venerdì 29 ottobre 2010

SALVATORE FIUME - Vita e opere (Life and Work)

  


Nato a Còmiso in Sicilia nel 1915, Salvatore Fiume arriva a Milano nel 1936 proveniente dalle Marche, dove ha terminato gli studi presso l'istituto d'arte di Urbino. A Milano intende affermarsi come pittore; ma i primi successi gli vengono, più che dalla pittura, da un romanzo autobiografico da lui scritto durante la guerra e stampato nel 1943.
Gli inizi della sua pittura appaiono piuttosto contrastati, per ragioni che si direbbero all'opposto di quelle normalmente vigenti per chi abbia scelto di fare il pittore: per un eccesso, si direbbe, di temperamento e insieme di preparazione tecnica, che lo fa apparire un pittore di altri tempi, un personaggio estremamente scomodo. Del resto egli stesso sembra collaborare ai malintesi.
Così quando nel 1946 si ripresenta a Milano con due nutritissime mostre usa lo pseudonimo e lo stile acronistico di un inesistente pittore andaluso, Francisco Queyo, esule a Parigi dalla Spagna in guerra. Ma già la mostra che allestisce nel 1949 col suo vero nome presenta una pittura conquistata sul piano della ricerca più rigorosa, attraverso una dedizione che evoca addirittura la figura di Morandi, pur nella grandiosità e complessità delle strutture compositive. Le sue famose «isole di statua» emergono all'attenzione della critica proprio in questo periodo e la Biennale veneziana ne registra puntualmente la nascita ospitando un grande trittico di Fiume.
Contemporaneamente una sua opera viene acquistata dal Museum of Modern Art di New York. Da allora le personali di Fiume e le sue partecipazioni a mostre collettive si succedono con regolare frequenza, da Milano a Roma, a Firenze, Torino, Parigi, Londra, New York, S. Francisco, Mosca, Bonn.
Parallelamente Fiume si trasforma in mecenate di se stesso attraverso le grandiose pitture murali, gli affreschi, i mosaici, le scenografie che gli vengono commissionate in ogni parte del mondo e che egli accetta di eseguire per poter salvaguardare la libertà del suo segreto lavoro di laboratorio. Appartengono a questo tipo di produzione le decorazioni eseguite negli anni dal 1950 al 1953 per i transatlantici «Giulio Cesare» e «Andrea Doria».
Seguono poi le decorazioni per la sede delle riviste Time e Life a New York e per la «Michelangelo». L'ultima opera di questo genere è del 1967: si tratta del grande mosaico che decora l'abside della nuova basilica della Annunciazione a Nazareth.
Al 1950 risale anche l'incontro di Fiume col teatro, in particolare con la Scala di Milano. In questo teatro la pittura di Fiume presenterà per molte stagioni immagini e forme coraggiosamente innovatrici, in una larga serie di allestimenti memorabili. Anche altri teatri, come il Covent Garden di Londra, quello dell'opera di Roma e il Massimo di Palermo apriranno alcune delle loro stagioni liriche affidando a Fiume le sue scenografie per le opere inaugurali.
Nel 1962 una esposizione circolante di cento sue opere venne ospitata in Germania da vari musei. Numerose mostre si sono susseguite dopo quell'anno, in Italia e all'estero.
Sue opere sono presso collezioni pubbliche e private in Italia, America, Francia, Inghilterra, Germania, Svizzera, Iran, Giappone, Olanda, Jugoslavia, Israele. Quando non si trova in giro per il mondo alla ricerca di immagini e forme nuove per la sua pittura, Fiume visse a Canzo, una località della Brianza in provincia di Como.
Salvatore Fiume è morto a Milano il 13 giugno 1997.


ALCUNE SUE OPERE

LA BARONESSA (1970)
Olio su tela cm 170 x 175

       
TEATRO KABUKI (1971)
Olio su tela cm 54 x 36

        
RAGAZZA GIAPPONESE (1970)
Olio su tela cm 80 x 150

    

FIORI (1959)
olio su tela cm 74 x 102

       
RAGAZZE SDRAIATE (1971)
Olio su tela cm 160 x 115

      
HARARINE (1973)
Olio su tela cm 95 x 147

     
TEMPESTA (1954)
Olio su tela cm 76 X 54

    
NEL VENTO DI KISIMAYO 
h cm 50


LA STRAGE DEGLI INNOCENTI (The massacre of the innocents) - Nicolas Poussin

LA STRAGE DEGLI INNOCENTI (1625 circa)
Nicolas Poussin (1594 - 1665)
Museo Condé a Chantilly
Tela cm. 147 x 171 (Particolare)
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Dall'intensità e luminosità dei colori fatte risaltare dall'accostamento fra il panno bianco che avvolge il bimbo, il mantello rosso del soldato e gli abiti blu e ocra delle due figure femminili, è evidente l'attenzione prestata in quegli anni da Poussin alla pittura di Pietro da Cortona.

La composizione della scena è di grande effetto emozionale e si svolge su una sorta di palcoscenico delimitato, sulla sinistra, da una monumentale colonna scanalata, e sulla destra, da un edificio di sfondo, contro cui si staglia, come in un bassorilievo classico, la splendida figura femminile, di profilo, che alza la testa al cielo, tenendo sotto il braccio il proprio bimbo morto.

L'artista concentra l'attenzione su un gruppo dall'aspetto quasi scultoreo, di grande evidenza plastica, con il soldato che sta per avventarsi sul bimbo e allo stesso tempo trattiene per i capelli la madre che cerca di fermarlo.



LA STRAGE DEGLI INNOCENTI (Versione completa)


Dipinta intorno al 1625, "La strage degli innocenti" di Chantilly faceva parte della raccolta del marchese Vincenzo Giustiniani, collezionista romano, che forse ne fu il committente.



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IL TEMPO E LA VERITA' - Nicolas Poussin

LA MORTE DI SAFFIRA - Nicolas Poussin

LA PESTE DO AZOTH - Nicolas Poussin


NICOLAS POUSSIN - Vita e opere (Life and works)

AUTORITRATTO (1650)
NICOLAS POUSSIN (1594 - 1665)
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm 98 x 74



Nato presso Les Andelys nel 1594, Nicolas Poussin, dopo gli anni di apprendistato a Parigi, dove lavorò alla Galleria del Lussemburgo, a fianco di Philippe de Champaigne, e dopo alcuni viaggi in Italia, decise di trasferirsi definitivamente a Roma nel 1624.

Qui fu subito introdotto nella cerchia di eruditi e pittori, gravitante intorno alla potente famiglia di papa Urbano VIII

Barberini, venendo a contatto con Pietro da Cortona, Bernini, Lanfranco, nonché importanti mecenati e collezionisti quali Sacchetti e Cassiano del Pozzo.

Le opere giovanili denotano un particolare interesse da parte di Poussin per il colore come mezzo espressivo, attraverso il neovenetismo sensibilmente interpretato da Pietro da Cortona, che si andava affermando a Roma intorno al 1630.

Dopo tale data, tuttavia, si inizia ad avvertire nei suoi dipinti un mutamento stilistico che lo avrebbe condotto a un progressivo interesse per il disegno e alla ricerca di un ideale classicista in antitesi al coevo movimento barocco.

Richiamato a Parigi nel 1640, fu incaricato della decorazione della Galleria Lunga del Louvre..., in qualità di pittore ufficiale del re abitò alle Tuileries.

II soggiorno francese fu importantissimo per il suo futuro, giacché conobbe una cerchia di mecenati che gli commissionarono diverse opere, fatto che suscitò l'invidia di un certo ambiente artistico parigino.

Al suo rientro a Roma nel 1642 egli si isolò progressivamente dall'ambiente artistico romano, perseguendo fino alla fine un classicismo sempre più nobilitato e idealizzato.

Già dagli anni Trenta Poussin aveva dimostrato interesse per la pittura di paesaggi: in tale genere egli realizzò i suoi più grandi capolavori.


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TANCREDI ED ERMINIA - Nicolas Poussin

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IL REGNO DI FLORA - Nicolas Poussin

LA MORTE DI SAFFIRA - Nicolas Poussin

LA PESTE DO AZOTH - Nicolas Poussin


giovedì 28 ottobre 2010

MADONNA COL BAMBINO (Madonna and Child) - Gentile da Fabriano

       
MADONNA COL BAMBINO (1425 circa)
Gentile da Fabriano (1370 circa - 1427)
National Gallery di Washington
Tavola cm. 96 x 57



La Vergine, riccamente abbigliata con un manto purpureo bordato in oro e col capo coperto da un velo pure dorato, stringe fra le braccia con materna sollecitudine il Gesù Bambino, che indossa una preziosa veste blu ricamato d'oro.

La scena è caratterizzata dal legame profondo ed intimo delle due figure..., il pittore ha saputo cogliere il rapporto affettuoso tra la Madre e il Figlio.

Il piccolo Gesù stringe nella mano sinistra un laccio a cui è legata una farfalla, simbolo della Resurrezione.

Lo sguardo tra le due figure assume dunque anche il significato di presagio nei confronti della futura Passione, Morte e Resurrezione di Cristo.

La Vergine non è seduta su un sontuoso trono, ma su una semplice panca ricoperta da un panno ricamato a motivi floreali.

Nonostante ciò il dipinto è un trionfo di preziosità e di splendore..., la lucentezza dell'oro ricopre il fondo, ricama elegantemente le bordure delle vesti, decora il broccato della manica della veste della Vergine.

Tutto è straordinariamente ricco e prezioso..., l'oro del manto purpureo si dispiega a terra in onde calligrafiche, le aureole punzonate e graffite sono un capolavoro di sottigliezza.

Tuttavia il taglio monumentale della Madonna e nel robusto e ben tornito Gesù si può scorgere l'influsso della contemporanea rivoluzionaria pittura del Masaccio.


Non si conosce l'ubicazione originaria di questa tavoletta.

Nel 1874 essa faceva parte della Collezione Barker di Londra, dalla quale passò nella raccolta Sartoris a Parigi.

Sempre nella capitale francese essa fu esposta nel 1919 al Musée des Arts Decoratifs, dove fu vista da Adolfo Venturi che la attribuì a Gentile da Fabriano.

Acquistato da Goldman, il dipinto fu presentato nel 1921 al Metropolitan Museum di New York.

E' pervenuto alla sede attuale grazie al lascito Kess.


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GENTILE DA FABRIANO (1370-1427)


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GENTILE DA FABRIANO (1370-1427)

  

Gentile di Niccolò di Giovanni di Massio nacque a Fabriano intorno al 1370.

Non è tuttora ben chiarita la vicenda della sua formazione che avvenne probabilmente nelle Marche, un'area in cui affluivano le novità tardo gotiche sia delle regioni settentrionali (Venezia, Milano, Bologna e Rimini) che dei grandi centri del centro Italia (Siena, Perugina, Orvieto, Gubbio).

La prima opera firmata, la MADONNA COL BAMBINO E SANTI della Gemäldegalerie di Berlino, fu dipinta dall'artista per la chiesa di San Niccolò a Fabriano.

Risale al 1408 - 1409 il soggiorno del pittore a Venezia, dove fra l'altro affrescò nella Sala del Maggior Consiglio del Palazzo Ducale la BATTAGLIA NAVALE TRA I VENEZIANI E OTTONE III, opera completata dal Pisanello e purtroppo perduta nel grande incendio del Palazzo nel 1577.

Dal 1414 al 1419 l'artista è documentato a Brescia, al servizio di Pandolfo Malatesta.

Qui affrescò la cappella del Broleto, di cui rimangono solo alcuni frammenti.

Dalla fine del 1419 Gentile si trasferì a Firenze, dove rimase fino al 1425, pur con qualche temporanea interruzione per recarsi nelle Marche (1420).

L'attività fiorentina fu molto intensa.

Per Palla Strozzi, uno dei suoi più assidui committenti, Gentile da Fabriano eseguì tra il 1421 e il 1423 la celebre ADORAZIONE DEI MAGI, già collocata sull'altare della sagrestia di Santa Trinità, e oggi agli Uffizi di Firenze.

A partire dal giugno 1425 il pittore risulta a Siena, dove gli viene commissionato il Polittico dell'Arte dei Notai, oggi perduto.

Nello stesso anno compie un breve viaggio a Orvieto per affrescare la MADONNA COL BAMBINO nel duomo.

Dal gennaio del 1427 Gentile da Fabriano è a Roma, città in cui muore nel medesimo anno.

I suoi affreschi in San Giovanni Laterano saranno portati a termine da Pisanello nel 1432..., di essi non ci è pervenuto nulla, a causa della ristrutturazione secentesca della basilica da parte del Borromini.


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MADONNA COL BAMBINO (Madonna and Child) - Gentile da Fabriano



mercoledì 27 ottobre 2010

LA MODISTA (The milliner) Henri de Toulouse-Lautrec



LA MODISTA (1900)
Henri de Toulouse-Lautrec
Museo Toulouse-Lautrec di Albi
Pittura su legno cm. 49,5 x 61
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Pixel  1790 x 2520 - Mb 2,04


Questo quadro viene considerato dalla critica come uno dei più bei ritratti di Toulouse-Lautrec, che ne eseguì molti.
Nei suoi dipinti la figura femminile assume un ruolo di primo piano ed è rappresentata con un realismo spesso spietato, che lascia tuttavia spazio alla dignità e alla dolcezza.
Le donne, imponendosi con la forza della loro personalità, sono le vere protagoniste dei ritratti di Toulouse-Lautrec.
Questa opera è basata, come spesso avviene nella produzione del pittore, su forti contrasti di luci ed ombre; la testa della giovane modista emerge dal fondo scuro grazie alla luce che si riflette sulla massa dorata dei suoi capelli.
E' una luminosità magica, che sospende la donna in un mondo irreale e lontano dal tempo.
I sentimenti malinconici e segreti che traspaiono dal viso della modista sembrano quasi un riflesso di quelli del pittore che sentiva ormai vicina la morte.

Il dipinto fu eseguito dall'artista nel 1900, un anno prima della sua morte, ed è stato da alcuni anni identificato come il ritratto di Renée Vert, moglie dell'incisore Adolphe Albert, amico di Toulouse-Lautrec.
Con più probabilità il soggetto raffigurato è una giovane modista parigina, Louise Blouet, che suscitò una delle ultime passioni del pittore, e che ritroviamo ancora, intenta al suo lavoro, nella litografia del 1893.


IL MUSEO DI ALBI

Il palazzo della Berbie, l'antica sede arcivescovile, ospita numerosi quadri, disegni, manifesti e litografie che la famiglia di Toulouse-Lautrec assegnò per legato alla città di Albi.
Maurice Joyant, vecchio amico e compagno del pittore Liceo Condorcet, è stato il promotore, nel 1922, alla fondazione del Museo.
Le seicento opere che compongono il considerevole fondo consentono di ripercorrere la vita e la carriera artistica di colui che aveva dipinto con tanta maestria i caffè concerto popolari e le case di appuntamento di Montmartre (Le Moulin de la Galette..., La Gouloue..., Valentin de Désossé..., Jane Avril), che aveva saputo rendere l'atmosfera dei campi di corse e dei teatri (Lucien Guitry et Jeanne Granire) e che aveva eseguito pregevoli ritratti (Maurice Joyant...., L'Anglaise du "Star" au Havre..., Romain Coolus), senza dimenticare i celebri manifesti che aveva realizzato per il Moulin-Rouge.


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LA SCUOLA PADOVANA (The school of Padua) – Andrea Mantegna

LA SCUOLA PADOVANA – Andrea Mantegna


San Giacomo battezza Ermogene (1447-1456)
Andrea Mantegna e altri
Affresco Cappella Ovetari - Padova


La critica più recente annulla l’efficacia dell’insegnamento di FRANCESCO SQUARCIONE
(1397-1468c.), il quale si deve credere un impresario di pittura e un collezionista ghiotto di guadagni.
Le sue raccolte di disegni e gessi erano accessibili ai giovani volenterosi, e però l'artista che dipinge con stento e durezza due soli quadri (il polittico Lazzara del Museo Civico di Padova e la Madonna del Museo di Berlino), e che riunisce nella sua bottega centotrentasette allievi - DARIO DA TREVISO, MARCO ZOPPO e GIORGIO SCHIAVONE sono i più noti - ha il merito di far propaganda dell’antico e d'incitare agli studi, compiuti con altro e più alto indirizzo, un uomo di genio.
Andrea Mantegna, nato a Isola di Carturo (nel padovano), non ignora i realisti toscani - Paolo Uccello, Filippo Lippi e Andrea del Castagno -, ma si esercita intensamente sulle forme plastiche di Donatello e sulle statue classiche.
A ventun anni finisce d'affrescare la Cappella Ovetari (Padova, Eremitani) in concorrenza di altri squarcioneschi, ma la vittoria rimane a lui, assicurandogli la fama.

Il “Battesimo d’Ermogene” mostra la severità dello stile con la compostezza sovrumana delle figure ben distribuite nello spazio…, e la “Condanna di San Giacomo” esprime la romanità dell'umanista che non si chiude nella calcolata freddezza dell'archeologo.
Erode Agrippa siede sul trono fregiato di sfingi donatelliane e coperto di baldacchino…, un arco di trionfo si leva compatto a destra…, intorno al cancello di marmo stanno pochi soldati di guardia al martire ed un fanciullo reggistemma…, a sinistra, una torva sentinella romana bilancia la composizione.
     
Andata di San Giacomo al supplizio (1447-1456)
Andrea Mantegna e altri
Affresco Cappella Ovetari - Padova
    
Nella “Andata di San Giacomo al supplizio”, gli effetti prevalenti dell'immobilità sculturale cercano l'energia dinamica con la figura mossa diagonalmente a linee prospettiche si abbassano verso una strada interna, esagerando l'illusione di chi guardi un proscenio dal sotto in su.
Il santo che risana il paralitico fa stupire un armato di scorta, e nel giovane senz'elmo, che, nel mezzo, sostiene lo scudo, è palese il ricordo del S. Giorgio di Donatello.

L'amicizia e la parentela con Jacopo Bellini modificano il languido colorito d'Andrea che, nel 1459, è a Mantova, e vi decora la “Camera degli Sposi” (1465-1474).
Alla balaustrata circolare del soffitto, aperto sul cielo, la scienza del prospettivista affaccia le gentildonne, i genietti, una negra, un pavone, e supera gli accorgimenti di Me1ozzo da Forlí con l'annunzio del Correggio e quasi con la divinazione di Paolo Veronese e del Tiepolo.
Sulle pareti è rappresentata la famiglia e la corte del marchese Lodovico Gonzaga…, notevole sopra gli altri episodi “La designazione di Francesco a cardinale”.
L'intuito del ritrattista, che non subisce più il tormento della pura plasticità, e che si affida anche alle prime risorse del colore, può riuscire monotono nel preparare i gruppi, ma i tipi "immortalallo nella pronta sicurezza de' tratti e negli sguardi imperterriti".
   
TRIONFI DI CESARE (1486 circa) - Hampton Court Palace - Londra

  
Il “Trionfo di Cesare” (Hampton Court, Palazzo Reale), colorito a tempera su nove tele, per il teatro del castello mantovano, è una processione eroica d'insegne, di stendardi, di trofei d'armi, di soldati vittoriosi e di prigionieri, di cavalli, di bovi e d'elefanti…, da ultimo Cesare, incoronato dalla Vittoria, legge sullo scudo portogli da un paggio: «Veni, vidi, vici».
I quadri d'altare sono degni dei dipinti murali: dalla “Madonna e Santi” di San Zeno in Verona al “San Giorgio” della Galleria dell'Accademia di Venezia, e dalla “Madonna della Vittoria” (Parigi, Louvre), in una nicchia di verzura, alla “Madonna in gloria e Santi” (Milano - Raccolta Trivulzio), vera costellazione di teste angeliche.

Poche scuole dell'Italia settentrionale si sottraggono al naturalismo del Mantegna, che si diffonde a Venezia con i VIVARINI ed i CRIVELLI, a Verona coli FRANCESCO BENAGLIO ed i MORONE, nel Friuli con i DA TOLMEZZO, e nella Lombardia con GIROLAMO DA CREMONA e FRANCESCO MANTEGNA, figlio di Andrea.



martedì 26 ottobre 2010

CARMINA (Pomponia Grecina) - Giovanni Pascoli

CARMINA
Editore Mondadori


Esiste anche un Pascoli latino.
Contro la morte che è dietro di noi e in noi stessi, nella poesia egli fa rivivere nella memoria ciò che era morto in noi e prima di noi.
La poesia è la sola, la vera vitttoria umana (e, in quanto umana, anche essa provvisoria) contro la morte.
Questa è la poetica che presuppongono i "Carmina".
Lo dice il poeta stesso nella dedica iniziale, lo dice sempre nelle sue liriche latine..., il poeta dapprima rivede come spettatore scene di vita romana, ma poi la rievocazione si interiorizza, e il Pascoli risente nel suo cuore e nel suo corpo antiche pene di schiavi.
Proprio questo interiore riemergere di un'antica sofferenza colma d'un balzo lo iato dei secoli, e distrugge ogni sospetto di compiacimento archeologico nella ricostruzione di quel mondo perduto.
I "Carmina" sono nella maggiore e migliore parte d'argomento latino: usare il latino era dunque per il Pascoli naturale e necessario, del tutto conforme alla poetica delle cose.
il suo bisogno di "libertà linguistica" poteva soddisfarsi in una "lingua morta" perchè era, in realtà, bisogno di concretezza linguistica.
Da tale punto di vista tutta l'opera del Pascoli, di questo poeta così disperso, mi appare con una meravigliosa coerenza, e il latino del "Carmina", lungi dall'essere prezioso giuoco umanistico, risponde ad una vitale esigenza dell'ispirazione pascoliana.
Ho visto la genesi dei "Carmina" nel bisogno di integrare e risanare il difetto sentimentale e religioso che il poeta avvertiva in sede critica nella letteratura latina.

Dal "Carmina" ho estrapolato il carme "Pomponia Grecina" che mi è piaciuto in modo particolare.
Non si può rimanere indifferenti alla lettura di questo carme del Pascoli.
Come non riflettere, ad ogni passo, sulla vita, sull'essere umano, sul suo destino?


POMPONIA GRECINA

Pomponia Grecina passò la vita vestita a lutto, e in atteggiamento di mestizia, da quando un delatore la accusò di seguire culti stranieri, e il marito Aulo Plauzio la obbligò ad una pubblica abiura.
Essa si occupava solo del figlio Aulo, che aveva per compagno di giochi Grecino, figlio di suo fratello.

Per costringerla a sacrificare pubblicamente agi dèi, il marito la minaccia di separarla dal figlio. Ottenuta l'abiura, le impone di non frequentare più la casa paterna, sospettata di debolezza verso culti stranieri, e di non lasciare più che il piccolo Aulo giochi con il cuginetto Grecino.

Il bambino non capisce il motivo di questa separazione, e fa continue domande; vuole che la madre gli racconti, per farlo addormentare, le parabole evangeliche, come faceva prima. Poi si rassegna, e poco per volta dimentica.

Ma la madre misura il passare degli anni, ed attende con angoscia il giorno del giudizio, in cui lei, e il figlio, moriranno.

Il giorno sembra arrivare fra le fiamme. Roma brucia; e subito dopo, innocenti vengono gettati nel circo, in pasto alle belve, crocifissi, bruciati vivi. I martiri testimoniano ciò che Grecina aveva negato; ed ora si addormentano nell'attesa del Signore.

Grecina non può resistere a questi pensieri. Segretamente esce da Roma sotto gli archi di Porta Capena. Vaga fra i sepolcri, arriva in un luogo a lei noto. Scende nei sotterranei, vede i simboli, le iscrizioni che aveva cercato di cancellare dal cuore. Sui sepolcri è scritto VIVI IN PACE. Ma gli ultimi sepolti invece di queste iscrizioni hanno una fiamma che spande profumi ed una fiala tinta di sangue recente.

Grecina avanza ancora, e sente un canto. Donne aspergono di profumi il corpo di un giovane morto da poco, lacerato dalle unghie delle belve. Grecina ha paura di riconoscerlo. Chiede: « Che ha fatto? » Le rispondono: « Ha confessato Cristo ». Avvicinatasi vede la lapide con il nome: POMPONIOS GRAEKEINOS.


COMMENTO

Non si può rimanere indifferenti alla lettura di questo carme del Pascoli.
Come non riflettere, ad ogni passo, sulla vita, sull'essere umano, sul suo destino?
Grecina, matrona, romana, da quando ha abbracciato il Cristianesimo, ha compreso il vero significato della vita.
Ma coloro che la circondano, incapaci di penetrare la fonte inesauribile dalla quale Grecina attinge la sua serenità e la sua modestia, l'accusano di seguire “la religione degli straccioni”.

Il marito, Aulo Plauzio, diventa suo giudice.

“Perché fuggi tutti e sola vivi con te stessa? Vivi?”
Ecco la domanda stupefatta che le rivolge Aulo Plauzio, incapace, l'animo della sposa.

“La, vita, risponde Grecina, io non l'amo né l'odio e solo dov'essa conduca, questo importa”.

“La vita è una via”. L'uomo, composto di materia e di spirito - di corpo e di anima - non cessa di vivere anche quando il suo corpo, corrut­tibile, si disgrega.
Lo spirito, immortale, ha una meta da raggiungere…,una meta che sorpassa, trascende la vita terrena.

Ecco perché Grecina - che in un momento di debolezza, per amore del figlio, incensa gli dei – “nel fondo dell'animo, da allora, sempre più triste, si strugge”.

Si strugge perché ha dato più valore agli affetti terreni che ai motivi soprannaturali, ha rinnegato la sua fede…, cioè la sua vera vita.
Si strugge, anche se nessuna cosa desiderata, nella ricca casa dello sposo, le manca, perché è cosciente che l'essere umano, composto di spirito e materia, camminando nella terra, intraprende la via che conduce al cielo.
E la propria meta l'uomo deve raggiungere, anche a costo del sacrificio.

Ammirevole è il fulgido esempio di coerenza e di amore profondo di Pomponio Grecino, nipote della matrona.

Nel luogo di riunione dei Cristiani, cioè nelle Catacombe, dove Grecina si reca spinta da una irresistibile forza spirituale e da un sincero bisogno di espiazione, le madri, piangenti, cospargono di profumi soavi il corpo esanime di un fanciullo.

È il corpo di Grecino.

“Che ha fatto?”

“Ha confessato il Cristo”, che è sempre stato, da quando lo ha “incon­trato”, vita della sua vita.


In questo carme scritto in latino, Giovanni Pascoli, anche dove vuole essere solenne, rimane sempre tenero...., anche questa volta la minuta osservazione lessicale è la chiave con cui noi riusciamo a penetrare nel sentimento stilistico, cioè nell'animo del poeta.
Le parole che Plauzio rivolge alla moglie dopo l'abiura terminano con un'esortazione alla serenità..., Pomponia Grecina presentisce la morte eterna a cui l'abiura ha condannato lei e il figlio: dai primi versi alla scena finale davanti al cadavere di Grecino, questo è il leitmotiv di questo poemetto latino, cioè una vita che è morte per i pagani, e una morte che è vita per i cristiani.


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GIOVANNI PASCOLI - Vita e opere

GIOVANNI PASCOLI: la poesia del "fanciullino"

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DONNA ALLA FINESTRA (Woman at a window) - Caspar David Friedrich

    

DONNA ALLA FINESTRA (1818)
Caspar David Friedrich (1774 - 1840)
Staatliche Museen di Berlino
Olio su tela cm 44 x 37
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Pixel 2500 x 1760 - Mb 1,93


Il dipinto è ambientato in un interno, lo studio con la vista sull'Elba che il pittore Caspar David Friedrich occupò a Dresda dal 1820 in poi, insieme al paesaggista norvegese J.C. Dahl.
La donna, raffigurata di spalle rispetto allo spettatore, è la moglie dell'artista, Caroline, la quale, appoggiata alla finestra, volge il suo sguardo verso il fiume.
Friedrich inserisce spesso nei suoi quadri dei personaggi colti appunto di spalle, assorti nella contemplazione di un tramonto o di un chiar di luna sul mare come il famoso "Monaco sulla spiaggia" oppure "Viandante sul mane di nebbia".
Il pittore prende spunto dalla realtà, dalla rappresentazione della natura, per trasfondere in essa il senso cosmico che egli aveva del creato, il suo sentimento religioso dell'infinito.
Anche nell'apparente semplicità di questo dipinto Friedrich propone una lettura intrisa di significati simbolici.
L'interno dello studio rappresenta l'oscurità, ovvero la finitezza dell'esistenza terrena che può ricevere la sua luce solo attraverso Cristo, al quale allude l'intelaiatura cruciforme della finestra, e lo sguardo della donna punta verso la vita eterna.
Lo scorcio di paesaggio oltre la finestra è l'allegoria della vita post-mortem cui la donna, come tutta l'umanità d'altronde, aspira e che può essere raggiunta solo attraverso un viaggio; le tappe sono qui simboleggiate dalle navi che si intravedono sul fiume.
Indubbiamente la malattia ha contribuito notevolmente ad accentuare l'indole malinconica del pittore, sempre ossessionato da temi come lo scorrere del tempo, il cammino della vita, la sfera ultraterrena.

  
 Viandante sul mane di nebbia (1818)
 Wanderer above the Sea of Fog
Caspar David Friedrich 
Hamburger Kunsthalle -  Amburgo
Olio su tela cm 95 x 75



"Donna alla finestra" fu esposto nel 1822 da Friedrich alla mostra allestita presso l'Accademia di Dresda.
Nel 1823 il poeta Friedrich de La Motte-Fouqué compose un sonetto sul significato simbolico dell'opera.
Fino al 1906 il dipinto appartenne alla collezione della famiglia del fratello dell'artista, Heinrich Friedrich.
Dopo tale data fu donato allo Staatliche Museen di Berlino, sede presso la quale è ancora conservato.


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CASPAR DAVID FRIEDRICH - Vita e opere

ABBAZIA NEL QUERCETO - Caspar David Friedrich

MONACO SULLA SPIAGGIA - Caspar David Friedrich

SUL VELIERO - Caspar David Friedrich


CRISTO IN CASA DI MARTA E MARIA (Christ in the House of Martha and Mary) - VELAZQUEZ

        


CRISTO IN CASA DI MARTA E MARIA (1620 circa)
Diego Rodriguez de Silva VELASQUEZ (1599 - 1660)
NATIONAL GALLERY LONDRA
Tela cm. 60 x 103,5
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Pixel 1520 x 2550 - Mb 1,78



L'opera è caratterizzata dal curioso inserimento della piccola scena sacra nella grande rappresentazione che ha per soggetto due figure femminili e una natura morta.
La stessa soluzione è presente nel dipinto della Collezione Belt dove la "Cena in Emmaus", chiusa in un riquadro, si contrappone all'intera scena dominata da una domestica al lavoro tra le sue stoviglie.
È probabile che simili soluzioni siano state dettate dalla necessità di assecondare determinate esigenze del committente, ma più verosimilmente questi stratagemmi sono stati ideati dal pittore per occuparsi di ciò che più gli è congeniale, ovvero l'osservazione della realtà quale essa è veramente.
Infatti vediamo che lo stile si fa più autentico ed efficace nella descrizione suggestiva dei pesci deposti sul piatto, delle bianchissime uova, dell'aglio appena aperto, della brocca, ma anche del mortaio in cui la mano tozza e piccola della giovane donna sta lavorando.
Il volto della giovane si rivolge poi, ambiguo e triste, verso di me spettatore quasi per volermi coinvolgere nella propria malinconia.
E' un accorgimento che avvicina il dipinto a una rappresentazione teatrale direttamente comunicativa nei confronti dello spettatore.

Questi elementi sono realmente innovativi rispetto alla pittura contemporanea a Velasquez, tutta impegnata a tener fede ai precetti accademici, come testimoniava palesemente lo stesso Pacheco, maestro di Velasquez.
Essendo stato dipinto nel periodo sivigliano il quadro mantiene ancora le tonalità bruno-rossastre delle opere giovanili.

L'incidenza della calda fonte luminosa concentrata sulle figure femminili, con effetti notevoli di chiaroscuro e ombreggiatura, genera un netto contrasto tra l'episodio centrale, immerso nello scorrere del tempo, e il riquadro della storia sacra dove la luminosità uniforme conferisce un aspetto pacato.



L'opera

II dipinto fu donato alla Nazional Gallery di Londra nel 1892 da Sir William Gregory che lo aveva acquistato nel 1881 dalla vendita della collezione del colonnello Packe.
Ma la sua uscita dai confini spagnoli può essere avvenuta durante i normali tafferugli della guerra d'indipendenza.

Attualmente la National Gallery conserva dello stesso artista...
"San Giovanni Evangelista a Patmos"...
"Cristo alla colonna" (Cristo e l'anima cristiana)...
" Ritratto di Filippo IV in piedi"...
"Caccia reale al cinghiale"...
"Ritratto dell'Arcivescovo Fernando de Valdes Y Llanos"...
"Venere allo specchio"...
"Busto di Filippo IV"...
"L'ammiraglio Andrian Pulido Pareja".


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lunedì 25 ottobre 2010

PAUL VERLAINE (Portrait) - Eugène Carriere

      

RITRATTO DI PAUL VERLAINE (1891)
Eugène Carriere (1849-1906)
Museo d'Orsay- Parigi
Tela cm. 61 x 51
CLICCA IMMAGINE pwer un'alta risoluzione
Pixel 2380 x 1780 - Mb 1,87


Il quadro raffigura il poeta francese Paul Verlaine, non più giovane, ritratto a mezzo busto, stempiato e con folta barba.
La posa naturale assunta dall'uomo è in sintonia con la tipologia della ritrattistica di fine secolo.
I toni caldi creano un'atmosfera intimistica, aspetto questo costante nella pittura di Carrière, spesso dedito al tema della famiglia e dei bambini.
Come si evince dalla scritta in basso a sinistra "Au poète Verlaine, Eugène Carrière. 1891." L'artista dedicò il ritratto all'amico, che è stato uno dei maggiori rappresentanti del movimento simbolista.

Esposto per la prima volta al Salon del 1891, il ritratto venne riproposto da Carrière anche all'Esposizione Universale di Parigi del 1900.
Acquistato dall'associazione degli Amici del Luxembourg, nel 1933 passò al Louvre e in anni più recenti al Museo d'Orsay.
Alla Biblioteca Nazionale di Parigi è una litografia che ritrae Verlaine, sempre di mano di Carrière.

Eugène Carrière nacque il 29 gennaio 1849 a Gournay.
All'età di dieci anni si trasferì con la famiglia a Strasburgo dove il padre aveva trovato lavoro.
Stimolato dal nonno e da uno zio, dilettanti pittori, seguì i corsi di pittura nella locale Accademia di Belle Arti.
Nel 1870 si recò per la prima volta a Parigi dove, come era consuetudine per i pittori che si recavano in quella città, studiò i capolavori del passato conservati al Louvre, particolarmente attratto dal cromatismo di Rubens.
Allo scoppio della guerra i suoi interessi per la pittura subirono una battuta d'arresto, ma immediatamente dopo la fine del conflitto Carrière frequentò gli atelier di Chéret e di Cabanel.
Il suo debutto al Salon risale al 1876, dove presentò il RITRATTO DELLA MADRE.
Immediatamente dopo il suo matrimonio, celebrato nel 1877, lasciò Parigi alla volta di Londra dove soggiornò per sei mesi.
Ritornato in patria partecipò al Salon con la prima opera da lui dedicata al tema della MATERNITA'.
Insieme ad Auguste Rodin e a Puvis de Chavannes nel 1890 fondò la Societé National des Beaux-Arts, luogo di incontri e di dibattiti che spesso ospitava delle mostre a cui questi artisti partecipavano regolarmente.
Abituale frequentatore dei circoli artistici parigini, Carrière era in contatto con i simbolisti e partecipò alle riunioni del gruppo presso il Café Voltaire.
Fu uno degli invitati al banchetto organizzato da Mallarmé il 22 marzo 1891 in onore di Paul Gauguin.
Ammalatosi di cancro alla gola, Carrière venne operato più volte senza successo.
Abbandonata la vita mondana per passare gli ultimi anni della sua vita con i familiari nella campagna di Mons, l'artista si spense a Parigi il 27 marzo 1906.


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FIGURA DECORATIVA SU SFONDO ORNAMENTALE (Decorative Figure on Ornamental Background) - Henri Matisse


FIGURA DECORATIVA SU SFONDO ORNAMENTALE (1927)
Henri Matisse
Musée d'Art Moderne de la Ville - Parigi
Tela cm. 130 x 98

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Pixel 2370 x 1800 - Mb 2,03



Il quadro è stato dipinto da Matisse nel 1927, in un momento molto felice della sua attività, dopo una crisi che coincide con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Nel 1921 l'artista alla ricerca di un clima dolce, pur mantenendo una casa a Parigi, si trasferisce a Nizza, dove, a contatto con un tipo di natura del tutto diversa da quella della capitale, il suo pennello si rivitalizza.
Henri Matisse si abbandona ad una pittura più fantasiosa, lontana dalla ricerca astratta degli anni precedenti.
Egli stesso dice...

"Quando compresi che ogni mattina avrei rivisto la luce, non potevo credere alla mia felicità"...

I caratteri formali adottati nella FIGURA DECORATIVA SU SFONDO ORNAMENTALE corrispondono a quelli già usati nel 1926 nella ODALISCA CON IL TAMBURELLO (Collezione Paley di New York): una più forte struttura formale e una più densa tavolozza.
Matisse dipinge la figura nuda di donna, di grande impianto volumetrico, in un ambiente con caratteristiche prettamente orientaleggianti, reso grazie all'uso sfrenato di linee dense di colore, e che ci portano alla mente i momenti pittorici di Matisse successivi al viaggio compiuto nel 1906 nell'Africa settentrionale insieme a Marquet.
Il corpo rigido e solenne della donna, chiuso da un marcato contorno color nero, domina come un idolo su tutta la composizione.
Le nature morte, la pianta e il vaso con la frutta, d'impronta orientale, si mescolano alla vertiginosa tappezzeria floreale che si propaga fino al pavimento.
La felice soluzione cromatica e la grande fantasia della FIGURA DECORATIVA SU SFONDO ORNAMENTALE saranno, negli anni successivi, più volte adottate dall'artista.
La critica generalmente considera questo uno dei capolavori di Matisse, legato alla produzione pittorica del soggiorno a Nizza, anche se non manca di sottolineare come sia di più facile lettura, e di conseguenza più commerciale, rispetto ai dipinti delle stagioni precedenti.

Prima della stesura definitiva di questo quadro, Henri Matisse esegue alcuni disegni preparatori, di cui uno relativo all'intera composizione.
Il dipinto è attualmente conservato presso il Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris che ospita opere del XX secolo: i cubisti con Picasso e Braque, i Fauves con Derain e Matisse e L'Ecole de Paris con Modigliani e Soutine.
Segnalo che all'interno dello stesso museo è ospitato, sempre di Matisse, il grande pannello con la DANSE.


IL GIUDIZIO CRITICO DI UN AMICO: ANDRE' ROUVEYERE

Il poeta André Rouveyere, di cui ci resta il ritratto realizzato da Marquet, grande amico di Matisse, oggi conservato presso il Musée National d'Art Moderna, ha espresso con grande efficacia la maniera di Matisse, legata agli anni del soggiorno sulla costa francese...

"...qui comincia il campo delle sue sensualità spirituali e visuali, delle sue pensose emozioni, dei suoi concetti di colorista, dove spesso figurano immagini di donne, vestite o nude, ma sempre ugualmente subordinate a qualcosa di latente o d'imperioso: la sovranità del principe nella sua arte".


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RENE' MAGRITTE (1898-1967)

    


Principale rappresentante del Surrealismo belga, René Magritte (1898-1967), dopo aver seguito i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Bruxelles, agli inizi della sua carriera, per guadagnarsi da vivere, dipinge carte da parati e manifesti pubblicitari.

Nel 1923 é vicino a Victor Sevreancx, principale esponente dell’Astrattismo belga, con il quale Magritte firma il MANIFESTO DELL’ARTE PURA. Tuttavia, nel 1925, la scoperta delle opere di Giorgio de Chirico modifica radicalmente la sua visione artistica; Magritte decide quindi di rappresentare gli oggetti solamente con un’ottica realistica, essendo il visibile sufficientemente ricco da costituire un linguaggio poetico evocatore di mistero. Il pittore rimarrà fedele ad una raffigurazione pacata, resa quasi accademica per la sua minuziosità. La sua tecnica si manifesta chiaramente come un semplice mezzo di rappresentazione della sua riflessione sulla realtà. Possiamo notare, tuttavia, due eccezioni: il periodo “plein-soleil”, detto anche “Renoir”, intorno al 1945, e quello “vache”, del 1948; entrambi sono presto abbandonati. Dal 1927 al 1930 Magritte è a Parigi, dove partecipa alle attività del gruppo surrealista; malgrado il disaccordo con André Breton, Quest’ultimo sceglie proprio un suo dipinto, LE VIOL, per la copertina del suo libro “Qu’ est-ce que le surréalisme?”, nel 1934.

Egli gode ben presto di una fama internazionale e dal 1951 al 1963 è impegnato nella grande decorazione del Casino di Hnokke-le-Zoute, LE DOMAINE ENCHANTÉ, che sintetizza tutti i temi della sua poetica.


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domenica 24 ottobre 2010

LA BAIA DI WEYMOUTH (Weimouth Bay) - John Constable

LA BAIA DI WEYMOUTH (1816 circa)
John Constable (1776 - 1837)
Pittore inglese
Victoria and Albert Museum di Londra
Olio su cartone cm. 20,3 x 24,7

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Pixel 1790 x 2530 - Mb 2,31


L'opera, firmata sul verso dall'autore, è concordemente assegnata al periodo di soggiorno nella casa dell'amico John Fisher.

Si tratta di una passeggiata notturna fatta tra l'ottobre e i novembre 1816, come del resto confermano altri dipinti e un disegno datato, che analogamente raffigurano la costa del Dorset tra Osmington, Weymouth e Portland.

L'ambientazione e la raffigurazione dell'atmosfera sono rese con uno stile drammatico, il fatto che il cugino del pittore fosse affondato con la propria barca in quella baia costituiva un precedente non indifferente.

L'orizzonte basso, il cielo scuro carico di nuvole tempestose che si rispecchiano nel mare increspato, l'imponente scogliera bruna che racchiude la baia, determinano la maestosa grandiosità del paesaggio.

La tecnica usata per dipingere il cielo sembra ispirata da Turner, artista che, nella resa dei suoi cieli grigi e nuvolosi, fu influenzato dalla pittura olandese del Diciassettesimo secolo.

John Constable vi aggiunge la sua "neve", ovvero i molteplici tocchi bianchi che sono disseminati sulle varie tonalità di marrone e di grigio, che generano lo scintillio della luce tra le nubi e sul mare.

Questo cartone ebbe notorietà grazie ad un'acquaforte incisa da David Lucas per la serie intitolata ENGLISH LANDSCAPE, pubblicata dal giugno 1830.

I critici non mancarono tuttavia di descriverlo come "schizzo di una spiaggia deserta senza interesse" durante l'esposizione del 1819 al British Insitute.

Il soggetto fu ripreso da Constable nel 1824 in una tela di medie dimensioni oggi alla National Gallery di Londra.

I più noto dipinto di tema analogo, conservato al Louvre, già erroneamente ritenuto una veduta della spiaggia di Osmington, è attualmente considerata una imitazione, probabilmente realizzata sulla base dell'acquaforte precedentemente ricordata.


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JOHN CONSTABLE (1776-1837)

LA FATTORIA DELLA VALLE (The Valley Farm) - John Constable

HAMPSTEAD HESTH CON ARCOBALENO (with rainbow) - John Constable


JOHN CONSTABLE (1776-1837)

Autoritratto di John Constable



Fra tutti gli artisti inglesi, John Constable (1776 - 1837) è quello che si è consacrato con più passione e tenacia allo studio della campagna e che ne riproduce con maggiore fedeltà le variazioni di luce e di ombre.

Fece le prime esperienze pittoriche seguendo alcuni amici appassionati d'arte che eseguivano copie di De Lorrain, Ruysdael, Annibale Carracci, Poussin, Rubens e Gainsborough.

Dopo il suo arrivo a Londra, nel 1795, Constable studiò all'Accademia Reale, di cui divenne membro associato nel 1819 ed effettivo nel 1829.

Dipinse alcuni soggetti storici e ritratti, ma il suo genere preferito rimase la natura.

Nel 1806 visitò la Regione dei Laghi e nel 1816 il Dorset, nel corso di singolari viaggi notturni.

Il suo grande amore per il Suffolk, sua regione natale, costituì la fonte costante della sua ispirazione.

Il pittore non si recò mai sul continente, dove tuttavia le sue opere furono ben accolte, in particolare al Salon del 1824 a Parigi.

Constable raggiunse nella maturità la piena espressività artistica, dopo aver preso coscienza dei suoi gusti, e le sue tendenze lo portarono a dipingere il paesaggio nella sua realtà, evitando la messinscena.

Questo "uomo semplice" così commentava la pittura della sua epoca...

"Il grande errore di oggi è la declamazione, questo sforzo per oltrepassare il vero [...].
I pittori accademici eseguono le loro opere iniziando dai dipinti e dalle statue e non conoscono la natura più di quanto i cavalli-motore conoscano i pascoli [...].
Niente è brutto in natura".

La sua arte influenzò molti pittori francesi, in particolare Delacroix.
John Constable morì a Londra il primo aprile 1837.


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NORTHAM CASTLE, ALBA (Dawn in Northam Castle) - William Turner

    

NORTHAM CASTLE, ALBA (1845 circa)
William Turner (1775-1751)
Tate Gallery di Londra
Olio su tela cm. 91 x 122
CLICCA IMMAGINE per un'alta risoluzione
Pixel 1780 x 2530 - Mb 2,23


In lontananza è il Castello di Norham, che sorge sulle sponde del Tweed, il fiume che scorre tra l'Inghilterra e la Scozia.

Turner amava molto questo luogo, tanto da ritrarlo, sia ad olio che ad acquerello, numerose volte..., ed è proprio in questo paesaggio che l'artista raggiunge il momento più alto di questa esperienza, dove la bellezza della natura è colta con una sorta di velo romantico.
Per meglio rendere le sue sensazioni più intime, il pittore usa la tecnica ad olio come se fosse un acquerello.
Così il castello, riconoscibile a fatica, diventa un'esile ombra blu che si fonde con il fiume, e gli argini sono due macchie simmetriche che confinano tra il cielo e l'acqua.
Il colore dunque non assolve esclusivamente la sua funzione descrittiva ma, semmai, offre una visione suggestiva capace di coinvolgere sentimentalmente lo spettatore.
La realtà diviene, dunque, visione. Ma questo modo spregiudicato di raffigurare la natura risultò incomprensibile sia alla critica ottocentesca, che si chiese se si trattava di un abbozzo o di un'opera finita, che ai membri della Royal Academy di Londra.
Consapevole della difficoltà che l'opera avrebbe trovato fra colleghi e critica, Turner preferì tenerla nel suo studio.


L'OPERA

La datazione dell'opera è alquanto incerta e oscillerebbe, secondo alcuni studiosi intorno al 1835 e il 1840, secondo altri tra il 1845 e il 1850.
Di sicuro è che il primo paesaggio raffigurante il Castello di Norham risale al 1797, un acquerello esposto presso la Royal Academy l'anno successivo.
Tra le numerose varianti di questo soggetto, ricordiamo i due acquerelli datati 1816 e 1835, oggi conservati al British Museum di Londra.
Questo dipinto passò nelle Collezioni Statali britanniche dopo la morte di Turner, nel 1856, e dopo un lungo soggiorno presso la National Gallery. nel 1914 fu trasferito alla Tate Gallery.


IL LIBER STUDIORUM di Turner

William Turner ebbe una buona formazione accademica.
Egli fu un grande ammiratore della pittura francese del Seicento, con particolare predilezione per i paesaggi, intrisi di grande sensibilità luministica, di Claude Lorrain.
Così come l'artista francese, anche Turner trasse delle incisioni dai suoi disegni, che dal 1806, incoraggiato da Frederick Wells, raccolse in un volume chiamato Liber Studiorum.
In realtà, questa era una prassi molto diffusa nel corso del XVII secolo, perché garantiva l'autenticità dell'originale, arginando così anche il fenomeno delle copie non autorizzate.
L'esistenza di questa pregiata raccolta, oggi è fondamentale perché illustra, in maniera dettagliata, l'evoluzione del paesaggio nell'opera di Turner.


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