martedì 17 novembre 2009

QUAI DE LA TOURNELLE (1938) - Filippo DE PISIS

QUAI DE LA TOURNELLE (1938)
Filippo DE PISIS (1896 – 1956)
Pittore italiano del XX secolo
GALLERIA NAZIONALE
D'ARTE MODERNA ROMA
Tela cm. 92 x 64

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Pixel 1760 x 2500 - Mb 2,41



ALCUNE NOTE SU DE PISIS

Filippo de Pisis, il cui vero nome era Filippo Tibertelli, nacque a Ferrara l’11 maggio 1896.
I suoi esordi più che alla pittura sono legati alla poesia, infatti nel 1916 pubblicò i “Canti della Croata” nei quali alternava la malinconia crepuscolare alla ricerca di una dimensione cosmica.
I primi dipinti sono del 1914, e raffigurano soprattutto nature morte: le “Pere”…, “Oggetti con numeri” sono opere nelle quali De Pisis univa la spazialità metafisica delle superfici distese e ben calcolate con il tocco lirico e sensuale.
Il 1916 fu un anno molto importante per il suo approccio alla pittura metafisica, infatti conobbe Savinio, Giorgio de Chirico, Carrà.
A questo periodo appartengono “Poeta folle”…, “Natura morta con guanto”…, “Ora fatale”.
Trasferitosi a Roma, Filippo de Pisis strinse amicizia con A. Spadini, collaborò alle riviste «la Ronda» e «Valori Plastici» e studiò la natura morta del Seicento napoletano, attratto in maniera particolare dal cromatismo di artisti quali Ruoppolo e Recco.
Nel 1923 De Pisis si trasferì ad Assisi dove insegnava latino, qui approfondì la conoscenza dell'opera di Giotto, affascinato dalla sintesi formale del recupero della classicità.
Stabilitosi a Parigi nel 1925 l'artista si avvicinò all'Impressionismo e ai ‘fauves’, incontro che lo condusse a una maggiore attenzione per il colore.
Alla fine degli anni Trenta era in Inghilterra, ma allo scoppio della guerra ritornò in Italia, lavorando a Milano dal 1940 al 1943 e a Venezia dal 1944 al 1948.
A causa di una malattia dovette ritirarsi in una casa di cura dove dipinse solo saltuariamente.
Le ultime opere siglate V.F. sono caratterizzate da labili tratti di colore su una tela lasciata in gran pare scoperta.
De Pisis morì a Milano nel 1956.


QUAI DE LA TOURNELLE

La veduta, colta dall'alto, raffigura la “Quai de la Tornelle” a Parigi.
Il disfacimento della forma, portato all'estrema conseguenza, è in sintonia con la produzione artistica matura di De Pisis.
La visione acquista valenza impressionista perdendo ogni contatto con la natura.
Elementi desunti dal Cubismo, il Surrealismo e il Fauvismo, sono qui fusi dando vita ad una moderna visione del colore.
Gli oggetti si condensano sui fondi indistintamente, travolti dal vento che percorre tutta la veduta…, i cupi colori del cielo fanno presagire che da lì a poco scoppierà un temporale.
La pennellata è densa, quasi un segno capace di costruire uno spazio dall'accento metafisico.


L’OPERA

Insieme ad altre opere di De Pisis che occupavano tutta la settima sala, il dipinto è stato esposto in occasione della «Esposizione dell'Arte Moderna», allestita nel 1944 presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma…, al termine della manifestazione l'opera rimase in quel museo, dove la potete ammirare ancor oggi.


DIPINTO (Painting) - Juan MIRÓ

DIPINTO (1930)
Juan MIRÓ (1893 – 1983)
Pittore spagnolo del XX secolo
MUSEO NAZIONALE D'ARTE MODERNA - PARIGI
Tela cm. 150 x 230

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Pixel 1770 x 2500 - Mb 1,91



In questo periodo Juan Miró si allontana dal surrealismo per aderire alle ricerche di Mondrian e di Kandinskij e si orienta deliberatamente verso l'arte astratta.
Egli scioglie in modo radicale ogni legame con il reale, anche se alcuni elementi trasformati o deformati esistono ancora.
Il “Dipinto” può essere considerato emblematico di questo turbolento periodo di ricerche; l'opera conserva una vivace scioltezza cromatica che le deriva dalla produzione artistica precedente, ma l'autore unisce ad essa una pennellata disordinata, formante macchie di colori trasparenti che sembrano muoversi libere all'interno di una linea nera.
Tutto viene ricondotto ad un processo semplificativo radicale; si avverte quasi l'impressione di una rappresentazione arcaica, dove una forma azzurra in alto sta a significare il cielo ed un rosso mattone unito al verde smeraldo rappresenta il suolo, mentre dei triangoli neri divengono delle montagne.

Un critico dell'epoca scriveva…
«Miró ritrova un'infanzia allo stesso tempo seria e divertente, agganciata ad una mitologia basata sulla metamorfosi delle pietre, degli animali, un po' come nelle leggende dei popoli primitivi, dove gli elementi terreni attraversano delle inverosimili trasformazioni».


L’OPERA

Questa è un'opera basilare nell'evoluzione di Miró dal figurativo all'astrattismo.
Nel 1928, ritornato dal suo viaggio in Olanda, dipinge la serie degli “Interni olandesi” (Museo d'Arte Moderna di New York…, Collezione Guggenheim di Venezia), ispirata ai pittori fiamminghi del XVII secolo.
Questi anni sono caratterizzati da un temporaneo abbandono della semplificazione delle forme e da un ritorno al grafismo sinuoso della sua prima produzione.
Nel 1929 deriva dai modelli classici la serie dei “Ritratti immaginari”.
I lontani spunti figurativi sono un pretesto per deformazioni ironiche, ottenute accentuando il ritmo delle forme fantastiche ed eleganti, ed il lirismo dei colori.
La sua volontà di «uccidere la pittura» lo porta a sperimentare nuovi linguaggi, quali i «collages» dell'inizio del 1929, o la «pittura-oggetto», e a ricostruire nuovi segni e nuovi ideogrammi che possano esprimere più adeguatamente i suoi stati d'animo spesso enigmatici e contraddittori.


MIRÓ TRA IL 1920 E IL 1930

Nel 1920 Miró arriva a Parigi e cerca di inserirsi nel fervido clima culturale della capitale.
Dal 1922 entra in contatto con il futuro gruppo surrealista; insieme all’amico André Masson prende parte alle serate del gruppo «Rue Blomet», interessato alle prime ricerche sull'inconscio.
Intorno al 1925 il pittore inserisce nei suoi quadri parole o frasi, realizzando dei dipinti-poesia.
Nel 1926 crea con Max Ernst le scene di “Romeo e Giulietta” per i balletti russi di Diaghilev.
Miró apre successivamente il suo atelier nella villa des Pusains, in rue Tourlaque a Montmartre; la vicinanza di Ernst, Eluard, Arp e Magritte è per lui molto proficua.
Nel 1928 effettua un viaggio in Olanda che gli ispira delle interpretazioni molto libere dei dipinti dei grandi maestri fiamminghi.
Realizza inoltre le scene e i costumi per il balletto “Jeux d'enfants” di Massine (collaboratore di Diaghilev) a Montecarlo ed esegue per Tristan Tzara, fondatore del movimento «dada», le litografie de “L'arbre des voyageurs”.
Costretto da sopraggiunte difficoltà economiche, nel 1932 Juan Miró si trasferisce a Barcellona, dove lavora fino al 1933.


Hans Holbein il Giovane (1497 circa - 1543) Pittore tedesco

    

AUTORITRATTO
Self-Portrait (1542)

Hans Holbein il Giovane
(1497 circa - 1543)

Pittore tedesco






Hans Holbein nacque nel 1497-1498 ad Augusta, secondogenito dell'omonimo pittore.

La sua formazione avviene insieme ai fratelli nella bottega paterna.

Nel 1515 Hans è documentato a Basilea, dove dipinse sul ripiano di un tavolo eseguito per conto di Hans Baer.

La prima commissione importante dell'artista è il dittico firmato e datato 1516 per i coniugi Meyer.

Dal 1517 egli è documentato a Lucerna, impegnato nella decorazione della Hertsteinhaus, soggiorno forse interrotto da un viaggio nell'Italia del Nord.

Morto il fratello maggiore Ambrogio, Hans ereditò la bottega paterna che portò avanti anche grazie all'aiuto finanziario della moglie Elisabeth, più vecchia di lui di quattro anni, sposata nel 1519.

Ottenuta la cittadinanza, Holbein visse stabilmente a Basilea, dove nel 1529 venne coinvolto nella crociata iconoclasta: in questa occasione molti personaggi che non aderirono alla Riforma furono costretti a fuggire, fra questi anche Erasmo da Rotterdam. amico di Holbein.

Recatosi a Londra, nel 1523 Holbein partecipò ai preparativi per l'ingresso di Anna Bolena in città, ed eseguì alcuni ritratti di personaggi di corte.

A1 1536 risale il primo ritratto di Enrico VIII accompagnato dalla moglie Giovanna Seymour.

Morta quest'ultima.nel , nel 1538 - 1539 Holbein venne incaricato di ritrarre le nobildonne aspiranti spose del re.

Nel corso del soggiorno londinese Holbein tornò occasionalmente a Basilea, dove ricevette l'offerta del consiglio municipale di essere assunto come pittore ufficiale, proposta da lui declinata.

Durante la terribile epidemia di peste che decimò la popolazione londinese, il 7 ottobre 1543 Holbein fece testamento, un atto dovuto alla vigilia della sua morte, avvenuta il 29 novembre.


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RITRATTO DI ANTONIO IL BUONO DI LORENA (1543) - Hans HOLBEIN il Giovane

RITRATTO DI ERASMO DA ROTTERDAM (1523) - Hans Holbein il Giovane


RITRATTO DI ANTONIO IL BUONO DI LORENA (Portrait of Duke Anthony the Good of Lorraine) - Hans HOLBEIN il Giovane


RITRATTO DI ANTONIO IL BUONO DI LORENA (1543)

Hans HOLBEIN il Giovane (1497 circa - 1543)
Pittore tedesco del XVI secolo
STAATLICHE MUSEEN di BERLINO
Olio su tavola cm. 51 x 37


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Il personaggio raffigurato è ritratto con il mezzo busto rivolto di tre quarti verso destra.
Nessuna connotazione spaziale sottolinea l'ambiente circostante: soltanto uno sfondo verde unito costituisce la quinta dietro la figura.
In primo piano è il braccio, ingigantito dalla pesante manica dell'abito, che poggia su un piano non visibile.
L'indossa un ampio manto scuro, simile al velluto damascato, che lascia scoperta parte della manica dell'abito dai toni rossi dorati., sul capo porta un berretto su cui sono fissate tre coppie di ciondoli dorati.
Raffigurato con una lunga barba il modello tradisce la sua non più giovane età, come conferma anche l'iscrizione che il busto divide a metà: « AETATIS SVAE 54».
L'identificazione del personaggio con Antonio il Buono, duca di Lorena - valente principe e generale di Francesco I - è ormai comunemente sostenuta dalla critica, ad esclusione di uno studioso che ritiene invece trattarsi di John Baker, consigliere di Enrico VIII.
La sua opinione si fonda su un disegno conservato alla National Gallery di Londra..., ma il confronto non è ritenuto pertinente da nessun altro critico.
Il dipinto mostra tutte le doti ritrattistiche di Holbein, evidenti soprattutto nel tratto preciso e nella risoluzione plastica, anche se i ritratti dell'ultimo periodo, come quello di Antonio di Lorena, si distinguono per una semplificazione della forma artistica e per una stasi nella creatività che inducono il pittore a una sorta di ripetizione degli schemi figurativi.


L'OPERA

La trascrizione dell'età di Antonio il Buono fornisce un valido elemento per suggerire la datazione del dipinto.
Il duca lorenese era nato nel 1489 e aveva cinquantaquattro anni quando veniva ritratto da Holbein: si deduce che l'epoca di esecuzione deve essere riferita con certezza al 1543.
Non è escluso che il pittore abbia preso spunto da alcuni disegni effettuati anni prima a Nancy, quando, su richiesta di Enrico VIII, dipingeva il ritratto della figlia del duca, Anna di Lorena.
Il quadro acquistò valore quando nel 1871 fu esposto a Dresda.
In seguito comparve sul mercato antiquario londinese e da qui acquistato dal pittore inglese Millais per il Museo di Berlino.
Nello stesso periodo circolava sempre sul mercato antiquario un falso desunto dal ritratto in questione.
Una copia è segnalata al Fitzwilliam Museum di Cambridge.
Il retro della tavola conserva la sigla di uno dei collezionisti che la possedette..., un analogo contrassegno compare in un altro ritratto di Holbein.


IL TESTAMENTO DI HOLBEIN

Preoccupato per la peste che in quegli anni dilagava nella città di Londra e che di lì a poco avrebbe stroncato anche lui, Holbein redigeva nel 1543 il suo testamento alla presenza dell'armaiolo Anthony Snecher, dell'orafo Hans di Anversa, del mercante Ulrich Obynger e del pittore Harry Maynert, probabilmente tutti membri della colonia di stranieri che agivano nella corte inglese.
Preoccupato di sostenere i suoi amici e soprattutto della sorte dei figli illegittimi, il pittore dispose che i suoi beni e il suo cavallo fossero venduti per saldare i debiti, in modo tale da garantire una sicura rendita ai figli.
Dai documenti che ho trovato ho appreso però che, dopo la morte di Holbein, uno dei testimoni assolse solo in parte il suo compito testamentario, offrendosi ai figli come amministratore dei beni ereditati.


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HANS HOLBEIN il Giovane (1497 circa - 1543) - Pittore tedesco

RITRATTO DI ERASMO DA ROTTERDAM (1523) - Hans Holbein il Giovane


LA SIGNORA BOERE IN COSTUME DI CARNEVALE (Mrs. Boere in custom from carnival) - Jean-Étienne Liotard

LA SIGNORA BOERE IN COSTUME DI CARNEVALE (1746)
Jean-Étienne LIOTARD (1702-1789)
Pittore svizzero del XVIII secolo
RIJKSMUSEUM di AMSTERDAM
Olio su tela cm. 61 x 48

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ANALIZZO LO STILE DEL QUADRO

Nessun elemento particolare denota l'ambiente aiutando a definire il grado sociale ed umano della donna effigiata.
Lo sfondo è costituito da un'omogenea distesa beige, quasi si trattasse di una parete ben intonacata.
La signora mi guarda e i suoi occhi trasmettono un' espressione che tradisce il suo «essere in posa», insomma la sua mancanza di ingenuità e naturalezza.
Mi immedesimo nel pittore, come un moderno fotografo, e ho sistemato la mia modella curando ogni dettaglio del suo aspetto, sia espressivo che di abbigliamento.
Seguendo una moda allora molto diffusa, la signora porta capelli corti e incipriati sopra i quali ha posto di traverso un cappellino nero dalla foggia ricercata ma sobria.
Probabilmente dal cappello stesso, ma non visibile in quanto sul retro, parte un lungo e sottile velo nero che ruota tutto intorno alla nuca e alla gola della donna formando come una sciarpa che poi si appoggia sulla sua spalla sinistra e scende sul davanti fin sopra il grembo.
Ricamato con disegni a motivi fogliacei e vegetali, il velo dà la sensazione di una mantellina che copre le spalle della donna cadendole con larghe e morbide pieghe fin quasi ai fianchi e creando un vistoso contrasto con l'ampio abito di raso bianco sottostante fra i cui lembi aperti si vede la veste di seta azzurra.
Con questi pochi dettagli, ai quali va aggiunto soltanto il ventaglio che la donna tiene in mano, ho cercato di trasmettere il carattere morale di una signora che appare elegante e discreta, e forse anche un po' enigmatica e misteriosa, pur indossando un costume da carnevale, anch'esso assai sobrio rispetto a quelli certamente più appariscenti e vistosi che avrebbe potuto scegliere.


L'OPERA

Il quadro è il pendant del "Ritratto del Signor Boere" anch'esso conservato nel Museo di Amsterdam e realizzato da Liotard nello stesso anno.
Entrambe le opere recano infatti sul retro della tela un cartellino, scritto dal figlio dell'artista, che riporta alcune notizie riguardanti i due ritratti.
Nel verso di quello della signora Boere la targhetta dice...

"Madame Boere épouse de négociant de Gènes décédée à Genève, peint par Liotard en 1746 ».

Rimasto nella collezione dell'artista, il quadro passò in eredità al nipote Jean Étienne e, successivamente, a M.lle M. A. Liotard di Amsterdam che nel 18791o donò al Museo della propria città.


UN GIUDIZIO SEVERO SU LIOTARD

La grande fortuna di Liotard come pittore di ritratti e come autore di pastelli, una tecnica che era stata introdotta in Europa da Rosalba Carriera (a Parigi nel 1721 e a Vienna nel 1730), dovette tradursi in una fama che gli procurò una grande facilità di guadagni e, per quanto si può dedurre dalla testimonianza qui di seguito, una certa esosità nella richiesta dei compensi...

"Sono stato per il mio ritratto - scrive infatti un tale A. Hervey nelle sue Mémoires del 1750 - da Liotard, un famoso pittore ginevrino che è stato a lungo in Turchia e che, per il fatto che porta il loro costume e ha una lunga barba, è molto di moda come artista.
Ma benché colga molto bene la somiglianza, da parte mia non lo considero un pittore.
Ciò non toglie che i suoi prezzi siano alti, e che a volte riesce molto bene. Ho pagato sedici luigi per un ritrattino che mi ha fatto".

Grazie monsieur Hervey... mi ricorderò di lei....


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