venerdì 24 aprile 2009

GUSTAVE CAILLEBOTTE


Gustave Caillebotte nacque a Parigi il 19 agosto 1848.

Il padre, giudice presso il tribunale della Senna, morì nel 1873 lasciandogli un'eredità piuttosto consistente.

Le notizie sulla sua giovinezza sono scarse.

Si sa che conseguì nel 1869 il "Diplome de bachelier en droit" e che proseguì gli studi divenendo ingegnere navale.

Nel 1872 entrò nello studio di Léon Bonnat (1833-1922), il più celebre ritrattista della Terza Repubblica, e l'anno successivo fu ammesso all'Accademia delle Belle Arti.

Nella prima opera di Caillebotte, sono evidenti le tracce del realismo bonnattiano e l'influsso della tecnica della dagherrotipia.

In occasione della sua visita alla prima mostra impressionista, nel 1874, Caillebotte conobbe Degas e Monet che lo coinvolsero a seguire le nuove esperienze pittoriche.

Pur partecipando alle mostre impressioniste, comunque l'artista non abbandonò mai la sua vena realistica, dedicandosi in particolare all'illustrazione del mondo operaio.

Del gruppo impressionista Caillebotte si sentì più legato a Monet e Renoir con i quali andava spesso a dipingere e a fare gite in barca sulla Senna.

L'esclusione dal Salon del 1875 avvilì Caillebotte tanto da spingerlo a dimettersi dall'Accademia e a non partecipare mai più alle manifestazioni ufficiali, nonostante che con "I piallatori di parquet" ottenesse un buon successo di critica.

A quel punto la sua attività principale divenne quella di dedicarsi al mecenatismo e al collezionismo..., a lui si deve il finanziamento della terza mostra degli Impressionisti e la costituzione di una delle più importanti e cospicue collezioni di pittura di quella corrente, ben 332 pezzi, che alla sua morte, avvenuta nella sua casa di Gennevilliers il 21 febbraio 1894, venne donata al Museo statale del Luxembourg.


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I PIALLATORI DI PARQUET - Gustave Caillebotte


CENA IN EMMAUS (Supper at Emmaus) - Caravaggio

CENA IN EMMAUS (1601 - 1602 circa)
Caravaggio (1573 - 1610)
Pittore italiano
National Gallery a Londra
Olio su tela cm 141 x 196


È la prima delle due versioni con lo stesso tema dipinte dal Caravaggio e raffigura il momento in cui Cristo, giovane e imberbe come nel "Cenacolo" milanese di Leonardo o nel "Giudizio" di Michelangelo nella Sistina, viene riconosciuto dagli apostoli mentre benedice il pane.

A parte il giovane servo con la berretta bianca che non comprende quanto sta accadendo, i due apostoli reagiscono con violenta sorpresa alla scoperta.
Quello di sinistra è bloccato mentre, alzandosi di scatto, sospinge nel nostro spazio, invadendolo anche con il suo gomito, lo spigolo della sedia; quello di destra mentre allarga le braccia per l'intera profondità della tela.

Nell'altra versione (Milano, Brera), dipinta intorno al 1606, i gesti sono semplificati e Cristo, con maggiore aderenza al tema, è un uomo adulto, barbuto e provato dalla sofferenza.
Ha già spezzato il pane e gli apostoli hanno superato lo stupore dell'inatteso riconoscimento.
Per questo i gesti sono più contenuti e calmi anche se il volto di Cristo è percorso da un'espressione malinconica che precede la sua definitiva scomparsa dalla vista degli apostoli.
Lenticolare, in entrambe le opere, l'attenzione portata sui semplici oggetti deposti sulla tavola: il pollo, la cestina di frutta e le bottiglie di vino nella "Cena in Emmaus" londinese..., la caraffa, i piatti vuoti e la pagnotta in quello milanese.

È per raffigurazioni immediate, semplici e realistiche come queste che Caravaggio ha sconvolto, e insieme rinnovato, la pittura del proprio tempo.


L'OPERA

La prima citazione sicura dell'opera è nell'Inventario della Villa Borghese del 1650.
Tuttavia, anche se7e fonti antiche descrivono il quadro nella sua collezione, siamo certi che esso fu acquistato dal cardinale Scipione alcuni anni dopo la sua esecuzione in quanto la tela mostra i caratteri della pittura di Caravaggio intorno al 1601-1602-, mentre Scipione giunse a Roma solo nel 1605.
Rimasto nella Collezione Borghese fino alla fine del 1700, i I quadro fu venduto dal principe Camillo, marito di Paolina Bonaparte ad un certo Durand, un mercante parigino.
Nel 1831 apparteneva a un inglese, l'onorevole George Vernon che lo donò alla National Gallery nel 1839.


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CARAVAGGIO - La riforma del Caravaggio ed i caravaggeschi

La vita di Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO

LA MORTE DELLA VERGINE - Caravaggio

DECOLLAZIONE DEL BATTISTA - Caravaggio

BACCO - Caravaggio

SAN GIOVANNI BATTISTA - Caravaggio

SUONATORE DI LIUTO - Caravaggio

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SETTE OPERE DI MISERICORDIA - Caravaggio

SEPPELLIMENTO DI SANTA LUCIA (1608) - Caravaggio 


RIPOSO NELLA FUGA IN EGITTO - Caravaggio

CENA IN EMMAUS - Caravaggio

BACCHINO MALATO - Caravaggio

CANESTRO DI FRUTTA - Caravaggio

RAGAZZO MORSO DA UN RAMARRO - Caravaggio

MARTIRIO DI SAN MATTEO - Caravaggio


VINCENZO MONTI


VINCENZO MONTI...

PROFESSORE
CAVALIERE
POETA DI CORTE

Cantó con lo stesso entusiasmo e lo stesso candore reazione, rivoluzione, restaurazione.



Il 13 gennaio 1793 veniva ucciso a Roma Ugo di Basséville, rappresentante della Francia rivoluzionaria nella capitale dello Stato Pontificio: la plebaglia sanfedista, spinta dalle autorità ecclesiastiche, presumeva così di fare giustizia di quell'inviato del demonio, di quell'uomo che osava a Roma portare sulla sua carrozza i simboli della Repubblica Francese sorta dalla rovina di ciò che era così sacro a Dio e al papa, l'ancien régime.
Qualche tempo dopo, presso l'editore Luigi Perego Salvioni, usciva un libro intitolato "In morte di Ugo Basséville, seguita in Roma il di' XIV Gennaio MDCCXCIII". Il lettore vi assisteva al prelevamento del defunto Basséville dall'Inferno da parte di un angelo, che lo portava verso il Purgatorio, passando prima per la Francia, affinché prendesse visione di ciò che vi stava avvenendo: le stragi rivoluzionarie, le persecuzioni ai nobili, le violenze, eccetera eccetera.
Il massimo dell'orrore era raggiunto al momento dell'esecuzione di Luigi XVI...

"In quel punto al feral palco di morte
giunge Luigi. Ei v'alza il guardo e viene
fermo alla scala, imperturbato e forte.
Alla caduta dell'acciar tagliente
s'aprì tornando il cielo, e la vermiglia
terra si scosse, e il mare orribilmente.

Sei anni dopo, il 21 gennaio 1799, nel Teatro alla Scala gremitissimo di pubblico, un coro intonava questo canto...

"Il tiranno è caduto. Sorgete
genti oppresse; natura respira:
re superbi, tremate, scendete;
il più grande dei troni crollò.
Lo percosse co' fulmini invitti
libertade, primiero de' dritti:
lo percosse del vile Capeto
lo spergiuro, che il cielo stancò...

Il vile Capeto era Luigi XVI. Niente di strano che nella giacobina Milano si parlasse dell'ultimo re di Francia, in occasione dell'anniversario della sua morte sul patibolo, in termini ben diversi da quelli usati sei anni prima a Roma. Ma la cosa che stupisce, un poco è il fatto che entrambe le composizioni poetiche fossero opera dello stesso autore, a Roma nel 1793, a Milano nel 1799, popolarissimo, vate ufficiale del regime nell'un caso e nell'altro: VINCENZO MONTI.

La sua vita fu tutto un'adattarsi alle situazioni, cercando di trarne vantaggio, o per lo meno, di accomodarcisi alla meno peggio. Certo che se fosse vissuto mezzo secolo prima, non sarebbe stato altro che un facitore di versi arcadici, un esponente della pastorelleria, esperto negli amori delle ninfe, sempre pronto a stender epitalami od epinici. Visse invece nel turbinoso periodo napoleonico, e dovette in un certo senso impegnarsi, prender partito, fare la sua scelta, mettersi o con gli uni o con gli altri: poetare per la reazione, poi per la rivoluzione, poi per la restaurazione; e lo fece con un opportunismo ingenuamente sfacciato. Nato due secoli e mezzo fa, grazie alla bravura con cui componeva versi a Ferrara, ottenne amicizie e protezioni a Roma, dove si recò nel 1778. Qui salì rapidamente agli onori di poeta acclamatissimo, una specie di divo dell'epoca, ripetendo, forse con meno frivolezza, ma certo con gli stessi vantaggi, i successi del Metastasio.

Roma era allora tutto un fervore d'arte e di studi: non in senso progressivo, s'intende - la cosa sarebbe stata impossibile, naturalmente, nella roccaforte cattolica: nessun posto per le idee illuministiche nello stato più reazionario d?Europa, l'unico che non aveva messo in cantiere alcuna riforma (e che l'Alfieri chiamava "vasta insalubre region - che Stato ti vai nomando"). Ma stanchi del barocchismo che aveva dominato per quasi due secoli, artisti e intellettuali (pur sempre legati alla vita della corte pontificia) cercavano un nuovo modello nell'arte classica greca e romana: fu in questo periodo che ebbero inizio scavi archeologici, che ci si mise a studiare i resti delle romanità sepolti sotto stratificazioni secolari. Venne così di moda un'arte più semplice, lineare, tutta armonia di belle forme. II suo contenuto era di maniera, nessun sentimento nuovo o profondo vi si trovava: ma quello che c'era (fosse il ritratto di qualche personaggio o il palazzo per qualche prelato) era presentato in una forma che voleva concretare, per sé sola, l'ideale della bellezza. Fu questa moda, detta del 'neoclassicismo': essa, di origine italiana, dilagò per tutta l'Europa, e trovò terreno fertilissimo per svilupparsi e dare anche grandi frutti, per improntare di sé, addirittura l'intero periodo napoleonico (lo stile "primo impero" nella classica semplicità delle sue forme, era appunto neoclassico).

Ebbene: il Monti, a Rama, fece rapidamente sua questa moda, e ne divenne, anzi, nella letteratura, il massimo esponente. Il barocchismo dei poeti del Seicento, il gingillarsi con scipite immagini pastorali di quelli del Settecento, sono completamente superati e dimenticati; e, d'altra parte, nel Monti non trovi il verso rotto e duro del Parini, o quello aspro, sferzante dell'Alfieri. Trovi una musicalità distesa, lineare, un po' fredda, adattata con grande maestria a tutte le occasioni. Così, in seguito al ritrovamento di un busto greco a Tivoli, il Monti scrive la "Prosopopea di Pericle" (1779); nell'1784, dopo un esperimento di volo aerostatico, l'ode "Al signor di Montgolfier", con una sincera, per quanto goffa, esaltazione del progresso...

"Che più ti resta? Infrangere
anche alta Morte il telo,
e della vita il nettare
libar con Giove in cielo.

Per le nozze del suo protettore Braschi scrive le terzine della "Bellezza dell'Universo", per la morte del Basséville il poema di cui ho citato all'inizio alcune strofe.
Nel 1796 calunnie e mene segrete di rivali cercano di farlo cadere in disgrazia presso il Braschi, e presso le autorità: e il Monti s'affretta a scrivere una lettera in cui riafferma la sua fedeltà di buon suddito...

"La calunnia e l'invidia mi fanno da molto tempo l'onore di lacerare il mio nome su questo punto; e non potendo attaccare le mie azioni, attaccano i miei pensieri, attribuendomi delle massime, l'iniquità delle quali è stata sempre smentita dall'onestà del mio carattere... ".

Era sincera questa sua dichiarazione di obbedienza? Essa porta la data del 24 ottobre 1796; qualche mese dopo, il 16 febbraio 1797, il Monti scrive ad un amico...

"Noi siamo alla vigi1ia della nostra redenzione, o di veder rotto un giogo che da diciotto secoli opprime la terra... Son mesi e mesi che il mio cuore non prova più che i palpiti del terrore, e mi scoppia in petto per allargarsi a quelli della libertà, che mi costa tanti sospiri".

La lettera era addirittura accompagnata da un sonetto, che il Monti pregava l'amico di pubblicare anonimo; un sonetto anticlericale "per uccidere la superstizione della moltitudine".

Nel 1797, ecco il gran passo. Basta con la Roma dei preti, addio all'abate Monti (egli era, infatti, abate: vecchia, modesta carica para-ecclesiastica che permetteva ai letterati di usufruire di prebende e di sinecure). Ecco, invece, il cittadino Monti, che si reca a Bologna, poi a Milano, mettendosi a disposizione della Repubblica Cisalpina. Incomincia la esaltazione del nuovo regime e, in particolare, di Napoleone ("Il Prometeo", 1797), la condanna dei reazionari italiani ("Il fanatismo"..., "La superstizione"..., "Il pericolo"), la celebrazione della libertà d'Italia ("Per il Congresso di Udine": ...voi cadrete, o troni...).
Messosi così apertamente dalla parte dei "rivoluzionari", quando sopravvenne la breve eclissi napoleonica, il Monti dovette battersela alla svelta e riparare a Parigi. Ne tornò nel 1801...e scrisse quei famosi versetti orecchiabili tanto popolari...

"Bella Italia, amate sponde
pur vi torno a riveder!
Trema in petto, e si confonde
l'alma oppressa dai piacer)

... e fino al 1814 la sua tranquillità non fu più turbata: incensato e lautamente pagato, fu il cantore ufficiale del Regno Italico.
Ecco alcuni titoli: "Il Bardo della Selva Nera", adulatorio di Napoleone: il Monti ne ricavò duemila zecchini, una tabacchiera d'oro e il titolo di istoriografo del Regno..., "La Jerogamia di Creta" per le nozze di Napoleone con Maria Luigia..., "La palingenesi politica" in occasione delle guerre in Spagna.., ecc.
Di questo periodo è anche la traduzione dell'ILIADE (1810).

Al crollo dell'impero napoleonico, nuovi guai per il nostro poeta, che si affanna a sistemarsi coi nuovi padroni. Per i quali scrive tre cantate ("Mistico omaggio"..., "Ritorno d'Astrea..., "Invito a Pallade") piene di lodi agli austriaci e di vituperi a Napoleone. Ma ormai la sua vena si è spenta quasi del tutto; egli si occupa di questioni linguistiche, scrive un poema sulle bonifiche dell'Agro Pontino fatte da Pio VI, e si schiera contro la nuova corrente letteraria, il romanticismo (che chiama audace scuola boreal: boreale perché di origine nordica, tedesca).

Morì a Milano, dimenticato e solitario, il 13 ottobre 1828.
La sua influenza letteraria si prolungò per tutto il secolo XIX, e favorì il risorgere di modi neoclassici verso la fine dell'Ottocento (Il Carducci guardò a lui come ad un maestro). Fu, indiscutibilmente, rappresentativo di tutto un periodo. Assumere nei confronti della sua figura di uomo un atteggiamento severo, di riprovazione e condanna, è certo giusto: ma, in nome di questa condanna estendere il giudizio negativo su tutta la sua opera, sarebbe sbagliato. Non è possibile ripensare a quel tormentato periodo della storia italiana, a quel momento della cultura e dell'arte nostra, in quella fase di transizione, senza pensare insieme alla "presenza" che vi ebbe Vincenzo Monti, letterato alla maniera tradizionale italiana, legato alla vecchia generazione "che se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo Monti, professore, cavaliere, poeta di corte" - come diceva il De Sanctis -, ma, dopo tutto, creatore di un patrimonio di belle forme poetiche, alle quali ci si può, dilettandoci, rivolgere con indulgenza. Né si può dimenticare che è a lui che la letteratura italiana deve la traduzione artisticamente pregevolissima dell'Iliade....

"Cantami o diva del Pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei... "

... intere generazioni di studenti italiani hanno conosciuto Omero così.


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