lunedì 11 gennaio 2010

GIACOMO MATTEOTTI - IL SOCIALISTA (Italian Socialist)


ITALIANI PER LA LIBERTA' - GIACOMO MATTEOTTI



Giacomo Matteotti nacque a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, il 22 maggio 1885, da famiglia originaria del Trentino.
Il padre, dapprima modesto negoziante, aveva via via accumulato qualche fortuna, che aveva investito in diversi appezzamenti di terreno, sicché il suo patrimonio alla vigilia della guerra era valutato a 800 mila lire (di allora, naturalmente). In casa, però, non era mai venuto meno né il clima né il rigore delle famiglie non ricche e in cui ciascuno deve badar bene a fare il proprio dovere…, e Giacomo crebbe con la convinzione, rafforzata dalle abitudini, di essere tutt'altro che ricco. Comunque, quando si dedicò alla milizia socialista, i suoi mezzi furono sempre e tutti a disposizione della sua causa…, ed egli non incontrò difficoltà a diventare il datore di lavoro che organizzava sindacalmente e politicamente i suoi stessi braccianti e contadini.

Nel suo accostamento al socialismo, assai precoce, influì l'esempio dei due fratelli maggiori, Matteo e Silvio, che entrambi lo avevano preceduto nell'adesione al partito socialista ed entrambi dovevano poi morire prematuramente, rispettivamente a 21 e a 23 anni…, ma anche l'ambiente che egli trovò attorno a sé nel suo primo orientarsi in senso politico, e cioè le condizioni dei lavoratori, la loro tenace e dura lotta contro gli agrari del Polesine, la figura stessa di Nicola Badaloni, un medico condotto socialista che si era dedicato alla campagna contro la pellagra, e contro il quale tuttavia, pur essendo considerato una specie di santo laico, Giacomo Matteotti doveva assumere atteggiamenti polemici per il suo orientamento politicamente accomodante, filoradicale.

Ma, sebbene l'adesione al socialismo fosse in Matteotti molto giovanile (pare che già a 14 anni egli si considerasse socialista e due anni dopo si iscrisse al partito), prima di approdare alla milizia politica vera e propria si nutrì di ottimi studi di giurisprudenza, e più specificamente nel campo del diritto del lavoro, in cui compilò un lavoro, L'assicurazione contro la disoccupazione, composto sotto la guida dell'economista Salvatore Cognetti de Martiis e pubblicato dalla Casa editrice Bocca nel 1909.
Nel 1910, al termine del corso universitario in giurisprudenza presso l'Ateneo di Bologna, pubblica la sua tesi di laurea, sempre presso Bocca, su “La recidiva. Saggio, di revisione critica con dati statistici”.
Dopo la laurea, seguita gli studi compiendo viaggi in Francia, in Belgio e in Inghilterra, per studiare la legislazione penale e gli istituti di pena. Ha ormai una solida cultura sia giuridica sia statistica e una profonda conoscenza anche pratica di problemi finanziari, amministrativi e contabili.

Nel partito socialista egli assume subito una posizione precisa, che non subirà mai né tentennamenti né crisi. Appartiene alla corrente riformista e gradualista, ma senza alcuna propensione verso ogni forma di opportunismo: forzando senza dubbio la realtà, ma cogliendo un suo tratto caratteristico, Piero Gobetti scriverà all'indomani della sua morte che Giacomo Matteotti… « fu forse il solo socialista (preceduto nel decennio giolittiano da Gaetano Salvemini) per il quale i1 riformismo non fosse sinonimo di opportunismo ».
Il sua riformismo era positivo, severo, rigoroso. C'era in lui, anzi, una sorta di rigorismo di carattere protestante, che costituiva la religione di un uomo assolutamente laico ed ateo. Il problema al quale si dedicò interamente era quello dell'organizzazione dei lavoratori agricoli del Polesine.

« Le agitazioni per l'aumento dei salari - scrisse Gobetti - s'erano già da parecchi anni dimostrate insufficienti perché i conduttori di fondi aumentavano i salari e diminuivano le ore di lavoro. I problemi socialisti da risolvere era l'imponibilità della mano d'opera (ossia attribuzione di un carico di manodopera per ciascun fondo), e il collocamento, che si voleva libero dagli agrari, e dai socialisti invece affidato agli uffici di collocamento ».

Matteotti si dedicò a questi problemi, preferendo sempre le leghe ai circoli, l'opera di organizzatore a quella di oratore generico, la lotta quotidiana alla propaganda dei principi. In questo senso sono concepiti i suoi articoli pubblicati nel settimanale dei socialisti di Rovigo, “La lotta”…, intensissima la sua attività, che ricorda - nell'impostazione e nella passione - quella contemporanea di un altro apostolo dell'organizzazione socialista, Cesare Battisti, quale ci è rivelata dalla recente edizione degli Scritti politici e dell'Epistolario.

Alieno da ogni generalizzazione, da ogni volo pindarico, sempre attaccato alle cose e alle cifre, Matteotti fece così la sua scuola di partito come organizzatore e animatore delle leghe di resistenza dei lavoratori e come amministratore di Comuni democratici. In genere, erano gli istituti intermedi dell'organizzazione politica e sociale, quelli nei quali si poteva venire formando la nuova società socialista (il comune, la scuola, la cooperativa, la lega, l'ufficio di collocamento), che lo interessavano e per i quali prodigava la sua tenacia, la sua energia e la sua competenza.
Sostanzialmente estraneo, entro il partito socialista, alla lotta fra le correnti, che in quegli anni precedenti lo scoppio della guerra fu viva ed aspra (1912, espulsione di Bissolati e Bonomi), Matteotti se ne interessa soltanto per quel tanto che essa si riflette sulla situazione locale (Badaloni apparteneva appunto alla corrente espulsa nel 1912), oppure per contrastare teorie (come quella sindacalista dello sciopero generale, proposta nel 1913 da Mussolini) che a suo parere rischiavano di logorare e disperdere le energie dei lavoratori e dei socialisti senza adeguati risultati.
Fino alla guerra, Matteotti non ha collegamenti sul piano nazionale, anche se si colloca nettamente alla sinistra riformista, con un fortissimo senso dell'autonomia della classe lavoratrice rispetto ad ogni compromesso e peggio ad ogni pateracchio, ma senza chiusure settarie, come dimostra nel 1914 quando chiede che sia respinta la proposta di escludere dalle liste elettorali. socialiste i non iscritti al partito.

« Negli anni fino alla guerra - scrive Gaetano Arfè nel più recente e migliore profilo critico di Matteotti - si impegna con sempre maggiore intensità nei problemi delle amministrazioni locali. Sindaco di Villamarzana, consigliere in circa una decina di comuni [ … ], consigliere provinciale e presidente per un breve perioda dell'amministrazione provinciale di Rovigo, egli acquista in tal materia una competenza eccezionale, che gli apre la via della notorietà in campa nazionale. Nel congresso dei comuni socialisti del 1916, presenti uomini esperti come Caldara e Zanardi, sindaci rispettivamente di Milano e Bologna, l'amministratore polesana, neanche compresa nella rosa dei relatori, si fa posto tra i protagonisti del congresso ed è eletto segretario della Lega dei comuni socialisti ».

Nel 1916 al congresso dei comuni socialisti che lo rivelò a tutto il socialismo italiano, stupì per la sua completa mancanza del senso dell'opportunità così indispensabile per i mediocri e per le furbizie piccolo-borghesi! Matteotti ebbe la bella idea di smontare tutta la relazione Caldara, come dire i titoli di un professore universitario di comuni socialisti, e di imporsi con tanta evidenza che il socialista milanese, venuto per trovare i lauri dell’umanità dovette salvarsi con un ordine del giorno di conciliazione. Infatti Caldara aveva fondata tutta la sua costruzione, in materia di rapporti finanziari tra Stato e comuni, sull'esperienza milanese: Matteotti in una deliberazione che riguardava i comuni di tutta Italia portava l'esperienza del piccolo comune, í bisogni sorpresi nella sua opera di amministratore di almeno dieci piccoli comuni del Polesine: era la rivoluzione federalista contro il pericolo dell'accentramento.

Riprende Arfè: « L'esperienza acquisita nel lungo e sfibrante lavoro è però sempre in funzione di un disegno più vasto. In questo periodo egli va preparando il piano di un grande consorzio dei comuni rossi polesani, per fare di quella campagna senza fine, di quelle sparse case, qualcosa come una grande città di tipo nuovo, con una sua coscienza unitaria, una sua autonomia, una sua vita collettiva: una rivoluzione silenziosa, insomma, negli istituti, nella mentalità, nel costume, una prefigurazione nei fatti del mondo avvenire che egli vagheggia e per il quale lavora».

Allo scoppio della guerra Matteotti si distacca nettamente da quei riformisti che ondeggiano: prende posizione contro la guerra, respinge ogni lusinga dell'interventismo democratico (in cui pure militano compagni di fede come Cesare Battisti e Gaetano Salvemini), inizia una predicazione non priva di pericoli personali.
Il 10 ottobre 1914, in un articolo pubblicato nella “Lotta”, si spinge fino a prospettare l'ipotesi dell'insurrezione contro la guerra. E contro Turati polemizza nei mesi seguenti perché è convinto che per sostenere la lotta contro la guerra occorre essere pronti anche a un'azione rivoluzionaria. Questa posizione è alimentata da quella stessa fiamma che dopo la guerra ne farà un martire: la convinzione che contro il male la rivolta è un dovere morale, che anche la testimonianza personale s'impone come un imperativo categorico.
Il 5 maggio 1914 Matteotti pronuncia nel Consiglio provinciale di Rovigo un discorso contro l'intervento (ormai imminente) che gli vale una denuncia all'autorità giudiziaria per disfattismo: ne uscirà assolto in Cassazione (dopo ripetute condanne), avendo imposto ai suoi avvocati di sostenere la tesi dell'immunità dell'oratore in sede di Consiglio provinciale, senza rinnegare e neppure attenuare nulla delle sue affermazioni.

Chiamato alle armi prima che il comanda militare abbia ottenuto il suo richiesto allontanamento dalla regione, dimesso per í suoi precedenti dal corso per allievi ufficiali, tenuto per le stesse ragioni lontano dal fronte, relegato in Sicilia, nell'ottobre, 1917 Matteotti torna in licenza nel Polesine, donde viene nuovamente allontanato d'autorità per aver ripreso a girare tra i lavoratori nelle campagne.
Nelle lettere alla moglie continua a dimostrarsi severo verso quei socialisti che, come Turati e Prampolini dopo Caporetto, attenuano la loro intransigenza contro la guerra.
Nel marzo 1919, congedato, torna nel suo Polesine.

Cominciano le lotte sociali più aspre. Matteotti è in prima fila come organizzatore. La stipulazione di un nuovo patto agrario nel 1920 conferma e perfeziona due conquiste fondamentali dei lavoratori: il riconoscimento delle leghe, con l'obbligo che ne deriva di rivolgersi ad esse per ottenere la mano d'opera; l'imponibilità di mano d'opera.
Nell'ottobre 1919 al congresso socialista di Bologna Matteotti pronuncia il suo prima discorso nazionale schierandosi per la corrente massimalista unitaria capeggiata da Lazzari, contro quella massimalista elezionista di Serrati e quella comunista astensionista di Bordiga. Poco dopo, nel novembre dello stesso anno, è eletto deputato.

Nell'attività. parlamentare Matteotti esercita la stessa intensa attività che aveva dispiegato come organizzatore e amministratore, emergendo come uno dei maggiori competenti nelle questioni economiche, finanziarie e amministrative. Partecipa alla riunione di Reggio Emilia dell'ottobre 1920 in cui i riformisti si costituiscono in frazione organizzata del partito socialista…, non al Congresso di Livorno nel gennaio 1921 (che si conclude con la fondazione del partito comunista), perché chiamato a sedare una drammatica situazione determinatasi a Ferrara a danno dei socialisti.

Nel marzo 1921 Matteotti, diventato la bestia nera degli agrari e quindi dei fascisti, subisce la prima violenta aggressione da parte degli squadristi: recatosi solo - dopo aver incitato la lega di Castelguglielmino alla resistenza - nella sede degli agrari, risponde a chi, armato, pretende da lui una ritrattazione e l'impegno a lasciare la regione…

“Ho una sola dichiarazione da farvi: che non vi faccio dichiarazioni”.

Bastonato, sputacchiato, non aggiunge sillaba, ostinato nella resistenza. Lo spingono a viva forza in un camion…, sparando in alto tengono lontani i proletari accorsi in suo aiuto. I carabinieri rimangono chiusi in caserma. Lo portano in giro per la campagna con la rivoltella spianata e tenendogli il ginocchio sul petto, sempre minacciandolo di morte se non promette di ritirarsi dalla vita politica. Visto inutile ogni sforzo, finalmente si decidono a buttarlo dal camion per strada.

Ma per continuare a dirigere il movimento sarà costretto a lasciare il Polesine, dove rimetterà piede soltanto di nascosto e travestito, e a costituire una specie di organizzazione clandestina, che egli seguirà da Padova o da Venezia.

Da questo momento il problema del fascismo diventa per lui il problema principale.
Già alla vigilia del Congresso di Livorno aveva ipotizzato il.ricorso alla violenza, sia pure circoscritto al verificarsi di una necessità di difesa dalla controrivoluzione capitalistica o dal fascismo.
Nel suo antifascismo, Matteotti non solo rafforza la sua opposizione a Giolitti e a Bonomi, ma torna a distaccarsi da Turati, che egli considera non sufficientemente fermo contro le tentazioni collaborazioniste dei dirigenti riformisti della Confederazione generale del lavoro. Contemporaneamente, però, pronuncia al Congresso socialista di Milano nell'ottobre 1921 un discorso polemico verso i massimalisti, che a suo parere espongono i lavoratori a tutti i rischi e a tutti i colpi della reazione senza provvedere in alcun modo alla loro reale difesa.
Nel dicembre promuove a Roma una riunione di socialisti rappresentanti delle “province invase” dallo squadrismo fascista. Per tutto il 1922 Matteotti prosegue la sua coraggiosa opera di resistenza, avvertendo però come pochi altri la gravità e l'imminenza del pericolo.
Quando nell'ottobre 1922 avviene la nuova scissione socialista, Matteotti si trova alla testa del nuovo partito socialista unitario, di cui è eletto segretario. Ne formano lo stato maggiore uomini ricchi di prestigio come Turati, Treves, Modigliani, Prampolini…, ma Matteotti ne è il cervello politico e organizzativo.
L’opera di organizzazione del nuovo partito è non solo oggettivamente difficile, ma anche piena di pericoli.
Intanto Matteotti si adopera per demolire il mito di un fascismo che, salito al potere in quello stesso ottobre 1922 in cui si era formato il partito socialista unitario, stesse salvando l'Italia dal bolscevismo e dalla rovina economica. Matteotti si affianca, in quest'opera condotta “con le armi dei fatti e delle cifre”, come scrive efficacemente Arfè, a Gaetano Salvemini. Come lui, anche Matteotti si impegna, verso la fine della sua vita, nel tentativo di interessare l'Europa democratica al problema del fascismo. Risultato di questa azione di propaganda, “Un anno di dominazione fascista”, un'ampia documentazione, tratta da fonti fasciste, della demagogia e delle bugie del movimento mussoliniano.

L'opera di Matteotti è tanto più difficile in quanto il partito tende a sfaldarsi, né il suo organo, “La Giustizia”, è all'altezza della situazione.
Matteotti minaccia di dare le dimissioni da segretario del partito, poi comincia a ventilare la prospettiva di una riunificazione con il partito socialista massimalista e di un abbandono della tattica legalitaria verso il fascismo: « E' inutile proclamarsi legalitari - scrive a Turati - finché ci continuano a rompere la testa ».
Sono sempre più frequenti nel suo epistolario ed anche nei suoi articoli spunti di sapore gobettiano e salveminiano: « Tutti sono pervasi dallo spirito negativo ( ... ). Io non intendo più oltre assistere a simile mortorio. Cerco la vita, voglio la lotta contro il fascismo. Per vincerla bisogna inacerbirla ».
Ma una sua lettera a “Critica Sociale”, in cui viene apertamente proposta questa nuova linea di lotta attiva contro il regime, non viene pubblicata: « Anzitutto è necessario prendere - vi scriveva Matteotti - rispetto alla dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuta fin qui, la nostra resistenza al regime dell'arbitrio deve essere più attiva; non cedere su nessun punto; non abbandonare nessuna posizione senza le più precise, alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati…, lo stesso codice riconosce la legittima difesa ».

Nel gennaio 1924, nel corso di una conferenza tenuta da Turati a Torino, un profugo veneto gli chiede: « Non ti aspetti una qualche spedizione punitiva da qualche Farinacci? ».
Matteotti risponde: « Se devo subire ancora una volta delle violenze, saranno i sicari degli agrari del Polesine o la banda romana della Presidenza ».

E fu la banda romana della Presidenza, formata da sicari degli agrari, a finirlo.
Il 30 maggio 1924 Matteotti pronuncia alla Camera un discorso che è una dura requisitoria contro le sanguinose violenze che hanno caratterizzato le elezioni bandite dal governo fascista: un discorso che sarebbe durato un'ora a causa del coro di minacciose interruzioni da parte dei deputati fascisti.
Mussolini in persona imprecò contro il temerario oratore, chiedendo che glie lo togliessero di mezzo.
Dieci giorni dopo, il 10 giugno Matteotti fu rapito sul Lungotevere a bordo di un'automobile di proprietà di F. Filippelli, direttore del Corriere Italiano. Il suo cadavere fu nascosto in una macchia della Quartarella, nei dintorni di Roma, da una banda composta da Amerigo Dumini, Albino Volpi, Augusto Malacria, Amleto Poveromo e Giuseppe Viola.
Due giorni dopo Mussolini, che già sapeva ciò che era avvenuto, dichiarò alla Camera che tutti speravano che Matteotti potesse tornare da un momento all'altro e che tutte le autorità avevano ricevuto istruzioni di ricercarlo, non senza insinuare che il deputato socialista potesse esser fuggito all'estero.
Per più settimane Mussolini continuò a recitare la sua cinica e macabra commedia, fino a quando, il 15 agosto, il corpo di Matteotti fu ritrovato a Riano Flaminio.

La storia dei memoriali Filippelli e Rossi (rispettivamente direttore del “Corriere Italiano” e capo dell'ufficio stampa di Mussolini), della denuncia di Giuseppe Donati (direttore del “Popolo”) contro il generale De Bono, capo della polizia e comandante della Milizia fascista, del discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925 con l’inizio dello smantellamento dello Stato liberale e della costruzione di quello dittatoriale, della farsa di processo contro gli esecutori materiali del delitto, appartiene a una fase successiva della lotta politica in Italia.
Basterà dire che, se i vari gruppi e i vari personaggi fascisti implicati nell'assassinio si palleggiarono le accuse reciproche, in molti casi cercando però di limitare le più alte responsabilità, pare sicuro che al Viminale - da Mussolini a De Bono, da Cesare Rossi a Giovanni Marinelli, da Aldo Finzi a Amerigo Dumini - agiva una vera e propria banda, pronta ad ogni delitto ed a ciò appositamente disposta.
E se ancora non è stata fatta luce completa (né probabilmente sarà mai possibile farla) sulle responsabilità dirette di Mussolini nell'assassinio di Matteotti, le sue responsabilità almeno morali e politiche sono fuori di discussione.
Gobetti osservò che l'assassinio di Matteotti doveva far parte di un piano raffinato che non poteva non esser stato dettato dall'alto: il gregario furioso, il fascista esaltato avrebbe potuto - egli scrisse - colpire Turati, Maffi, Lazzari…, ma ci voleva un'intelligenza fredda e calcolatrice per scoprire l'avversario vero in Matteotti, l'oppositore più intelligente e più irriducibile tra i socialisti unitari, “il più giovane d'anni e d'animo in un partito che si ricorda troppo di Pelloux”.

Gioverà aggiungere che la morte di Matteotti segnò la linea di separazione tra due fasi della storia d'Italia sotto il fascismo.
Il sacrificio di un uomo politico che, così deciso alla lotta come egli era, aveva però più volte dichiarato che “i sacrifici inutili non servono, non aiutano a nulla”, acquistava il senso simbolico della ineluttabile incompatibilità morale tra il fascismo e tutte le altre forze politiche e civili.
In questo senso la sua fine fu sentita da tutto il popolo italiano, in questo senso il nome di Giacomo Matteotti assurse al valore di simbolo, e così nacque l'etica dell'antifascismo che si identificò con la religione della libertà.


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RODOLFO MORANDI

GIUSEPPE MASSARENTI - Le lotte sindacali di Molinella


STUDIO DEL SOTTOBOSCO (1880 circa) - Adolphe Monticelli

STUDIO DEL SOTTOBOSCO (1880 circa)
Adolphe Monticelli (1824-1886)
Pittore francese del XIX secolo
MUSÉE DES BEAUX-ARTS di MARSIGLIA
Olio su tela cm. 55 x 100

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Pixel 1800 x 2300 - Mb 1,98


In questo dipinto l'attenzione di Adolphe Monticelli si concentra sulle ombre intense del sottobosco, colto in una giornata d'autunno.

Proprio in accordo con questa stagione, la composizione emana una velata malinconia.

I colori sono pastosi e stesi con un pennello largo e denso…, questa tecnica richiama quella della pittura veneziana, che l'artista conosceva poiché aveva avuto modo di ammirarne significativi esempi al Louvre.

Il colore dominante è il bruno, sfumato in più tonalità, a volte interrotto da brevi tocchi di verde: in realtà la rappresentazione della natura serve al pittore da pretesto per giocare virtuosamente con i colori.

Dopo l'esperienza impressionista, molti artisti si dedicarono alla pittura tonale.

Così fu anche per Adolphe Monticelli che studiò appassionatamente il cambiamento della natura rispetto al susseguirsi delle stagioni e degli effetti atmosferici.

La sua pittura di questo periodo piacque a molti artisti, fra i quali Cézanne e Van Gogh.


Firmata in basso a sinistra, questa tela, proveniente dalla Collezione Cantini, e oggi è conservata al Musée des Beaux-Arts di Marsiglia.

Presente a una mostra allestita a Pittsburgh, nel 1878-1879…, l’opera è sconosciuta al grande pubblico, come la maggior parte della produzione di Monticelli.


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Adolphe Joseph Thomas Monticelli - Vita e opere


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