sabato 27 febbraio 2010

Giovanni Antonio Canal, detto il CANALETTO

 
Nato a Venezia nel 1697, Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto, cominciò la sua attività pittorica come aiuto del padre, scenografo di successo.
Purtroppo di questa prima attività, accanto anche al fratello Cristoforo, non resta più alcuna traccia.
Il suo esordio in pittura dovrebbe risalire intorno al 1720, quando è menzionato per la prima volta nella Fraglia dei pittori.
Dedicatosi subito alla "Veduta", Canaletto subì l'influenza di Marco Ricci e di Luca Carlevarijs.
Purtroppo l'esatta cronologia della sua prima produzione artistica è ostacolata dal fatto che Canaletto non aveva l'abitudine di firmare i suoi lavori, consuetudine interrotta fortunatamente dal 1740 in poi.
Intorno al 1730 Canaletto venne avvicinato dal potente collezionista inglese Joseph Smith, futuro console britannico, che divenne poi il suo principale committente e a cui fartista dedicò la serie di acqueforti dal titolo "Vedute altre prese dai Luoghi altre ideate" (1744).

Tramite questo rapporto Canaletto ebbe costanti rapporti con l'aristocrazia britannica, tanto da trasferirsi a Londra dal 1746 al 1756.
Di questo soggiorno restano alcune belle vedute dei luoghi più suggestivi della capitale.
Canaletto dovette esporre anche a Parigi intorno al 1754, notizia questa emersa in anni recenti ma purtroppo non suffragata da documenti.
Ritornato a Venezia definitivamente nel 1760, Canaletto dovette aprire una bottega.
Il suo successo, ormai offuscato dal calo di qualità della sua pittura, non fu degnamente premiato dall'Accademia di Belle Arti ché gli rifiutò ripetutamente dei suoi lavori, suscitando forti critiche..., per mettere a tacere le polemiche, nel 1765 venne accettato "Capriccio con colonnato e cortile" (Venezia, Galleria dell'Accademia).
Canaletto morì il 20 aprile 1768, dopo una lunga malattia.


La grande passeggiata - Antonio Canal il Canaletto
Olio su tela cm. 51 x 76


Il vedutismo veneziano è una delle più alte espressioni dell'arte figurativa sviluppatasi sotto gli auspici del razionalismo che permea la cultura illuministica: la ricerca del vedutismo si incentra sul problema della percezione delle immagini, evitando una riproduzione 'fedele' degli aspetti del reale per far emergere invece l'ordine intellettuale, la trama razionale della visione.
Il vedutismo rigetta dunque tutta quell'elaborazione illusionistica e quella ricerca di effetti 'falsi' alla cui insegna si è svolta la cultura figurativa barocca, affinché dalle scenografie in cui è lasciato libero spazio all'immaginazione si passasse a immagini ancorate alla realtà e sorvegliate da una tecnica rigorosa.
L'opera del Canaletto è dominata proprio da questa esigenza di analisi critica del patrimonio figurativo barocco e di richiamo all'ordine.
Canaletto è, come il padre, scenografo, e questa base tecnica lo familiarizza con i metodi più sofisticati di elaborazione prospettica dell'immagine, e quindi con il senso più profondo dell'eredità barocca, che egli però vuole riportare a criteri di razionalità e verosimiglianza.
Per lui la prospettiva non è più stratagemma e finzione, bensì una rigorosa costruzione nello spazio e condizione intellettuale della percezione cha organizza secondo un ordine strutturale gli stimoli sensoriali della visione: luce e colore. La prospettiva dunque distribuisce e compone i piani d'ombra e di luce, ed incorpora una determinata quantità di luce in ogni nota di colore, che viene deposto sulla tela con un tocco perfettamente calibrato.
Si costituisce così una trama fitta e precisa che riesce a far emergere sulla superficie del quadro il complesso dei valori spaziali e proporzionali.
Nel Canaletto le vedute più affascinanti e gli scorci più suggestivi della città, che ne colgono gli aspetti monumentali e urbanistici di rilievo insieme alle manifestazioni tipiche della vita sociale e culturale, sono organizzati in visioni di grande respiro spaziale e di straordinaria intensità luminosa, in cui le figure compaiono come puri elementi di colore, personaggi di una folla animata e variopinta.


VEDI ANCHE . . .

PROSPETTIVA CON PORTICO (1765) Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto

CAPRICCIO ARCHITETTONICO CON ROVINE ED EDIFICI CLASSICI - (1756) - Canaletto

SEPPELLIMENTO DI SANTA LUCIA (Burial god St. Lucia - Caravaggio


SEPPELLIMENTO DI SANTA LUCIA (1608)
Caravaggio (1573-1610)
Pittore italiano
Chiesa di Santa Lucia a Siracusa
Olio su tela cm. 400 x 300
CLICCA IMMAGINE per un'alta risoluzione
Pixel 2500 x 1750 - Mb 2,03


La tela raffigura Santa Lucia mentre sta per essere deposta nella tomba con la benedizione del vescovo Orosco, riconoscibile perla mitra, il pastorale e i guanti.
Al suo fianco un armigero dirige le operazioni: il suo comando fa muovere i due nerboruti becchini intenti a scavare la fossa dove la Santa troverà, in questa terra, l'eterno riposo e l'oblio delle sofferenze che ha appena patito.
Alcune persone, convenute sul luogo a salutare la giovane, partecipano in modo individuale al dolore per quella perdita.
Ha appena pianto il vecchio che appoggia la testa alla mano nella quale stringe un fazzoletto bianco, mentre una donna lo osserva con un'espressione di arcigna sofferenza.
Fa capolino fra loro la testa di un uomo pensieroso, mentre sulla destra un altro viso maschile - già ritenuto un autoritratto del pittore - è attratto da qualcosa che noi non vediamo.
Con contenuto e dignitoso dolore la vecchia madre sembra sul punto di inginocchiarsi a fianco della figlia o di piegarsi su se stessa per trattenere un improvviso singhiozzo.

Iconograficamente la composizione ricorda la Vergine che piange il Cristo deposto dalla Croce, proprio come assomiglia a San Giovanni il giovane col manto rosso (forse il fidanzato pentito?) che guarda la Santa con doloroso rammarico.

Su tutto incombe l'alto muro scabro che aumenta il senso di silenzio e di dramma vissuto dai protagonisti focalizzando l'attenzione sul corpo privo di vita di Lucia.
La luce scorre sul suo viso riverso fermandosi sulle parti in rilievo (il mento, il labbro superiore, le narici, le sopracciglia) scivolando poi sul collo, sul seno e sul braccio destro che, finito lontano dall'altro appoggiato sul ventre forse nell’attimo in cui la Santa è stata trasportata e deposta a terra, esprime col suo totale abbandono l'inerzia di quel corpo ormai privo di qualsiasi moto vitale.


L'opera

È la prima delle opere eseguite in Sicilia dal Caravaggio, fuggito dalle carceri di Malta il 6 ottobre 1608 e approdato a Siracusa dove ottenne subito la protezione di Mario Minniti, suo amico e collega già nel tempo romano, che lo raccomandò al Senato siracusano perché lo facesse lavorare.
Si deve al Minniti, secondo il Susinno, la commissione di questa tela al Caravaggio, mentre, secondo una testimonianza dell'inizio dell'Ottocento, l'opera sarebbe stata commissionata dal vescovo Orosco, che compare fra i protagonisti del dipinto.
La tela fu dipinta in meno di due mesi perché nel dicembre Caravaggio era già probabilmente a Messina.


La storia di Santa Lucia

Lucia era una ricca siracusana vissuta al tempo di Diocleziano che, sospinta dalla fama di Sant'Agata, si era recata a visitarne la tomba con la madre malata per chiederne la guarigione.
Nell'occasione, Lucia ebbe una visione: le apparve Sant'Agata che le diceva che sua madre sarebbe guarita e la invitava a far voto di castità.
Avendo la Santa distribuito gli averi ai poveri e rifiutato il fidanzato, fu da questi accusata di essere cristiana.
Essendosi rifiutata di sacrificare agli idoli come le aveva chiesto il console Pascasio, Lucia fu condannata ad essere violentata ma il suo corpo divenne così pesante che nessuno, neppure un paio di buoi, riuscì a smuoverla.
Pascasio decise allora di farla bruciare ma anche le fiamme lasciarono indenne il suo corpo finché i soldati, avvertendo il disorientamento del loro capo, le trafissero la gola con la spada.


VEDI ANCHE ...

CARAVAGGIO - La riforma del Caravaggio ed i caravaggeschi

La vita di Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO

LA MORTE DELLA VERGINE - Caravaggio

DECOLLAZIONE DEL BATTISTA - Caravaggio

BACCO - Caravaggio

SAN GIOVANNI BATTISTA - Caravaggio

SUONATORE DI LIUTO - Caravaggio

GIUDITTA E OLOFERNE - Caravaggio

SETTE OPERE DI MISERICORDIA - Caravaggio

SEPPELLIMENTO DI SANTA LUCIA (1608) - Caravaggio 


RIPOSO NELLA FUGA IN EGITTO - Caravaggio

CENA IN EMMAUS - Caravaggio

BACCHINO MALATO - Caravaggio

CANESTRO DI FRUTTA - Caravaggio

RAGAZZO MORSO DA UN RAMARRO - Caravaggio

MARTIRIO DI SAN MATTEO - Caravaggio


martedì 23 febbraio 2010

Opere minori di Machiavelli - Canti - L'asino d'oro - Clizia - Belfagor - Dialogo sulle lingue - Primo Decennale - Secondo Decennale - Capitoli

Opere minori di Machiavelli


Numerose, sempre originali, scritte con linguaggio di esemplare chiarezza furono le opere del Machiavelli.

Il Machiavelli fu cittadino che visse la vita varia e tumultuosa della sua città.

Probabilmente della sua giovinezza sono sei canti carnascialeschi, dei quali notevoli il "Canto degli spiriti beati", che è un ammonimento alla concordia cittadina, e il "Canto dei vomiti", dove non mancano allusioni ironiche alla rovina del mondo profetata dal Savonarola e dai suoi partigiani.

Una pagina tutta lirica è una "Serenata" in ottave, dove, ad impetrare amore, l'amante narra la storia di crudeli donne della mitologia, punite alla fine dagli dèi.

Così pure della giovinezza si crede la novella di "Belfagor"..., nella quale Machiavelli afferma che i vari diavoli non sono quelli dell'Inferno, ma gli uomini che vivono sulla terra.
Nella novella, ritraendo un vecchio motivo, il Machiavelli narra come, lagnandosi la più parte dei dannati di aver meritato l'inferno per colpa della moglie, i giudici infernali, per convincersi dell'accusa, mandano un diavolo nel mondo, Belfagor, che, sotto forma di uomo, prenda moglie e dopo dieci anni ritorni laggiù nell'inferno, a riferire intorno al matrimonio.
Belfagor si stabilisce a Firenze sotto il nome di Roderigo di Castiglia..., e, tra le tante concorrenti alle sue ricchezze, sposa monna Onesta Donati.
La quale mette sù superbia e vuole che il marito arricchisca i suoi fratelli e la aiuti a maritare le sorelle, e sfoggia su tutte le altre, nelle feste di San Giovanni..., e lo precipita nei debiti, tanto che egli è costretto a fuggire da Firenze, inseguito dai creditori..., e trova ancora pace nell'inferno, dove il vivere è più bello, che in questo mondo con la moglie.

Della giovinezza di Machiavelli ci è giunto il "Primo Decennale", cioè la storia delle sventure italiane, nel decennio dal 1494 al 1504.
E' un canto in terzine diretto ai fiorentini, le cui imprese costituiscono come il centro del racconto: ed è più un compendio di cronistoria che una pagina di poesia.

Ma la più parte degli scritti anche letterari del Machiavelli fu composta dopo il 1512: l'anno per lui tristissimo, in cui si vide rimosso dalle funzioni pubbliche e oppresso da ogni miseria.

E' dopo di allora il "Secondo Decennale", rimasto frammentario, che giunge narrando fino alle sconfitte dei Veneziani per parte della lega di Cambrai montata loro contro da Giulio II.

Dopo di allora si colloca uno strano poemetto in terzine: "L'Asino d'oro", del quale non sono rimasti che otto brevi capitoli.
Il poeta si propone di narrare ciò che gli accadde, e ciò che vide, tramutato in asino da Circe (la famosa maga dell'Odissea, che convertiva in bestie i suoi amanti).
Il motivo iniziale è suggerito dalla "Metamorfosi" (o volgarmente Asino d'oro) di Apuleio, nel secondo libro..., ma il poeta non arriva fino a trattare della propria trasformazione in asino, ma si limita ai preliminari, per così dire, di essa: e alle sue conversazioni e amori con un'ancella di Circe.
Hanno non poco valore le considerazioni che, nel capitolo quinto, l'autore fa sull'ampliamento e sulla conseguente fatale rovina degli Stati: ordine questo voluto da Dio, perché nulla stia mai fermo sotto il sole, e l'uomo sia costretto a tener continuamente esercitata la sua energia.
Molte e oscure le allusioni satiriche del settimo capitolo, dove il futuro asino, in una specie di cortile del palazzo di Circe, contempla i molti animali, che già furono uomini famosi o della politica o delle lettere.
Notevole il capitolo ultimo.
L'autore crede naturalmente che gli ex-uomini amanti di Circe desiderino la perduta vita umana.
No. Interrogati in proposito, dimostrano quanto le bestie siano più sagge e più felici degli uomini.
Il motivo deriva da un dialogo del filosofo greco Plutarco, il "Grillo" (nome del protagonista) "intorno alla intelligenza, dei bruti"..., dove si esalta, su quella dell'uomo, la sapienza delle bestie.

Il concetto della miseria e imperfezione dell'uomo al paragone delle bestie trovò poi larga eco nella letteratura scettica e pessimistica.

Né mancano al Machiavelli minore i "Capitoli"..., forma di poesia famigliare in terzine, che conseguì grande fortuna. Uno, contro la "Ingratitudine", fu probabilmente scritto prima del 1512 e forse quando alcuni suoi avversari lo volevano escluso dagli uffici pubblici.
L'autore si conforta con esempi insigni di ingratitudine popolare: tra cui quello di Scipione Africano.

Degli anni dell'esilio invece è il "Capitolo di Fortuna":.., lunga allegoria di quella capricciosa dea, che al pensatore politico si presentava come l'avversaria di tutti i provvedimenti della sapienza e della virtù.

Più importante il "Capitolo dell'Ambizione"..., nella quale il Machiavelli scorge la rovina degli Stati.

E si suppone del tempo dell'esilio il "Dialogo sulle lingue", con il quale l'autore entra nella questione, allora dibattutissima, se la lingua dei grandi Trecentisti dovesse dirsi italiana, toscana o fiorentina.
La parte centrale dello scritto è un dialogo fra il Machiavelli e Dante, nel quale Dante finisce per confessare che la lingua aulica, in cui egli scrisse, non è, in fondo, che la lingua fiorentina.

Ma un cenno a parte merita, tra le opere minori del Machiavelli, la "Mandragola", una delle più licenziose, ma anche delle più profonde e vivaci commedie del Cinquecento.

Troppo meno importante della "Mandragola" è la "Clizia", ricalcata sulla "Casina" di Plauto.
Ha per motivo l'amore che per Clizia nutrono il vecchio Nicomaco, alla cui custodia fu già affidata, e il figlio di lui Cleandro: che naturalmente é l'amato dalla fanciulla e diviene alla fine suo marito.

Sono poi attribuite al Machiavelli due commedie senza titolo..., una in prosa, di solo tre atti, ha per protagonista un frate: frate Alberigo, dello stesso stampo di frate Timoteo..., l'altra, in versi, poggia su equivoci di nomi.

Il Machiavelli tradusse in prosa la "Andria", capolavoro di Terenzio.


lunedì 22 febbraio 2010

CAPRICCIO ARCHITETTONICO CON ROVINE ED EDIFICI CLASSICI (Architectural Capriccio with ruins and classical ) Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto


CAPRICCIO ARCHITETTONICO CON ROVINE ED EDIFICI CLASSICI (1756 circa)
Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto
Pittore italiano del XVIII secolo
Museo Poldi Pezzoli a Milano
Tela cm. 124 x 91


In primo piano è una costruzione in rovina della quale restano due archi, uno dei quali, meglio conservato, ospita un sarcofago.

In secondo piano sono altre costruzioni anticheggianti meglio conservate.

In lontananza s'intravede la cupola di una chiesa, probabilmente quella di San Pietro, il che suggerisce che Canaletto abbia costruito la sua veduta pensando a Roma.

Fra le rovine ci sono alcuni pastori.

Una luce opaca bagna dalla sinistra la composizione, lasciando trasparire una artificiosità d'insieme.

Infatti siamo lontani dalle limpide immagini giovanili, dall'abbagliante luce cristallina e dalle nitide soluzioni formali.

La data di esecuzione dovrebbe cadere intorno al 1756, forse eseguito da Canaletto immediatamente prima del suo rientro in Italia..., infatti la sua ricomparsa a Londra induce a pensare che si tratti di un lavoro eseguito in Gran Bretagna.

In passato è stato suggerito che questa veduta sia pendant del "Capriccio con motivi padovani", oggi al Kunsthalle di Amburgo.


L'opera

Comparso nel mercato antiquario di Londra nel 1929, il quadro è stato acquistato presso Sotheby dal mercante di Monaco di Baviera Bottenweiser..., nel 1931 passò alla Collezione Bòhelr, quindi in quella di R. Langton Douglas che lo rivendette al Museo Poldi Pezzoli di Milano dove si trova ancora oggi.

Della veduta sono segnalate ben quindici repliche, fra le quali segnalo quella nella collezione inglese Saumarez.


VEDI ANCHE . . .

Giovanni Antonio Canal, detto il CANALETTO - Vita e opere

PROSPETTIVA CON PORTICO (1765) Giovanni Antonio Canal, detto il Canaletto


sabato 20 febbraio 2010

LUDOVICO ARIOSTO - Vita e opere (Life and works)

LUDOVICO ARIOSTO

CARATTERI DEL SECOLO

Ritratto di Ludovico Ariosto (1508-1510)
Attribuito a Tiziano Vecellio
Il Cinquecento è nella nostra letteratura quello che il secolo di Augusto nella letteratura latina, o il secolo di Luigi XIV nella francese.
A sua volta prese anche esso il nome di un munifico protettore delle lettere, e fu chiamato il secolo di Leone X.
La letteratura volgare risorge in esso, robusta di tutti gli elementi vitali della cultura umanistica: risorge più ricca di pensiero critico e di esplorazione storica e più splendida di forma.
Nei primi decenni fioriscono scrittori che basterebbero ad onorare tutto un secolo: come il Machiavelli e l'Ariosto.
Ma assai presto l'ammirazione verso le letterature antiche si traduce nella imitazione e nella riproduzione.
I prodotti più spontanei della letteratura nazionale, e che sarebbero stati capaci di ulteriore sviluppo, cadono nel disprezzo e sono sostituiti dai generi, che parvero loro corrispondere, della letteratura classica.
Così in Italia scomparvero le Sacre rappresentazioni - dalle quali in Spagna e in Inghilterra sarebbe venuto il teatro moderno - e vennero di moda le commedie regolari a imitazione di Plauto e di Terenzio, e le tragedie ad imitazione di Sofocle, di Euripide e di Seneca.
Presto morì il libero poema cavalleresco, e gli succedette il regolare poema epico, alla maniera di Omero e di Virgilio.
Così per imitazione nacquero i poemi didascalici, e la favola pastorale, amplificazione delle Bucoliche di Teocrito e di Virgilio, e la satira negli spiriti di Orazio..., come i dialoghi sul modello di Cicerone.
Per la poesia lirica i tentativi di imitazione della lirica greco-romana furono posteriori..., per la lirica nel Cinquecento si pose come canone l'imitazione petrarchesca.

Il dogma dell'imitazione diventa quindi fondamentale nel Cinquecento, e il principio che la forma esista per sé, indipendentemente dal contenuto.
Quindi nascono - partendo dalla "Poetica" e dalla "Retorica" di Aristotele e con carattere prevalentemente precettistico - i primi studi sulla natura della poesia: e si moltiplicano le indagini sull'arte del dire.
La personalità dello scrittore si attenua e si diffonde quell'uniformità, che è un altro dei caratteri della letteratura cinquecentesca: la quale perde via via i suoi simpatici e vividi caratteri regionali.
Anche la lingua diventa nel Cinquecento uniforme m tutta Italia: o si modelli sulla lingua dei grandi Trecentisti toscani, o resista ad essi in nome di un più corretto e dignitoso linguaggio latineggiante.
Ci si avvia così a quel convenzionalismo, contro cui reagirà, e in quel secolo e dopo, consapevolmente o no, non piccola parte della letteratura.



NOTIZIE SULLA VITA di LUDOVICO ARIOSTO

Ludovico Ariosto, uno dei maggiori poeti d'Italia, nacque nel 1474 a Reggio Emilia, di famiglia patrizia.
Il padre Niccolò era capitano di quella fortezza, a nome del duca di Ferrara.
Inviso per il suo aspro governo, Niccolò venne a stabilirsi con la numerosa famiglia (dieci figlioli !) a Ferrara.
Ludovico fu messo a studiare leggi..., ma egli si ribellò a quelle 'ciance': e il padre gli concesse di dedicarsi alle lettere.
Apprese il latino e gli dolse di non poter apprendere il greco..., Orazio, il poeta dal sereno epicureismo e dall'arguta sapienza, fu dei poeti antichi quello che lo sedusse.
Ma nel 1500 gli morì il padre..., ed egli dovette lasciare da parte, almeno per il momento, gli studi diletti per darsi ad amministrare i beni della dote materna, pensare a collocare i fratelli minori, provare quelle angustie e miserie della vita, che troveranno principalmente espressione nelle "Satire" e impronteranno di ironia talvolta, amara anche il sorridente fantastico mondo dell'Orlando Furioso.
Entrò più tardi, in qualità di gentiluomo, al servizio del cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca Alfonso I.
E fu adoperato in varie ambascerie: una volta a Roma (I509), per ottenere dal pontefice Giulio II - allora nemico ai Veneziani - aiuto contro di essi..., che furono vinti, poco dopo, sul Po.
Due altre volte andò da quel papa: per conciliarlo agli Estensi, alleati di Luigi XII di Francia (Ercole II ebbe in moglie Renata, figlia di quel re).
Giacché, prima favorevole ai Francesi contro i Veneziani, che avevano occupato terre della Chiesa, Giulio II fu poi loro avversissimo, con la lega Santa: che portò all'espulsione dei Francesi dall'Italia.
Furono missioni fallite.
Nel 1513 l'Ariosto si recò una terza volta a Roma, per felicitare il nuovo pontefice Leone X, già suo amico da cardinale.
Egli baciò il piede al Santo Padre, e il Santo Padre baciò a lui l'una e l'altra gota..., ma lasciò che il poeta - che molto si riprometteva da lui - ritornasse a mani vuote.
Gli è che i Medici (Leone era figlio di Lorenzo il Magnifico) odiavano gli Estensi..., e a lungo durò tra le due famiglie la questione della priorità.
L'uomo degli Estensi non poteva quindi piacere troppo a quel papa, che pure onorò poeti di tanto a lui minori.
Ben più confacente al carattere di Ludovico fu l'ufficio - come si sarebbe detto poi - di direttore degli spettacoli della Corte, che suggerì o impose al poeta di comporre le sue commedie.

In realtà Ludovico Ariosto non era fatto per servire, anche se si sforzava di servire del suo meglio.
Fino dal 1516, a1 cardinale Ippolito suo padrone aveva dedicato il "Furioso": e il cardinale, per tutto ringraziamento, gli aveva chiesto dove mai avesse pescato tante corbellerie.
Non si poteva essere più grossolani con il meraviglioso artista.
Un anno dopo, nominato vescovo di Budapest in Ungheria, il cardinale voleva che il suo servitore lo seguisse..., ma il servitore non lo volle seguire.
Il piccolo e incerto stipendio non doveva far di lui uno schiavo.
E poi egli era innamorato di una bella donna: Alessandra Benucci, fiorentina, vedova di Tito Strozzi: da lui incontrata a Firenze nel suo ritorno dall' ambasceria a Leone X.
E, insomma, non partì.
E il cardinale lo rimosse dal suo servizio.

Allora lo prese con sé il duca Alfonso..., il quale lo mandò come commissario nella Garfagnana, contrada allora selvaggia dell'Appennino, tra le province di Modena e di Lucca, che, contesa lungamente fra Lucchesi, Pisani, Fiorentini, si era data agli Estensi.
Governare significava molte cose: amministrare la giustizia, esigere i tributi, tenere in freno i masnadieri.
Ma non è sempre vero che i poeti manchino del senso pratico. (Eh)...
Ludovico, da Castelnuovo, governò molto onestamente e diligentemente, come pare dalle non poche lettere al duca che scrisse in quel tempo, e da quelle del duca a lui..., e più e meglio avrebbe fatto, se il duca - che non voleva inimicarsi quei nuovi sudditi - lo avesse maggiormente appoggiato.
Certo, egli andava con l'anima sempre a Ferrara.
E non gli parve vero di ritornarvi, dopo i tre anni di governo che egli considerò come esilio.
Voleva la tranquillità.
E per amore di essa rifiutò il posto, onorifico, di ambasciatore residente a Roma presso Clemente VII.

Era sui cinquanta: l'età del riposo per gli uomini, come l'Ariosto, che non hanno ambizioni.
Il poeta - che, con la modestia della sua vita, era riuscito a metter da parte qualche risparmio - comprò in contrada Mirasole una vigna, e vi costruì una casa, molto alla buona, che si conserva ancora, e nella facciata fece apporre un distico latino, che dice tutto il rammarico suo contro la non prospera fortuna, ma anche tutta la nobiltà del suo animo...

"Parva sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non Sordida, Parta meo sed tamen aere domus"

"Casa... piccola ma adatta a me, ma non obbligata ad alcuno, ma non sozza, e comperata col mio danaro".

Sposò allora la sua donna..., segretamente, per non perdere certe rendite ecclesiastiche, le quali non potevano, secondo i canoni, esser godute che da celibi.
E rimase lì, a leggere i suoi latini, a coltivare il suo orto, a correggere, per la terza volta, il suo "OrlandoFurioso".
La prima edizione era apparsa, come ho già detto, il 1516..., la seconda, con miglioramenti nella lingua e nello stile, il 1521..., ora, nel 1532, comparve la terza e definitiva edizione: con nuovi episodi, che mancavano alle prime, e che accrescevano il numero dei canti da quaranta a quarantasei.
Come il "Furioso" fu così compiuto, l'Ariosto si recò a Mantova, a presentarne copia all'imperatore Carlo V, alla cui parte erano - da quella francese - passati i duchi d'Este..., e, conseguentemente, il poeta.
L'imperatore ci teneva a mostrarsi cortese verso poeti e pittori.
A Venezia si abbassò una volta a raccogliere il pennello di Tiziano.
E' da supporre che egli accogliesse il "Furioso" con più garbo che non il cardinale.
Anzi, corse fama che l'imperatore volesse incoronare il poeta.
Ma l'incoronazione la celebrarono i posteri.
Egli morì un anno dopo quel viaggio, nel luglio del 1533.

La ingenuità, la bontà, la timidezza e la perplessità furono i caratteri dell'Ariosto intimo, come si rileva dalla biografi che di lui scrisse un quasi contemporaneo, Giambattista Piglia..., e una distrazione che ha dell'incredibile.
Amava la vita sobria. Si dilettava di agricoltura..., ma l'inesperienza in materia era grande..., seminò una volta dei capperi, e poi si accorse che erano sambuchi.
Gli piaceva l'architettura, e si doleva che non gli fosse così facile " il mutar le fabbriche come li suoi versi".
Ci è pervenuto il suo ritratto, attribuito a Tiziano.
Occhi grandi spalancati, sguardo assente: amplissima fronte: un volto - dice in un sonetto il Carducci - che "lo stupor dei gran sogni anco ritiene" - il volto di un poeta.
Ma quel poeta nato non si dette mai l'aria e la posa dell'inspirato e del genio.
Accettò la realtà con la sua prosa, con le sue esigenze e le sue asprezze.
Ora un poco brontolone, ora sorridendo rassegnato ai guai e agli errori della vita, si sentì sempre uomo tra gli uomini: non ultima causa della simpatia che irradia dalla sua opera, così vivida di splendore fantastico, così ricca di sapienza e di esperienza umana.


VEDI ANCHE . . .












venerdì 19 febbraio 2010

ORLANDO FURIOSO - Ludovico Ariosto


LA FAVOLA DEL POEMA

Dopo aver presentato le opere minori di Ludovico Ariosto, ora non resta che entrare nel sorridente mondo fantastico dell'Orlando Furioso, perché l'Ariosto è tutto in quest'opera: alla quale lavorò la parte migliore della sua vita, con serietà ed amore grandissimi: come si può vedere dalle innumerevoli correzioni dei suoi manoscritti: e dal confronto della prima edizione con la terza. Si può dire perciò che il poema, che sembra dei più spontanei della nostra letteratura, sia in realtà dei più pensati e dei meno improvvisati..., a dire lucidamente tutto il proprio mondo interiore i poeti arrivano con fatica, tanto più, quanto più sono grandi.


ECCO LA TRAMA DEL RACCONTO

Già Matteo Maria Boiardo aveva condotto sotto le mura di Parigi Agramante re d'Africa con tutti i suoi re, e Marsilio re di Spagna. Ora, le varie peripezie di quel favoloso assedio rimangono come il filone centrale del poema ariostesco, come il punto di riferimento a cui, dai luoghi più lontani e per le vie più diverse, è ricondotto il racconto.
I Cristiani, da principio, sono vinti. Angelica, la donna tanto contrastata, che Orlando aveva condotta, attraverso mille pericoli, in Francia, Angelica, che l'imperatore Carlo Magno voleva dare in premio a quello dei paladini che uccidesse più copia d'infedeli..., come sa che i Cristiani sono rotti, si mette a fuggire, inseguita da Rinaldo, che ella odia cordialmente. Ma egli ne perde la traccia..., e poi è mandato da Carlo Magno a fare soldati in Inghilterra. E intanto appare Bradamante, feroce guerriera e tenerissima donna, sorella di Rinaldo, amante di Ruggero pagano (il poeta immagina, come già il Boiardo, che da loro discenderà la casa d'Este). Essa cerca appunto di Ruggero, che la buona maga Melissa, la sua protettrice, le ha detto esser chiuso in un castello dei Pirenei, dove il mago Atlante (che ha preveduto che Ruggero si sarebbe fatto cristiano) lo tiene prigioniero, in mezzo ad ogni dolcezza. Atlante raccoglieva difatti in quel castello incantato tutte le belle donne, che trovava per quelle contrade. Le rapiva, calando su un cavallo alato (ippogrifo)..., e con uno scudo che abbacinava, appena si scoprisse, faceva cader tramortito chiunque volesse contrastargli.

Bradamante possedeva un anello già di Angelica, che rendeva vani tutti gli incantesimi. Grazie a questo, sfida Atlante: e lo prende. Non ha coraggio di ucciderlo..., ma libera Ruggero.
Il castello è sparito..., ma Ruggero vuole cavalcare l'ippogrifo..., vi monta sopra e imbraccia lo scudo incantato..., e l'ippogrifo sale velocissimo, lasciando desolata Bradamante, e trasporta il giovane (e in ciò si adempie ancora la volontà di Atlante) nell'isola della bella Alcina..., una seduttrice che, saziatasi degli amanti, li convertiva poi in alberi, in fonti, in animali, e così via. Ma la buona Melissa sovviene anche questa volta alla sua protetta. Sotto le sembianze dello stesso Atlante, ella libera Ruggero, cioè lo fa arrossire del suo indegno amore..., una donna saggia, Logistilla, gli insegna a domare l'ippogrifo, ed egli poggia in alto, con l'idea di ritornare in Francia a Bradamante sua.


Ruggero libera Angelica (1819)
Jean Auguste Dominique Ingres (1780-1867)
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm. 147 x 190


E inutile dire che anche Orlando è entrato in azione. Fermo di seguire Angelica, parte solo da Parigi, in cerca della donna che non troverà mai..., percorre la stessa via che ella percorre..., ma arriva sempre troppo tardi. Angelica, sorpresa dai Corsari, è portata all'isola di Ebuda, dove, secondo un'usanza del luogo, deve essere offerta a un mostro marino. Orlando s'avvia a quella volta..., ma prima vi era arrivato, sull'ippogrifo, Ruggero. Il quale libera la donna, abbacina con lo scudo la fiera..., si toglie Angelica in groppa. Ma quando scende in terra per trovarsi più ad agio con lei, Angelica gli leva di mano l'anello già suo e, mandato da Bradamante a Ruggero..., se lo mette in bocca, e si rende invisibile..., l'anello aveva anche questa virtù. Per colmo di sventura, a Ruggero sfugge l'ippogrifo.
Intanto, nell'isola di Ebuda, un'altra bella donna è offerta: l'infelice Olimpia. Orlando la libera..., ed uccide il mostro, entrandogli con un palischermo e un'ancora in gola, e trascinandolo poi boccheggiante sulla riva. E riprende la sua vana ricerca.

Ora il poeta ci trasporta a Parigi, cinta d'assedio.
Carlo Magno supplica Dio..., il quale manda l'arcangelo Michele a cercar del Silenzio (che guidi nella notte, inavvertite, le schiere di Rinaldo dall'Inghilterra) e della Discordia (che separi l'uno dall'altro i tremendi assalitori). L'arcangelo trova la Discordia là dove meno avrebbe creduto, in un convento..., dove c'è anche la Frode, che gli insegna, alla sua volta, dove pescare il Silenzio. E guidate dal Silenzio, le schiere di Rinaldo arrivano a Parigi, sul punto che si incomincia l'assedio della città, nel quale giganteggia la figura di Rodomonte, re di Algeri, che, lui solo, mette a ferro e fuoco Parigi..., finché Carlo Magno, coi paladini, riesce a spingerlo fuori delle mura..., mentre Rinaldo prende gli assedianti alle spalle. Allora anche l'imperatore esce dalla città. Gli assedianti diventano assediati. Dardinello, con la sua resistenza, con l'eroica morte, indugia l'eccidio totale dei Saracini: che si rinchiudono nelle trincee. Un giovinetto, Medoro, un oscuro soldato di Dardinello, con l'amico Cloridano, esce per seppellire il suo re. Sorpreso da una schiera di Cristiani, cade trafitto ed è lasciato per morto. Angelica, sfuggita dalle mani di Ruggero, col suo anello che la rende invisibile ha potuto intanto scorrere sicura gran parte di paese. Sopraggiunge a Medoro che muore. Ha pietà del bel giovinetto. Lo guarisce con le arti, che ella apprese nel suo Oriente..., si innamora di lui, con lui passa alcuni giorni di felicità presso un pastore..., e con lui parte per Barcellona, donde s'imbarcherà per l'India, per incoronarlo re del Cataio. Così Angelica, a mezzo del poema, scompare per sempre.


Angelica e Medoro
Simone Peterzano (1540-1596)
Olio su tela (collezione privata)


Ed ecco che Orlando, seguitando nella sua ricerca, arriva, in un pomeriggio ardente, nel boschetto caro ad Angelica e a Medoro. Nei tronchi degli alberi vede incisi i loro nomi: sull'entrata di una spelonca legge una troppo lunga e troppo eloquente inscrizione. Teme di aver compreso. Ospita dal pastore che gli narra, credendo di dissipare la sua tristezza, la storia dei due amanti, e gli mostra una gemma, datagli da Angelica, perché si pagasse: una gemma che egli, Orlando, aveva già regalato alla donna!
Quella notte il paladino non dorme. Il giorno seguente rompe in una pazzia furiosa. Fuori di sé, ignudo, scorre la Francia, devastando e spaventando. Ritrova Angelica, che sta per imbarcarsi..., ma non la riconosce e non è riconosciuto. Valica, a nuoto, lo stretto di Gibilterra, e passa in Africa.

Ruggero entra in un palazzo incantato (fatto sorgere da Atlante, che non vuole assolutamente lasciar che il giovine vada a Bradamente), perché gli è parso di udire la voce della sua cara donna, che lo chiami. Si aggira di stanza in istanza, senza ritrovarla mai. Melissa sa dell'inganno. E accorre con Bradamante a quel palagio..., avvertendola che uccida subito chi le sembrerà Ruggero: solo così cadrà l'incanto. Ma la donna non ardisce colpire lo spettro dell'uomo che ama: ed anch'ella resta presa nel palagio. Se non che il paladino Astolfo, già uno degli amanti di Alcina, da lei convertito in mirto, e poi ritornato nella forma di uomo da Melissa - il più pazzo avventuriero del poema - arriva a proposito. Egli possiede un libro, che gli insegna tutti gli incanti e il modo di distruggerli..., possiede un corno di un suono formidabile..., suona: e il castello va in fumo..., e Bradamante e Ruggero si ritrovano finalmente. Ma la donna, prima di dar la mano di sposa a Ruggero, esige che egli si faccia cristiano. Egli le ubbidirebbe subito..., ma vuole prima attendere che l'assedio di Parigi termini: non gli basta l'animo di abbandonare nel pericolo il suo re Agramante. Bradamante ritorna al suo castello di Montalbano e Ruggero si reca al campo di Agramante. Per via si accompagna con una guerriera, Marfisa, che non gli dispiace..., e Bradamante, che viene a saperlo, si cuoce dalla gelosia.

I Saraceni ritornano ad assediare Parigi. L'arcangelo Michele ripesca la Discordia, che sedeva in un capitolo di frati, raccolti per l'elezione del superiore..., le rompe un manico di croce sulle spalle..., la rivuole al campo dei Saraceni. Ed essa ci ritorna, difatti..., e questa volta adempie assai bene al suo ufficio. Pei motivi più vari, i pagani più formidabili vengono poco meno che alle armi l'uno contro l'altro: Gradasso e Ruggero, Marfisa e Mandricardo, Rodomonte e Sacripante. Il più infelice è Rodomonte. Convinto che Doralice lo ami, e che subisca, per forza, Mandricardo, la invita a scegliere fra loro due..., ed ella sceglie Mandricardo.
Rodomonte parte pieno d'ira contro le donne: quasi impazzisce anche lui come Orlando. Si ferma a Mompellieri, presso una chiesetta abbandonata, su un fiume:m di qui passa la buona Isabella, che si porta con sé la bara del suo Zerbino. Rodomonte se ne invaghisce, ma ella preferisce essere uccisa, anzi che posseduta da lui. Ricorre perciò ad una bugia..., gli dice che sa preparare un liquore, che rende invulnerabili..., glie lo insegnerà, se egli le promette di non offenderla. Spreme delle erbe, se ne unge il collo, invita Rodomonte a colpire. Il rozzo uomo la decapita. Ad espiare il suo errore, converte la chiesa in sepolcro di Isabella e costruisce uno stretto ponte sul fiume. Chiunque passerà, dovrà contrastare con lui, ed egli appenderà le armi del vinto come trofeo dovuto alla morta. Di là non si vuol muovere, per quanto Agramante lo richiami.
Bradamante, che vuole aver nuove di Ruggero, passa su quel ponte. Una lancia d'oro incantata la rende vincitrice. Allora Rodomonte, per la vergogna, va a nascondersi in una grotta, e giura di non vestire più armi, per un anno, un mese e un giorno.

Rinaldo, con una schiera dei suoi fedeli, è arrivato alle spalle dei Saraceni, e ne fa strage. Agramante si salva a fatica, e si ritira ad Arli in Provenza, con la poca gente che gli resta. Ad Arli si trova Ruggero. Bradamante, gelosa, viene, lo sfida. E si lascia vincere. Anche Marfisa è intervenuta. Bradamante le si avventa. Ma una voce di sotterra - la voce di Atlante (che, morto pel dolore di aver perduto al paganesimo Ruggero, era sepolto là) - chiarisce che Marfisa è la sorella di Ruggero: rapita ancora bambina dai pagani. Ruggero abbraccia la inaspettata sorella, le rivela il suo amore per Bradamante, e narra la storia dei suoi antenati, a incominciare, nientemeno, che da Ettore. Ne risulta che cristiani sono originariamente Ruggero e Marfisa, la quale vuol subito ricevere il battesimo.

Ma a dare la definitiva vittoria ai Cristiani contribuisce soprattutto quel pazzo di Astolfo..., che sull'ippogrifo, da Ruggero passato a lui, scorre la Francia, la Spagna, l'Africa, l'Etiopia, dove libera il cieco re Senàpo dalle Arpie, e, inseguendole col suono terribile del suo corno, le caccia sino all'inferno..., da qui sale sulla montagna soprastante, il paradiso terrestre. Qui, da San Giovarmi Evangelista, che vi dimora, sa della pazzia d'Orlando, e come egli, Astolfo, è destinato a guarirlo. Sul carro di fuoco del profeta Elia s'innalzano, egli e San Giovanni, sino alla Luna.
Nella Luna si raccoglie tutto ciò che di buono o di non buono si perde qui sulla Terra, dalla quale una sola cosa non si parte mai: la pazzia. Il senno degli uomini è nella Luna. E, in una grande ampolla, il paladino trova quello di Orlando, e lo porta con sé, non senza prima aver fiutato e ricuperato il suo.
Ridisceso sul monte del paradiso terrestre, Astolfo coglie un'erba, con cui rende la vista a Senàpo, che Dio aveva accecato per la sua superbia. Senàpo, per gratitudine, si fa cristiano, e gli dà genti per assalire il regno di Agramante, e così costringerlo ad abbandonare la Francia.

Ma l'esercito manca di cavalli. Astolfo prega fervidamente Dio, rotola sassi da una montagna, e i sassi diventano cavalli..., e così muove all'assalto di Biserta. Anche, disegna di togliere la Provenza ai Saraceni..., ma gli manca una flotta. Prega, getta in mare foglie di allori, di palme, di cedri, e quelle foglie diventano navigli. Mentre la flotta è in procinto di salpare, appare, devastando il paese, un pazzo: Orlando.
E' il momento. Lo si lega, gli si fa fiutare l'ampolla del suo senno. Egli riacquista la ragione, si vergogna di ciò che ha fatto, giura di vivere per difendere la cristianità, partecipa con Astolfo all'assedio di Biserta..., mentre la flotta si scontra di notte con quella di Agramante, che, disfatto, spiegava le vele per far ritorno in Africa. E vede da lontano le fiamme della sua Biserta, incendiata. Un duello fra Orlando, Oliviero e Brandimarte, dalla parte dei cristiani, Agramante, Gradasso e Sobrino dalla parte dei Saraceni, nell'isola di Lipadusa, pone fine alla guerra.
Orlando uccide Agramante e Gradasso, Sobrino è ferito gravemente, e si arrende. Ferito resta pure Oliviero. E Brandimarte muore, raccomandando la sua cara donna Fiordiligi. All'isola giunge, troppo tardi, Rinaldo..., che, con Orlando, trasporta Brandimarte in Sicilia, per fargli un funerale degno.

Ma e Ruggero e Bradamante? Il duca Anione, padre di Bradamante, non vuol sapere ch'ella sposi Ruggero..., egli l'ha promessa a Leone, figliuolo di Costantino, imperatore di Bisanzio. Bradamante, da figliuola obbediente, si rassegna alla rinuncia, ma ottiene da Carlo Magno (e il padre non osa opporsi) che soltanto colui possa sposarla, che la vinca in una giostra. Ruggero, sotto il nome di cavaliere del Liocorno, va, pieno d'ira, per deporre dal trono Leone..., ma Leone ammira tanto i suoi atti di bravura, che i due giovani diventano i migliori amici, al punto che Ruggero accetta di combattere contro Bradamante, con gli abiti e la divisa di Leone, per conquistare a lui la donna..., e vince. Se non che Leone, saputo che il cavaliere del Liocorno era Ruggero, il fidanzato di Bradamante, non vuol essere vinto da lui in cortesia, e domanda egli stesso, pel suo amico, all'imperatore la mano della donna.
Finalmente si celebrano, dinanzi a Carlo Magno, le nozze..., turbate da Rodomonte, che, uscito dalla sua solitudine, compare improvviso nella sala del banchetto, a sfidare Ruggero, apostata dalla propria credenza.
Col duello dei due guerrieri e la morte di Rodomonte, la cui anima fugge bestemmiando all'inferno, termina così il poema.


LA FANTASIA ARIOSTESCA

Pur da questo scheletro di esposizione è lecito scorgere la grande virtù costruttiva dell'Ariosto. Il Furioso è un edificio di grande varietà e vastità: e pure semplicissimo.
L'enorme tutto gravita su tre motivi principali.
Il primo, che chiamerei epico, che è come lo sfondo di tutto quanto il racconto, è la guerra tra pagani e cristiani, culminante nell'assedio di Parigi.
Il secondo, amoroso, rappresentato dalla passione di Orlando per Angelica, tocca il più alto grado proprio a mezzo del poema, con la follia del conte.
Il terzo si aggira intorno ai contrastati amori e alla conversione di Ruggero e al matrimonio finale di lui con Bradamante: dal quale discenderanno gli Estensi.
Ma i tre motivi si fondono poi in un tutto armonico, e lo sviluppo dell'uno giova alla soluzione degli altri. Anche le azioni minori - di cui non ho potuto sempre far cenno - sono parte non accessoria, ma necessaria del racconto (salvo le novelle, messe in bocca a vari personaggi, e che hanno ufficio di diversione e di riposo)..., e, togliendole, l'edificio si rilasserebbe e rovinerebbe. In ciò, in questo senso della simmetria, della proporzione, dell'unità (che diventerà poi legge fondamentale, ma tutta estrinseca, della poesia narrativa), in questa capacità di dominare dall'alto la materia più varia, è il segno dello spirito classico dell'Ariosto, e che differenzia il suo dai poemi romanzeschi precedenti, e massime dal Morgante. Né minore è la fantasia inventiva del poeta..., benché altri abbia dimostrato che la materia del Furioso è derivata a lui, in grandissima parte, da vecchi poemi cavallereschi, e, in parte non piccola, dai poeti latini: da Virgilio, da Lucano, da Stazio, e forse anche più da Ovidio. Ma l'Ariosto trasforma e impronta di sé e rende perfettamente consoni ai modi della sua fantasia le narrazioni, i passi, i motivi, le similitudini, che desume dagli altri poeti.
E' la sua originalità, cioè la potenza della sua personalità artistica, nonché diminuire, ne apparisce anzi maggiore. Ma meravigliosa è nell'Ariosto la fantasia, che si può chiamare rappresentativa: cioè la facoltà di ritrarre il mondo pittorescamente.
Egli è il più grande dei poeti pittori, e giustamente fu più volte riavvicinato ai pittori dell'età sua, a Tiziano, e anche più al suo quasi concittadino, il Correggio. Uno, poi, dei caratteri più individuali dell'Ariosto è il perpetuo senso del reale e della logicità. Il Furioso è pieno di prodigi, di incantesimi, di mostri, di avvenimenti che sono fuori di ogni realtà e di ogni esperienza..., ma tutto cotesto mondo è circostanziato, è determinato in maniera, da non sembrare più arbitrario, ma verisimile, che è quanto dire, in arte, vero. L'ippogrifo - per fare un esempio - è un capriccio fantastico..., ma il poeta lo ritrae con tanta vivezza di particolari, da dare l'illusione che sia un essere reale.

Che se l'Ariosto è poeta prevalentemente del mondo esteriore..., se egli sente la gioia del confondersi, a così dire, coi fenomeni..., tuttavia la psiche dei suoi personaggi è ben ricca più che nel Boiardo. Orlando, che nell'Innamorato è un semplicione, nel Furioso è un appassionato..., gli intendenti trovano che i momenti, lo sviluppo, i caratteri della sua follia sono di una perfetta verità. Angelica, nell'Innamorato non altro che una civettuola, nel Furioso diventa una donna, che, dalla pietà verso un povero soldato moribondo, arriva a quell'amore, che tutto dà e nulla chiede, e che le fa dimenticare di essere stata l'idolo dei più celebri campioni cristiani e pagani. Il Radamonte del Boiardo è un gigante feroce e smargiasso..., il Rodomonte ariostesco, pur crudele e primitivo, nella seconda parte della sua azione ha rimorso della sua volgarità criminosa e termina difensore della sua fede contro Ruggero, che l'ha abbandonata. E, pur serbando i caratteri di bizzarria dell'Astolfo boiardesco, quanto più urbano e simpatico l'Astolfo dell'Ariosto!

Alcuni caratteri poi sono tutti creati dal poeta..., e sono tra i più felici: come quelli di Ruggero e di Bradamante.., personaggi dal Boiardo appena abbozzati e accennati. Ruggero, così innamorato di Bradamante, e pur così facile a deviare e a traviare, può parere falso a chi nell'uomo non cerca l'uomo, ma l'eroe: o crede che l'eroe non sia un uomo. Bradamante, nel suo affetto costante e gentile verso Ruggero, nelle sue ingenuità e nelle sue gelosie, nel suo dualismo di guerriera invitta e di trepida amante, è dei personaggi femminili più cari e più veri di tutta la nostra poesia narrativa.

Singolare finalmente nel Furioso è che, dal principio alla fine, il poeta si sente sempre presente, con le sue qualità di gentiluomo e di galantuomo e di conversatore, spesso più salace e più licenzioso, che non comportino i nostri costumi. Il poeta vive in una costante e simpatica relazione col lettore..., commenta egli la sua storia: massime nei preludi di ogni canto, dove il racconto gli porge occasione a brevi divagazioni sui costumi degli uomini, e alla professione di una sua filosofia tra bonaria e rassegnata.
Le lodi alla casa d'Este - e più specialmente al cardinale - e le tante adulazioni..., che l'Umanesimo aveva rese obbligatorie, sono temperate dall'intervento dell'autore, da un non so che di confidenziale, che lascia intendere nell'iperbole il complimento. Ma la presenza del poeta si avverte principalmente in un atteggiamento leggermente ironico, molto difficile a definire, come sono certi stati profondi e complessi del sentimento. Di fronte al suo mondo meraviglioso, il poeta ha coscienza non meno della sua bellezza, che della sua inanità..., e ha coscienza delle prosaiche esigenze della realtà contro la libera ed eslege vita dei cavalieri. Nel Furioso è come il buon senso di Sancio Panza, che corregge del continuo le follie eroiche di Don Chisciotte. In quell'atteggiamento di ironia, diffuso in tutto il racconto, come il sale nell'acqua del mare, è tanta parte della modernità del poema.


SIGNIFICATO DELL'ORLANDO FURIOSO

L'Orlando Furioso rappresenta un'età in cui la poesia, la grande poesia, non prende più le sue inspirazioni dal mondo vivo della realtà, ma vive di una sua vita autonoma, segregata dalla storia.
Le misere condizioni dell'Italia diventata campo di combattimento delle cupidigie francesi, tedesche e spagnole, dettano, sì, qualche magnanima strofa all'Ariosto, ma dallo spettacolo dei mali della Patria, che lo turba per un istante, egli si rifugia nei paesi incantati della sua fantasia.
I grandi problemi morali, politici, religiosi dell'età non lo commuovono affatto, e se un ideale egli ha, è la restaurazione della splendida età cavalleresca..., per cui maledice le armi da fuoco, che per lui significano la morte del valore, e il prevalere del numero sull'individuo, dell'insidia sull'ardimento.
Per questo rispetto, il Furioso è l'antitesi della Divina Commedia: in cui la realtà di ogni specie urge con tanto impeto, da diventare passione e poesia altissima.
L'Ariosto si propone di divertire, puramente e semplicemente: come scriveva al doge di Venezia, chiedendo il privilegio di stampa per la prima edizione del Furioso.
Egli aveva lavorato "per spasso et recreatione dei signori et persone di animi gentili et madonne"..., aveva scritto "per sollazzo et piacere".

Perciò egli teme di stancare il suo pubblico: di cui vuole sempre tener vivo l'interesse: quindi certi accorgimenti, che non avevano esempi nell'epopea classica: come di interrompere il racconto sul più bello, per ricominciarlo poi molto dopo: e iniziare, o riprendere, un racconto di tutt'altra specie, e di tutt'altro tono: e di chiudere il canto nel mezzo del fatto, invitando il pubblico a ritornare un'altra volta: come era costume dei vecchi cantastorie.

Grande la varietà, grande il movimento. Egli è il signore delle immagini: è il maestro dello stile..., che in lui non ha nulla di retorico: e trapassa con mirabile facilità dal tono più alto al più dimesso, da un linguaggio tutto splendore a un linguaggio che potrebbe confondersi con la prosa, comune.
Ma uno squisito senso della perfezione e dei limiti seconda in lui il genio.
Dove egli è copioso, e non mai prolisso..., spontaneo, e non mai volgare.
Alla lingua - come accade ad ogni vero poeta - dedicò cure non lievi. Volle rifatta sull'uso fiorentino l'edizione definitiva del Furioso. E per il Furioso la toscanità si venne imponendo anche nell'Italia settentrionale, pure non senza difficoltà.
Ma il vocabolario toscano fu per l'Ariosto, come poi per Alessandro Manzoni, precisione, ricchezza e dignità..., né passarono nel Furioso, come non passarono nei Promessi Sposi, quei modi oscuri e plebei, che furono e sono la delizia dei toscanisti di professione.


VEDI ANCHE . . .








mercoledì 10 febbraio 2010

COMMEDIE (COMEDIES) (La Cassaria - I Suppositi - La Lena - Il Negromante - La scolastica) - Ludovico Ariosto

  
Il culto per i comici romani (Plauto e Terenzio) era vivo a Ferrara più che altrove: e vi erano frequenti, fino alla fine del Quattrocento, le rappresentazioni di commedie antiche, tradotte in volgare.
Ludovico Ariosto pensò di far rappresentare commedie originali, pur imitando i comici latini..., e così divenne egli l'iniziatore della commedia, come fu detta, regolare.
Secondo la costituzione della commedia latina, la commedia ariostesca rappresenta un'azione, che nella realtà deve durare un giorno o poco più (unità di tempo), e svolgersi sempre sulla stessa scena: che rappresenta - affinché tutti i personaggi possano legittimare la loro presenza - un luogo pubblico, per lo più una piazza (questa continuità della scena si chiamò unità di luogo).
Gli atti sono cinque: preceduti da un prologo, cioè da un attore che viene a riassumere la favola, a presentare i luoghi e i personaggi, talvolta a richiamare l'attenzione del pubblico sui criteri artistici dell'autore, spesso a fare dello spirito in base ad equivoci disonesti.

L'Ariosto, pare abbia scritto le prime due commedie in prosa..., poi le rifece nel verso endecasillabo sdrucciolo, che conservò anche per le seguenti: col quale volle riprodurre il verso giambico della commedia latina. E si compiacque - egli meraviglioso maestro di armonia - di un verso così pedestre, da confondersi con la prosa, per riprodurre il dialogo delle persone comuni.

Nelle commedie ariostesche ricorrono personaggi e motivi della commedia plautiana: padri avari, figli gaudenti, servi astuti d'accordo coi figli per ingannare i padri, donne di malaffare, e scandali derivanti da somiglianza di persone, e riconoscimenti, che risolvono a un tratto la situazione..., ma non mancano allusioni satiriche alla vita e alla corruzione del tempo. E se la scena della "Cassaria" si immagina in Grecia, come nelle commedie latine, quando l'Ariosto poté finalmente attuare il suo desiderio di veder costruito un palcoscenico stabile in una sala del palazzo ducale, volle che lo scenario rappresentasse la piazza maggiore di Ferrara: segno che del mondo ferrarese, che era sotto i suoi occhi, egli avrebbe definitivamente fatto argomento delle sue rappresentazioni.


Ma per avere un'idea più diretta della maniera e del valore del nostro comico, riassumo qui il vivacissimo intreccio della "Cassaria"....

"Crisobolo, un vecchio avaro, parte da Sibari, per recarsi a Procida, lasciando al fedel servo Nebbia la casa piena di mercanzie d'ogni maniera. Suo figlio Erofilo (i nomi di queste commedie, come delle plautine, e più tardi anche delle francesi, sono spesso greci: Erofilo vuol dire amante dell'amore), innamorato pazzo della schiava Eulalia tenuta dal mezzano Lucramo (che è come dire usuraio) consigliato dal servo Volpino (qui non c'è bisogno di dire che cosa il nome significa), pensa di levare, nell'assenza del padre, una cassa di filati d'oro purissimo (da qui il nome della commedia) e darla in pegno a Lucramo, pei cento ducati che egli pretende pel prezzo di Eulalia. La cosa non è difficile. Il Nebbia, il servo fedele, è un mezzo scimunito, ed è agevole rubargli la chiave del tesoro. Un forestiero, in procinto di ritornare in patria, il Trappola, si veste, cogli abiti di Crisobolo, da gran signore, e porta la cassa in casa dell'usuraio, come fosse una proprietà sua, e per acquistare lui la schiava. Eulalia. Ma quando sarà ritornato, Crisobolo vorrà pure la sua cassa. E la riavrà difatti. Erofilo andrà dal capitano di giustizia a denunciare il furto di una cassa. Certo quella cassa è in casa di Lucramo. Chi fa l'usuraio, è capace anche di fare il ladro. Caridoro (dono delle Grazie), figlio del capitano di giustizia, Caridoro, intimo di Erofilo, e innamorato di un'altra schiava, anch'essa tenuta da Lucramo..., aiuterà l'amico, parlando a suo padre contro l'usuraio, e impaurirà tanto costui, che, per evitare le forche, egli cederà gratis la cassa. E tutto sembra andare d'incanto. Il Trappola ha già rimessa la cassa a Lucramo, e conduce Eulalia nelle mani di Erofilo. Ma qui incominciano i guai. Il mare era grosso, e non si poteva far vela per Procida. Il vecchio Crisobolo ritorna..., e si trova innanzi Volpino. Volpino si vede perduto..., ma la paura acuisce l'ingegno. Si mette a piangere, a urlare che il Nebbia, quello scimunito di Nebbia, rovinerà il padrone. Dopo molte sospensioni, dà a Crisobolo la notizia mortale: la cassa è stata rapita. Meno male che egli, Volpino, sa dov'è: è da quell'usuraio, da quel tristissimo di Lucramo. Non bisogna perdere un minuto. Crisobolo corra dal capitano di giustizia: faccia mandare da Lucramo subito subito il bargello: troverà la cassa.... Ma Crisobolo è vissuto troppo, per avere ancora fiducia nell'opera della giustizia. Manda a chiamare degli amici, che gli facciano da testimoni in ogni caso, e con essi entra nella casa di Lucramo, e, nonostante che l'usuraio gridi ed accusi e strepiti, egli bravamente si riporta via la sua cassa. Ma, dinanzi alla porta di casa, trova uno sconosciuto vestito de' suoi propri panni: il Trappola, a cui certi servi di Erofilo avevano rapito Eulalia, credendo che egli fosse un forestiero che si portasse con sé la donna amata dal loro signore: ed ora veniva a riferire ad Erofilo il bel costrutto della sua spedizione. Alle domande, alle minacce del vecchio non sa che rispondere. - E' muto, - interviene Volpino. Ma perché si è messo gli abiti miei? chiede ed insiste Crisobolo. - Il Nebbia, - spiega Volpino, - scomparsa la cassa, voleva fuggir via..., ma, per non essere riconosciuto, si è vestito degli abiti di questo mutolo e gli ha dato in cambio i vostri. - Ma perché non i suoi? - obbietta, ragionevolmente, Crisobolo. E Volpino non sa più che dire. Il vecchio fiuta l'imbroglio, fa legare il Trappola, che confessa ogni cosa, e allora, con la medesima fune, fa legare Volpino, e lo caccia dentro la casa per un castigo esemplare. In quella entra Erofilo, a cercare del suo Volpino. E si imbatte nel padre. Tremenda paternale. Ormai tutto sembra perduto. Ma un Fulcio, servo di Caridoro, un degno collega di Volpino, compare, salvatore inaspettato. Egli, che serve nella casa del capitano di giustizia, ha pratica delle insidie della legge. Fa presente a Crisobolo che Lucramo può querelarsi al giudice, farlo passare per un truffatore, senza pagar nulla: certo chi portò in casa di Lucramo la cassa era vestito dei abiti stessi di lui.... Crisobolo si spaventa. - Bisogna - consiglia Fulcio - pagare a Lucramo il prezzo della schiava: non c'è altra via. Il solo Volpino può trattare con l'usuraio, e indurlo ad accontentarsi di duecento ducati; giacché non ce ne vuol meno, per farlo tacere. - Duecento ducati? - Il vecchio avaro protesta, poi nicchia, poi finalmente cede. E Volpino, liberato, esce con la somma. Riscatterà, naturalmente, tutt'e due le schiave: una per il suo padrone giovine, l'altra per Caridoro.


Delle altre commedie, "I suppositi" (ossia gli scambiati) ritraggono una serie di qui pro quo nati dallo scambio tra un Filogono di Sicilia, autentico, e un Senese che, prestandosi inconsapevolmente alle astuzie altrui, si fa passare egli pare per Filogono. La trama è derivata dai "Captivi" (Prigionieri) di Plauto.


La "Lena" (che in latino vuol dire mezzana d'amore) ha per principale personaggio una trista femmina, la quale riesce, con i mezzi che è facile immaginare, a fare che due giovani si trovino insieme..., e i padri, poiché lo scandalo è avvenuto, e conviene ripararlo, acconsentono che si sposino.


Il "Negromante" è un imbroglione, che fa professione di scienze occulte, aiutato da un ribaldo servo, il Nibbio: e carpisce danari ai gonzi, e depreda di notte la casa dell'ospite, e fa scandali e ribalderie d'ogni maniera, finché, scoperto, fugge in farsetto, raccomandando prima al Nibbio che vada all'albergo a rubare tutto ciò che vi trova.


L'Ariosto lasciò incompiuta la commedia "Gli studenti": terminata dal fratello Gabriele, e chiamata "La scolastica".
Si aggira sulle avventure di due studenti di Ferrara. Viva e ricca la rappresentazione della baraonda studentesca: originale qualche figura minore: come quella di un frate domenicano inquisitore, che dispensa un suo penitente da un voto, purché regali il convento.


VEDI ANCHE . . .







RIME (Rhymes) - Ludovico Ariosto

 

Dai venti ai trent'anni Ludovico Ariosto provò felicemente a scrivere delle poesie in lingua latina, assai cara ai suoi concittadini reggiani. Giacché a Ferrara fiorivano non vili poeti latini, maggiore dei quali Ercole Strozzi. La prima ode è un'alcaica "ad Philiroen" (scritta forse nell'imminenza della calata in Italia degli eserciti di Carlo VIII): esaltazione della quiete e dell'amore, e ammonimento a non preoccuparsi dei pubblici avvenimenti..., e c'è già lì l'indole dell'Ariosto, e l'indole degli artisti puri del Cinquecento. Interessante alla storia interiore del poeta è l'elegia "De diversis amoribus", dove egli confessa la sua mobilità in amore. In quei carmi sono infatti celebrate più donne: una Pasiphile (amica a tutti), una Lydia. Né mancano epigrammi mordaci, o graziosi: ed è molto lodato un epitalamio per le nozze di Alfonso I con Lucrezia Borgia (1502). Poi, nonostante che il Bembo, il pontefice letterario del tempo, lo esortasse ad insistere nel latino (persino, forse, a scrivere in latino il Furioso), egli preferì il volgare.
Aveva già l'anima e la mente al suo capolavoro..., e le rime sparse che venne occasionalmente componendo furono da lui poco apprezzate, né le raccolse, né le pubblicò mai.
Sono elegie, canzoni, sonetti, madrigali, capitoli, ed un'egloga. Le elegie, in terzine, ricordano qualche volta gli elegiaci latini, massime Properzio..., e sono, come le elegie dei latini, ardenti pagine autobiografiche di amore. Alcune hanno riferimento (come la più parte delle canzoni e dei sonetti) ai suoi amori per la Benucci.
Altre elegie celebrano altri amori, e di tutt'altra specie.
In altre è una viva analisi del travaglio della passione: come nella decima, dove il poeta narra che, a sradicare l'amore dal cuore, egli si recò a visitare il campo dei morti, dopo la sanguinosa battaglia di Ravenna, del 1512..., ma non gli giovò..., e invidia quei morti..., e nella diciottesima (forse apocrifa, come parecchie altre), dove il poeta esprime l'irrequietezza della sua anima anche nella pienezza del godimento, e il perpetuo bramare pur non sapendo che, e "s'altro bramar non so, bramo morire".

Delle canzoni, di maniera petrarchesca, è nota la prima ("Non so s'io potrò mai chiudere in rime"), dove tocca del suo innamoramento a Firenze (che fu nel giorno di San Giovanni, celebrando i Fiorentini l'assunzione al pontificato - col nome di Leone X - del cardinale Giovanni dei Medici). Più importante (ma forse apocrifa) una canzone (la quinta), ove il pastore Melibeo, sulle rive solitarie del Po, deplora i danni dell'Italia, e più specialmente il mal governo di Leone X.
Dei "Capitoli", componimenti scritti alla buona, in terza rima, dove il poeta parla di sé, è interessante il primo, scritto quando Ludovico Ariosto, al seguito del cardinale Ippolito, cadde ammalato. Imita, nella condotta, una troppo bella e delicata elegia di Tibullo. Il terzo capitolo è il principio, se non pure tutto il primo breve canto, di un poema sulle imprese del giovinetto Obizzo da Este: che si innesta su la guerra tra Filippo il Bello e Odoardo d'Inghilterra.



VEDI ANCHE . . .







domenica 7 febbraio 2010

GIOVANNI DELLA ROBBIA (1469-1527) - Scultore

Tre scultori fiorentini onorano questo cognome, e la loro arte riempie tutto il Quattrocento



I Della Robbia

LUCA DELLA ROBBIA (1400-1482)

ANDREA DELLA ROBBIA (1435-1525)

GIOVANNI DELLA ROBBIA (1469-1527)



Le opere di questa famiglia di scultori e ceramisti, iniziarono con la produzione caratterizzata da una classica e serena compostezza dei rilievi marmorei del capostipite Luca..., seguirono con quelle innovative decorazioni plastiche in terracotta invetriata e policroma del nipote Andrea..., e si compirono con l'opera del figlio di quest'ultimo, Giovanni.


Ospedale di Santa Maria Nuova - Lunetta


GIOVANNI DELLA ROBBIA nacque a Firenze nel 1469 e morì sempre a Firenze nel 1527.

Era figlio di Andrea, ma non modifica il metodo paterno, e si dà unicamente all'arte religiosa, lavorando nelle chiese fiorentine di santa Croce, di San Lorenzo e di Santa Maria Novella.

Il lavabo della sagrestia di Santa Maria Novella (1497) ha nel timpano la Vergine fra due angeli, imitata da Andrea, come l'architettura e gli arabeschi..., il doppio festone è tolto dalla tomba Marsuppini di Desiderio.

Giovanni non ha la purezza stilistica del padre, ma ricerca le espressioni, complica le scene, accresce il numero delle tinte e, talvolta, in luogo di smaltare, dipinge ("Madonna e Santi" nel San Giacomo di Gallicano..., "Incoronazione della Vergine" nella Chiesa d'Ognissanti a Firenze).

E' nota anche la sua decorazione dell'Ospedale del Ceppo (1525) a Pistoia.


Museo di Santa Croce - San Francesco


Il procedimento dello smaltare le terrecotte fu noto anche ad un discepolo o imitatore di Andrea, BENEDETTO BUGLIONI (nato nel 1461), al quale si ascrive la lunetta della chiesa di Badia in Firenze.


VEDI ANCHE . . .

LUCA DELLA ROBBIA (1400-1482) - Scultore

ANDREA DELLA ROBBIA (1435-1525) - Scultore 

BENEDETTO DA MAIANO - Architetto e scultore

DESIDERIO DA SETTIGNANO - Scultore del Quattrocento  
 
________________________________________________________

sabato 6 febbraio 2010

A TEATRO (At the Theatre) - Honoré Daumier

A TEATRO (1860)
Honoré Daumier (1808-1879)
Pittore francese del XIX secolo
Neue Pinakothek di Monaco
Olio su tela cm. 98 x 90
CLICCA IMMAGINE per un'alta risoluzione
Pixel 1950 x 1785 - Mb 1,61


Erede della pittura realista di Géricault, che si ispira alla vita che si consuma nei sobborghi parigini, Honoré Daumier rivela nella sua opera una forte inquietudine, il senso tragico e allucinato di colui il quale ancora non si è abituato ai fatti e ai misfatti della grande città.
Nel corso della sua attività, l'artista ha dedicato molte opere al teatro, e quindi ai suoi interpreti e ai suoi spettatori.
In questo dipinto, nella penombra della sala di un piccolo teatro, il pubblico è piuttosto concitato, evidentemente coinvolto dallo spettacolo a cui sta assistendo.
Lo sfondo della composizione è occupato dal palco, illuminato da una forte luce, su cui si muovono i tre attori impegnati a recitare un melodramma.
Da spettatore Daumier diviene l'appassionato cronista dell'evento.
L'opera contiene tutti gli elementi costanti nella produzione pittorica dell'artista: la tendenza ad usare colori cupi, la predilezione per le grandi masse e per l'atmosfera fuligginosa immersa in un diffuso chiaroscuro.
La deformazione dei personaggi, che si riducono in figure grottesche, fa pensare ad alcune opere tarde di Goya, come ad esempio il celebre ciclo della “Quinta del Sordo”.
Daumier non dipinge mai dal vero, sempre a memoria e questo procedimento si nota dalla maniera sbrigativa con cui risolve il lavoro, un metodo piuttosto istintivo che gli deriva dall'abitudine del lavoro litografico e giornalistico.
Purtroppo proprio a causa di questa metodologia la pellicola pittorica della gran parte delle opere di Daumier, fra le quali anche questa, presenta gravi problemi di conservazione.


L'opera

Dopo vari passaggi di proprietà il dipinto fa attualmente parte della collezione della Neue Pinakothek di Monaco.
Dello stesso soggetto esiste una litografia con varianti, tratta da Daumier e pubblicata nel 1864 ne “Il Chiavari”


Daumier e il portiere Anatole

Anatole, portiere dell'artista, era irrequieto e ad una sua domanda riferì che amava moltissimo l’Opéra-Comique ma che non aveva il denaro sufficiente per pagarsi l'entrata.
Daumier gli rispose di approfittare del fatto che lui pur potendo entrare gratis, non ci andava mai…

“Non dovrete che farvi chiamare, o meglio, rispondere ad un eventuale controllo, con il mio nome…, in questo modo potrete entrare tutte le volte che vorrete all'Opéra-Comique”.

Purtroppo, qualche giorno dopo il povero Anatole aveva nuovamente una faccia tristissima. Motivo?
Era profondamente umiliato dal fatto che lui era l'unico in redingote in mezzo a tanta gente in abito nero, da sera.
Daumier risolse anche questo problema, permettendo al suo portiere di prendere ogni volta che fosse necessario il suo frac.
Ma non era finita.
Una mattina Anatole apparve desolato, vergognoso: era stato sbattuto fuori dal teatro.
Infatti ogni sera l'uomo festeggiava la sua gioia di essere tra “il bel mondo” con abbondanti libagioni col risultato di giungere in sala completamente ubriaco, interrompendo gli attori, dando pacche sullo stomaco ai suoi vicini, esclamando… “Noialtri notai!”…, cantando a squarciagola.
E fu così che il buon Anatole fece togliere il nome di Honoré Daumier dalla lista degli ingressi e fece nascere la voce della predilezione del pittore per il vino.


VEDI ANCHE ...

HONORE DAUMIER - Vita e opere

CRISPIN E SCAPIN - Honoré Daumier

DON CHISCIOTTE - Honoré Daumier

ECCE HOMO - Honoré Daumier

AVVOCATI (1848) - Honoré Daumier


Afrodisiaco (1) Aglietta (1) Albani (2) Alberti (1) Alda Merini (1) Alfieri (4) Altdorfer (2) Alvaro (1) Amore (2) Anarchici (1) Andersen (1) Andrea del Castagno (3) Andrea del Sarto (4) Andrea della Robbia (1) Anonimo (2) Anselmi (1) Antonello da Messina (4) Antropologia (7) APPELLO UMANITARIO (5) Apuleio (1) Architettura (4) Arcimboldo (1) Ariosto (4) Arnolfo di Cambio (2) Arp (1) Arte (4) Assisi (1) Astrattismo (3) Astrologia (1) Astronomia (3) Attila (1) Aulenti (1) Autori (7) Avanguardia (11) Averroè (1) Baccio della Porta (2) Bacone (2) Baldovinetti (1) Balla (1) Balzac (2) Barbara (1) Barocco (1) Baschenis (1) Baudelaire (2) Bayle (1) Bazille (4) Beato Angelico (6) Beccafumi (3) Befana (1) Bellonci (1) Bergson (1) Berkeley (2) Bernini (1) Bernstein (1) Bevilacqua (1) Biografie (11) Blake (2) Boccaccio (2) Boccioni (2) Böcklin (2) Body Art (1) Boiardo (1) Boito (1) Boldini (3) Bonheur (3) Bonnard (2) Borromini (1) Bosch (4) Botanica (1) Botticelli (7) Boucher (9) Bouts (2) Boyle (1) BR (1) Bramante (2) Brancati (1) Braque (1) Breton (3) Brill (2) Brontë (1) Bronzino (4) Bruegel il Vecchio (3) Brunelleschi (1) Bruno (2) Buddhismo (1) Buonarroti (1) Byron (2) Caillebotte (2) Calcio (1) Calvino (2) Calzature (1) Camillo Prampolini (1) Campanella (4) Campin (1) Canaletto (4) Cancro (2) Canova (2) Cantù (1) Capitalismo (3) Caravaggio (19) Carlevarijs (2) Carlo Levi (3) Carmi (1) Carpaccio (3) Carrà (1) Carracci (4) Carriere (1) Carroll (1) Cartesio (3) Casati (1) Cattaneo (1) Cattolici (1) Cavalcanti (1) Cellini (2) Cervantes (3) Cézanne (19) Chagall (3) Chardin (4) Chassériau (2) Chaucer (1) CHE GUEVARA (1) Cialente (1) Cicerone (8) Cimabue (4) Cino da Pistoia (1) Città del Vaticano (3) Clarke (1) Classici (26) Classicismo (1) Cleland (1) Collins (1) COMMUNITY (2) Comunismo (28) Condillac (1) Constable (4) Copernico (2) Corano (1) Cormon (2) Corot (9) Correggio (4) Cosmesi (1) Costa (1) Courbet (9) Cousin il giovane (2) Couture (2) Cranach (3) Crepuscolari (1) Crespi (2) Crespi detto il Cerano (1) Creta (2) Crispi (1) Cristianesimo (3) Crivelli (2) Croce (1) Cronin (1) Cubismo (1) CUCINA (9) Cucina friulana (2) D'Annunzio (1) Dadaismo (1) Dalì (5) Dalle Masegne (1) Dante Alighieri (8) Darwin (2) Daumier (6) DC (1) De Amicis (1) De Champaigne (2) De Chavannes (1) De Chirico (4) De Hooch (2) De La Tour (4) De Nittis (2) De Pisis (1) De' Roberti (2) Defoe (1) Degas (16) Del Piombo (4) Delacroix (6) Delaroche (2) Delaunay (2) Deledda (1) Dell’Abate (2) Derain (2) Descartes (2) Desiderio da Settignano (1) Dickens (8) Diderot (2) Disegni (2) Disegni da colorare (10) Disegni Personali (2) Disney (1) Dix (3) Doganiere (5) Domenichino (2) Donatello (4) Donne nella Storia (42) Dossi (1) Dostoevskij (7) DOTTRINE POLITICHE (75) Dova (1) Du Maurier (1) Dufy (3) Dumas (1) Duprè (1) Dürer (9) Dylan (2) Ebrei (9) ECONOMIA (7) Edda Ciano (1) Edison (1) Einstein (2) El Greco (9) Eliot (1) Elsheimer (2) Emil Zola (3) Energia alternativa (6) Engels (10) Ensor (3) Epicuro (1) Erasmo da Rotterdam (1) Erboristeria (7) Ernst (3) Erotico (1) Erotismo (4) Esenin (1) Espressionismo (3) Etruschi (1) Evangelisti (3) Fallaci (1) Fantin-Latour (1) Fascismo (26) Fattori (4) Faulkner (1) Fautrier (1) Fauvismo (1) FAVOLE (2) Fedro (1) FELICITÀ (1) Fenoglio (2) Ferragamo (1) FIABE (6) Fibonacci (1) Filarete (1) Filosofi (1) Filosofi - A (1) Filosofi - F (1) Filosofi - M (1) Filosofi - P (1) Filosofi - R (1) Filosofi - S (1) FILOSOFIA (55) Fini (1) Finkelstein (1) Firenze (1) Fisica (5) Fitoterapia (10) Fitzgerald (1) Fiume (1) Flandrin (1) Flaubert (4) Fogazzaro (2) Fontanesi (1) Foppa (1) Foscolo (6) Fougeron (1) Fouquet (4) Fra' Galgario (2) Fra' Guglielmo da Pisa (1) Fragonard (9) Frammenti (1) Francia (2) François Clouet (2) Freud (1) Friedrich (5) FRIULI (8) Futurismo (3) Gadda (2) Gainsborough (14) Galdieri (1) Galilei (2) Galleria degli Uffizi (1) Gamberelli (1) Garcia Lorca (1) Garcìa Lorca (1) Garibaldi (2) Gassendi (1) Gauguin (17) Gennaio (1) Gentile da Fabriano (2) Gentileschi (2) Gerard (1) Gérard (1) Gérard David (2) Géricault (7) Gérôme (2) Ghiberti (1) Ghirlandaio (2) Gialli (1) Giallo (1) Giambellino (1) Giambologna (1) Gianfrancesco da Tolmezzo (1) Gilbert (1) Ginzburg (1) Gioberti (1) Giordano (3) Giorgione (15) Giotto (12) Giovanni Bellini (10) Giovanni della Robbia (1) Giovanni XXIII (8) Giustizia (1) Glossario dell'arte (19) Gnocchi-Viani (1) Gobetti (1) Goethe (9) Gogol' (2) Goldoni (1) Gončarova (2) Gorkij (3) Gotico (1) Goya (11) Gozzano (2) Gozzoli (1) Gramsci (4) Grecia (2) Greene (1) Greuze (4) Grimm (2) Gris (2) Gros (7) Grosz (3) Grünewald (5) Guadagni (1) Guardi (6) Guercino (1) Guest (1) Guglielminetti (1) Guglielmo di Occam (1) Guinizelli (1) Gutenberg (2) Guttuso (4) Hals (3) Hawthorne (1) Hayez (4) Heckel (1) Hegel (6) Heine (1) Heinrich Mann (1) Helvétius (1) Hemingway (3) Henri Rousseau (3) Higgins (1) Hikmet (1) Hobbema (2) Hobbes (1) Hodler (1) Hogarth (4) Holbein il Giovane (4) Hugo (1) Hume (2) Huxley (1) Il Ponte (2) Iliade (1) Impressionismo (85) Indiani (1) Informale (1) Ingres (7) Invenzioni (31) Islam (5) Israele (1) ITALIA (2) Italo Svevo (5) Jacopo Bellini (4) Jacques-Louis David (9) James (1) Jean Clouet (2) Jean-Jacques Rousseau (3) Johns (1) Jordaens (2) Jovine (3) Kafka (3) Kandinskij (4) Kant (9) Kautsky (1) Keplero (1) Kierkegaard (1) Kipling (1) Kirchner (4) Klee (3) Klimt (4) Kollwitz (1) Kuliscioff (1) Labriola (2) Lancret (3) Land Art (1) Larsson (1) Lavoro (2) Le Nain (3) Le Sueur (2) Léger (2) Leggende (1) Leggende epiche (1) Leibniz (1) Lenin (7) Leonardo (43) Leopardi (3) Letteratura (22) Levi Montalcini (1) Liala (1) Liberalismo (1) LIBERTA' (28) LIBRI (23) Liotard (5) Lippi (5) Locke (4) Lombroso (1) Longhi (3) Lorenzetti (3) Lorenzo il Magnifico (1) Lorrain (5) Lotto (6) Luca della Robbia (1) Lucia Alberti (1) Lucrezio (2) Luini (2) Lutero (3) Macchiaioli (1) Machiavelli (10) Maderno (1) Magnasco (1) Magritte (4) Maimeri (1) Makarenko (1) Mallarmé (2) Manet (14) Mantegna (8) Manzoni (4) Maometto (4) Marcks (1) MARGHERITA HACK (1) Marquet (2) Martini (7) Marx (17) Marxismo (9) Masaccio (7) Masolino da Panicale (1) Massarenti (1) Masson (2) Matisse (6) Matteotti (2) Maupassant (1) Mauriac (1) Mazzini (5) Mazzucchelli detto il Morazzone (1) Medicina (4) Medicina alternativa (23) Medicina naturale (17) Meissonier (2) Melozzo da Forlì (2) Melville (1) Memling (4) Merimée (1) Metafisica (4) Metalli (1) Meynier (1) Micene (2) Michelangelo (11) Mickiewicz (1) Millais (1) Millet (4) Minguzzi (1) Mino da Fiesole (1) Miró (2) Mistero (10) Modigliani (4) Molinella (1) Mondrian (4) Monet (14) Montaigne (1) Montessori (2) Monti (3) Monticelli (2) Moore (1) Morandi (4) Moreau (4) Morelli (1) Moretto da Brescia (2) Morisot (3) Moroni (2) Morse (1) Mucchi (16) Munch (2) Murillo (4) Musica (14) Mussolini (5) Mussulmani (5) Napoleone (11) Natale (8) Nazismo (17) Némirovsky (1) Neo-impressionismo (3) Neoclassicismo (1) Neorealismo (1) Neruda (2) Newton (2) Nietzseche (1) Nievo (1) Nolde (2) NOTIZIE (1) Nudi nell'arte (52) Odissea (1) Olocausto (6) Omeopatia (18) Omero (2) Onorata Società (1) Ortese (1) Oudry (1) Overbeck (2) Ovidio (1) Paganesimo (1) Palazzeschi (1) Palizzi (1) Palladio (1) Palma il Vecchio (1) Panama (1) Paolo Uccello (5) Parapsicologia (1) Parini (3) Parmigianino (3) Pascal (1) Pascoli (3) Pasolini (3) Pavese (3) Pedagogia (2) Pellizza da Volpedo (2) PERSONAGGI DEL FRIULI (30) Perugino (3) Petacci (1) Petrarca (4) Piazzetta (2) Picasso (8) Piero della Francesca (8) Piero di Cosimo (2) Pietro della Cortona (1) Pila (2) Pinturicchio (2) Pirandello (2) Pisanello (2) Pisano (1) Pissarro (10) Pitagora (1) Plechanov (1) Poe (1) Poesie (4) Poesie Classiche (18) POESIE di DONNE (2) Poesie personali (16) POETI CONTRO IL RAZZISMO (1) POETI CONTRO LA GUERRA (18) Poliziano (1) Pollaiolo (4) Pomodoro (1) Pomponazzi (1) Pontano (1) Pontormo (1) Pop Art (1) Poussin (9) Pratolini (1) Premi Letterari (3) Prévost (1) Primaticcio (2) Primo Levi (1) Problemi sociali (2) Procaccini (1) PROGRAMMI PC (1) Prostituzione (1) Psicoanalisi (1) PSICOLOGIA (5) Pubblicità (1) Pulci (1) Puntitismo (3) Puvis de Chavannes (1) Quadri (2) Quadri personali (1) Quarton (2) Quasimodo (1) Rabelais (1) Racconti (1) Racconti personali (1) Raffaello (20) Rasputin (1) Rauschenberg (1) Ravera (1) Ray (1) Razzismo (1) Realismo (3) Rebreanu (1) Recensione libri (15) Redon (1) Regina Bracchi (1) Religione (7) Rembrandt (10) Reni (4) Renoir (19) Resistenza (8) Ribera (4) RICETTE (3) Rimbaud (2) Rinascimento (3) RIVOLUZIONARI (55) Rococò (1) Roma (6) Romantici (1) Romanticismo (1) Romanzi (3) Romanzi rosa (1) Rossellino (1) Rossetti (1) Rosso Fiorentino (3) Rouault (1) Rousseau (3) Rovani (1) Rubens (13) Russo (1) Sacchetti (1) SAGGI (11) Salute (16) Salvator Rosa (2) San Francesco (5) Sannazaro (2) Santi (1) Sassetta (2) Scapigliatura (1) Scheffer (1) Schiele (3) Schmidt-Rottluff (1) Sciascia (2) Scienza (8) Scienziati (13) Scipione (1) Scoperte (33) Scoto (1) Scott (1) Scrittori e Poeti (24) Scultori (2) Segantini (2) Sellitti (1) Seneca (2) Sereni (1) Sérusier (2) Sessualità (5) Seurat (3) Severini (1) Shaftesbury (1) Shoah (7) Signac (3) Signorelli (2) Signorini (1) Simbolismo (2) Sindacato (1) Sinha (1) Sironi (2) Sisley (3) Smith (1) Socialismo (45) Società segrete (1) Sociologia (4) Socrate (1) SOLDI (1) Soldi Internet (1) SOLIDARIETA' (6) Solimena (2) Solženicyn (1) Somerset Maugham (3) Sondaggi (1) Sorel (2) Soulages (1) Soulanges (2) Soutine (1) Spagna (1) Spagnoletto (4) Spaventa (1) Spinoza (2) Stampa (2) Steinbeck (1) Stendhal (1) Stevenson (4) Stilista (1) STORIA (68) Storia del Pensiero (81) Storia del teatro (1) Storia dell'arte (123) Storia della tecnica (24) Storia delle Religioni (47) Stubbs (1) Subleyras (2) Superstizione (1) Surrealismo (1) Swift (3) Tacca (1) Tacito (1) Tasca (1) Tasso (2) Tassoni (1) Ter Brugghen (2) Terapia naturale (18) Terracini (1) Thomas Mann (6) Tiepolo (4) Tina Modotti (1) Tintoretto (8) Tipografia (2) Tiziano (18) Togliatti (2) Toland (1) Tolstoj (2) Tomasi di Lampedusa (3) Toulouse-Lautrec (5) Tradizioni (1) Troyon (2) Tura (2) Turati (2) Turgenev (2) Turner (6) UDI (1) Ugrešić (1) Umanesimo (1) Umorismo (1) Ungaretti (3) Usi e Costumi (1) Valgimigli (2) Van Der Goes (3) Van der Weyden (4) Van Dyck (6) Van Eyck (8) Van Gogh (15) Van Honthors (2) Van Loo (2) Vangelo (3) Velàzquez (8) Veneziano (2) Verdura (1) Verga (10) Verismo (10) Verlaine (5) Vermeer (8) Vernet (1) Veronese (4) Verrocchio (2) VIAGGI (2) Viani (1) Vico (1) Video (13) Vigée­-Lebrun (2) VINI (3) Virgilio (3) Vittorini (2) Vivanti (1) Viviani (1) Vlaminck (1) Volta (2) Voltaire (2) Vouet (4) Vuillard (3) Warhol (1) Watson (1) Watteau (9) Wells (1) Wilde (1) Winterhalter (1) Witz (2) Wright (1) X X X da fare (34) Zurbarán (3)