martedì 28 settembre 2010

ANTONIO CANOVA - Vita e opere (The Life and Work)

ANTONIO CANOVA - Autoritratto
Scultore (Possagno 1757 - Venezia 1822)


L'imitazione metodica aduggia il pensiero degli scultori..., l'originalità scompare, il mondo dei miti generalizza i soggetti, privandoli della verità viva o della naturalezza del movimento, e, in troppi casi, le figure scolpite sono piú inerti di quelle dipinte.

Il solo maestro che s'inalza al grado di continuatore degli antichi, e che spesso raggiunge l'augusta dignità delle attitudini, la convenienza del gesto ed il carattere delle forme è ANTONIO CANOVA, nato a Possagno e morto a Venezia (1757-1822).
Si trasferì giovanissimo a Venezia per studiare scultura e si recò a Roma per compiere la sua preparazione analizzando direttamente le testimonianze dall'antico sui monumenti e sui reperti archeologici.
L'assimilazione dei modelli antichi è nel Neoclassicismo interpretata in senso puramente ideale e dunque spogliata di qualunque riferimento alle contingenze storiche.


AMORE E PSICHE


Le grazie della plastica greca riacquistano fluidità di linee, mollezza di carni e semplicità di pieghe perpendicolari o volanti in "Amore e Psiche"..., in "Ebe"..., nella "Suonatrice di cembalo"... e in molte altre statue, dove la cadenza classica tradisce l'intenzione dell'arcade presto contraddetta dal teorico che deve salire nella sfera delle finzioni olimpiche, per cercarvi la maestà non l'emozione.


EBE


Con maschia energia, in cui si mescolano le risonanze dell'arte romana e la flessibilità ellenica, è reso il gruppo di "Ercole e Lica" (ROMA, Galleria Moderna)..., il tecnico sapiente piú che l'animatore continua a plasmare le grandi muscolature degli atleti, ne studia le contrazioni violente ed i contrasti di forza e d'agilità, ma talvolta lo stampo ed il compasso diminuiscono la glaciale grandezza degli eroi.


ERCOLE E LICA - Sotto: Particolare


Nel "Monumento di Clemente XIII (Roma, San Pietro in vaticano) i leoni, il Genio con la fiaccola spenta e la Religione sono frammenti pagani, ribattezzati, da cui l'artista inquadra una porta, caricandone l'architrave con la cassa d marmo..., nel pontefice, al contrario, l'austerità della meditazione è parlante e spirituale.



MONUMENTO DI CLEMENTE XIII


Nelle due prefiche (la "Temperanza" e la "Mansuetudine") del "Mausoleo a Clemente XIV" (Roma, Mausoleo dei Ss. Apostoli), echeggia "la morale larmoyante" del Greuze, dalla rigorosa tripartizione (basamento, figure intermedie, sarcofago) che si evolve nel senso della ricerca di una compostezza, di un rallentamento ritmico e di una solenne scansione di piani e di tempi narrativi, che frena ogni incontrollato impulso dinamico, ma il pontefice, dominante dall'alto ha un gesto michelangiolesco ed uno sguardo adombrato di risoluzione, che rammentano il bronzo di "Urbano VIII", fuso dal Bernini.

"Pio VI", il papa esule, sopravvive nel marmo della confessione di San Pietro in Vaticano, e scopre nella faccia tesa l'anima infervorata di carità.

Sempre i monumenti del Canova sembrano stabilire una progressione lenta e pausata, che allude all'inoltrarsi nell'oltretomba, simboleggiata dall'aprirsi del vano di una porta in una parete, che ha valore di separazione e comunicazione insieme tra lo spazio della vita e quello dell'aldilà.
Esempio altissimo di questo modulo stilistico è il "Monumento a Maria Cristina d'Austria", in cui il sottile linguaggio simbolico si manifesta nell'evidenza di una forma assoluta che si lascia cogliere con una progressione ispirata al processo stesso della conoscenza, come elevazione dallo stadio della percezione a quello del sentimento per arrivare alla elaborazione di un profondo significato morale.


VENERE VINCITRICE - Paolina Bonaparte (1808)


VENERE ITALICA


Il Canova si misura con l'antico in un numero incredibile di temi, che passa dalla "Venere vincitrice" della Galleria Borghese, in cui è adulata fisicamente Paolina Bonaparte (1808), alla "Venere italica" del Palazzo Pitti a Firenze, che quasi si schermisce d'accettare il confronto con quella dei Medici..., da "Le Tre Grazie" (1813, Museo di San Pietroburgo)..., dal "Perseo"...., ai "Pugilatori", e dai meschinissimi dipinti alla rotonda o Tempio di Possagno (1819-22), ultimo voto del credente "artefice di numi".


LE TRE GRAZIE


PERSEO


Antonio Canova..., impareggiabile nella maestria compositiva e nella raffinata sensualità delle sue opere.


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sabato 25 settembre 2010

Masolino da Panicale - Pittore fiorentino del Quattrocento

    
Resurrezione di Tabita (1426-1427)
Chiesa del Carmine a Firenze


PITTURA DEL QUATTROCENTO

Il secolo XIV è soggiogato dall'opera di Giotto, che sembra il propugnatore dell'arte classica del Rinascimento..., nei primi decenni del secolo successivo, alcuni ritardatari lavorano a Pisa, Lucca e Siena, e l'affresco continua a divulgarsi da Firenze per tutta l'Italia.
L'uso dei quadri d'altare e da cavalletto, in cui s'usufruisce del luminoso procedimento ad olio scoperto dai Van Eyck, non diminuisce l'importanza religiosa e civile della grande arte popolare.
Dal medesimo ceppo hanno origine le due tendenze quattrocentistiche: l'una, per mezzo di Masaccio, del Ghirlandaio e del Perugino, arriva all'ideale estetico di Raffaello, e l'altra, piú oggettiva e piú tentata dalla singolare indipendenza degli ingegni, per mezzo del Lippi, del Botticelli e dello spregiudicato Signorelli, arriva alle creazioni di Michelangelo.
Un indirizzo naturalistico prepara il meraviglioso risveglio, ed alcuni artisti intermedi, da Gherardo Starnina a Gentile da Fabriano, spiegano la formazione di vari toscani e dello stesso Pisanello, nato nel 1337.
I soggetti sono spesso subordinati all'esigenza dei problemi tecnici..., i calcoli prospettici, gli studi anatomici e la ricerca del carattere imperano, ma nel crepuscolo degli idealisti l'Angelico ritorna alle visioni celesti, e gli umbri insegnano di nuovo a colorire con toni smaglianti.


LA SCUOLA FIORENTINA: Masolino da Panicale

Di Tommaso di Cristoforo Fini, detto MASOLINO DA PANICALE, ho trovato la prima notizia risalente al 1418, e l'ultima dodici anni dopo..., egli, peraltro, è sopravvissuto alla seconda data.
La "Assunzione della Vergine" (Napoli, Museo Nazionale) non utilizza piú ricordi gotici nella sana fermezza realistica com'è modellata la Madonna, ma nella mandorla, frecciante di serafini e canora d'altri ordini angelici.
Al giovane non si sottrae al gusto che domina ancora.
La "Fondazione di Santa Maria Maggiore" del medesimo museo dà a papa Liberio i tratti di Martino V (1417-31)..., il pontefice disegna sulla neve la pianta della chiesa, mentre in un'aureola appare la Vergine con il Cristo..., il quadro certifica, dunque, il primo soggiorno a Roma di Masolino.
Il quale affresca nella Collegiata e nel Battistero di Castiglione d'Olona ("Battesimo di Gesú"..., "Banchetto d'Erode" , ecc.) con iridi di colori puri e con un goticismo calligrafico in cui si alimenta lo spirito del novatore.
I fatti di "Santa Caterina" (Roma, S. Clemente), assai guasti, comprovano il vigoroso tentativo d'introdurre nella vita reale le astrazioni della leggenda.
I dottori della "Disputa" sono variati con profondità fisionomica, e la "Decollazione" riunisce l'impeto dinamico dello sgherro con il candore della martire, la quale si piega come un giglio nell'uragano.
La pienezza costruttiva e la facilità episodica della "Crocifissione", disposta sopra uno sfondo di monti lontani, che innalza le tre croci nell'aria libera, è un frutto precoce del nuovo stile, dove si ravvisano i molteplici andamenti in "Santa Caterina e l'imperatore idolatra", meglio che non nel forzato "Martirio", dove si mette conto di considerare lo sforzo del sicario, che preme invano sul manubrio della ruota, e lo smarrimento del vecchio che gli sta dietro.
Qua e là sembra che i gesti della scultura fiorentina si associno alle dirette consultazioni del vero..., ma dove il maestro emerge è nella "Cappella Brancacci" (Firenze, Carmine)...., qui egli presente e quasi teme Masaccio.
Nei "Progenitori" cerca l'anima di due statue, e tanto nella "Guarigione del paralitico" quanto nella "Resurrezione di Tabita" l'agiografo, che non rifiuta le risorse del novellatore, merita d'anticipare i tempi e di annunziare la plasticità e la gagliardia psicologica di un genio.



BASSVILLIANA - Vincenzo Monti

   
    

 
BASSVILLIANA

Vincenzo Monti, più che nelle liriche, si trovò a suo agio nel poemetto narrativo, che domanda meno impeto e offre più espedienti.
Tocco, in ordine cronologico, dei più significativi componimenti del genere..., incominciando dalla Bassvilliana.

Ugo Bassville (più esattamente de Bassville), segretario di legazione a Napoli, era venuto a Roma per diffondervi le idee rivoluzionarie.
La plebe lo trucidò, nel gennaio del 1793: e solo la protezione del pontefice impedì che fossero uccisi la moglie e il figlio.
Vincenzo Monti era amico dell'agitatore e anche per questo fu opportuno che egli, a sviare i sospetti, scrivesse il poema contro la rivoluzione francese.
Immagina però, con un pensiero gentile e cristiano, che il Bassville muoia perdonato da Dio.
Ma, guidato da un angelo, dovrà per penitenza vedere coi propri occhi: delitti e le enormità di quella rivoluzione, della quale egli era stato uno dei promotori.
Nell'intenzione dell'autore, il poema avrebbe dovuto seguire via via il gigantesco avvenimento, essere come la cronistoria poetica della Rivoluzione; cantata da uno spirito ostile e religioso..., e avrebbe dovuto comparire un canto ogni mese.
Ma l'opera non andò oltre il quarto canto.

I due spiriti assistono alle stragi di Marsiglia e alle empietà di Avignone.
Quindi arrivano a Parigi, circondata da figure allegoriche: il Pianto, la Cura, la Follia, la Fame, la Discordia, la Guerra, l'Ateismo.
Qui sono spettatori del supplizio di Luigi XVI: tratto sul patibolo da quattro famosi regicidi della storia di Francia.
L'ombra di Ugo s'inginocchia all'anima del suo re, e gli chiede perdono, e le narra di sé, della sua morte, della potenza invitta della Chiesa.
Il re perdona, e sale in cielo.
Ombre sinistre vorrebbero - se un Cherubino non lo impedisse - bere nel sangue del suppliziato.
Tra quelle ombre sono il Voltaire, il Diderot, l'Elvezio, il Rousseau, il D'Alembert, creduto autore del "Systeme de la Nature", il libro dell'ateismo.
Con la minacciata vendetta di Dio, e la resistenza che alla Francia si apparecchiano ad opporre le nazioni europee: l'Inghilterra, la Spagna, il Piemonte, si arresta il racconto.

Le terzine della Bassvilliana parvero dantesche: anzi il poeta fu chiamato Dante ingentilito..., certo la Bassvilliana ha potenza di immagini, magnificenza di suoni..., e passi oratoriamente eloquenti, come quello che celebra la maestà di Roma cattolica di fronte alla Rivoluzione.


VEDI ANCHE . . .

MASCHERONIANA - Vincenzo Monti

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martedì 21 settembre 2010

FRANCESCO TOMADINI - Filantropico cristiano (Philanthropic Christian)

   
 FRANCESCO TOMADINI (1782-1862)


Ingiustamente poco conosciuto dai friulani che dovrebbero vedere in lui, nel secolo di San Giovanni Bosco, un tipico modello di filantropia cristiana, in una Udine ottocentesca, priva di servizi assistenziali e colpita da una miseria non frequente.

Di famiglia mediocre, fattosi sacerdote sentì una spinta evangelica di carità soprattutto verso gli orfani che dovevano essere numerosi particolarmente dopo le due epidemie di colera del 1836 e del 1855.

Sacrificò tutta la sua vita e anche le sue sostanze in un'ininterrotta opera di assistenza ai ragazzi rimasti senza famiglia.

Dotato di una sconcertante fiducia nella bontà degli uomini, da solo si decise a far nascere quella Casa degli Orfanelli, nel 1856, che divenne poi l'Istituto Tomadini, fino a qualche anno fa esistente nell'omonima via, laterale di via Treppo e oggi ricostruito modernamente in via Martignacco.

Francesco Tomadini non lasciò scritti né alcun'altra testimonianza di sé se non un testamento che è autentico capolavoro di carità evangelica.

Ma la sua opera, a favore dei minori diseredati di Udine, incontrò, in quell'ottocento anticlericale e in quel Friuli devastato dalle dominazioni napoleonica, austriaca, ancora napoleonica e poi asburgica, il pieno favore delle famiglie udinesi sia nobili che popolari.

La sua opera infaticabile e per certi versi di un coraggio sconcertante, interessò anche le amministrazioni pubbliche: fu perfino insignito della Croce di Cavaliere da parte del rappresentante del R.I. dell'autorità austriaca.

Zorutti, alla sua morte, ne compianse la scomparsa come di un cittadino di altissime qualità e tutta la cittadinanza udinese, con una partecipazione rara, lo accompagnò al cimitero di San Vito con un lunghissimo corteo.


VEDI ANCHE . . . .




























LES ALYSCAMPS (1888) - Paul Gauguin

    
 LES ALYSCAMPS (1888)
Paul Gauguin (1848-1903)
Pittore francese
Museo d'Orsay a Parigi
Olio su tela cm 92 x 73
Firmato e datato, in basso, a sinistra «P. Gauguin, 88»


Gauguin vive ad Arles, presso il suo amico Van Gogh.
I due amano recarsi nell'antico cimitero di Alyscamps, ai confini della città vecchia.
Lo dipingeranno insieme...
Les Alyscamps fa parte di una serie di dipinti che Gauguin e Van Gogh dipinsero insieme tra l'ottobre e il dicembre del 1888.

Come afferma il critico B. Zurcher, "una sorta di duello pittorico s'instaura tra i due artisti, tela contro tela, su motivi vicini".
Gauguin sceglie di piazzarsi all'esterno del viale di pioppi, prospettiva che gli permette di realizzare una composizione a croce di Sant'Andrea.

I colori, al tempo stesso dolci e vivi, le curve morbide e il tocco leggero di Gauguin contrastano con la geometria più audace e la fattura a tutto impasto di Van Gogh.
In realtà tutto separa i due artisti.
In una lettera al pittore Émile Bernard, Gauguin fa allusione alle loro differenze di temperamento...

"Io e Vincent andiamo ben poco d'accordo in generale, soprattutto in pittura...
Lui è romantico, mentre io sono piuttosto portato a uno stato primitivo.
Dal punto di vista del colore, lui vede le combinazioni degli impasti come in Monticelli, io detesto il maneggio della fattura".

Anche Van Gogh, che gli è amico e con il quale vive ad Arles, dipingerà una veduta degli Alyscamps nello stesso periodo.

Nel dicembre 1888, Gauguin spedì a Théo - il fratello di Van Gogh - molte tele, tra le quali "Les Alyscamps".
Théo, che è mercante d'arte, si occupa della vendita e della promozione delle sue opere (da questo punto di vista, avrà più successo con Gauguin che con l'infelice Vincent.
Gauguin recupererà la tela, che in seguito verrà venduta al visconte Guy de Cholet il 23 febbraio 1891.
La contessa Vitali, sorella del visconte, la consegnerà allo Stato francese nel 1923.
Sarà in seguito trasferita al museo d'Arti Decorative di Parigi, al Louvre, poi al Jeu de Paume e infine al museo d'Orsay.

"Allée des Alyscamps", altra versione dello stesso dipinto, è stato venduto per oltre 11 miliardi di lire a Londra nel 1988.
Al giorno d'oggi, un disegno del pittore (ho detto disegno... e non dipinto), è un pochettino più accessibile: dai 10 ai 100.000 euro.



lunedì 20 settembre 2010

IL VANGELO e gli evangelisti

       
PREMESSA STORICO-GEOGRAFICA

LA PALESTINA, PAESE DI GESÙ 
        


Sebbene la missione di Gesù trascenda, per il suo carattere universale,i termini storici e geografici entro i quali si è svolta, tuttavia sarà utile, anche per una migliore intelligenza delle pagine evangeliche, conoscere, sia pur per brevi cenni, la terra in cui egli visse e le genti tra le quali operò: poichè egli non si estraniò dal suo ambiente, anzi a questo informò le consuetudini della sua vita quotidiana, da questo prese gli spunti e il modo del suo insegnamento.
Il paese di Gesù, detto con denominazione greco-ebraica Palestina, è costituito dalla parte sud-ovest della Siria e, nei suoi confini naturali, è limitato a nord in gran parte dalla catena del Libano, a sud dall'Arabia Petrea, a est dal Deserto Siriaco, a ovest dal Mediterraneo. La sua lunghezza è di circa 280 km..., la larghezza media di circa 100..., la superficie di circa 28000 Km quadrati, quasi quanto il nostro Piemonte: piccolo paese, invero, ma, di una, importanza.storica e spirituale incommensurabile.
La Palestina, è un territorio montuoso, diviso da, nord a sud in due parti dall'unico fiume importante, il Giordano, la cui valle è fiancheggiata da alture che partono dalle cime del Libano, dirette verso sud. Il Giordano nasce dal Monte Hermon (2759 m.)..., verso la metà del suo corso forma il Lago di Genezareth o Tiberiade, che si trova a 208 metri sotto il livello del Mediterraneo, quindi scende tortuoso per una vasta depressione e finisce nel Mar Morto, il famoso lago salato, a 394 metri sotto il livello del Mediterraneo, che deve il suo nome alla completa assenza di vita animale e vegetale sulle sue sponde.
Le regioni ad est del Giordano, quali la Perea, la Decapoli, la Batanea, la Traconitide, ecc., abitate da genti pagane, tranne la Perea, la cui popolazione era prevalentemente israelita, non facevano parte integrale del paese di Gesù vero e proprio, pur gravitando su questo, ed avevano scarsa importanza..., moltissima ne avevano, invece, le regioni ad ovest del fiume: la Galilea, a settentrione, la Samària, al centro, la Giudea, a mezzogiorno.
La Galilea era un paese, mirabile per bellezze naturali, fertilissimo, ricco e vario di flora e fauna, con una popolazione forte, laboriosa, che si addensava specialmente nelle graziose cittadine o villaggi disposti a corona del ridente e pescoso lago di Genezareth, o più lungi, fra le alture: Betsaida, Cafarnao, Chorazin, che ebbero il privilegio della ripetuta presenza di Gesù..., Magdala, Tiberiade..., e, nella parte collinosa, Cana, Naim..., infine, signoreggiante tutti quei villaggi, Nazareth in una, conca di smeraldo: la città di Gesù fanciullo.

La Samària, meno bella della Galilea, assai più della Giudea, fertile, con ampie valli, e pianure aperte verso il mare e il Giordano, era abitata da una popolazione numerosa, originatasi, nei tempi antichi, dalla mescolanza di Ebrei e di colonizzatori provenienti dalla Babilonia. La gente samaritana, era odiatissima dai giudei, perchè professava una religione mista di ebraisimo e paganesimo.
La Giudea, arida e pietrosa, era il centro religioso, politico e culturale del mondo ebraico. Nella sua capitale, Gerusalemme, era l'unico Santuario della Nazione, il Tempio fastoso e immenso, cui più volte all'anno affluivano migliaia di fedeli; intorno a questo si riunivano le supreme autorità religiose e il fiore dei sacerdoti, dei dotti; intorno a questo pullulavano e fermentavano le sette ed i partiti che dividevano il popolo d'Israele.
Il Tempio copriva una superficie di 144.000 metri quadrati e consisteva in una vasta riunione di fabbricati, al centro dei quali era il tempio vero e proprio, il Sancta Sanctorum; una cerchia di mura lo cingeva. Costruito interamente di marmo bianco e ricoperto di pesanti piastre d'oro in ogni parte, appariva, da lungi, come una montagna candida di neve, sfavillante di rosse luci. Oltre al Santuario della Nazione, in Gerusalemme, vi erano nelle città e nei villaggi della Giudea, come di tutta la Palestina, le sinagoghe; ma queste erano semplici luoghi di riunione, a carattere laico, per le letture bibliche e la, preghiera in comune.
Al servizio del Tempio erano addetti: i Leviti, serventi dei Sacerdoti; i Sacerdoti, divisi in ventiquattro classi, con un capo o princeps; il Sommo Sacerdote o Pontefice. Quest'ultimo presiedeva, inoltre, il supremo tribunale ebraico, Gran Sinedrio, di cui facevano parte: i Principi dei Sacerdoti, gli Scribi, interpreti della Legge, gli Anziani, scelti fra le persone più ragguardevoli.
Le sette e i partiti che, come abbiamo detto, dividevano il popolo d'Israele, comprendevano: i Sadducei, negatori della Provvidenza e dell'immortalità dell'anima; bramosi di ricchezze e di onori, accettavano la dominazione straniera e sostenevano il partito degli Erodiani, fautori di Erode; i Farisei, ipocriti e superbi, osservanti scrupolosi della Legge e delle tradizioni ad litteram, non secondo lo spirito; avevano come naturali alleati, gli Scribi, che della Legge erano gli interpreti cavillosi e gelosi.
La Palestina, dopo varie e secolari vicende, che non occorre enumerare qui, ai tempi di Cesare e Pompeo divenne tributaria di Roma (63 a.C.: presa di Gerusalemme), ed ebbe come governatore Antipatro Idumeo. A questi. successe, nel 40 a.C., il figlio Erode, col titolo di re dei Giudei, per concessione di Cesare Ottaviano. Alla sua morte (750 di Roma), la Palestina fu divisa fra i suoi tre figli che assunsero il titolo di etnarchi o capi della nazione: Archelao governò la Samària, la Giudea e, a sud di questa, l'Idumea; Erode Antipa ebbe la Galilea e la Perea; Filippo, i paesi a nord-est del Giordano. Nell'anno 6o d.C., Archelao fu destituito e sostituito da un procuratore romano che, dal 26 al 36, fu Pilato.


IL VANGELO E GLI EVANGELISTI

I Vangeli non vogliono essere opere d'arte letteraria, sono bensì impareggiabile capolavoro di spiritualità, ma sono anche opera di poesia..., perché la loro divina semplicità parla direttamente al cuore, e spesso supera la poesia raffinata dei più grandi poeti.

Vangelo, dal greco Evanghélion, significa "buona novella", cioè messaggio di bene recato da Gesù agli uomini bramosi di giustizia, d'amore e di pace ed indica, anche il libro, o meglio i libri, che contengono questa lieta novella, quindi con essa Gesù annunziò agli uomini che tutti potranno salvarsi, che per tutti è aperto il regno dei cieli.
Quattro sono i libri evangelici e quattro ne sono gli autori: Matteo, Marco, Luca, Giovanni.
Nessuno dei quattro libri contiene tutta la vita e tutto l'insegnamento di Gesù: molte altre cose furono fatte e dette dal Salvatore, "le quali - ben dice San Giovanni (XXI, 25) - se si scrivessero ad una ad una, neppure il mondo intero potrebbe contenere i libri che sarebbero da scriverne".
Gli evangelisti, con criteri diversi, e a seconda delle comunità cristiane cui inizialmente ciascun libretto è dedicato, raccolgono in brevi pagine le principali verità riguardanti Gesù Cristo e il suo insegnamento, e tutti, pur discordando nei particolari, concordano nella sostanza; cosicchè i quattro libretti vengono a costituire non "i Vangeli", ma "il Vangelo".

Il valore storico di questi è inconfutabile, perchè furono scritti tra il 40 e il 100 d.C. da contemporanei di Gesù e dei suoi discepoli; che furono quindi in grado di riferire per diretta conoscenza (o quasi).
I Vangeli furono stesi originariamente in greco, lingua assai diffusa, allora, in Palestina e in tutti i paesi del Mediterraneo; tranne il Vangelo di S. Matteo scritto in aramaico, lingua del gruppo semitico, come l'ebraico, e parlata comunemente in Palestina, fin dal quinto secolo a.C...., questo ben presto fu tradotto in greco, forse dall'autore stesso.

Matteo, dopo aver esercitato l'ufficio di pubblicano, cioè esattore delle tasse per conto dei Romani, fa veduto da Gesù e invitato a seguirlo, e divenne uno dei dodici Apostoli.
Scrisse il suo Vangelo verso il 50 d.C., indirizzandolo agli Ebrei, con il fine di persuaderli che Gesù era il Messia annunziato dai Profeti.

Marco fu segretario dell'apostolo Pietro e, intorno al 54, scrisse il secondo Vangelo, rivolgendosi ai Romani, per dimostrare loro che il Cristo è Figlio di Dio.

Luca, autore del terzo Vangelo, fu medico, e dotato di buona cultura letteraria e scientifica; divenuto discepolo e compagno di S. Paolo, scrisse il suo libro nel 60 d.C circa, dedicandolo a un illustre personaggio del mondo greco-romano, Teofilo; la sua opera, che attinge alle testimonianze dei primi discepoli, è la più completa biografia del Maestro ed ha lo scopo di dimostrare che Cristo è il Salvatore di tutta l'umanità.

I Vangeli di Marco, Matteo e Luca si dicono "sinottici" (dalla parola greca 'sinopsi'..., 'sinossi'), perché essi sono così simili, da potersi leggere insieme, abbracciandoli con uno stesso colpo d'occhio.

L'ultimo a scrivere, fra il 90 e il 100 d.C, fu Giovanni, l'apostolo, il discepolo prediletto di Gesù; il suo Vangelo è detto, per antonomasia, spirituale, perchè la dottrina vi è esposta con maggior elevatezza che negli altri; suo scopo è di dimostrare la divinità di Gesù, negata dai Gnostici, eretici.

L'angelo, simbolo dell'evangelista Matteo



 Il leone, simbolo dell'evangelista Marco


Il bue, simbolo dell'evangelista Luca


L'aquila, simbolo dell'evangelista Giovanni


IL LATINO DEI VANGELI

La versione latina dei libri evangelici, come di tutti gli altri del Vecchio, e del Nuovo Testamento, è la cosidetta Volgata (da "vulgus"; popolo, massa), di cui è considerato autore o revisore il santo vescovo dalmata Girolamo,
vissuto fra il 3° e 4° secolo d.C...., è in uso presso la Chiesa Romana fin dal sesto secolo ed è l'unica riconosciuta autentica.

E' scritta in una lingua semplice, chiara, aderente alla parlata del popolo, e pur nobilmente espressiva; ma, per il tempo in cui fu compiuta e i fini cui era diretta, si allontana notevolmente dai modelli dell'età aurea della lingua e della letteratura romana; forse perchè il traduttore non intese minimamente di fare un lavoro di classicità.
Non pochi usi e forme sfuggono a quei modelli, ma sono tutti, o quasi, immediatamente comprensibili da chi sappia un po' di latino.


domenica 19 settembre 2010

I NEMICI DI MUSSOLINI - Charles F. Delzell

  

I NEMICI DI MUSSOLINI
Charles F. Delzell
Einaudi Editore



Alla letteratura storiografica sul fascismo e la lotta antifascista, letteratura che per me è tuttora in via di elaborazione ed alla quale hanno dato finora il loro contributo le opere di Chabod, Alatri, Zangrandi, Salvatorelli e Mira, De Felice ecc., oltre le varie raccolte di "lezioni" e testimonianze, si è aggiunto (anche se il titolo non mi sembra il più adatto..., perchè non di nemici di Mussolini si tratta ma di nemici del fascismo) quest'opera di Charles F. Delzell, pubblicata da Einaudi), che, dal delitto Matteotti alla Resistenza, mette particolarmente in luce i fatti e gli uomini dell'antifascismo italiano.

Il libro è di uno studioso americano che, arrivato in Italia, con l'esercito americano, nel 1943, ebbe occasione di avvicinare capi notevoli dell'antifascismo e da essi attingere testimonianze sul ventennio.

Scrisse Luigi Longo che la Resistenza italiana deve considerarsi nata col fascismo stesso..., inizia, quindi la storia dell'antifascismo dal delitto Matteotti (quando si portò su piú larga base l'opposizione, fino ad allora limitata al campo socialista e comunista)..., coglie un momento cruciale e propulsivo dell'opposizione antifascista: il colpo di Stato del gennaio 1925 apriva la via alla fase piú acuta di quel fosco periodo della storia d'Italia, caratterizzata dall'imperversare del Tribunale speciale e dalla soppressione d'ogni libertà..., quindi l'emigrazione antifascista e, nel tempo stesso, l'attività clandestina in Italia del Partito Comunista (non esattamente, quindi, a mio avviso, il Delzell definisce "isolamento" dei comunisti questa loro particolare combattività, che si manifestò prima e dopo dell'epoca del Fronte Popolare).

Emergono da queste pagine le grandi figure dell'antifascismo, l'eroismo degli oscuri, la tenacia e l'audacia dei propagandisti, il sacrificio degli attentatori, il contributo eroico alla guerra in difesa della libertà della Spagna, la resistenza armata nella guerra di liberazione.

Attraverso questo libro, che offre un ricchissimo materiale informativo, emerge, almeno nelle sue linee essenziali, un quadro vivo degli sforzi compiuti dalla parte più avanzata del popolo italiano per la riconquista della libertà. 
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PROSPERO ANTONINI - Storico e patriota italiano (Historical and Italian patriot)

    

PROSPERO ANTONINI (Udine 1809 - Firenze 1884)


Tra gli antenati contava un combattente nella guerra di Gradisca (1616), un fondatore dell'Accademia udinese degli Sventati (1606), un membro del governo provvisorio di Napoleone (1797) e il primo podestà di Udine durante il Regno Italico (1807 - 1810): Francesco Prospero.

Prospero Antonini, forse nato a S. Vito al Tagliamento o forse a Udine, non ho trovato un riscontro certo, dopo gli studi giuridici a Padova, entrò nel clima nazionalista che era di moda nel rigore del dominio austriaco, pur lavorando tranquillo fino al 1848, quando si rivelò promotore della rivolta di Udine.

Dopo la capitolazione si recò a Firenze, a Roma e con una scomunica sulle spalle visse poi in Svizzera, ritornando in Friuli, ad Alturis per un certo periodo, dedicandosi a studi storici locali, con un volume edito da Vallardi su "Il Friuli Orientale", scritto nel 1865 e che ripubblicò a Venezia nel 1873 con un'ampia revisione di tutto il materiale e il titolo: "Del Friuli" ed in particolare dei trattati da cui ebbe origine la dualità politica di questa regione.

E questa pubblicazione restò a lungo un testo fondamentale per la storia locale: ma troppe erano le interpretazioni in chiave nazionalistica per essere privo di critiche, di accuse e di denunce.

C'è, e con indubbio valore, un'abbondante documentazione e una notevole ricchezza di fonti.

Appassionatamente dedito alla causa italiana, divenne senatore del regno e si trasferì a Firenze, capitale d'Italia.

Ritornò in Friuli per qualche tempo, nella sua villa oppure ospite di nobili amici.

Con la sua morte a Firenze, si estinse anche il suo casato, che lascia a Udine, da secoli, i segni di una presenza gentilizia soprattutto legata ai bellissimi palazzi del centro storico. 


VEDI ANCHE . . . .

TRANQUILLO MARANGONI (Incisore friulano)

VIRGILIO TRAMONTIN (Incisore, pittore, disegnatore)

GIOVANNI BATTISTA CAVEDALIS (Ingegnere ferroviario)

GIULIO ANDREA PIRONA (Vocabolario Friulano)  

TEOBALDO CICONI - Poeta, commediografo drammatico e autore teatrale

FRANCESCO DI MANZANO - Storiografo e pittore friulano

VINCENZO JOPPI (Medico e bibliotecario italiano)

IRENE DA SPILIMBERGO (Pittrice friulana)

PACIFICO VALUSSI (Giornalista e politico)

JACOPO TOMADINI (Sacerdote musicista)

CATERINA PERCOTO - Scrittrice di novelle e racconti in lingua friulana)

PROSPERO ANTONINI (Storico e patriota italiano)

VALENTINO OSTERMANN (Il primo folclorista friulano)

GRAZIADIO ISAIA ASCOLI (Linguista friulano)

GABRIELE LUIGI PECILE Agronomo e politico italiano)

ANTONIO ANDREUZZI (Patriota friulano)

GIACOMO CECONI (Architetto friulano)

GIOVANNI MARINELLI (Geografo italiano)

OLINTO MARINELLI (Geografo friulano)

ARTURO MALIGNANI (Applicazioni in Friuli dell'energia elettrica)

RAIMONDO D'ARONCO e la sua opera liberty

BONALDO STRINGHER (Politico ed economista)

DOMENICO PECILE (Agronomo)

ANTONIO BATTISTELLA (Storiografo friulano)

PIETRO ZORUTTI - Poeta friulano

MICHELANGELO GRIGOLETTI (Pittore friulano)

LEONARDO ANDERVOLTI - Condottiero friulano nel Risorgimento - Lotta per la libertà

TINA MODOTTI (Fotografa)

GAE AULENTI (Architetta)

CATERINA PERCOTO - Scrittrice di novelle e racconti in lingua friulana (Writer in Friulian)

   

CATERINA PERCOTO - Xilografia di Tranquillo Marangoni


Scrittrice di novelle e racconti in lingua friulana, dove rappresenta con popolare voce realistica l'umile gente e il paesaggio della sua e mia terra.

Descritta a lungo come esempio oleografico di femminilità ottocentesca, ricca di quelle virtù tipiche della donna friulana, sembra aver avuto un'esistenza tutt'altro che serena e psicologicamente ordinata: mentre tutto, dalla documentazione seria delle sue esperienze ai suoi scritti, depone per un'esistenza anticonformista e ribelle alle tradizioni nobiliari della sua famiglia.

Caterina Percoto, nata a San Lorenzo di Soleschiano nel 1812, erede di una casata antichissima, formò il suo patrimonio letterario nell'educandato di Santa Chiara (l'Uccellis attuale) retto da suore, che non sopportò per tutta la vita.

Forse delusa da un primo amore, rifiutò ogni ulteriore proposta di matrimonio.

Cominciò a scrivere, con articoli di critica letteraria, nel 1839 e da allora la sua attività letteraria si moltiplicò, alle volte anche sotto la spinta di necessità economiche, con novelle in italiano e friulano, di notevole rilevanza nazionale: Le Monnier di Firenze, nel 1858 pubblicò i "Racconti" (22 in tutto) con presentazione di Nicolò Tommaseo, con una seconda edizione dei fratelli Bottero di Genova nel 1863..., "Ventisei racconti vecchi e nuovi" l..uscirono a Milano, editore Carrara nel 1878, con un'edizione definitiva nel 1883 dal titolo "Novelle popolari edite e inedite di Caterina Percoto".

Dopo la sua morte uscirono tanti altri suoi scritti: le novelle friulane furono raccolte e pubblicate con uno studio di Bindo Chiurlo nel 1929 dalla Libreria editrice Aquileia.

Con una buona popolarità, potè viaggiare a Torino, Milano (conobbe il Nievo, il Cattaneo, Gino Capponi e altre personalità)..., abbracciò Giuseppe Garibaldi a Udine nel 1867..., rifiutò l'ispettorato degli educandati veneti e non potè incontrare il Carducci che l'attendeva ad Arta nel 1886.


Fu sepolta a Udine, nel 1887, accanto a Pietro Zorutti.

Lei desiderava restare con i suoi contadini nel cimitero del paese: da dove erano uscite le sue "Novelle".


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TRANQUILLO MARANGONI (Incisore friulano)

VIRGILIO TRAMONTIN (Incisore, pittore, disegnatore)

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TEOBALDO CICONI - Poeta, commediografo drammatico e autore teatrale

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JACOPO TOMADINI - Sacerdote musicista (Priest musician)

    

JACOPO TOMADINI - Un sacerdote musicista
(Cividale del Friuli, 24.08.1820 - 21 gennaio 1883)



Nel suo tempo, fu il friulano più conosciuto in Europa: le sue composizioni musicali per molti decenni dell'Ottocento furono eseguite in tutte le chiese cattoliche.

Nato a Cividale del Friuli, da modestissima famiglia, ordinato sacerdote e divenuto canonico del duomo della sua città natale, dovette superare mode e pregiudizi locali per affermarsi come innovatore della musica religiosa, che il suo maestro e poi compagno d'arte, G.B. Candotti, gli aveva dato possibilità di coltivare e creare.

I due musicisti vissero a lungo insieme, rifiutando incarichi di prestigio: all'organista Tomadini, già notissimo per le sue composizioni, fu offerta la tastiera di Nótre Dame di Parigi, la cappella di S. Marco di Venezia e del Duomo di Milano.

Con l'amico preferì rimanere a Cividale, arrivando soltanto a Udine come insegnante in seminario di canto oppure direttore di accademie musicali.

Nel 1852, cinque composizioni del Tomadini vinsero un primo premio a Nancy e nel 1854 un secondo premio per una Messa a tre voci.

Francesco Liszt, nel 1864, espresse ammirazioni per l'oratorio "La Resurrezione di Cristo", primo premio al concorso musicale di Firenze.

Al di là della sua vastissima produzione musicale - oltre trecento opere conosciute e documentate - il Tomadini rimane, nell'Ottocento italiano un protagonista della riforma della musica sacra.

Conosciutissimo negli ambienti musicali, in venticinque anni di attività ebbe contatti con i migliori compositori d'Italia, a Firenze, Milano, Roma.

Promotore di convegni nazionali a Venezia nel 1874, a Firenze nel 1875, a Bologna nel 1876, a Bergamo nel 1877, fu tra i firmatari della fondazione dell'Accademia di Santa Cecilia.

Scrisse musica fino a poche ore dalla morte: resta, in Friuli, "il Maestro".


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sabato 18 settembre 2010

FAVOLE (Fables) - Fedro

Fedro é il più antico favolista della letteratura latina, ed inoltre il più antico scrittore delle letterature antiche che abbia composto una raccolta di favole in versi.
Sulla vita di lui sappiamo ben poco, e questo poco si ricava soltanto da allusioni, piuttosto vaghe, contenute nell'opera.
Fu, alla nascita, uno schiavo, se anche schiavo dell'imperatore Augusto, e liberato da lui, ancora bambino, visse poi una buona parte della sua giovinezza presso il successore di Augusto, Tiberio.
Era nato, un po' prima dell'era volgare, non si sa bene se in Macedonia o in Tracia, paesi ambedue di lingua greca, ma la lingua dei suoi primissimi anni fu certamente il latino.
Della sua vita si conosce, e molto imperfettamente, solo un episodio.
Accusato da Seiano, favorito di Tiberio, di una colpa che non conosciamo - forse di allusioni maligne sparse nei suoi versi - dovette andare in esilio. Non sappiamo se fu liberato dalla pena neppure quando, nel 31 d.C., Seiano cadde , vittima di una congiura di palazzo. Ed è pure ignoto l'anno della morte. Alcuni studiosi fanno arrivare la sua vita fino all'inizio del regno di Nerone (56 d.C.)...., per altri egli arrivò a vedere il principio del regno di Vespasiano (70 d.C.).
Abbiamo, di Fedro, cinque libri di favole, in tutto centotrentacinque, ma è certo che egli ne scrisse di più.
Di ciascun libro una parte si è perduta. Un altro gruppetto ne possediamo in riduzioni medioevali in prosa.
Di Fedro come scrittore è sempre stata lodata, ed è lode che egli si fece anche da sè, la brevità. Si avrebbe torto a considerare la brevità in sè, pregio di un poeta, e ancor più a considerarla pregio essenziale, come per tanto tempo si è fatto, del genere favolistico.
Il più gran favolista di tutti i tempi, La Fontaine, è tutt'altro che breve ed è in ogni modo lontanissimo dalla brevità di Fedro.
Ma in Fedro la brevità è mezzo artistico spesso efficace, e sempre cercato con sincerità e in armonia con l'impulso da cui nasce la sua favola.
Moralista semplice, uomo amareggiato e disilluso e in sè più vivo che ogni altra, l'elemento della favola che meno parla alla fantasia: la morale.
A questa ha occhio continuamente, di essa riempie, anche nei particolari, la sua narrazione..., anzi talvolta non si direbbe neppure che egli racconti, ma che richiami soltanto nei tratti essenziali un fatterello noto, accentuando solo quel che ha significato per l'osservazione morale o per il precetto.
Se non della favola, la brevità è tendenza naturale e pregio della sentenza, E Fedro è scrittore intimamente sentenzioso, anche quando non pronuncia esplicite massime.
La morale a cui egli crede è in complesso sconsolata. Egli accentua perfino il pessimismo che è proprio del genere fin dalle origini.
Il mondo della favola è per lui il mondo della violenza e dell'astuzia, delle vendette maligne e meritate, dell'ipocrisia che copre l'egoismo con la veste della benevolenza e soprattutto della vittoria eterna dei forti sui deboli ai quali non rimane, quando rimane, che la via dell'astuzia.
Questo atteggiamento di uomo serio e sincero, e in fondo semplice, nonostante l'acutezza di sguardo che vorrebbe possedere, rende simpatico Fedro come uomo, ma come artista lo appesantisce.
Pur tra parecchi pregi particolari, davvero notevoli nei momenti felici, di rappresentazione svelta e spiritosa, di lingua precisa, di metro agile ed elegante, si avverte in liti un'uniformità di tono grave, una certa insistenza in espressioni marcate e pesanti e insieme impacciate e convenzionali, che gli tolgono il movimento e la spontaneità leggera della grande arte.

Il punto di partenza di Fedro è la favola esopica, ma egli la sviluppa e vi aggiunge personaggi nuovi, per cui spesso agli animali è accostato l'uomo.
La narrazione si fa più ampia e moraleggiante.
Anche la forma subisce delle trasformazioni, non è più in prosa, ma in versi e spesso si rivela una ricercatezza di stile che nuoce alla freschezza del racconto.
I motivi di Fedro sono i motivi di Esopo, ma lo stile è completamente diverso.
Esopo è breve, scarno, incisivo..., Fedro narra in versi e si dilunga compiacendosi nel riferire piccoli dialoghi e riflessioni interiori. Oltre a ciò le sue favole sono sempre precedute o concluse dalla morale..., talvolta si trova anche un piccolo commento che ne chiarifica il significato.
Lo scopo è sempre lo stesso...., sferzare gli uomini e cercare di correggerne i difetti mettendoli in evidenza.


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Traccio, delle favole che mi sono piaciute di più e che per me hanno maggior significato, il senso e la morale che ne ho dedotto.


IL LUPO E L'AGNELLO

Il forte nell'opprimere il debole cerca, di solito e fino a che può, di non mostrare chiare le sue intenzioni di violenza e d'arbitrio.
Non gli basta di poter ottenere ciò che vuole, gli preme anche di avere per sé l'apparenza della ragione.
Ma i pretesti che accatta sono così assurdi, che l'intenzione iniqua risulta, proprio per essi, più chiara, il buon diritto vale dunque qualcosa nel mondo, se anche quelli che potrebbero farne a meno per ottenere i loro scopi, non rinunziano a tentare di attribuirselo.
Fedro però non arriva a questa morale in qualche modo rasserenante.


LA CORNACCHIA SUPERBA E IL PAVONE

Dalla favola è passata in proverbio "la cornacchia vestita delle penne del pavone".
Ciò che prendiamo dagli altri, per farci belli, non può essere che poca roba, malamente appiccicata.
Ciò non vuol dire che non si debba cercare di migliorarsi, ma quella di fingersi diversi non è la buona via.


LA MUCCA, LA CAPRA, LA PECORA E IL LEONE

Lo spirito di questa favola è affine a quello della favola del lupo e l'agnello, l'amara riflessione sulle ragioni dei più forte, in questo caso però non c'è traccia di quel bisogno, che ha pur la violenza, di giustificarsi in qualche modo, al quale si può sentire un accenno nell'altra favola: qui le ragioni del leone sono soltanto un chiaro e preciso scherno alla semplicità dei tre animali, che hanno creduto possibile una società col leone.
Dalla favola nacque un modo di dire: "societas leonina" per indicare una alleanza nella quale i vantaggi son tutti da una parte.
Nei predecessori greci del nostro poeta era l'asino che andava a caccia col leone.
Fedro ha sostituito i tre animali evidentemente perchè la loro natura eccessivamente mansueta gli pareva fare con quella del leone un contrasto più umoristico.


LA VOLPE E LA MASCHERA TRAGICA

In Esopo la morale di questa favola è più semplice e più aderente al significato letterale. Egli dice dì parlare per gli stolti, belli di viso.
Fedro invece contrappone alla stoltezza l'alta posizione sociale..., l'importanza.
Probabilmente, e a noi moderni pare che avesse ragione, egli non vedeva bellezza nelle maschere in uso per gli attori tragici, ma riconosceva solo il tentativo di rappresentare un'espressione maestosa e grave.


LA VOLPE E IL CORVO

La favola è veramente piena di spirito e di festosità e, come quasi sempre, la morale non ne coglie tutto lo spirito, ma solo un elemento. La morale, per sua natura del resto, non può vedere che un personaggio, ma oltre l'asino, tutti gli altri sono i vivi..., più vivo è il loro contrastare in un quadro ricco ed efficace. Così i poveri animali, che presi da un terrore pazzo di quella voce che empie tutto il bosco, vanno a farsi macellare a mucchi, e il leone, che, abbandonati i suoi sistemi soliti di caccia leale, si mette a imbacuccare di foglie l'asino, e quando è stanco di menare il dente, dà una voce all'asino e sembra che gli dica : "Troppa grazia!"... e l'asino stesso, buono soltanto nella voce, ma buono sul serio, se adoprato bene, sono figure che permettono alla nostra fantasia di spaziare oltre il breve e rigido cerchio della morale.


IL CIABATTINO MEDICO

Non esser capace a fare il calzolaio parve all'eroe di questa favola una ragione sufficiente per mettersi a fare il medico. Lo stato della medicina antica faceva sì che la differenza fra un medico vero e un ciarlatano fosse molto scarsa. Però anche oggi e sempre rimane e rimarrà efficace la più importante causa dal successo dei ciarlatani, il "vulgi stupor".


L'ASINO E IL VECCHIO PASTORE

La favola ha sicuramente un significato politico, anche se non sembra che si possa applicare a qualche caso determinato.
Per i sudditi più umili, per quelli che si sentono soltanto sudditi e schiavi, e non cittadini, la persona del padrone non ha importanza.
Nella Roma imperiale ai tempi di Fedro indubbiamente la grande massa degli umili non sentiva più la fierezza nazionale, la gloria del nome romano. Sentiva solo l'umiliazione e la miseria del servire.
Il "quasi schiavo" Fedro poteva avvicinarsi a dividere sentimenti meschinamente sconsolati come questo.


I CANI AFFAMATI

Non è strano che un pezzo di immangiabile cuoio abbia attirato la cupidigia di queste povere bestie affamate. Tutti sanno che non c' è nulla di così refrattario al gusto e ai denti che il cane non si provi a rosicchiare.
E proprio per il cuoio il cane ha una predilezione. Anzi la povertà della cosa che desta cupidigia, mette in rilievo la sciocchezza e la miseria delle bestie.
Nelle favole in genere il cane, che l'uomo chiama intelligente perchè dà retta a lui, fa spesso la figura di stupido. Ma, bisogna riconoscerlo, è uno stupido bonario, al quale non si può voler male.


IL LEONE MORENTE

Per quanto nella morale di questa favola sia così evidente l'allusione a condizioni particolari dell'età e della esperienza dell'autore, essa è una delle più vive, come precisa rappresentazione di mondo animalesco, e delle più significative della concezione universale della vita propria di Fedro: concezione desolatamente triste, che assegna alla forza, all'istinto di sopraffazione la parte di esclusivo dominatore del mondo.
Gli uomini si identificano davvero agli animali, poichè anch'essi vivono secondo quella legge di violenza, che gli animali attuano in maniera più chiara e franca.
Tutti violenti, in questa favola: il leone, che ha recato ingiurie continue quando era forte..., il cinghiale e il toro, che non perdonano all'estrema debolezza dei nemico mortale, e, secondo il suo potere, anche l'asino.
E il leone, nel ricevere l'estremo insulto dell'asino, si rattrista soprattutto nel constatare la propria debolezza senza rimedio, la necessità della rinunzia alla violenza.


IL NIBBIO E LE COLOMBE

Un'altra delle favole dei forti e dei deboli: il tema nel quale Fedro suole essere particolarmente efficace.
Se non è mai sicura l'alleanza col potente, tanto più è da evitarsi, fin che si può, il venire a un patto di sudditanza e di tributo col nemico potente, illudendosi che con alcune concessioni egli vorrà consentire almeno la salvezza.
Contro il violento sopraffattore non c'è, pensa Fedro, che la guerra, e se la guerra della forza non è possibile, quella dell'astuzia e della fuga.
Ma in realtà anche da questa favola appare che vero rimedio per i deboli non c'è.


IL LEONE E I DUE VIANDATI

Qui viene applicata la legge della favola precedente: che non si deve mai concedere nulla al violento e prepotente.
Ma chi parla è il leone, che riduce l'altro al silenzio non per la bontà della sua ragione, ma per gli artigli che ha a disposizione per difenderla.
Il leone capisce che, nonostante la sua generosità, il povero viandante non oserà fare un passo, finché se lo vedrà vicino. Ma non se ne ha a male, anzi spinge la compitezza fino ad andare a rintanarsi.
Per una volta che Fedro rappresenta la generosità di un violento, non ha voluto lesinargli le buone qualità. Ma proprio questo particolare, con l'umorismo che raggiunge, mostra, anche prima degli ultimi due versi, che Fedro crede possibili simili generosità solo nel regno delle favole.


L'OCCHIO DEL PADRONE

La morale di questa favola è in un proverbio assai familiare: "L'occhio del padrone ingrassa il cavallo", ed altri ce ne sono con immagine diversa, ma con identico significato:
"Chi fa da se fa per tre"...., "Chi vuole vada, chi non vuole, mandi".


IL LUPO E IL CANE

Senza dubbio è questa, per me, una delle più belle e meglio lavorate favole di Fedro.
I due animali sono vivi ugualmente come simboli e nei loro caratteri reali, è raggiunta con piena naturalezza quella perfetta fusione di mondo animalesco e di sentimento umano che i favolisti e gli scrittori di storie di animali hanno sempre cercato. Non è facile dimenticare il cane bonario e meschino, in qualche momento consapevole della propria
viltà e desideroso di coprirla, in qualche altro stupidamente sfrontato, e il lupo duro, sprezzante, dominatore, con le sue domande ironiche e precise, che mirano a mettere in luce la miseria dell'altro.
È stato notato giustamente che gran parte dell'efficacia della favola deriva dalla somiglianza dei due animali.
Il cane è qui un fratello degradato del lupo.


IL GALLETTO E LA PERLA

La favola esprime lo stato d'animo del poeta solitario e inasprito. Ho già indicato altrove che Fedro non piacque ai suoi contemporanei, o che, almeno, fu giudicato d' importanza molto secondaria.
Il poeta, che ha del suo valore una coscienza anche esagerata e forse proprio per il disconoscimento eccessivo che si vedeva intorno, si vendica con questa favola, chiamando ignoranti e grossolani coloro che non lo ammirano.
La favola aveva in origine un significato universale, reso più personale da Fedro. Il senso di essa è in molti detti abbastanza comuni, tra i quali ricordo quello del Vangelo: "nolite jacere margaritas ante porcos".


L'ASINO DEI SACERDOTI DI CIBELE

I "Galli" sono sacerdoti di Cibele, dea frigia, il cui culto penetrò presto nelle città greche dell'Asia e del continente europeo e fu portato in Roma al tempo della seconda guerra punica. Cibele, la "magna mater", personificazione del potere generante della natura, fu rappresentata su un carro tirato da leoni, col capo cinto di una corona di torri. Il suo culto, e in generale i culti delle divinità orientali, era principalmente fondato sulla esaltazione mistica, sul delirio sacro, che i devoti ottenevano abbandonandosi a danze sfrenate sul ritmo incalzante di timpani e piatti di bronzo percossi dai sacerdoti, Galli o Coribanti.
In questa favola Fedro li rappresenta come una rozza masnada questuante, alla quale dava da vivere la credulità del popolino.
I Romani colti non ebbero mai molta simpatia per la pratica effettiva di culti orientali, e li lasciarono volentieri alle donne e alla plebe


LA VOLPE E L'UVA

La volpe è l'animale astuto, abituato a vincere, ed è naturale che non si adatti a riconoscer di aver dovuto rinunziare all'oggetto di un desiderio.
La favola è notissima e passata in proverbio, forse perchè molto comunemente si dà il caso di dover applicare L'exemplum in essa contenuto.
La gente che fa come la volpe, e, più o meno, qualche volta lo facciamo tutti, si illude di non dare ai nemici e agli amici la soddisfazione di vederla delusa.


LA BATTAGLIA DEI TOPI E DELLE DONNOLE

Bisogna ricordare che le donnole servivano nell'antichità per difendere le case dai topi e che il gatto non era un animale domestico. L'esercito delle donnole in battaglia con quello dei topi dovette essere un'invenzione burlesca, una specie di caricatura o parodia dei racconti epici, come quella a noi giunta nel poema "Batracomiomachia" o "Battaglia dei topi e delle rane".
Fedro mantiene per tutta la favola il tono solenne, anche lui con intento di caricatura.
La morale della favola è fatta per consolare la povera gente dell'umiltà e del dispregio., che deve sopportare.
Non tutto il male viene per nuocere.
Chi non ha onori, salva più facilmente la vita e quel poco che ha.
Non è certo questa una favola di morale eroica, poiché Fedro certamente si sente più dalla parte degli umili sicuri, che da quella dei potenti in pericolo.


LA VOLPE E IL CAPRONE

Non che il furbo sia necessariamente cattivo, ma certo la furberia, che è cosa diversa dall'intelligenza, non ripresenta spontaneamente al pensiero unita con la bontà.
Comunemente si chiama furbo chi riesce con abilità a vincerla sugli altri perché pensa continuamente al proprio vantaggio.


LE DUE BISACCE

Non è propriamente una favola, ma uno di quei raccontini mitologici con i quali si volle spiritosamente esprimere, più che spiegare, qualche qualità permanente dell'anima umana.
Ed è proprio nostra qualità fondamentale questa di criticare gli altri e di non vedere i nostri difetti., anche più grandi.
Il vangelo dice che "vediamo la pagliuzza nell'occhio del vicino e non vediamo la trave che occupa il nostro".


ERCOLE E LA RICCHEZZA

Gli antichi vedevano in Ercole una personificazione della semplice, brutale forza fisica. Nei tempi più antichi e primitivi, quando il mito di Ercole si formò, non si distingueva troppo tra forza fisica e morale e si pregiava ed esaltava la forza fisica e il valore in battaglia con quell'entusiasmo che in altri tempi si è tributato al valore morale degli uomini. C'era già la coscienza, ancora non chiara e distinta, che è l'animo che vince ogni battaglia, non le mani o i muscoli. In tempi più recenti e certamente ai tempi di Fedro, la distinzione tra anima e corpo, fra forze fisiche e forza spirituale, si fece nettissima, tanto che Ercole, che non poteva essere più ammirato soltanto per la sua miracolosa robustezza, fu amato e venerato come simbolo dell' « uomo forte » nella più vasta estensione del termine, che col sacrificio e la lotta raggiunge la gloria, e anche del « sapiente » che debella i mostri veri, le passioni dell'animo, per raggiungere una più vera ed immortale gloria.
Ercole, figlio di Giove e di una donna mortale, Alcmena, è, per i Greci antichi la più alta personificazione dell' « eroe », cioè dell'uomo di stirpe divina, che per la sua più che umana virtù, merita dopo la morte la pienezza dell' immortalità, merita di essere fatto dio. Tutti abbiamo sentito parlare della sua vita, di miracolose fatiche impostegli da una divinità sua nemica, della sua morte infelice.
Fedro immagina l'arrivo di Ercole all'Olimpo, come quello di un magistrato o di un senatore nominato di fresco tra i colleghi che gli si affollano intorno.per congratularsi.
La ricchezza chiude la via al vero merito, perchè, come Ercole dice nei due versi finali, essa, che è puramente casuale, compra dagli uomini quella ammirazione, che dovrebbe andare solo ai virtuosi e ai forti.
Gettate davanti agli occhi degli uomini il lucro, la speranza di guadagno e così li renderemo insensibili all'appello della virtù.


UN DETTO DI SIMONIDE

Simonide di Geo visse dal 556 al 467 a.C. e fu uno dei più celebrati poeti lirici greci. Contemporaneo delle guerre persiane, scrisse un canto di esaltazione dei morti alle Termopili. Si narrava di lui che fu il primo dei poeti greci a farsi pagare per la sua opera poetica, anzi corsero nell'antichità parecchi aneddoti sull'avarizia di Simonide.
Il motto che in questo raccontino è attribuito a Simonide è più conosciuto come detto dal saggio Biante, uno dei sette savi della Grecia. Quelli però che l'attribuirono all'antico sapiente, vollero fargli dire una cosa un po' diversa da quella che nella favola di Fedro si attribuisce a Simonide. Questi dice semplicemente che, perduta una fortuna, il dotto potrà sempre farsene un'altra col suo ingegno, mentre lo spirito del detto di Biante è che il vero sapiente non considera sue le cose materiali, che possano essergli da un momento all'altro rapite.
Forse Fedro, che però non dovette avere mai molte ricchezze, si consola con questo racconto del poco guadagno che dà a lui l'ingegno, pensando al guadagno che la poesia seppe dare ad un grand'uomo dell'antichità.


IL PARTO DELLA MONTAGNA

Si tratta più che di una favola, di un motto, o proverbio, che anche per tutti noi è di chiaro significato : "La montagna che partorisce il topo".
Si diceva che un re d'Egitto lo avesse pronunziato quando, dopo aver tanto aspettato l'aiuto del suo alleato spartano Agesilao, se lo vide dinanzi piccolo di statura.
"La montagna aveva i dolori del parto, Giove stesso ne aveva paura, ma essa partorì un topo".
Orazio, prima di Fedro, in un verso spiritoso, lo adopera per canzonare gli esordi pomposi e solenni dei poeti da strapazzo.


IL CALVO E LA MOSCA

Il fatto della favola è un frammentino di realtà, di una comicità semplice e di effetto sicuro.
Una testa calva su cui si posa una mosca, e una manata rabbiosa, che ci si abbatte e ci lascia il segno, mentre l'insetto ronza via.
Sono proprio queste le scenette di cui ridono i ragazzi, provocando il rimprovero di mancanza dì rispetto.
Ma Fedro la prende molto sul serio e le dà uno svolgimento inaspettato, con un dialoghetto moralistico, ingegnoso sì, ma tale che non si fonde con lo spunto iniziale, ed è una morale che non sembra derivare dal racconto stesso.
Questa favola, meno i due primi versi, è tutta morale, mentre gli ultimi tre versi sono proprio inutili.
Sarebbe stata invece d'accordo col valore umoristico del fatto una morale come questa: l'ira porta spesso a risultati dannosi per l'iroso e perciò comici per chi lo sta a vedere.
Con la pazienza e la bonarietà si ottiene molto di più.


IL TORO E IL VITELLINO

In questa favola, il toro cerca di spiegare che non gli manca la conoscenza di come si fa, ma il mezzo, perchè la sua mole l'impaccia. Ciò non gli avveniva quando era vitello anche lui, ben prima che l'altro nascesse.
Quando si sputano sentenze sulle azioni altrui, si crede spesso che gli altri non sappiano risolversi oppure operino male per mancanza di ragionamenti o di cognizioni. Invece siamo noi che non comprendiamo che il difficile è appunto applicare quello che si sa, tenendo conto delle circostanze..., e provochiamo la giusta impazienza di quelli che debbono ascoltare le nostre varie esortazioni.
E' una favoletta tipica, di quelle nelle quali la verità morale è ridotta in breve e chiara applicazione, come una legge fisica in uno strumento da laboratorio.


IL GALLO PORTATO IN LETTIGA DAI GATTI

Il gallo è l'animale tronfio per eccellenza, ma non molto intelligente né forte, ed è ben scelto per far contrasto alla crudeltà dissimulata e risoluta dei gatti.
Sicuramente Fedro pensa a certi signori del suo tempo, tronfi delle loro ricchezze e del loro lusso, e buoni a niente, che si tenevano per casa, specialmente come portatori di lettiga, schiavi barbari, di forme erculee e di aspetto fiero, che avrebbero potuto levar di mezzo il padrone con un pugno. E chi li vedeva, si meravigliava che non lo facessero.
La piacevolezza, pur sempre amara di questa favola sta proprio in quel gioco di fantasia, che mescola animali così lontani tra di loro e fa loro compiere azioni puramente umane.
Questo tipo di favola non è molto frequente in Fedro, ed è invece il più comune in favolisti più recenti, per esempio in Trilussa.


IL CORSIERO DECADUTO

Il "compagno di vita" è una parola da uomini, una di quelle che già prima di quelle malinconiche che il corsiero pronuncia, danno al cavallo di questo raccontino, carattere di pietosa e nobile umanità. Sembra un accenno evocatore della vita di prima, così libera e splendida, finita per sempre.
In questo raccontino Fedro non è stato così moralista da mettere in principio o in fine una morale. E in realtà non gli importa questa volta di insegnare nulla. Egli intuisce e rappresenta nel suo personaggio un dolore umano, e uno dei più terribili, quello di ricordarsi del tempo felice nella miseria.
Alcuni hanno detto, e può esser vero, che egli parla di sè, che un odioso provvedimento di Seiano, liberto di Tiberio, cacciò in esilio.
La favola però non ci commuove di più, se noi pensiamo che il nobile corsiero decaduto sia il simbolo del poeta stesso.
Essa ha in sè tutta la virtù poetica del simbolo.


IL CORVO PARLANTE

Il significato di questo raccontino semplice, forse troppo semplice, che ha qualche grazia solo in alcuni particolari, è forse, che noi incontriamo spesso nella vita corvi, o, come noi diremmo, pappagalli, in forma umana, che ci fanno perder tempo colle loro chiacchiere. Le quali di discorsi da uomini hanno solo l'apparenza.
Ma potrebbe anche darsi che Fedro, trovato buffo il raccontino in sè, lo avesse verseggiato senza dargli l'importanza di una favola. In questo caso bisogna riconoscere che si tratta di una spiritosaggine un po' scarsa.
Di svolgimento migliore è il seguente fatterello attribuito a un contadino di una provincia d'Italia:

"Un tale vide una volta su un albero un pappagallo, forse scappato da qualche casa.
Si fermò ad ammirare l'animale, che non aveva mai visto, e rimase di stucco sentendosi rivolgere il saluto usuale "cerea" (piemontese "buona sera" o "buon giorno"... [soleluna... è vero?]).
Allora, tutto confuso, levandosi il cappello...
"Oh, scusi, l'avevo preso per un uccello".

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