mercoledì 11 febbraio 2009

LE BERCEAU (The cradle) - Berthe Morisot

  

LE BERCEAU (1872)

Berthe Morisot (1841 - 1895)

Pittrice francese

Museo d'Orsay di Parigi

Tela cm. 56 x 46












Il dipinto raffigura Edma Morisot, sorella dell'artista e sua figlia Blanche..., la scena è colta nell'intimità di un interno.

La donna raffigurata di tre quarti è seduta con un braccio appoggiato alla culla, teneramente assorta nell'osservare, con ammirazione tutta materna, la figurina della figlia.

La bimba dorme tranquilla nel suo candido lettino, un velo trasparente protegge la culla da occhi indiscreti.


In quest'opera si distingue nettamente l'influenza dovuta alla vicinanza di Edouard Manet..., l'impronta della pennellata così fluida, quella maniera così fresca e spontanea, senza contare la ricerca sulla natura del colore e della luce.

Gli impressionisti cercavano di rappresentare la vita che si svolgeva intorno a loro in maniera immediata.

I soggetti del tutto estemporanei erano scelti dalla vita quotidiana, assumendo un significato del tutto particolare.

In LE BERCEAU è possibile cogliere un forte sentimento poetico.
La scena, soggetto familiare, è uno dei temi preferiti trattati da Berthe Morisot durante la sua carriera.


LE BERCEAU fu dipinto da Berthe Morisot nel 1872.
Attualmente si trova esposto al Musée d'Orsay a Parigi.
Nella stessa collezione è possibile ammirare altre opere della stessa autrice come...

- JEUNE FEMME EN TOILETTE DE BAL del 1879
- LE CHASSE AUX PAPILLONS del 1874
- HORTENSIA del 1894
- LOUISE RIESNER del 1888
- LES ENFANTS DE GABRIEL THOMAS del 1894.


VEDI ANCHE . . .

BERTHE MORISOT - EDOUARD MANET - PIERRE_AUGUSTE RENOIR

AUTORITRATTI DEGLI IMPRESSIONISTI - Cézanne, Degas, Morisot, Pissarro

LE BERCEAU - Berthe Morisot



LA LETTURA (Reading) - Edouard Manet

LA LETTURA (1865 - 1872)
Edouard Manet (1832 - 1883)
Pittore francese
Museo d'Orsay di Parigi
Olio sui tela cm. 61 x 74
Risoluzione foto Pixel 2500 x 2082 - Mb 2,24


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Il dipinto ritrae la signora Manet e suo figlio Leon Koella-Leenoff che legge un libro per lei.
Ancora una volta la pittura è testimone del clima culturale di un'epoca con la rappresentazione: in questo caso di un salotto tipicamente borghese, dove la letteratura riveste un ruolo preminente.
Ma il valore dell'opera non è semplicemente identificabile con quello documentario di una certa situazione socio-culturale, né può essere considerato come un semplice esempio di ritrattistica.
In realtà l'attenzione dell'artista è rivolta non tanto all'identificazione psicologica dei personaggi, quanto al modo più efficace per rendere all'occhio dello spettatore la luminosità dell'ambiente in cui essi sono immersi.
Manet cerca di risolvere tutta la composizione con l'uso del celeste e del bianco proprio per restituire l'immagine fedele e realistica della stanza "bagnata" di luce.
Dunque per effetto dei principi impressionisti che si andavano sviluppando proprio in quegli anni, i caratteri e i tratti delle figure umane perdono consistenza per lasciare posto ad una traduzione sensibile degli effetti della luce.
E' possibile interpretare questo chiarismo, questa delicatezza nelle tonalità, come il recupero da parte di Manet della pittura settecentesca, soprattutto di Fragonard, dopo la lunga fase particolarmente influenzata dai maestri del '600 spagnolo.

L'opera firmata "Manet" in basso a destra, fu dipinta dall'artista in due fasi: Manet dipinse dapprima il ritratto della moglie nel 1865, poi riprese il quadro nel 1872.
Nel 1944 la tela entrò a far parte del Louvre, grazie al legato della principessa Edmond Singer de Polignac; esposta dal 1947 al Jeu de Paume, dal 1986 è conservata al Museo d'Orsay di Parigi.


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POLIFONIA DI COLORI

"In un paesaggio immerso nella luce, nel quale gli esseri si modellano come dei chiaroscuri colorati, là dove l'accademico non vede che la luce bianca allo stato diffuso, l'impressionista vede che la luce inonda tutto, non di uno smorto biancore, bensì di mille contrasti vibranti, di ricche scomposizioni prismatiche.
Là dove l'accadimento non vede che il disegno esterno che racchiude il modellato, l'impressionista vede le linee reali viventi, prive di forma geometrica ma costruite da mille tocchi irregolari che, da lontano, determinano la vita.
Dove l'accademico vede le cose porsi sui rispettivi piani regolari secondo uno schema riducibile ad un puro disegno teorico, l'impressionista vede la prospettiva creata dai mille nulla dei toni e dei tocchi, dalle varietà di stati atmosferici secondo il loro piano non statico, bensì dinamico.
Insomma l'occhio impressionista è l'occhio più avanzato nell'evoluzione umana, quello che fino ad ora ha scelto e reso le più complesse combinazioni di sfumature conosciute.

L'impressionista vede e rende la natura così com'è, cioè unicamente in vibrazioni colorate.
Disegno, luce, modellato, prospettiva, chiaroscuro, classificazioni puerili: tutto ciò nella realtà si risolve in vibrazioni colorate e deve essere ottenuto sulla tela unicamente mediante vibrazioni colorate".


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KARL JASPERS


Con Karl Jaspers (Oldenburg, 23 febbraio 1883 - Basilea, 26 febbraio 1969) è scomparsa, a poche settimane da Karl Barth, un'altra di quelle grandi figure di pensatori di lingua tedesca che nel periodo fra le due guerre esercitarono una notevole influenza sugli orientamenti della cultura europea.

Cresciuto e formatosi nella prospera, gerarchizzata e ben ordinata (con un ordine da caserma) Germania guglielmina, il filosofo di Oldenburg non riuscì mai a superare il trauma provocatogli dal crollo di quel mondo "ordinato e garantito", e si fece banditore di quel pessimismo irrazionalistico che, "detto dalla cattedra", nei salotti intellettuali e nei caffè a partire da Nietzsche e da Dilthey fino a Heidegger e Jaspers, sarebbe poi stato trasferito sulle piazze da Hitler e Rosenberg" (il virgolettato è di Lukàcs).

Molto bene, nella sua opera sull'irrazionalismo posthegeliano, Geörgy Lukàcs ha riconosciuto quel processo di progressiva abdicazione del pensiero borghese che sarebbe approdato alla "filosofia del naufragio"...

"L'epoca dura e densa di fatali cambiamenti della prima guerra mondiale imperialistica e il periodo delle sue conseguenze modificano fortemente la disposizione di spirito [degli intellettuali borghesi].
La tendenza soggettivistica rimane, ma il suo tono fondamentale, la sua atmosfera è del tutto cambiata. Il mondo non è più il palcoscenico ricco di vicende sul quale io, in abiti sempre nuovi e cambiando a suo piacere le quinte, possa recitare le sue proprie tragedie e commedie interiori. Esso è diventato un cumulo di rovine. Nel periodo prebellico si poteva nobilmente criticare dal punto di vista della filosofia della vita quanto vi è di meccanico e di rigido nella civiltà capitalistica. Era un innocente e non pericoloso esercizio, poiché la realtà sociale sembrava sussistere incrollabile e garantire in modo sicuro l'esistenza del soggettivismo parassitario.
A partire dal crollo del regime guglielmino il mondo sociale è diventato poco rassicurante per questo soggettivismo; la rovina del mondo che questo soggettivismo critica continuamente, ma che è alla base della sua esistenza, appare minacciosa da ogni parte. Non vi è più nulla di solido, nessun punto di appoggio. E nel deserto sta l'io solo in angoscia e tormento".


JASPERS E IL NAZISMO

Di fronte ai grandi rivolgimenti politici e sociali di quel tempo Jaspers (e Heidegger) si fa l'interprete, con la sua filosofia, di quello stato d'animo di disperazione diffuso in vasti ambienti della borghesia tedesca e particolarmente tra gli intellettuali.
Dopo il carnevale dell'esaltazione superoministica e imperialistica nicciana è "il mercoledì delle ceneri del soggettivismo parassitario".

Il mondo oggettivo è per Jaspers un alcunché di irrigidito, di morto, un "guscio" che impedisce il sorgere delle forze che cercano dinamicamente il senso dell'esistenza nel futuro, in un'esperienza da esse stesse voluta.
Queste forze sono per il filosofo gli individui che si sono "interiorizzati" e si fondano unicamente su se medesimi. Il "reale" consiste per Jaspers soltanto nell'interiorità, nella propria anima, nell'atteggiamento dell'individuo completamente isolato che conserva l'"esistenza".
Ma l'"io interiorizzato" si scontra di continuo con la "realtà che ci coarta" (la morte, il dolore, la lotta e il contrasto, le situazioni determinate e finite) che lo conduce allo scacco, al naufragio.
La presa di coscienza di questo naufragio eleva l'uomo al di sopra del mondo e al di sopra di se stesso, e gli consente di entrare in contatto con la "trascendenza", che è una sorta di Dio cioè non personale ma molto vago e indefinito.

In un mondo in movimento dove compito di ogni uomo era quello di prendere chiaramente posizioni assumendosi precise responsabilità, Jaspers si impegnò a fondo per mettere in evidenza la mancanza di senso di ogni azione umana in questo mondo.
Come ha notato Lukàcs, con questa filosofia che ebbe una notevole influenza in Germania negli anni della repubblica di Weimar, "le eventuali tendenze alla rivolta vengono stroncate e la reazione aggressiva riceve un aiuto negativo tutt'altro che trascurabile.
Il fascismo deve non poco alla filosofia di Heidegger e di Jaspers se poté educare gran parte dell'intellettualità tedesca a una neutralità più che benevola".

Certo Jaspers non può essere identificato totalmente con Heidegger che al nazismo aderì attivamente e che già nell'autunno del 1933 guidò insieme al chirurgo Sauerbruch e allo storico dell'arte Pinder, 960 professori universitari a dichiarare pubblicamente il loro appoggio a Hitler e al regime nazista. (Come non può essere assimilato a Karl Barth che del nazismo fu aperto oppositore e che nel secondo dopoguerra è stato critico del sistema occidentale e avversario delle guerre imperialistiche.


AL SERVIZIO DELLA GUERRA FREDDA

All'indomani della seconda guerra mondiale, Jaspers forte del suo "otium cum dignitate", si è precipitato ala ribalta per fare il bilancio del disastro nazionale e per assumere impegni e proponimenti per il futuro a nome suo e di altri intellettuali tedeschi. In questa occasione il filosofo dell'"io interiorizzato" ha fatto appello alla solidarietà umana sostenendo che"la libertà esiste soltanto in quanto tutti sono liberi".
Già Galvano della Volpe aveva messo in evidenza la contraddizione tra queste posizioni "democratiche" e le posizioni apertamente "elitarie", antidemocratiche che il filosofo aveva assunto in passato e che aveva "sistematizzato" in un suo libretto del 1933.

Queste aperture sono state però di breve durata ché ben presto il vecchio "soggettivista parassitario" ha trovato la sua collocazione ideale nel "mondo libero" di cui si è fatto autorevole apologeta, da un punto di vista, se possibile, ancora più regressivo in quanto non ha mancato di elevare lamenti sui pericoli che corre la civiltà occidentale ora che sempre più "l'aristocrazia degli intelligenti e dei savi si va restringendo".

Definendo "lo scopo della filosofia di oggi", Jaspers ha sostenuto che "le due potenze (USA e URSS) che ora regnano sul globo sono il mondo libero e il mondo del totalitarismo... Da un lato vi sono le possibilità offerte dalla libertà..., dall'altra il controllo assoluto da parte di una sola mente; da un lato la ricerca, la discussione e la lotta costante fra spirito e materia..., dall'altro la cosiddetta conoscenza totale e le macchinazioni dell'intrigo; da un lato l'iniziativa individuale entro i limiti del possibile..., dall'altro la pianificazione totale senza riconoscimento di alcun limite; da un lato la varietà confinante con l'anarchia..., dall'altro l'uniformità confinante con l'organizzazione dello Stato-formica composto da esseri umani non più considerabili in se stessi ma divorati, quasi fossero una sostanza di valore pressoché indifferente, dal partito, dalla burocrazia, dalla polizia e dall'esercito". E, poiché gli esseri umani dei "paesi totalitari" non erano più "considerabili in se stessi", il nostro caro filosofo è giunto a consigliare ai governanti occidentali di bombardare preventivamente le basi atomiche cinesi finché si era in tempo (lui che aveva scritto un grosso tomo di 1.000 pagine sulla bomba atomica e sui suoi pericoli per l'umanità).

Il suo anticomunismo viscerale non è servito tuttavia a dargli quel ruolo di "maestro" al quale aspirava, ed egli ha lasciato la Germania Occidentale per prendere la cittadinanza svizzera in una sorta di esilio ovattato caratterizzato da un oblio sempre più diffuso dal quale, per un momento, lo ha tratto la morte, anche se, come è stato scritto, per la storia della cultura egli era già morto da tempo.


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