certi servi di Erofilo avevano rapito Eulalia, credendo che egli fosse un forestiero che si portasse con sé la donna amata dal loro signore: ed ora veniva a riferire ad Erofilo il bel costrutto della sua spedizione. Alle domande, alle minacce del vecchio non sa che rispondere. - E' muto, - interviene Volpino. Ma perché si è messo gli abiti miei? chiede ed insiste Crisobolo. - Il Nebbia, - spiega Volpino, - scomparsa la cassa, voleva fuggir via..., ma, per non essere riconosciuto, si è vestito degli abiti di questo mutolo e gli ha dato in cambio i vostri. - Ma perché non i suoi? - obbietta, ragionevolmente, Crisobolo. E Volpino non sa più che dire. Il vecchio fiuta l'imbroglio, fa legare il Trappola, che confessa ogni cosa, e allora, con la medesima fune, fa legare Volpino, e lo caccia dentro la casa per un castigo esemplare. In quella entra Erofilo, a cercare del suo Volpino. E si imbatte nel padre. Tremenda paternale. Ormai tutto sembra perduto. Ma un Fulcio, servo di Caridoro, un degno collega di Volpino, compare, salvatore inaspettato. Egli, che serve nella casa del capitano di giustizia, ha pratica delle insidie della legge. Fa presente a Crisobolo che Lucramo può querelarsi al giudice, farlo passare per un truffatore, senza pagar nulla: certo chi portò in casa di Lucramo la cassa era vestito dei abiti stessi di lui.... Crisobolo si spaventa. - Bisogna - consiglia Fulcio - pagare a Lucramo il prezzo della schiava: non c'è altra via. Il solo Volpino può trattare con l'usuraio, e indurlo ad accontentarsi di duecento ducati; giacché non ce ne vuol meno, per farlo tacere. - Duecento ducati? - Il vecchio avaro protesta, poi nicchia, poi finalmente cede. E Volpino, liberato, esce con la somma. Riscatterà, naturalmente, tutt'e due le schiave: una per il suo padrone giovine, l'altra per Caridoro.


Delle altre commedie, "I suppositi" (ossia gli scambiati) ritraggono una serie di qui pro quo nati dallo scambio tra un Filogono di Sicilia, autentico, e un Senese che, prestandosi inconsapevolmente alle astuzie altrui, si fa passare egli pare per Filogono. La trama è derivata dai "Captivi" (Prigionieri) di Plauto.


La "Lena" (che in latino vuol dire mezzana d'amore) ha per principale personaggio una trista femmina, la quale riesce, con i mezzi che è facile immaginare, a fare che due giovani si trovino insieme..., e i padri, poiché lo scandalo è avvenuto, e conviene ripararlo, acconsentono che si sposino.


Il "Negromante" è un imbroglione, che fa professione di scienze occulte, aiutato da un ribaldo servo, il Nibbio: e carpisce danari ai gonzi, e depreda di notte la casa dell'ospite, e fa scandali e ribalderie d'ogni maniera, finché, scoperto, fugge in farsetto, raccomandando prima al Nibbio che vada all'albergo a rubare tutto ciò che vi trova.


L'Ariosto lasciò incompiuta la commedia "Gli studenti": terminata dal fratello Gabriele, e chiamata "La scolastica".
Si aggira sulle avventure di due studenti di Ferrara. Viva e ricca la rappresentazione della baraonda studentesca: originale qualche figura minore: come quella di un frate domenicano inquisitore, che dispensa un suo penitente da un voto, purché regali il convento.


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RIME (Rhymes) - Ludovico Ariosto

 

Dai venti ai trent'anni Ludovico Ariosto provò felicemente a scrivere delle poesie in lingua latina, assai cara ai suoi concittadini reggiani. Giacché a Ferrara fiorivano non vili poeti latini, maggiore dei quali Ercole Strozzi. La prima ode è un'alcaica "ad Philiroen" (scritta forse nell'imminenza della calata in Italia degli eserciti di Carlo VIII): esaltazione della quiete e dell'amore, e ammonimento a non preoccuparsi dei pubblici avvenimenti..., e c'è già lì l'indole dell'Ariosto, e l'indole degli artisti puri del Cinquecento. Interessante alla storia interiore del poeta è l'elegia "De diversis amoribus", dove egli confessa la sua mobilità in amore. In quei carmi sono infatti celebrate più donne: una Pasiphile (amica a tutti), una Lydia. Né mancano epigrammi mordaci, o graziosi: ed è molto lodato un epitalamio per le nozze di Alfonso I con Lucrezia Borgia (1502). Poi, nonostante che il Bembo, il pontefice letterario del tempo, lo esortasse ad insistere nel latino (persino, forse, a scrivere in latino il Furioso), egli preferì il volgare.
Aveva già l'anima e la mente al suo capolavoro..., e le rime sparse che venne occasionalmente componendo furono da lui poco apprezzate, né le raccolse, né le pubblicò mai.
Sono elegie, canzoni, sonetti, madrigali, capitoli, ed un'egloga. Le elegie, in terzine, ricordano qualche volta gli elegiaci latini, massime Properzio..., e sono, come le elegie dei latini, ardenti pagine autobiografiche di amore. Alcune hanno riferimento (come la più parte delle canzoni e dei sonetti) ai suoi amori per la Benucci.
Altre elegie celebrano altri amori, e di tutt'altra specie.
In altre è una viva analisi del travaglio della passione: come nella decima, dove il poeta narra che, a sradicare l'amore dal cuore, egli si recò a visitare il campo dei morti, dopo la sanguinosa battaglia di Ravenna, del 1512..., ma non gli giovò..., e invidia quei morti..., e nella diciottesima (forse apocrifa, come parecchie altre), dove il poeta esprime l'irrequietezza della sua anima anche nella pienezza del godimento, e il perpetuo bramare pur non sapendo che, e "s'altro bramar non so, bramo morire".

Delle canzoni, di maniera petrarchesca, è nota la prima ("Non so s'io potrò mai chiudere in rime"), dove tocca del suo innamoramento a Firenze (che fu nel giorno di San Giovanni, celebrando i Fiorentini l'assunzione al pontificato - col nome di Leone X - del cardinale Giovanni dei Medici). Più importante (ma forse apocrifa) una canzone (la quinta), ove il pastore Melibeo, sulle rive solitarie del Po, deplora i danni dell'Italia, e più specialmente il mal governo di Leone X.
Dei "Capitoli", componimenti scritti alla buona, in terza rima, dove il poeta parla di sé, è interessante il primo, scritto quando Ludovico Ariosto, al seguito del cardinale Ippolito, cadde ammalato. Imita, nella condotta, una troppo bella e delicata elegia di Tibullo. Il terzo capitolo è il principio, se non pure tutto il primo breve canto, di un poema sulle imprese del giovinetto Obizzo da Este: che si innesta su la guerra tra Filippo il Bello e Odoardo d'Inghilterra.



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