mercoledì 29 luglio 2009

LETTERA AL PADRE (Letter to His Father) - Franz Kafka

  

LETTERA AL PADRE

Franz Kafka

Editore Feltrinelli

Anno 1999

Genere - Narrativa straniera








Franz Kafka (1883 - 1924) scrisse nel 1919 questa "Lettera al padre".
È una testimonianza drammatica delle terribili condizioni psicologiche in cui si svolse l'esistenza di quest'uomo, che inutilmente si sforzò di affermare la propria individualità, schiacciata dalla presenza di un padre autoritario e incomprensivo.
Kafka ripercorre qui le tappe dei suoi rapporti col genitore, e rileva amaramente quanto essi siano stati carenti sul piano affettivo. Suo padre era una persona di scarsa cultura: un commerciante che si era costruito una discreta fortuna al prezzo di dure fatiche, e che non sapeva certo apprezzare le tendenze artistiche del figlio. Ma il peggio è che egli non sapeva apprezzare quasi nulla nel suo prossimo: in tutti vedeva difetti, pigrizia, mollezza di carattere.
Si può quindi facilmente capire quanto dovessero soffrirne i rapporti coi figli.
Come tutte le persone deboli e incapaci di reagire, Kafka conserva meticolosamente nella propria memoria il ricordo degli scontri avuti col padre. E ad un certo punto sente il bisogno di vuotare il sacco, mettendo sulla carta tutto quanto.
Egli si rivolge allora al padre tiranno, rinfacciandogli l'intolleranza, l'autoritarismo, la severità eccessiva, e rammentandogli che proprio questo suo atteggiamento insofferente ha acuito il senso di insicurezza da cui si sentiva tormentato.
Particolarmente sofferto è il punto in cui Kafka rifà la storia dei propri tentativi di matrimonio, sul cui fallimento il padre ha tanto pesantemente influito.
Il messaggio contenuto in questa lettera è, nella sostanza, molto duro: è un'autentica invettiva. Ma bisogna dire che Kafka compie anche su se stesso un grande sforzo di obiettività, obbligandosi alla sincerità anche sugli argomenti più imbarazzanti.
Egli non teme di ammettere le proprie colpe (per esempio, riconosce che il fallimento dei propri fidanzamenti è stato anche dovuto al proprio comportamento), e soprattutto si astiene dall'usare espressioni apertamente irriguardose.
Il tono della lettera è anzi molto pacato, e presenta quelle tipiche caratteristiche di chiarezza e di lucidità che sono rintracciabili anche nella produzione letteraria di questo scrittore..., qui, poi, si sente ovunque rimpianto ed amarezza, e desiderio di riconciliazione.
Ma questo non fa che accentuare la drammaticità dello scritto.

È chiaro che Kafka ha provato fin dall'inizio un grande senso di ammirazione per la figura di suo padre, e non teme di confessarlo.
La sua incapacità di reazione nei confronti del genitore indica quindi che egli non è mai riuscito a rendersi veramente indipendente da lui, cioè a superare la propria sudditanza psicologica. Tant'è vero che questa lettera, pur così lunga e così dettagliata, non fu mai spedita. Kafka non ebbe mai il coraggio di dare a suo padre un simile shock, e forse non desiderava neppure di farlo. Essa rappresenta più che altro uno sfogo personale, nato dall'esigenza di far luce dentro di sé, mettendo in chiaro le ragioni della propria infelicità. Pertanto, anche se esteriormente questo scritto manifesta tutte le caratteristiche di una normale lettera (tranne la sua non comune lunghezza), si deve ammettere che il padre, qui, non è che un finto interlocutore.
Kafka ha scelto la forma di comunicazione più diretta ed immediata, che consiste nel rivolgersi apertamente a qualcuno, soltanto per mascherare meglio a se stesso la propria reale, e dolorosissima, incapacità di dialogare col padre.

Non è sempre vero, allora, che la lettera è una forma di incontro tra due persone, un modo per sentirsi più vicini..., essa può anche diventare un espediente per evitare un incontro temuto, o non desiderato.
Anzi, in generale, quando due individui che potrebbero benissimo parlarsi a voce preferiscono comunicare per iscritto, lo fanno proprio per evitare di trovarsi faccia a faccia (a meno che non sussistano motivi speciali..., come accade, ad esempio, nei casi in cui ci si vuole impegnare ufficialmente a rispettare un patto, e si vuole lasciare all'altro un attestato della propria buona fede).
Viste sotto quest'angolatura, le parole di Kafka, pur così amaramente intrise di affetto e di un disperato desiderio di farsi comprendere, mi appaiono come un angoscioso esempio di incomunicabilità tra due esseri appartenenti ad una stessa famiglia.


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Mio caro papà,
non è molto che mi hai chiesto perché asserisco di aver paura di Te....

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In tutta la lettera Kafka usa la maiuscola per indicare il padre. E' un segno tangibile di rispetto, ma anche della distanza affettiva che lo separa da lui.


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domenica 26 luglio 2009

LA CITTADELLA (The Citadel) - Archibald Joseph Cronin


LA CITTADELLA

Archibald Joseph Cronin

Traduzione di Carlo Goardi

Editore - Bompiani

Data di Pubblicazione 2000

Collana - I Grandi Tascabili

Pagine 366







Il furgoncino decrepito traballava pericolosamente sulla strada tutta buche, ma il dottor Andrew Manson e sua moglie Cristina non vi facevano caso. Si erano sposati quel mattino, nel villaggio di Blaenelly, dove Andrew, medico appena laureato, lavorava per la Società Mineraria e Cristina era maestra nelle prime classi elementari. Quel furgoncino era il loro cocchio nuziale. Sotto il telone lacero e bisunto si agitavano in allegra confusione pentole, valigie, pezzi disparati di mobilio e oggetti vari, destinati alla casa di Aberalaw, la cittadina mineraria in cui il dottor Manson avrebbe ora esercitato la sua professione. Andrew e Cristina Manson erano molto poveri ma, essendo giovani e innamorati, la povertà presente e futura non li preoccupava affatto.
Il Comitato per l'Assistenza Sanitaria di Aberalaw aveva destinato al dottor Manson e signora una villetta di dieci locali, disposti su due piani. Dopo che ne ebbero preso possesso, Cristina e Andrew si chiesero ridendo come avrebbero risolto il problema dell'arredamento: possedevano un letto, un tavolo e quattro sedie in tutto. Intanto, tutto quello spazio vuoto poteva permettere il più vertiginoso dei valzer: Andrew passò un braccio intorno alla vita sottile di Cristina e la fece piroettare per le stanze del primo piano, finché furono senza fiato. Poi, tenendola stretta a sé, le bisbigliò...

"Come ti chiami?"
"Cristina"... rispose lei, sorpresa.
"Cristina, e poi?"
"Cristina Manson!".

C'era nella sua voce una dedizione così assoluta che Andrew si sentì travolgere da un'ondata di tenerezza e da un grande desiderio di dimostrarle quanto la sua fiducia in lui fosse giustificata.
Due giorni dopo, il dottor Andrew Manson, pieno di sacro zelo, iniziò il suo lavoro in Aberalaw. Gli ci volle mezza giornata per compiere il giro dei malati compresi nel suo settore; non pratico dei luoghi, più di una volta gli toccò di fare doppio cammino lungo ripide strade. Il freddo si faceva già sentire, ma lui non lo avvertiva: fra poche ore avrebbe riabbracciato la sua Cristina, le avrebbe raccontato tutto. Era straordinario, pensava Andrew, avere qualcuno con cui condividere ogni dubbio,ogni ansietà e speranza.


* * *

Quell'inverno, Cristina e Andrew conobbero la felicità. Erano poveri, dovevano sopportare parecchie privazioni, ma le rate del mobilio acquistato a Londra venivano puntualmente pagate e Andrew trovava sempre in tavola m buon pasto caldo, cucinato alla perfezione. Cristina, con tutta la sua apparente fragilità e inesperienza, si era rivelata un'ottima massaia e Andrew non cessava di stupirsene.
Il lavoro di Andrew era disperatamente duro. Girava a piedi di casa in casa e la neve caduta in abbondanza moltiplicava la fatica. Ritornava da Cristina indolenzito ed esausto; si lasciava cadere nella sua poltrona e accettava con gratitudine le affettuose premure di lei, felice di sentirsela cosi vicina, così sua.
I clienti di Andrew, quasi tutti minatori, erano gente ombrosa e sospettosa; i metodi moderni e strettamente scientifici del giovane dottore urtavano contro il muro della loro spessa ignoranza. Sebbene Andrew fosse entusiasta della sua professione, certi momenti era molto demoralizzato: ci voleva tutta la paziente tenerezza di Cristina per ridargli coraggio. Essa ammirava l'altruismo di suo marito, aveva un'enorme fiducia nella sua intelligenza e nella sua capacità professionale. Fu lei che suggerì ad Andrew di prepararsi agli esami per ottenere la specializzazione in clinica medica...

"Tu sei di quelli che hanno qualcosa da dire e che vogliono farsi ascoltare, che vogliono far prendere in considerazione le loro idee, sai cosa voglio dire. Se avessi anche tu "quel" titolo, ti servirebbe".

L'entusiasmo e la fiducia di Cristina si comunicarono ad Andrew che si mise subito a studiare con impegno. Aveva solo la notte per applicarsi; di giorno, la professione assorbiva tutto il suo tempo. Con l'aiuto di innumerevoli tazze di caffè sgobbava fino alle ore piccole; e Cristina era sempre lì, come un piccolo soldato silenzioso e devoto. Entro sei mesi, Andrew fu in grado di sostenere gli esami e ottenne il suo titolo a pieni voti. Ma non fu questo che fece improvvisamente salire alle stelle la reputazione professionale del dottor Manson presso i minatori di Aberalaw. Fu invece l'amputazione dell'avambraccio di Sam Bevan, praticata in miniera, al solo lume della lanterna. C'era stata una frana al pozzo n. 3 e Bevan era rimasto sotto, col braccio schiacciato dai massi. Impossibile liberarlo. L'unico mezzo per salvargli la vita era di amputare l'avambraccio senza esitare un istante, perché incombeva la minaccia di un nuovo crollo. Andrew operò privo di aiuto, quasi alla cieca: disteso in una pozza di fango, con non più di sessanta centimetri di spazio sopra la testa. Erano appena usciti dal cunicolo, con Bevan disteso sulla barella, che un sordo boato rintronò alle loro spalle: il crollo previsto era avvenuto.
La mattina dopo, il dottor Manson poté misurare il grado della fiducia e dell'ammirazione che aveva suscitato dal numero delle porte che ora si aprivano al suo passaggio, nel quartiere dei minatori: uomini e donne lo invitavano cordialmente a voler "favorire", lo trattenevano a far due chiacchiere, gli tendevano la mano con aperta simpatia.
Quel Natale segnò una data memorabile nella carriera del dottor Andrew Manson: ciascuno dei suoi clienti gli mandò un dono, accompagnato da un affettuoso biglietto di auguri. Egli si sentì sopraffatto dalla loro generosità; era così commosso che non riusciva a parlare.
Ma quel giorno Andrew doveva aspettarsi una gioia ancora più grande: quella stessa sera, Cristina gli disse che aspettava un bimbo. Da quel momento, Andrew cominciò a comportarsi in un modo veramente patetico: faceva alla moglie le raccomandazioni più assurde, la obbligava a mille riguardi, la trattava come un oggetto fragile e preziosissimo. A volte la fissava con autentica ammirazione, quasi fosse un fenomeno. Lei rideva fino alle lacrime; allora Andrew, sinceramente allarmato, la supplicava...

"Smetti, tesoro, ti prego! Puoi causare qualche infortunio...".

Un mattino d'estate, Cristina cadde dal vecchio ponticello di legno, sospeso sulla roggia, in giardino; una delle tavole, marcite per l'umido, aveva improvvisamente ceduto.
Poche ore dopo, il bimbo nacque morto: un mese prima del tempo giusto.
Fu uno schianto per tutti e due.
Un brutale risveglio dal sogno, che li lasciò a lungo storditi.
Anche per questo, pensarono di mutare luogo e abitudini, e decisero di trasferirsi a Londra.
Andrew, dal punto di vista professionale, si sentiva ormai pronto a grandi cose e Cristina era, come sempre, pronta a seguirlo, entusiasta e fedele. Trovare a Londra una condotta non fu un'impresa facile. La somma di cui Andrew poteva disporre non superava le seicento sterline: era poco davvero, anche per una sistemazione appena appena passabile. Finalmente, dopo due mesi di ricerche, riuscirono a rilevare la casa, lo studio e la clientela del defunto medico condotto di un quartiere popolare. La casa era brutta e vecchia; brutto anche il quartiere, tutto di vecchie case squallide.
Per Cristina, che adorava la campagna, fu una gran malinconia rinchiudersi fra quelle mura annerite; ma non osava, contrastare i desideri di Andrew, che voleva ormai esercitare la professione in una grande città dove fosse possibile frequentare un ospedale modernamente attrezzato.
L'inverno arrivò quasi senza preavviso. La nebbia, mista al fumo della vicina stazione ferroviaria, sembrava a Cristina un muro invalicabile: negli anni di Aberalaw non aveva mai visto una cosa simile. Avrebbe voluto almeno rendere un po' più ospitale la loro tetra casa, ma gli scarsi guadagni della condotta non concedevano più dello stretto necessario. Mai, prima d'ora, il bisogno di guadagnare si era imposto così brutalmente al dottor Manson; doveva assolutamente trovare il modo di attirare la clientela, se non volevano morire di fame, lui e Cristina.
Fu la signora Schmidt, proprietaria della vicina salumeria, che inviò ad Andrew i primi clienti. Gente misera, in principio: donne dall'aspetto piuttosto equivoco e poveri diavoli che non potevano spendere. Finché, un bel giorno, arrivò "la gallina dalle uova d'oro", nella persona di una certa signorina Cramb, capo-reparto nei lussuosi magazzini Laurier's. Era affetta, da molti mesi, da un fastidioso eczema alle mani e veniva dal dottor Manson tanto per consultare un altro medico, dopo cento altri. Andrew ebbe una fortuna quasi sfacciata: azzeccò di colpo la diagnosi e la cura. In dieci giorni la signorina Cramb guarì.
Votò allora al giovane dottore la sua eterna gratitudine e incominciò subito a dimostrargliela. In poche settimane la sala d'aspetto di Andrew si riempì di ragazze, tutte commesse di Laurier's, alle quali la signorina Cramb aveva parlato con entusiasmo del suo "straordinario dottor Manson".
Fu ancora la Cramb che raccomandò il dottor Manson a una cliente dei magazzini Laurier's: una dama bislacca e ricchissima, sofferente di febbre da fieno. Cercava un medico per farsi delle iniezioni. Quando Andrew vide la scatola del preparato in cui la dama diceva di avere "un'assoluta fiducia", fu sul punto di dirle che quella medicina era un imbroglio e non serviva a nulla. Poi si trattenne. Non era affar suo, pensò. Non poteva perdere quella cliente: rappresentava il suo primo passo verso la clientela ricca, altolocata. Andrew era stanco di essere povero; voleva fare strada, avere danaro, non sentir parlare mai più di privazioni; così fece tacere la sua coscienza e continuò a praticare le iniezioni richieste. Dopo alcuni giorni, il "benefico influsso della dama bislacca" si fece sentire: Andrew fu chiamato in due case aristocratiche. Poi la cerchia si allargò sempre più: in capo a due mesi Manson cominciò a guadagnare in modo insperato e ci prese gusto.
Andrew Manson era in breve tempo diventato il medico preferito dalle signore, malate soprattutto di ozio. Riusciva simpatico e ispirava fiducia.
Decise allora di farsi degli abiti eleganti, degni degli ambienti raffinati in cui era chiamato a prestare la sua opera. La prima volta che scese dalla sua stanza in un abito nuovo, elegantissimo, era timido come uno scolaretto; Cristina lo guardò stupefatta...

"Andrew! Sei magnifico, - disse - vai in qualche posto?"...
"In qualche posto? Al lavoro, si capisce, come sempre"... rispose quasi brusco.
"Sei molto elegante, ma - sorrise lei - in qualche modo non sembri più tu".

Cristina mise una nota involontaria di rimpianto nelle sue parole e lui l'avverti come un rimprovero.
Le capitava abbastanza spesso; negli ultimi tempi, di essere di cattivo umore. Più aumentavano i guadagni, più Cristina si faceva amara, distante; sembrava quasi che rimpiangesse la loro povertà. Ma non era questo; Cristina rimpiangeva acutamente l'appassionato altruismo che aveva animato Andrew agli inizi della sua professione e temeva che diventasse anche lui un medico come tanti altri, desideroso soltanto di far carriera e di arricchire. Osservava con dolore il mutamento che in pochi mesi si era verificato in suo marito: come gli piaceva adesso il danaro!
Il successo economico lo inorgogliva: parlava sempre di soldi, sognava di accumularne tanti e di impiegarli bene.
Andrew finì col mettersi in società con altri due colleghi, uno dei quali era un chirurgo alla moda, assai presuntuoso e privo di scrupoli. Tutti e tre si rimbalzavano i clienti come merce qualsiasi, da cui trarre il maggior guadagno possibile. Cristina ne fu atterrita...

"Per l'amor di Dio, Andrew, non venderti!"... gli gridò un giorno piangendo.

Non servì a nulla; Andrew si offese a morte e i loro rapporti divennero più tesi. Cristina cominciò allora a perdere la fiducia in se stessa, a dubitare di essere la moglie che ci voleva per lui ...


* * *

Un giorno accadde qualcosa di terribile, che sottrasse di colpo il dottor Manson al pericolo di diventare un medico disonesto: vide morire sul tavolo operatorio un suo cliente che egli aveva indirizzato al collega chirurgo per una operazione all'addome. Lo credeva un abile chirurgo, ma si accorse troppo tardi che era invece il peggior "macellaio" che avesse mai visto in vita sua. La morte di quel povero uomo, che si era ciecamente fidato del suo consiglio, fu per Andrew Manson un colpo durissimo. Misurò tutta la gravità della sua colpa e si odiò per la propria incoscienza.
Roso dall'angoscia, si volse allora a Cristina con l'antica, appassionata fiducia e le chiese piangendo di riaprirgli il suo cuore.
La loro riconciliazione fu il più straordinario avvenimento dal giorno in cui si erano innamorati. Erano di nuovo d'accordo, ora; più felici di quanto fossero mai stati. Il viso di Cristina era ritornato sereno, luminoso: i suoi occhi dolcissimi si posavano su Andrew con la tenerezza di un tempo. Stretto a lei, Andrew parlava, parlava, faceva progetti meravigliosi: sarebbero ritornati in provincia, a lavorare seriamente, con la stessa volontà di bene che lo aveva animato nei primi anni. Riuscirono a vendere la condotta per un prezzo giusto. Cristina era trasfigurata dalla gioia all'idea di ritornare in campagna; non le importava nulla di incominciare tutto da capo...
Ma non tornò in, campagna, povera Cristina: rimase a Londra, nel piccolo cimitero di Kensaal Green.
Accadde una sera, pochi giorni dopo la loro riconciliazione: Cristina era uscita da pochi minuti, per comperare il formaggio prreferito da Andrew alla salumeria della signora Schmidt. Andrew l'aspettava seduto a tavola e ripensava contento alle parole che poco prima lei aveva pronunciato...

"Non sono mai stata più felice in vita mia".

Improvvisamente, il campanello suonò con violenza: era il vigile Struthers, che Andrew conosceva.
Dietro di lui, seguiti da una folla silenziosa, due uomini portavano Cristina.
La posarono sul lettino dell'ambulatorio... già morta.
Era uscita di corsa dal negozio, dissero, proprio mentre passava un autobus...

Il colpo stroncò Andrew, fisicamente e moralmente; per un mese visse come un automa, con rari momenti di disperata lucidità. Fu il suo vecchio amico Denny, ottimo medico e cuore generoso, che riuscì a poco a poco a ricondurlo alla normalità. Fu merito di Denny, della sua ostinata e affettuosa pazienza, se Andrew poté ancora guardare al futuro e desiderare di riprendere il lavoro. Avrebbero lavorato insieme, lui e Denny; ma lavorato sul serio: come ai tempi di Aberalaw e anche più. Poche ore prima di lasciare Londra definitivamente, Andrew andò nel piccolo camposanto tutto verde, dove era la tomba della sua Cristina....

"Non verrò mai meno alla tua fiducia, Cristina. Vedrai: sarò sempre degno del tuo amore"... disse, e levò lo sguardo all'orizzonte.
Lassù, in aria, si ergeva luminoso un bastione di nuvole; avevano la forma di un castello...
"Quanti sogni, Cristina! Quanti sogni, insieme!"..., sospirò Andrew e chiuse gli occhi, riascoltando la voce dolce e gioiosa di Cristina, le sue parole in quell'ultima sera... "Sono tanto felice. Andrew, tanto felice!"...


UNA PAGINA

"Il viaggio di uscita richiese quasi un'ora. Spesso, nei passaggi stretti, dovevano inclinare la barella per traverso. Andrew non avrebbe saputo dire quanto erano rimasti sotto. Ma alla fine arrivarono all'ascensore.
Su, in pochissimi secondi, con la velocità di un razzo. Uscendo dalla gabbia gradirono il morso del vento sulle guance. Respirarono a pieni polmoni. Andrew salì la scaletta reggendosi alla ringhiera. Faceva ancora scuro, ma nel cortile erano state accese le fiaccole di nafta, che sibilavano e saltellavano, mostrando molte lingue contorte. Attorno era adunato un capannello di figure in attesa.
Alcune donne, nel gruppo, con le teste negli scialli. D'un tratto, come la barella lo oltrepassava, Andrew sentì gridare disperatamente il proprio nome e nell'attimo seguente aveva attorno al collo le braccia di Cristina. A capo scoperto, con solo il mantello sopra la camicia, i piedi nudi nelle scarpe, sembrava uno spettro.
"Cosa c'è?"... egli domandò stordito, cercando di disimpegnarsi dal suo abbraccio per poterla vedere in faccia. Ma lei non si staccava da lui. Si aggrappava freneticamente, come una donna che annega, mormorando, in rotti accenti:- Dicevano che il tetto era caduto... che non... non venivate più fuori...". La sua pelle era livida. Batteva i denti per il freddo...".

(da: A.J. Cronin - La Cittadella - Traduzione di Carlo Goardi - Editore Bompiani)


COMMENTO ALLA PAGINA

Cronin non è diventato celebre per la qualità del suo stile, anzi, la sua prosa non manca di difetti: talvolta è trasandata e si vale di luoghi comuni. Ma egli ha la grande qualità di saper raccontare: sa cogliere sempre il lato più umano di ogni situazione e ha una notevole padronanza della 'scena'. L'episodio dell'operazione chirurgica in miniera è autentico: ne fu protagonista lo stesso Cronin, quando era medico minerario in un paesino del Galles. Da tutta la pagina spira infatti un accento di assoluta sincerità..., le immagini ne balzano vive, delineate con vigorosa precisione.
Ho letto vivamente questa pagina, con la sensazione di partecipare totalmente alla vicenda e questo, per me, è il migliore risultato a cui un romanziere possa giungere,


VALORE DELL'OPERA

È difficile, tra i romanzieri del Novecento, cogliere una voce così generosa e sincera come quella di Archibald Cronin.
Nello scrittore è presente lo stesso altruismo che lo animava quando esercitava la professione medica.
Cronin è soprattutto un idealista..., intende lo scrivere come una missione e ciò lo porta a denunciare il male ovunque esso appaia.
Questo generoso intento morale è presente in tutte le sue opere, ma lo si avverte in particolare ne "La Cittadella", romanzo in gran parte autobiografico.
Quando l'autore viveva gli avvenimenti che divennero più tardi materia dei suoi romanzi, non pensava ancora a scrivere..., eppure, il suo sguardo acuto e intelligente già si volgeva intorno e raccoglieva tutti i preziosi elementi che più tardi sarebbero serviti allo scrittore.
Cronin non se ne accorgeva, ma, praticando la sua professione di medico, affinava contemporaneamente la sua innata qualità di romanziere.
È uno scrittore onesto e simpatico, che ci parla con voce persuasiva e amica: lo si segue col batticuore e lo si ascolta volentieri, anche quando diventa decisamente polemico.
È un galantuomo, sinceramente spaventato dello smarrimento spirituale dei contemporanei, e preoccupato di mettere in valore i princìpi in cui erede.
Qualche volta, il lato socialmente polemico nuoce all'equilibrio artistico dell'opera..., ciò si verifica anche ne "La Cittadella", quando lo scrittore denuncia la corruzione di una parte della classe medica.
Ma anche in quelle pagine spira una tale passione, che il lettore ne rimane avvinto.
È sempre presente una notevole carica drammatica, resa con uno stile semplice, quasi trasandato.
Fine psicologo, sa rendere in pochi tratti le qualità di un carattere, mettendone in luce l'essenziale aspetto morale.
Ne "La Cittadella" i personaggi sono una folla, ma tra tutti si distingue la figura dolcissima e innocente di Cristina.
È la compagna ideale, sempre pronta al sacrificio.
Il successo economico del marito non riesce a fuorviarla, perché la sua profonda rettitudine non può accettare compromessi di sorta.
Cronin non si è inventato le sue qualità morali, la sua figuretta esile e i grandi occhi neri: il personaggio di Cristina è tolto dalla vita vera, perché Cristina Manson è Mary Cronin, la moglie dello scrittore.
Solo la tragica fine di lei, descritta in una delle pagine più toccanti de "La Cittadella", appartiene alla fantasia dell'autore.
Dopo aver letto il libro, mi sono accorto che Andrew e Cristina sono due personaggi amici e abitano nella mia memoria come se realmente li avessi conosciuti e amati.


BREVE BIOGRAFIA DI ARCIBALD JOSEPH CRONIN


Il romanziere Archibald Joseph Cronin è nato a Cardross {Scozia) nel 1896, da padre irlandese e cattolico. Conseguì brillantemente la laurea in medicina nel 1919 ed esercitò con passione ed entusiasmo la sua professione di medico, fino al 1930. Costretto in quell'anno a una lunga convalescenza, si ritirò con la famiglia in un paesello della Scozia e si mise a scrivere un romanzo... "Il castello del cappellaio" .. Il libro fu pubblicato nel 1931 ed ebbe un immediato successo.
Cronin decise allora di dedicarsi completamente allo scrivere, obbedendo a una vocazione imperiosa.
"Appesi lo stetoscopio - racconta egli stesso - e misi via la borsa; avevo finito di fare il medico!".
Sono passati più di tanti anni e Cronin è stato tradotto in una ventina di lingue e il successo dei suoi libri è sempre andato aumentando. Archibald Joseph Cronin morì a Montreux il 6 gennaio 1981.



ALTRE OPERE

E LE STELLE STANNO A GUARDARE (1935) - Romanzo a sfondo sociale, forte e polemico..., ha reso il suo autore celebre in tutto il mondo.

LE CHIAVI DEL PARADISO (1942) - La vicenda si snoda intorno alla figura di un sacerdote cattolico, delineata con grande sensibilità.

ANNI VERDI (1944) - Romanzo a sfondo autobiografico..., l'autore vi ricostruisce la propria adolescenza.

AVVENTURE IN DUE MONDI (1952) - E' una autobiografia sincera e obiettiva. La narrazione è particolarmente avvincente e non manca di una piacevole vena di umorismo.

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sabato 25 luglio 2009

MADONNA FRA I SANTI ANTONIO E ROCCO (Madonna and Child with Sts Anthony of Padua and Roch) - Tiziano Vecellio

MADONNA FRA I SANTI ANTONIO E ROCCO (1510 circa)
Tiziano (1490 circa-1576)
Pittore italiano
Museo del Prado a Madrid
Tela cm. 92 x 133


"La Madonna in trono fra i Santi Antonio e Rocco" fu eseguita probabilmente intorno al 1510, in un periodo immediatamente precedente agli affreschi di Padova del 1511.
Tiziano era indubbiamente sotto l'influsso di Giorgione, forse si ispirò ad un'idea stessa del maestro.
L'aspetto «giorgionesco» di questa opera si nota particolarmente nell'aria assorta della Vergine e di Sant'Antonio.
Tiziano organizza le sue composizioni con uno schema di apparente serenità, ponendo una sorta di schermo tra le figure e il paesaggio..., ogni personaggio è visto in base a nuovi rapporti di struttura pittorica e i piani sono articolati in una maniera ignota a Giorgione.
Il rosso granata della veste della Madonna costituisce la nota più vibrante del dipinto, subito smorzata dal turbinio delle ombre.
Le figure sono contornate da una linea scura che le esalta nettamente sullo sfondo del paesaggio, dove zone di azzurro si alternano ad altre di un color giallo spento.
In alcuni particolari si affina la sensibilità pittorica del giovane Tiziano, soprattutto nella differenza dell'intensità luminosa sui gradini e nella rappresentazione estremamente delicata del giglio.
Tra le opere di Tiziano dello stesso periodo voglio ricordare "Noli me tangere", oggi alla National Gallery di Londra, e la "Circoncisione" dell'Università di New Haven (Yale University Art Gallery).


L'OPERA

Questa meravigliosa "Sacra Conversazione" fu donata a Filippo IV di Spagna dal Duca di Medina de Las Torres, viceré di Sicilia, e rimase fino al 1839 nell'Escorial, dove era esposta nella sacrestia della basilica.
Appare rappresentata nello sfondo della celebre tela di Coello, la "Sacra Forma".
Per molto tempo fu ritenuto che si trattasse di Un «opera del "Bordonon", ovvero di Giorgione di Pordenone.
Successivamente venne trasferita al Prado, dove è tutt'oggi esposta, non distante da un'altra "Sacra Conversazione" (La Madonna e il Bambino con Santa Dorotea e San Giorgio) di Tiziano, collocabile in un momento successivo dell'attività pittorica del maestro.


TIZIANO E CARLO V

L'aneddoto secondo il quale Carlo V si sarebbe chinato per raccogliere il pennello di Tiziano è forse non veritiero, ma rende bene i rapporti che unirono, durante vent'anni, il pittore a questo principe tra i più potenti d'Europa.
Nel 1530 i Medici convocarono l'artista a Bologna dove eseguì il suo primo ritratto di Carlo V, che gli fu pagato uno scudo.
Nel 1532 l'Imperatore gli conferì il titolo di Conte Palatino;..., con questa onorificenza ebbe un seggio alla Dieta d'Asburgo.
Tiziano realizzò ancora due ritratti del suo protettore, di cui uno equestre, posa veramente eccezionale per quel periodo.
Nel 1555, al1'indomani della sua abdicazione, Carlo V si ritirò nel Monastero di San Jerónimo di Yuste, portando con sé tre opere religiose di Tiziano: "Ecce Homo" (1547)..., " Madonna dei dolori" (1550)..., "Esaltazione della Santa Trinità" (I551-1554).
Questi tre dipinti sono conservati oggi al Museo del Prado.


VEDI ANCHE ...

TIZIANO VECELLIO - Vita e opere

CONCERTO CAMPESTRE - Tiziano Vecellio... o Giorgione?

ASSUNTA - Tiziano Vecellio

FLORA - Tiziano Vecellio

AMOR SACRO E AMOR PROFANO - Tiziano Vecellio

L’UOMO DAL GUANTO – Tiziano Vecellio

MADONNA FRA I SANTI ANTONIO E ROCCO - Tiziano Vecellio

LA MADDALENA (1530-1535) - Tiziano Vecellio

VENERE D’URBINO (1537-1538) - Tiziano Vecellio

SAN SEBASTIANO (1570 circa) - Tiziano Vecellio




RITRATTO DI PIETRO ARETINO (1545) - Tiziano Vecellio

PRESENTAZIONE DELLA VERGINE AL TEMPIO (1534 - 1538) - Tiziano Vecellio

DANAE - Tiziano Vecellio

INCORONAZIONE DI SPINE - Tiziano Vecellio


CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI (Christ Stopped at Eboli) - Carlo Levi


Carlo Levi (Torino 29.11.1902 - Roma 4.1.1975)

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI 

Carlo Levi, oltre il suo notevole apporto con la pittura, una medesima impronta realista accomuna ai suoi quadri l'opera narrativa, che si ispira ad un argomento già affrontato da Francesco Jovine: il Mezzogiorno d'Italia, cui Levi si era accostato anche in particolari circostanze della sua vita, essendo stato confinato in Lucania per la sua opposizione al fascismo.

Il "Cristo si è fermato ad Eboli" - qualcosa di mezzo tra narrativa e saggio - costituisce uno degli scritti più esemplari della letteratura neorealista. Rielaborando appunto la propria personale esperienza di confinato, Levi pone in evidenza, da un lato, la condizione di arretratezza del Mezzogiorno, vittima della oppressione burocratica di uno Stato estraneo e sostanzialmente ostile e, dall'altro, indica nella società meridionale l'estremo approdo di una antica civiltà contadina, chiusa, refrattaria a ogni sollecitazione esterna, passiva nel subire la continua offesa, cui tuttavia di tanto in tanto reagisce, attraverso incontenibili scoppi di collera e con il brigantaggio.

Molti di noi hanno letto commossi l'amara e sconsolata denuncia di un libro diventato presto famoso nell'immediato dopoguerra del secolo scorso.
Vi si parlava di un mondo "serrato nel dolore e negli usi, negato alta Storia e allo Stato, eternamente paziente", di una "terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza detta morte. - Noi non siamo cristiani, - essi dicono, - Cristo si è fermato a Eboli...".

In quelle pagine di Carlo Levi il Mezzogiorno veniva vissuto come un mondo "fuori del tempo e della storia", dove "l'uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria".
Accanto alla denuncia di una condizione umana intollerabile, c'era l'intento di rivendicare polemicamente "l'autonomia spirituale" del Mezzogiorno dinanzi al fascismo (Cristo si è fermato a Eboli, scritto nel 1944 fu però concepito nel 1936).
Ma la posizione di Levi era piena di pericoli. Se infatti nella rappresentazione che egli ci dà del mondo contadino meridionale, hanno da un lato gran posto la denuncia della miseria in cui versano le campagne del Sud, lo sfruttamento al quale i contadini sono sottoposti, le ingiustizie e le violenze attraverso le quali lo Stato borghese "mantiene" il Mezzogiorno, la critica di un'amministrazione corrotta..., e poi l'odio istintivo dei contadini contro lo Stato fascista e contro i suoi rappresentanti locali (i signori, il podestà, il prete, ecc.), la loro insofferenza verso un sistema fiscale che li dissangua e verso una pratica burocratica che li avviluppa in una rete inestricabile di carta bollata..., d'altra parte quella rappresentazione di una "immobile civiltà" meridionale, di una "povertà refrattaria", di "una terra oscura, senza peccato e senza redenzione", ha finito per creare il facile mito di un Mezzogiorno immobile, di una società contadina arcaica e primitiva.
E non sono mancati coloro che si sono serviti dei libro di Levi per arrivare a sostenere la "concreta resistenza al mutamento" che nelle campagne meridionali verrebbe non soltanto dal cieco egoismo dei ceti possidenti, ma anche dalla "organica immobilità" del mondo contadino meridionale, da quel complesso di sentimenti, tradizioni, attitudini, proprie dei componenti di una a società antica "ferma"..., e coloro che in questo isolamento del mondo contadino meridionale hanno visto addirittura la salvezza della "tradizione antica" e dei "valori umani e civili", dal "disordine" e dalla "anarchia" introdottisi nel mondo moderno dopo il Rinascimento e la Riforma, Machiavelli e Lutero!
Travisamenti interessati, come si vede, dei quali "Cristo si è fermato a Eboli" non è certo responsabile direttamente, anche se ha finito per favorirli in via indiretta, dando del Mezzogiorno una visione troppo unilaterale.

"Cristo si è fermato a Eboli" è un'espressione dei contadini lucani dell'interno, e significa: Cristo, cioè la civiltà, non ha mai oltrepassato Eboli: quassù siamo fermi da millenni.
Il detto, significativamente ripreso come titolo, esprime quindi l'amara rassegnazione dei contadini..., ma nell'opera di Levi si riempie anche di un altro senso. Il libro infatti, scritto come detto nel 1944 e uscito solo nel 1945, ritrae un'esperienza dell'autore anteriore di quasi dieci anni, ormai depositata nella memoria, filtrata dal ricordo e dall'immaginazione ed esente da ogni aspetto immediato e urtante. Il Sud si ricompone quindi nella memoria letteraria e nella scrittura come un paese dalla fisionomia arcaica, che ha prodigiosamente mantenuta intatta una cultura antica preservandola da ogni inquinamento.
C'è nel libro una consonanza, una umana simpatia per queste plebi oppresse, per la miseria di vite oscure e faticose, tagliate fuori dal progresso della civiltà moderna, ma insieme c'è anche la scoperta dell'intellettuale che si trova di fronte ad un mondo intatto e si compiace di rappresentarlo e c'è, in particolare, l'occhio del pittore che ricompone l'esperienza vissuta in scene plastiche, affreschi, ritratti.




UNA PAGINA

"Cristo si è davvero fermato ad Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui; né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani che presidiavano le grandi strade e non entravano tra i monti e le foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di Occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale (un modo cioè di concepire lo Stato come qualcosa di superiore, di simile a una divinità), né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano e divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono mai andati al di là dei confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nel moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell'eternità. Ma in questa terra oscura e senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli".

* * *

Questo è un brevissimo passo del libro di Carlo Levi, dove il distacco incolmabile che separa l'estremo Sud dal resto d'Italia è prospettato con suggestiva efficacia. Va detto, però, che proprio questa visione di un Mezzogiorno così impenetrabile e irrecuperabile è stata criticata perché essa tende a fare di quelle regioni non una realtà, soggetta dunque a una propria dinamica, ma una specie di mito, di enigma di impossibile soluzione.


CRISTO NON SI E' FERMATO A EBOLI

Seguendo il grande insegnamento di Gramsci, che impostò la questione meridionale nei suoi effettivi termini di lotta unitaria e di massa, di alleanza fra proletariato e masse contadine sfruttate, il movimento democratico, dal 1944 ad oggi, si è andato sempre più rafforzando nel Mezzogiorno e nelle Isole, avviando la grande lotta per il riscatto e la rinascita di quelle regioni.
Della questione meridionale le grandi masse popolari hanno acquistato una consapevolezza che si è formata specialmente attraverso le lotte sostenute dai lavoratori, il cui tumultuoso spirito di rivolta, esploso spesso in moti disperati, si è andato lentamente ma sicuramente trasformando in forza politica organizzata e cosciente. Dalle prime invasioni di terre nel Marchesato di Crotone, nell'autunno del 1944, alle successive agitazioni bracciantili, fino al grande movimento di occupazione delle terre, attraverso dure e spesso sanguinose esperienze del terrorismo poliziesco, questi ultimi dieci anni hanno visto in tutto il Mezzogiorno un imponente risveglio delle forze lavoratrici.
Di questo si è avuto chiara prova nel corso delle varie iniziative per la discussione dei problemi più vitali del Mezzogiorno, dal Congresso di Pozzuoli, del '47, alle Assise del Mezzogiorno, del '48, dall'Assemblea del popolo meridionale ('51), fino al dibattito tenuto a Roma presso la sede dell'editore Einaudi, per arrivare al Congresso Popolare del Mezzogiorno, che si è svolto a Napoli nel 1954, congresso nel quale gli assegnatari della Sila e delle Puglie hanno pronunciato un grave atto d'accusa contro la camorra degli enti trasformati in padroni esosi ed in strumenti elettorali, i superstiti di Salerno, di Vietri, di Cava hanno raccontato la tragedia della costiera devastata, i siciliani hanno denunciato vigorosamente la minaccia americana sul petrolio ed i sardi la crisi delle miniere del Sulcis.

Tutto questo dà alla situazione attuale del Mezzogiorno un aspetto nuovo, rivoluzionario. Ci troviamo dinanzi ad una realtà che infrange decisamente ogni mito di un Mezzogiorno immobile e chiuso in se stesso, sia esso il mito disinteressato di uno scrittore, o lo slogan propagandistico di un giornale "d'informazione". Una realtà che parla da sè, con le sue lotte, con i suoi morti, con le sue vittorie.
La questione meridionale è diventata così la piattaforma ampia e concreta della lotta di gruppi sociali diversi, tutti egualmente solleciti non solo della rinascita della propria terra, ma del progresso di tutto il paese. Le masse sfruttate del Sud sanno bene che la lotta che esse conducono è la stessa lotta che conducono gli operai del Nord: lotta per un profondo rinnovamento di tutta la società nazionale.

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mercoledì 22 luglio 2009

FILOSOFO IN MEDITAZIONE (Philosopher in Meditation) - Rembrandt

   
FILOSOFO IN MEDITAZIONE (1632)
Rembrandt (1606 - 1669)
Pittore olandese
Museo del Louvre a Parigi
Tela cm. 28 x 34
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Pixel 1750 x 2150 - Mb 1,66


Il "Filosofo in meditazione" appartiene alla prima attività di Rembrandt ad Amsterdam, opera di un periodo in cui esegue varie versioni di filosofi e apostoli in atteggiamento meditativo, che di volta in volta offrono soluzioni formali e luministiche di grande interesse.
La calda e intima atmosfera della composizione è frutto della capacità tecnica di Rembrandt: la forma prende corpo grazie al forte ma equilibrato gioco di luci e ombre.
Sia la tipologia del soggetto che l'atmosfera che avvolge la composizione ricordano opere quali "Geremia medita sulla distruzione di Gerusalemme" del 1630 (Amsterdam. Rjiksmuseum) e soprattutto il "Filosofo che legge" del 1631 (Stoccolma, Museo Nazionale).
È possibile che per questo dipinto Rembrandt abbia tratto ispirazione da una incisione di Vredeman de Vries pubblicata su un testo sulla prospettiva.


L'OPERA

Il dipinto è firmato e datato RHI van Rjin 163 (2).
L'ultima cifra della data è poco leggibile, ma la critica è oggi comunemente d'accordo nel l'affermare che si tratta di un lavoro del 1632.
Del dipinto, oggi al Museo del Louvre, esiste una copia di Salamon Koninck (anche essa nel medesimo museo parigino, probabilmente eseguita per lo stesso committente.
E infatti i due dipinti hanno subito nel tempo la stessa sorte: nel 1734 vennero venduti all'asta della collezione di W. Six ad Amsterdam e vennero acquistati nel 1784 per conto di Luigi XVI.



ALCUNE NOTE BIOGRAFICHE

Rembrandt Harmenszoon van Rjin nasce il 15 luglio 1606 a Leida.
Dopo tre anni di apprendistato nella bottega del pittore tradizionalista Jacob van Swanenburgh, nel 1624 si trasferisce ad Amsterdam dove frequenta la bottega del pittore di storia Pieter Lastman.
Nel 1625 ritorna nella città natale dove apre una bottega; a questa data risale il suo primo dipinto datato, la "Lapidazione di Saint-Etienne" che rivela l'interesse dell'artista per la ricerca chiaroscurale, costante in tutta la produzione pittorica.
Incoraggiato dalle numerose commissioni ricevute, nel 1631 Rembrandt si trasferisce ad Amsterdam dove apre una propria bottega e intrattiene rapporti di lavoro con l'influente mercante d'arte Hendrick Uylenburgh, zio di Saskia che l'artista sposerà nel 1634.
Nei primi anni della sua attività ad Amsterdam, Rembrandt si dedica in prevalenza alla ritrattistica; nel 1632 riceve la sua prima commissione ufficiale dipingendo per la ghilda dei dottori la "Lezione di anatomia del dottor Tulip".
Probabilmente sotto l'influenza della pittura barocca, i lavori eseguiti da Rembrandt intorno agli anni '40 rivelano un'intensa sperimentazione tecnica, alla ricerca di nuove soluzioni chiaroscurali e compositive; a questo periodo risale la celebre "Ronda della notte", eseguito nel 1642 su commissione della ghilda degli archibugieri.
Nel 1650, malgrado i gravi problemi che investono la sua vita privata, Rembrandt esegue alcuni suoi capolavori, come la "Betsabea" del Louvre, alcuni ritratti a carattere morale ispirati all'antico, e si dedica con crescente passione all'incisione (a lui oggi sono attribuite 287 incisioni).
Considerandolo il miglior artista vivente, nel 1662 il Municipio di Amsterdam gli affida l'esecuzione de "I sindaci dei Drappieri", oggi al Rjiksmuseum.
Rembrandt muore il 14 ottobre 1669, a 63 anni.


VEDI ANCHE . . .

REALISMO OLANDESE DEL '600 nelle Pittura


REMBRANDT Harmenszoon van Rijn - Vita e opere

RONDA DI NOTTE (The Night Watch) - Rembrandt

LEZIONE DI ANATOMIA DEL DOTTOR TULP - Rembrandt

FILOSOFO IN MEDITAZIONE - Rembrandt

BUSTO D'UOMO IN COSTUME ORIENTALE (Baltassar) Rembrandt

BETSABEA CON LA LETTERA DI DAVID (1654) - Rembrandt

FLORA (SASKIA) - Rembrandt


REMBRANDT E SASKIA CHE BRINDANO (1635 circa) - Rembrandt

LA CENA IN EMMAUS (1648) - Rembrandt






IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA (The devil in the bottle) - Robert Louis Stevenson


IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA


ROBERT LOUIS STEVENSON

Armando WEditore

Collana - Horror noir


Curato da Riccardo Reim







Robert Louis Stevenson (1850-1894), scozzese di nascita, fu un personaggio singolare, sia sul piano dell'attività letteraria che nella vita.
Spinto da sete di avventura, ma anche dalla ricerca di climi più adatti alla sua gracile salute, egli viaggiò molto, e terminò la propria breve esistenza nelle isole Samoa, nel Pacifico, inserendosi perfettamente nell'ambiente indigeno.
La sua produzione, molto vasta e varia (conoscerete certo, almeno dal titolo, "L'isola del tesoro" e "Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde"), fu caratterizzata soprattutto dalla reazione a quel clima di eccessiva fiducia nel progresso scientifico, che si era diffuso in Europa alla fine del secolo scorso.
Da ciò il frequente ricorso alla tematica del fantastico e dell'irrazionale.

La novella che ho da poco letto è una delle sue più famose, e testimonia dell'affettuosa partecipazione di Stevenson alla vita degli indigeni del Pacifico, da cui amava farsi raccontare delle storie ed ai quali egli stesso narrava le proprie.
Il racconto è abbastanza lungo, e traccio in breve la trama.

Un giovane hawaiano, di nome Keawe, trova un giorno un ricco signore il quale lo convince ad acquistare una misteriosa bottiglia scura, con la quale potrà appagare ogni suo desiderio.
Effettivamente, la cosa funziona.
In breve tempo, Keawe diventa ricco a sua volta, e corona il sogno della sua vita: abitare in una bellissima casa.
Poi però, preoccupato per le conseguenze di un possesso troppo prolungato della magica bottiglia, la rivende.
Bisogna infatti sapere che questa bottiglia ha una tenebrosa qualità: essa conduce all'inferno il suo possessore!
E non basta: la bottiglia può solo essere venduta (non regalata), e solo ad un prezzo inferiore a quello per cui era stata acquistata..., se la si vende ad un prezzo superiore o uguale, essa ritorna misteriosamente al vecchio proprietario, come Keawe stesso ha sperimentato prima di liberarsene definitivamente.
Va infine precisato che il venditore deve sempre spiegare tutto all'acquirente, prima di vendergli la bottiglia, altrimenti la vendita non funziona.
Superfluo dire, poi, che la bottiglia è assolutamente infrangibile.
Le cose, comunque, vanno a gonfie vele per il nostro eroe, che per giunta scopre di essere amato dalla bella Kokua, un tesoro di fanciulla.
Ma quando si sta per celebrare il matrimonio, la fortuna gira: Keawe si accorge di essere affetto da un cancro della pelle (che nel testo è chiamato "mal cinese").
La sua felicità rischia di sfumare per sempre.
Non c'è che un rimedio: ritornare in possesso della bottiglia, e ottenere una guarigione magica.
Dopo lunghe ricerche, il giovane riesce a rintracciare l'attuale proprietario..., ma qui, purtroppo, cominceranno i veri guai!

La novella è un tipico esempio del modo di scrivere di Stevenson: tutto fatti, con scarsi indugi, e sempre sorretto da una forte tensione.
Stevenson non è forse uno stilista, ma di sicuro possiede come pochi altri l'arte del narrare, mantenendo viva la curiosità del lettore.
La trama, del resto, è sostenuta da una forte passione morale: ne abbiamo una prova lampante in questa novella, che può essere intesa come una grande lezione di vita, in cui l'autore ci insegna a ricercare nell'amore, anziché nel denaro, la fonte della felicità.


VEDI ANCHE . . .




MIA CUGINA RACHELE (My Cousin Rachel) - Daphne Du Maurier



MIA CUGINA RACHEL
My Cousin Rachel


Daphne Du Maurier
Traduzione di M. Morpurgo
Editore - Il Saggiatore Tascabili


Collana - Narrativa Mondiale
Reparto - Narrativa straniera

Data di Pubblicazione - 2008



MIA CUGINA RACHELE

Al giovane Philip Ashley era impossibile immaginare un uomo più buono, più comprensivo e giusto di suo cugino Ambrose. Si sforzava di imitarlo in tutto, desideroso di somigliargli come un figlio somiglia al padre. Ambrose l'aveva allevato ed educato, gli aveva fatto da padre e da madre, era tutta la sua famiglia. Quando Philip ebbe finito l'università, Ambrose Ashley si decise a obbedire al suo medico che gli aveva prescritto un lungo soggiorno in un clima più mite. All'inizio dell'autunno partì per l'Italia, lasciando a Philip la cura della vastissima tenuta...

"Abbi cura di ogni cosa, Philip - disse l'ultima sera. - Non deludermi in nulla... Sei ancora molto giovane e io metto un pesante fardello sulle tue spalle. Ad ogni modo, tutto quello che ho è tuo, lo sai".

Dopo un mese, Ambrose scrisse da Firenze: visitava con entusiasmo ville e giardini, alla ricerca di piante rare, di cui avrebbe voluto tentare il trapianto in Inghilterra. Una lontana parente, la contessa Rachele Coryn Sangalletti, gli faceva da guida in quelle visite...

"Incomincio ad avere molta stima per nostra cugina Rachele - scrisse Ambrose al principio della primavera - e a volte provo un vero rancore contro quel Sangalletti, che l'ha fatta tanto soffrire prima di liberarla della sua presenza facendosi uccidere in un duello. Trascorro buona parte della giornata nella sua villa, che ha stupendi giardini, famosi per le fontane".

* * *

Poco dopo le feste di Pasqua, giunse a Philip l'annuncio del matrimonio di Ambrose con Rachele...

"Comunica a tutti la notizia - scriveva Ambrose - e ricordati, mio carissimo figliolo e cucciolo, che questo matrimonio così tardivo non può sottrarre un filo dell'affetto che ho per te".

Philip, con sua vergogna, non riuscì a provare gioia alcuna per la felicità toccata ad Ambrose: si sentiva abbandonato, come se fosse rimasto orfano una seconda volta.
Poi seguì un lungo silenzio; per mesi e mesi nemmeno una parola di Ambrose. Philip non sapeva più che cosa pensare.
Se avesse seguito il suo impulso, si sarebbe imbarcato sulla prima nave in partenza per il Continente e sarebbe corso a Firenze.
Al principio dell'estate (la seconda, dopo il matrimonio di Ambrose) giunse finalmente una lettera: breve e sconclusionata, scritta con una grafia quasi illeggibile...

"Lei mi sorveglia continuamente. Ti ho scritto parecchie volte, ma non c'è nessuno di cui mi possa fidare - scriveva Ambrose. - Sono ammalato e non c'è un medico in cui creda: sono tutti impostori dal primo all'ultimo".

* * *

Philip fece sellare il cavallo e andò di corsa dal suo padrino Nick Kendall, per mostrargli quella terribile lettera...

"Penso che dovresti partire subito - disse Kendall. - Temo che sia davvero gravemente ammalato. Tuo zio Philip, padre di Ambrose, è morto di un tumore al cervello. Non vorrei che...".

Non riuscì a terminare la frase, ma Philip comprese e si sentì gelare dalla paura. Decise di partire il più presto possibile, perché il viaggio sarebbe stato assai lungo: doveva recarsi a Londra in carrozza e di lì a Dover a prendere il piroscafo per Boulogne.
Poi avrebbe dovuto attraversare tutta la Francia e parte dell'Italia in diligenza. Salvo imprevisti, sarebbe arrivato a Firenze in tre settimane. La mattina della partenza Philip ricevette ancora un messaggio di Ambrose, agghiacciante nella sua brevità...

"È riuscita a finirmi, Rachele, il mio tormento. Se indugi, potrebbe essere troppo tardi. Ambrose".

Philip giunse troppo tardi, come il povero Ambrose aveva previsto. A Villa Sangalletti non c'era più nessuno, fuorché i custodi, che guardavano il visitatore con occhi spaventati, quasi si fossero trovati in presenza di un fantasma; la somiglianza fra i due cugini era tale da sconvolgere chi avesse conosciuto Ambrose e non l'avesse mai visto accanto a Philip. Il custode diede scarse notizie:la signora Ashley era partita il giorno dopo il funerale e non aveva lasciato nessun recapito. Il signor Ashley era stato sepolto a Firenze, nel nuovo cimitero protestante...

"La fine - aggiunse l'uomo bassa voce - è venuta quasi improvvisa: il povero signore molto indebolito per la febbre, ma fino al giorno prima era sceso in cortile ed era andato a sedersi al suo solito posto, vicino alla fontana. La contessa l'aveva sconsigliato, ma lui non aveva voluto darle ascolto: non voleva ascoltare nessuno".

Gli occhi dell'uomo si inumidirono: erano occhi buoni, sinceri, con uno sguardo di cane fedele.
Più tardi, in riva all'Arno, Philip fece un voto: giurò che tutto ciò che Ambrose aveva sofferto sarebbe ricaduto sulla donna che ne era stata la causa. Non credeva nella malattia di Ambrose: credeva soltanto a ciò che il cugino gli aveva scritto nelle sue due lettere.
Quando Philip ritornò a casa, trovò che la luttuosa notizia l'aveva preceduto: il signor Rainaldi, uomo di fiducia di Rachele Ashley, aveva scritto da Firenze a Nick Kendall, informandolo di tutto e unendo due certificati medici, dai quali risultava che Ambrose era morto per un tumore al cervello. Il padrino di Philip era in possesso del testamento di Ambrose. Le intenzioni del testatore vi apparivano semplici e chiare: Nick Kendall veniva nominato tutore di Philip finché questi non avesse compiuto venticinque anni; soltanto allora il giovane sarebbe potuto entrare in possesso di tutti i beni lasciati da suo cugino Ambrose, a parte alcuni legati ai domestici e qualche lascito per i poveri del circondario.

Neppure una modesta pensione in favore di Rachele Ashley. Il testamento era stato redatto dieci anni prima e Ambrose non vi aveva apportato alcun mutamento, neppure dopo il suo matrimonio.
Una settimana dopo il ritorno di Philip dall'Italia, giunse a Kendall una lettera della vedova di Ambrose; proveniva da Plymouth. Nick volle che Philip la leggesse...

" Ho portato con me tutto ciò che possedeva Ambrose: - scriveva Rachele - i suoi libri, i suoi abiti; tutto ciò che Philip giustamente desidererebbe riavere e tenere per sé e che ora gli appartiene di diritto. Se volete farmi sapere come debbo regolarmi e dirmi se è bene che io scriva a Philip o meno, ve ne sarò infinitamente grata".

Philip decise che avrebbe visto sua cugina Rachele. Anzi, l'avrebbe invitata a trascorre qualche giorno in casa Ashley, come sua ospite. Avrebbe finalmente potuto guardarla bene in faccia e scoprire i suoi veri sentimenti.
Là cosa più difficile erano i preparativi per quella visita: la messinscena di cortesie che bisognava pure allestire, prima di sferrare l'attacco.
Comunicò la notizia a Seecombe, il vecchio maggiordomo...

"Bene, signore, - disse Seecombe - saremo tutti lieti di dare il benvenuto alla signora Ashley".

C'era nella sua voce un'autentica commozione e Philip ne fu contrariato: Rachele non meritava che qualcuno si commuovesse per lei.
Il giorno dell'arrivo di sua cugina, Philip non si fermò in casa ad attenderla: rimase fuori tutto il giorno visitando le fattorie della proprietà, col solo scopo di far passare il tempo. Ora che il momento era venuto, non aveva più alcun desiderio di incontrarsi con quella donna odiosa.
Tornò a casa molto tardi: era già buio...

"La signora vi attende - disse Seecombe. - Se desiderate vederla, sarà lieta di ricevervi nel salottino adiacente alla stanza a lei riservata".

Philip salì al piano di sopra e bussò alla porta del salottino. Una voce dolce e appena percettibile disse di entrare. Appena vide Philip, Rachele si alzò rapidamente e gli mosse incontro: nella lunga veste di crespo nero sembrava piccola e fragile come una bambina. Gli occhi grandi e scuri facevano apparire ancora più minuti i lineamenti regolari del suo volto, che non avrebbe potuto essere più pallido. Un piccolo viso intagliato nell'avorio.
Philip le lesse negli occhi un doloroso sgomento: sembrava che Rachele riconoscesse in lui qualcuno che non c'era più. In quell'attimo fu più che mai conscio della sua somiglianza con Ambrose e per la prima volta ne provò un acuto disagio. Notò con sollievo che anche la cugina Rachele era piuttosto imbarazzata. Poi parlarono tutti e due contemporaneamente, quasi senza pensare a quel che dicevano.
Cinque minuti dopo Rachele, ormai a suo agio, raccontava del viaggio, mentre Philip, sempre sulle spine, non sapeva dove guardare. Posò infine lo sguardo sulle mani di lei: erano esili e bianche, così piccole da non potersele immaginare in una persona adulta. Rachele gli parlava con voce dolce e grave, trepida di affetto. Si rivolgeva a Philip come se lo conoscesse da sempre; sapeva di lui un mucchio di cose che Ambrose le aveva raccontato. Suo malgrado, Philip ne fu commosso e a un tratto l'ira e l'odio con cui aveva pensato, a lei per tanti giorni gli sembravano assurdi. Rachele non aveva niente in comune con l'idea che si era fatto di lei prima della sua venuta: non c'era niente di temibile in quella giovane donna pallida e sofferente, così piccola che non gli arrivava neppure alle spalle. Ambrose aveva scritto...

"È riuscita a finirmi, Rachele, il mio tormento"...

... ma forse farneticava, in preda alla febbre, immaginava cose inesistenti. Rachele Ashley era l'immagine stessa della dolcezza femminile: era veramente assurdo sospettare di lei.

* * *

Ogni giorno, verso l'ora di cena. Philip andava ad attendere Rachele in biblioteca.
Quando udiva avvicinarsi il fruscio della sua gonna l'emozione lo faceva impallidire: quello era il momento più bello della giornata. La biblioteca, così grigia e austera, sembrava illuminarsi all'apparire di Rachele. La luce delle candele dava ai minuti lineamenti di lei splendore e morbidezza: le guance sembravano più colorite e i neri capelli più brillanti. Philip si chiedeva con stupore come aveva potuto non accorgersi subito di quanto fosse bella sua cugina Rachele. Non soltanto lui, povero Philip, ne era incantato: pochi giorni dopo il suo arrivo in casa Ashley, Rachele aveva già conquistato tutti: amici di casa, vicini e domestici. Chiunque l'avesse incontrata anche una sola volta parlava di lei con devota ammirazione e intorno a lei era una continua gara di cortesie. Per Philip la cosa era assai più grave: non riusciva più a immaginare la sua vita senza Rachele. Si sentiva morire al pensiero che presto ella sarebbe ripartita per l'Italia, lasciandolo in una spaventosa solitudine. Non poteva più nascondere a se stesso l'intensità del suo amore e si chiedeva se Ambrose avesse provato per Rachele ciò che lui ora provava: quel desiderio continuo e angoscioso della presenza di lei e quel terrore di vederla scomparire dalla sua vita.
Dopo molte notti insonni, Philip si convinse che vi era un solo mezzo per trattenere Rachele in Inghilterra: compiere l'atto che Ambrose non aveva compiuto soltanto a causa della malattia che gli aveva ottenebrato la mente. Se Ambrose non si fosse ammalato, rifletteva Philip, avrebbe senza dubbio mutato il proprio testamento in favore della moglie; lasciandola almeno usufruttuaria dei beni e della casa fino alla morte. Philip fu certo di interpretare la volontà di Ambrose quando, pochi giorni prima del suo venticinquesimo compleanno, si recò da Nick Kendall, esecutore testamentario, per comunicargli la decisione di trasferire a Rachele Ashley l'intera proprietà...

"Sei veramente deciso a compiere questo passo?"... gli chiese Kendall gravemente.
"Decisissimo"... rispose Philip.
"Questa faccenda non mi garba affatto; Philip... Ti metti completamente nelle mani di lei! Quanto sarebbe stato meglio se non fosse mai venuta in Inghilterra..."

* * *

"Mezzanotte! - disse Philip - Ascolta, Rachele: ecco i dodici rintocchi. Ho venticinque anni!".

Si tolse di tasca il documento che quella stessa mattina aveva firmato in presenza di Kendall e lo posò sul tavolino accanto al letto...

"Questo - disse - puoi leggerlo con tuo comodo, ma il resto voglio consegnartelo subito io stesso".

Aprì con furia gli astucci e rovesciò in grembo a Rachele il diadema e l'anello coi rubini che erano appartenuti a sua madre; poi gli zaffiri e gli smeraldi, la collana di perle e i braccialetti: tutti i gioielli di casa Ashley, prelevati poche ore prima dalla cassaforte della banca...

"Philip! - gridò Rachele - Sei impazzito?! Che significa tutto ciò?".
"Ho venticinque anni! - disse Philip ridendo - Tutto quello che ho, ora è tuo. Se fossi il padrone del mondo lo darei a te!".

Vedendolo ridere, Rachele gli buttò le braccia al collo e rise anche lei: sembrava contagiata dalla follia di Philip. Rimase stretta a lui per un poco, poi allungò la mano e spense la candela. Quando, alle prime luci dell'alba, Philip scese in giardino, era così felice e stordito da chiedersi se non aveva sognato: Rachele era sua, ora; ogni problema si era risolto come per incanto. La felicità di quella notte sarebbe durata per sempre: sarebbero vissuti l'uno per l'altra, come un cosa sola. Risentiva sulle labbra i baci di lei e a un tratto gli parve di potere intuire la verità sulla morte di suo cugino Ambrose: il fiero gigante dal cuore di fanciullo era stato abbattuto dalla vertigine di quell'amore.
Rachele non comprese che quella notte Philip le aveva affidato la sua vita e aveva inteso di ricevere da lei lo stesso dono. Ciò che Philip aveva creduto un pegno d'amore era stato per lei qualcosa di completamente diverso: un modo di dire 'grazie' per i gioielli, per tutto...

"Quando ci sposeremo?"... le chiese Philip, appena si ritrovarono da soli.
"Mai, Philip! E questa risposta è assoluta e definitiva"... disse Rachele, accompagnando le parole con un gesto rapido, deciso.
"Dunque non mi ami? Perché la notte scorsa non mi hai detto di andarmene?"... le chiese Philip.

Ma Rachele lo guardava come se non capisse. Forse aveva guardato così anche Ambrose, con quella stessa espressione negli occhi. Parve a Philip di sentire la presenza di Ambrose lì accanto a lui, alla tremula luce della candela. La disperazione che era stata di Ambrose ora era la sua.
Quella stessa notte Philip fu colto da una febbre violenta, accompagnata da lancinanti dolori al collo e alla testa. Rimase per molti giorni in uno stato di quasi totale incoscienza; gli sembrava di essere circondato da una fitta nebbia, in cui distingueva appena il viso di Rachele chino su di lui...

"Non parlare, adesso - diceva Rachele con voce dolcissima. - Sta' tranquillo...".

Poi se ne andava col suo passo leggero, come se volasse. La febbre durò cinque settimane e per tutto quel tempo Rachele curò Philip con assoluta abnegazione, rimanendo lunghe ore accanto al suo letto e spiando con ansia il minimo segno di miglioramento. Quando il giovane si alzò per la prima volta era così smunto da apparire irriconoscibile. Nei giorni della convalescenza Rachele fu con lui premurosa e tenera come una madre.

"Vedrai, Philip, - gli diceva - quando sarai più forte, tutto quanto è accaduto tra noi ti parrà senza importanza; riprenderai la cura della tenuta: ci sarà molto da fare... Andrai di nuovo in barca nella baia, come prima che io arrivassi. La proprietà, anche se tu me ne hai fatto dono, io la considero tua; o tua e mia, una specie di società. Verrai a trovarmi a Firenze, in primavera. Io tornerò qui tutte le estati...".

* * *

Gelosia e disperazione indussero Philip ad un gesto che, soltanto pochi mesi prima, non avrebbe mai pensato di poter compiere: frugò nei cassetti dello scrittoio di Rachele, mentre ella dormiva, sperando di ritrovarvi una lettera giunta dall'Italia pochi giorni prima; una lettera di Rainaldi, l'amico in cui Rachele riponeva tutta la sua fiducia. Ben nascosta in un cassettino trovò una busta chiusa: non conteneva la lettera che lui cercava, ma dei piccoli semi neri. Li riconobbe subito: erano semi di citiso, velenosissimi. Allora la certezza lo folgorò: Ambrose aveva scritto la verità....
"E' riuscita a finirmi...".

Quella sua frase era vera: alla lettera. Philip si accorse con stupore di non provare né collera né paura. Solo compassione. Rachele era un mostro, un essere irresponsabile, dedito al male. Aveva ucciso Ambrose e poi aveva tentato di uccidere anche lui, Philip. Con le sue mani bianche e delicate aveva tratto il veleno dai semi del citiso.
Il giorno seguente era domenica e Philip accompagnò come al solito sua cugina Rachele in chiesa. Era una bella giornata calda, di piena estate: ella aveva un vestito nuovo, di stoffa leggera; un cappello di paglia le ombreggiava il volto. Era bellissima.
Due ore più tardi, quando erano da poco rientrati in casa, Philip la vide avviarsi verso il parco; si era tolta il cappello e teneva in mano il parasole.

Philip sapeva che sulla passeggiata a terrazze, dove spesso Rachele si recava, c'era un ponticello pericolante e fu sul punto di avvertirla, ma a un tratto qualcosa glielo impedì: un sentimento strano, misto di sfida e di disperazione. Non disse nulla e lasciò che Rachele si avviasse incontro al suo destino... Poco dopo con l'abito vaporoso aperto intorno a lei come una corolla, Rachele giaceva tra le pietre e i tronchi, in un angolo deserto del parco. Una parte del ponticello era crollata e l'aveva trascinata con sé.
Quando Philip la raggiunse e le prese le mani, invocando il suo nome, Rachele aperse gli occhi e lo guardò come se lo vedesse da molto lontano. Poi aprì le labbra e sussurrò...

"Ambrose! Ambrose!"....

Philip non poté dirle né chiederle nulla: soltanto tenerle le mani già fredde finché spirò.

* * *

Rachele era innocente o colpevole? Morì portandosi via il suo segreto e lasciò Philip nell'angoscia del dubbio. Nessuno indovinò mai il pesante fardello che egli portava sulle spalle. Nessuno intuì la ragione vera della sua solitudine e della sua tristezza. Continuò a vivere onorato e rispettato, come lo era stato Ambrose e tutta la sua famiglia prima di lui. Continuò a curare la sua casa, a piantare alberi e siepi, a percorrere a cavallo la vastissima tenuta. Era diventato talmente simile ad Ambrose dà poter sembrare il suo fantasma. Ma c'era tra loro una differenza profonda, nota soltanto a Philip: Ambrose era stato, forse, la vittima di Rachele; Philip, invece, ne era l'assassino.


UNA PAGINA

"Il suo passo mi sembrava più lento del solito, accompagnato dal fruscìo della gonna, ormai così familiare. Poi la porta si aprì, essa entrò nella stanza e si fermò davanti a me. Vestiva sempre a lutto, come mi aspettavo, ma un abito nuovo che non le avevo mai visto, di un tessuto lucido e pesante, molto ricco e ampio, aderente solo attorno alla vita. Anche il corpetto era attillato e le lasciava nude le spalle. S'era acconciata i capelli in modo diverso dal solito, con la crocchia tirata su, in modo che le restavano scoperte le orecchie. Al collo aveva la collana di perle, era l'unico gioiello che indossava e le luceva morbido e bianco contro la pelle. Non l'avevo mai vista così raggiante, così splendida...
Rimase un momento a guardarmi, poi allungò le braccia verso di me e disse semplicemente:- Philip - Io mi accostai ed ella mi abbracciò, tenendomi stretto a sé. Vidi che i suoi occhi erano pieni di lacrime, ma quella sera non me ne addolorai. Tolse le braccia dalle mie spalle e mi accarezzò i capelli. Poi mi baciò. Non però come aveva fatto l'altra volta. E mentre mi baciava pensai: -Non per nostalgia della casa, non perché aveva il sangue malato o la febbre nel cervello, ma per questo Ambrose è morto".

COMMENTO ALLA PAGINA

È uno stile rapido, leggero, piacevole per la sua semplicità e immediatezza. Anche se il suo modo di scrivere non accontenta i critici più severi, Daphne Du Maurier ha un numero illimitato di lettori, che apprezzano le sue storie affascinanti, dense di personaggi misteriosi, di colpi di scena, di complesse situazioni sentimentali.
Nessuno, dopo averne iniziato la lettura, potrebbe lasciare a mezzo un romanzo della Du Maurier, tale è la tensione, il clima di suspence in cui la scrittrice riesce a tenere il lettore, dalla prima all'ultima pagina.


VALORE DELL'OPERA

Il fascino maggiore del romanzo sta in quel mistero che non si risolve neppure alla fine: chi è Rachele, veramente? E' davvero un demonio? L'interrogativo angoscioso che perseguiterà Philip Ashley fino alla morte si riflette sul lettore e lo induce a ripensare a tutta la storia, a esaminarla nei suoi particolari, a riviverne i momenti più drammatici.
E' come un gioco abilissimo, in cui la scrittrice ci irretisce senza parere, con una sapiente tecnica descrittiva.
Ecco Rachele tra i fiori che ama: sembra ingenua e fresca come una bambina; le sue piccole mani accarezzano le corolle, raddrizzano gli steli e depongono i bulbi nella terra con delicatezza infinita. Ma quelle manine candide sanno anche dosare i veleni delle erbe e trarne filtri noti a lei sola. Intorno a Rachele si respira ambiguità, mistero e angoscia. Forse non è colpevole, ma tutto ciò che lei tocca diventa tragedia.
Ambrose e Philip, così simili fisicamente e spiritualmente da sembrare una sola persona, sono due sognatori, chiusi in se stessi e privi di senso pratico; se fossero diversi, non si innamorerebbero di Rachele, la vedrebbero con altri occhi.
Rachele, forse, non è migliore né peggiore di tante altre donne: mente per calcolo o perché le piace farlo, come una bambina bugiarda. E' improbabile che sia davvero un'assassina; ma rimane pur sempre un filo di dubbio, e basta questo per rimettere da capo tutto in discussione; ogni gesto di lei, ogni parola e perfino ogni sguardo. Così all'infinito, senza alcuna possibilità di una soluzione convincente e definitiva.
Il personaggio di Rachele è vivo proprio per questa sua ambiguità; per l'impossibilità di costringerlo a una realtà ben definita. E non è un personaggio "da romanzo": costruito con nitida precisione, è, pur nella eccezionalità delle situazioni, palpitante di verità e credibile sotto molti aspetti.


BREVE BIOGRAFIA

Daphne Du Maurier; nata nel 1907 da due attori celebri e nipote di un romanziere di fama, era tra i più notti scrittori inglesi del secolo scorso. Aveva soltanto venti anni quando il suo nome cominciò ad apparire su importanti giornali e periodici.
Sposata al generale Browning, Daphne Du Maurier era madre di tre figli e visse in un antico castello nella penisola di Cornovaglia.
È stata una donna incantevole, di carattere tranquillo e lieto. Ella stessa non sapeva spiegarsi come le riesciva di inventare i personaggi ambigui e sottilmente crudeli che animavano i suoi romanzi. Questi personaggi non le somigliavano affatto, mentre normalmente uno scrittore infonde sempre nei suoi personaggi parte di se stesso.
La Du Maurier amava la vita semplice, il silenzio e la pace dell'immenso parco che circondava il suo castello che giungeva fino al mare. In una capanna di legno, sul limitare della spiaggia, passava molte ore della giornata a scrivere i suoi straordinari racconti.
"Dopo averli immaginati - diceva la signora Du Maurier - non si può fare a meno di raccontarli".
Daphne Du Maurier morì il 19 aprile del 1989.


ALTRE OPERE

I DU MAURIER
The du Mauriers (1937)
Interessante cronaca familiare che abbraccia tre generazioni.

REBECCA
(Traduzione italiana "Rebecca, la prima moglie") (1938)
Romanzo drammatico, dalla complicata vicenda, col quale la Du Maurier ha conquistato una vastissima fama in tutto il mondo. Il successo dell'opera fu favorito dal bellissimo film trattone qualche anno dopo.

DONNA A BORDO
Frenchman's Creek (1941)
Romantica storia di un impossibile amore tra una gran dama e un pirata. Il romanzo ha come sfondo il paesaggio misterioso, selvaggio e incantevole caratteristico della Cornovaglia.
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