martedì 30 giugno 2009

Paul SERUSIER (1864 - 1927) Pittore francese

Paul SERUSIER (1864 - 1927)

Pittore francese



Paul Sérusier nacque a Parigi nel 1864 da una famiglia originaria delle Fiandre francesi.

Il padre, nonostante la predisposizione dimostrata dal figlio per l'arte, la filosofia e le lingue orientali, lo destinò ad una carriera commerciale, facendolo assumere dalla cartoleria Marion.

Grazie all'intervento della madre e del medico di famiglia, Paul riuscì a far valere i suoi diritti, ottenendo di poter entrare all'Accademia Julian.

Nel 1888 fece la sua prima apparizione al Salon dove presentò "Atelier de tisserand breton" che ottenne un discreto successo.

Partito per Pont-Aven, in Bretagna, ebbe modo di conoscere Gauguin, che considerò sempre il suo maestro spirituale.

Sérusier fece parte della confraternita dei Nabis, profeti della pittura evangelica (Denis, Pierre Bonnard, Roussel e Édouard Villard), che si riuniva tutti i mesi, dapprima in un piccolo caffè di passaggio a Brady, e a partire dal 1890 nell'atelier di Paul Ranson, in boulevard Montparnasse.

Nel 1891 Sérusier tornò a Pont-Aven, dove si stabilì definitivamente nel 1912.

Nel 1895 si recò in Italia per meglio studiare la pittura dei primitivi italiani.

Insieme a Denis, Sérusier nel 1904 visitò la Germania e poi Praga dove soggiornò presso il monastero benedettino di Beuron, dove si era ritirato J. Verkade, artista che nel 1891 aveva frequentato a Parigi il gruppo Nabis.

A partire dal 1900 il gruppo Nabis cominciò a disperdersi e Sérusier si dedicò all'insegnamento presso l'Accademia Ranson, dove ebbe la cattedra dal 1908 al 1912.

L'artista si spense a Morlaix il 16 ottobre del 1927.


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LO STECCATO FIORITO - Paul Sérusier

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LO STECCATO FIORITO (The fence flowers) - Paul Sérusier

 
LO STECCATO FIORITO (1889)
Paul Sérusier (1864 - 1927)
Pittore francese
Museo d'Orsay a Parigi
Olio su tela cm 73 x 60

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Pixel 1805 x 2200 - Mb 1,91


Lo steccato fiorito è un'opera che risente dell'influenza che Paul Gauguin e la Scuola di Pont-Aven ebbero su Sérusier.

La scena si svolge nella campagna bretone, due contadine, divise da una staccionata, sembrano conversare tranquillamente immerse nella serenità della campagna.

L'artista dimostra di aver recepito lo spirito della corrente simbolista e di aver compreso lo spirito dei Nabis, ovvero: "tradurre delle emozioni o dei concetti nelle corrispondenti forme", la pittura intesa quindi come momento d'incontro e fusione tra percezione oggettiva ed elemento spirituale.

Un'opera dunque questa dove, come in altre del maestro Gauguin, la struttura, il colore, le forme, sono trattate in maniera sintetica.

La superficie pittorica è organizzata grazie al gioco innescato dal rapporto macchia-contorno.


L'OPERA


Il dipinto è firmato "Paul Sérusier", e venne con molta probabilità realizzato dall'artista nel 1889, l'anno successivo il suo incontro con il pittore Paul Gauguin.

Acquistato nel 1980 dal Governo francese, con la sistemazione del Museo d'Orsay, il dipinto è stato trasferito in questa nuova sede dove sono molte opere degli artisti Nabis.


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La vita di PAUL SERUSIER


lunedì 29 giugno 2009

SIMON VOUET - Pittore francese del Seicento


AUTORITRATTO 1615)
Simon Vouet (1590-1649)
Pittore francese
Musée Réattu ad Arles
Olio su tela cm. 64 x 48


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Pixel 1200 x 910 - Kb 240


Nato a Parigi nel 1590, Simon Vouet apprese la pittura dal padre, pittore al servizio di Enrico IV.

Pare che all'età di quattordici anni l'artista sia stato chiamato in Inghilterra a ritrarre alcune nobildonne locali.

Quando nel 1611 i 1 barone Achille de Horley venne nominato ambasciatore francese a Costantinopoli portò con sé il giovane Simon che eseguì il ritratto del sultano.

Dopo un soggiorno a Venezia, nel 1614 si recò a Roma dove godette la protezione del mecenate Cassiano del Pozzo e del cardinale Urbano Barberini, futuro Urbano VIII ritratto da Vouet nel 1623.

A questo periodo risale un copioso numero di opere fra le quali La Nascita della Vergine.

Richiamato a Parigi nel 1627 Vouet divenne primo pittore del re e in questa veste ottenne alloggio al Louvre.

In virtù del suo ruolo privilegiato a corte Vouet ricevette molte prestigiose commissioni per alcune delle più celebri chiese parigine (Saint-Eustache e Saint Denis) e per le più importanti residenze reali (Palazzo del Luxembourg, Castello di Fontainebleau e Palais Royal).

A capo di una vivace e attiva bottega sotto la sua guida impararono il mestiere Le Sueur, Le Brun e Mignard.

Alla fine della sua vita (morì nel 1649) Vouet dovette fare i conti non solo con il suo rivale Nicolas Poussin ma anche con i suoi allievi.

Simon Vouet è stato senza dubbio uno dei più grandi protagonisti della pittura francese del XVII secolo: egli seppe sempre aggiornarsi passando dallo stile tenebroso, acquisito a Roma grazie all'influenza di Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO, ad uno stile più classico, dove il colore divenne più chiaro.

Di notevole interesse è anche la sua attività di incisore e di disegnatore.


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ALLEGORIA DELLA RICCHEZZA - Simon Vouet

BUONA VENTURA (Fortune Teller) - Simon Vouet

LA DEPOSIZIONE (The Deposition) - Simon Vouet


SULLA RELIGIONE (On religion) - Vladimir Lenin


I pochi scritti in cui Lenin si è occupato espressamente del problema religioso sono stati raccolti e pubblicati ripetutamente, anche in traduzione italiana.
Una prima volta negli anni '30, a Bruxelles, a cura delle "Edizioni di Cultura Sociale", la casa editrice del centro estero del Partito comunista italiano; poi nel 1949, a Roma, dopo la liberazione, dalle "Edizioni Rinascita"; e poi nel 1957, sempre a Roma, presso gli "Editori Riuniti" (Lenin, "Sulla religione", Piccola Biblioteca Marxista). Queste tre edizioni hanno avuto nel complesso una diffusione notevole, che a buon diritto può essere detta "di massa" : e hanno contribuito in misura rilevante alla formazione, su questo delicato e scottante problema, dei quadri dirigenti del movimento operaio italiano, nell'arco decisivo dell'ultimo quarantennio.
Nella cassapanca che ho ereditato da una mia prozia, ho trovato questo piccolo volume in lingua inglese, da titolo... Religion.


Mi sarebbe in gran parte facile, ma superfluo, in questa occasione, descrivere scolasticamente, con copiose e facili citazioni, a tutte queste pubblicazioni, che sono state ampiamente sfruttate anche da alcuni dei meno sprovveduti teorizzatori di parte confessionale, più portati al ricorso alle fonti dirette, nei limiti tuttavia di una meccanica semplificazione della questione, ad uso dei comitati civici e delle facoltà di scienze politiche e filosofiche: alludo in particolare, in Italia, a Cornelio Fabro (Introduzione all'ateismo moderno, Editrice Studium, Roma, 1964) e al volumetto di Henri Arvon (L'Atheisme, Presses Universitaires de France, Paris, 1967).

Mi sembra invece più utile, lasciando da parte ogni polemica sul cosidetto "ateismo"..., che per me è un argomento consunto e privo di senso, tale da sviare soltanto l'attenzione dal centro del problema, che è quello dell'uomo e non di una supposta entità extramondana, richiamare a grandi tratti l'essenza del pensiero di Lenin sulla religione, che non è mai disgiunto in lui, e tale dovrebbe restare per coloro che si attengono ai fatti concreti e non alle astrazioni, da una giusta interpretazione della dialettica marxista e dalla prassi della lotta di classe del proletariato. La sopravvivenza di miti e concetti che consolidano, sul terreno della religiosità, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, è legata infatti all'esistenza di tutta una società che la classe operaia è chiamata a distruggere.

Il punto di partenza, naturalmente, è quello della concezione generale della natura e della storia, che Lenin ha tratto e sviluppato dal pensiero di Marx e di Engels. Non si tratta davvero, checché ne abbia discorso Charles Wackenstein, uno dei più noti postillatori antimarxisti che si sia misurato con l'argomento (La faillite da la religion d'aprés Karl Marx, Presses Universitaires de France, Paris, 1963), di far risaltare dalle posizioni filosofiche dei fondatori del socialismo scientifico il "fallimento" della religione: questa stessa impostazione è abbastanza strana, perché dagli scritti di Marx e di Engels, e poi da tutta la pubblicistica di Lenin in materia, risulta piuttosto che la religione, sino ad oggi, ha tutt'altro che "fallito" al suo scopo, essendo riuscita a imprigionare nella passività e nella rassegnazione, al di là talvolta delle stesse intenzioni dei suoi promotori, le masse decisive della società umana, dai riti totemistici e animistici del clan originario alle sottili evasioni delle dottrine dell'irrazionale e della filosofia esistenziale, che non sono mai uscite dal cerchio storicamente ristretto delle esperienze magiche dei primitivi.

Karl Marx
"Il fondamento della critica irreligiosa è... "l'uomo fà là religione", e non la religione l'uomo.
Infatti, la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell'uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma "l'uomo" non è un essere astratto, posto fuori dei mondo. L'uomo è "il mondo dell'uomo", Stato, società. Questo Stato, questa società producono la religione, una "coscienza capovolta del mondo", poiché essi sono un "mondo capovolto". La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo "point d'honneur" spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne compimento, il suo universale fondamento di consolazione e di giustificazione. Essa è la "realizzazione fantastica" dell'essenza umana, poiché "l'essenza umana" non possiede una realtà vera.
La lotta contro la religione è dunque mediatamente la lotta contro "quel mondo", del quale la religione è "l'aroma" spirituale. La miseria a religiosa » è insieme "l'espressione" della miseria reale e la "protesta" contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è io spirito di una condizione senza spirito. Essa è "l'oppio dei popolo". (KARL MARX)

Se mai, di "fallimento" della religione si potrebbe parlare, in chiave marxista, nella misura in cui la intera struttura economica, politica e culturale della società capitalistica è destinata a cedere il posto a una riorganizzazione razionale di tutta la vita degli uomini, essendosi essa rivelata del tutto incapace di risolvere i problemi dell'esistenza associata, che sono spirituali non meno che materiali: la libertà dall'oppressione e dal bisogno, la necessità di una reale eguaglianza di fronte al crescente sviluppo delle risorse dell'uomo e dell'illimitata espansione delle sue facoltà creative.

In una visione coerentemente scientifica della natura e della storia, non c'è posto per la religione come fattore esterno all'uomo. E' l'uomo stesso che ha proiettato nel cielo della irrealtà le proprie esperienze e le proprie esigenze; è dalla mente ancora offuscata dell'uomo che è nato il concetto di trascendente e di ultraterreno; è l'uomo che ha creato tutte le divinità a propria immagine e somiglianza, dai primi feticci al Dio della Bibbia. Su questo punto il pensiero di Lenin è lucido e preciso: e la sua polemica contro tutti coloro che, in un modo o nell'altro, anche all'interno del movimento operaio, hanno cercato di far rivivere delle interpretazioni "spiritualistiche" o si sono proposti di affinare la fede grossolana delle masse per utilizzarla in senso misticizzante sul terreno sociale, quasi si trattasse di un surrogato del divino, è stata sempre aspra e senza ipocrisie. Non c'è spazio, nella visione di Lenin, per una qualsiasi valutazione positiva del sentimento religioso, se non esclusivamente nei ristretti limiti in cui tale stato d'animo, ben individuabile nella storia delle masse umane e legato pur sempre all'insopprimibile aspirazione a una radicale trasformazione della società, tende a staccarsi dalle nebbie dell'aldilà e diventa strumento e impulso per una lotta reale, che alla religione può anche richiamarsi, ma sul terreno della religione e dell'organizzazione di classe conduce le proprie battaglie e definisce le proprie rivendicazioni.

Il fatto che in determinate epoche storiche, come ricorda Lenin, "la lotta della democrazia e del proletariato si sia svolta nella forma di una lotta tra un'idea religiosa e una altra" non toglie nulla al carattere sostanzialmente retrivo e reazionario dell'ideologia religiosa.

Ma proprio da questa valutazione obiettiva del fatto religioso, delle sue origini e del suo sviluppo nella storia, scaturiscono alcune conseguenze di grande importanza teorica e pratica.

La prima, che costituisce un elemento assolutamente nuovo nei confronti di tutta la precedente polemica antireligiosa di tipo illuministico e banalmente positivistico, è quella della impossibilità - non inutilità, si badi bene - di combattere i vecchi pregiudizi religiosi delle masse facendo ricorso a una predicazione basata sui diritti della ragione o attraverso la semplice divulgazione della cultura e della scienza. Le radici della fede non sono mai di tipo intellettivo, ma di carattere essenzialmente sociale. Le credenze religiose, in ogni società basata sulla divisione tra classi contrastanti, rinascono ogni volta in virtù della "miseria reale" dell'uomo e non della sua "miseria concettuale"..., la stessa alienazione dell'uomo moderno non trae origine da presupposti ideologici, anche se sul terreno dell'ideologia trova poi il suo campo fertile di' sviluppo. Essa è la traduzione fantastica dello stato reale di soggezione dell'uomo, in quanto dominato dalle "forze cieche" che lo circondano e che hanno assunto, sin dai tempi antichissimi, connotati essenzialmente sociali e aspetti certi di sfruttamento e di dominio da parte dei ceti privilegiati.

Nessuna opera di divulgazione o di propaganda, per intelligente ed abile che sia, è di per sé in grado di liberare lo spirito dell'uomo, alienato, dal rivestimento religioso del suo stato di subordinazione e di servitù. Impossibilità, dunque, ma non inutilità: che anzi Lenin ha sempre vigorosamente consigliato lo studio e la diffusione dei grandi maestri dell'età dei lumi, che hanno esaltato il valore della ragione umana e hanno cercato di dimostrare, con argomenti seri ed inoppugnabili, la nessuna consistenza dei miti religiosi, ai quali le masse subalterne hanno di volta in volta affidato la loro disperazione e i gruppi al potere la loro volontà di dominio.

"Sia per la nostra concezione del mondo, scientifica, materialistica, estranea ad ogni pregiudizio, sia per i nostri compiti generali di lotta per la libertà e la felicità di tutti lavoratori, noi socialdemocratici abbiamo un atteggiamento negativo verso la dottrina cristiana. Ma, dichiarandolo, ritengo mio dovere dire subito, esplicitamente apertamente, che la socialdemocrazia lotta per la completa libertà di coscienza e ha un atteggiamento di pieno rispetto verso qualsiasi sincera fede religiosa, se questa fede e le sue pratiche non vengono imposte con la violenza o l'inganno. (LENIN)

La seconda conseguenza che si può trarre dalle premesse ideali del pensiero di Lenin sulla religione è quella del rispetto assoluto della libertà di coscienza dei lavoratori, quale elementare forma di distacco delle masse dai propalatori ufficiali dell'oppio religioso, addormentatore di ogni spirito di indignazione e di rivolta, e della tolleranza assoluta da parte dello Stato democratico, e molto più dello Stato socialista, nei confronti di tutti i credenti. Se gruppi di lavoratori, tuttora soggetti alla plurimillenaria pressione dell'indottrinamento religioso, avvertono l'esigenza di una lotta in comune per la costruzione non più utopistica di un "paradiso in terra", ogni richiamo dogmatico alla preliminare rinuncia alla fede in un "paradiso in cielo" va condannato e respinto, come un aiuto obiettivo recato alla propaganda delle chiese e dei teorizzatori del sentimento religioso.

Sin dal dicembre 1905, sull'onda delle prime manifestazioni di massa degli operai e dei contadini russi contro l'oppressione zarista, Lenin ammoniva, nel suo magistrale articolo su "Socialismo e religione" (riprodotto nel già citato volumetto edito in inglese), che la schiavitù economica essendo la vera causa dell'asservimento religioso dell'umanità, non si doveva, esitare ad aprire le porte del partito della classe operaia ai lavoratori tuttora credenti e agli stessi ministri del culto, se dedicati alla lotta anticapitalistica e non alla diffusione della fede religiosa in seno al movimento politico di classe. E nel maggio 1909, dopo aver aspramente polemizzato con i fautori di un cosidetto "socialismo edificatore di Dio", e tra essi contro Maksim Gor'kij Lenin avvertiva tuttavia che una "guerra di religione", anziché chiarire la situazione, "sarebbe stata soltanto di aiuto ai preti e alla borghesia" ("Sull'atteggiamento del partito operaio verso la religione", nello stesso libretto).

Questi due principi basilari del pensiero di Lenin in materia di religione restano più che mai validi ai nostri giorni e devono ispirare la politica del movimento operaio internazionale nei confronti delle masse dei fedeli. [Lenin aveva fondato le sue esperienze concrete dentro ai confini della vecchia Russia, ma l'esperienza andrebbe diretta anche negli Stati capitalistici e nelle nazioni che hanno conquistato la loro indipendenza dal colonialismo, senza poter tuttavia districare la loro battaglia per l'emancipazione dall'imperialismo dalla tenace sopravvivenza di riti e costumi religiosi (per esempio, i paesi del mondo musulmano)].

"Diffondere la concezione scientifica del mondo è cosa che faremo sempre, combattere l'incoerenza di certi "cristiani" è per noi necessario..., ma ciò non significa affatto che bisogna portare la questione religiosa in primo piano, in un posto che non le compete, né che bisogna ammettere una divisione delle forze economiche e politiche effettivamente rivoluzionarie per opinioni e fantasticherie di terzo ordine, che perdono rapidamente ogni importanza politica e sono ben presto gettate fra le anticaglie dal corso stesso dello sviluppo economico. (LENIN)

Coerente con questa sua impostazione, subito dopo la vittoriosa rivoluzione dell'ottobre 1917, Lenin fu il principale ispiratore del primo provvedimento legislativo che il partito bolscevico si trovò a dover promulgare, in materia di rapporti con le chiese e con i credenti. Si tratta del decreto del 28 gennaio 1918, che proclamava in primo luogo la separazione della Chiesa dallo Stato e confermava la libertà per ogni cittadino di professare un culto di propria scelta o di non professarne alcuno, garantendo il libero esercizio delle cerimonie religiose che non comportassero attentato di sorta alla nuova realtà socialista. La scuola veniva essa pure separata dalla Chiesa e l'insegnamento religioso proibito in tutte le istituzioni scolastiche, lasciando naturalmente liberi i cittadini di istruirsi religiosamente a titolo privato (uno Stato che tolleri nelle proprie scuole ufficiali l'insegnamento di una qualsiasi dottrina religiosa può solo con grande approssimazione essere definito democratico). Allo stesso tempo, Lenin invitata i giovani a non dimenticare che la morale della nuova società..., l'etica comunista..., deve sempre dipendere "in tutto e per tutto, dagli interessi della lotta di classe del proletariato" ("Morale religiosa e morale comunista", discorso del 2 ottobre 1920 al III Congresso della Gioventù Comunista Russa).

Era questo il coronamento di lunghi anni di ricerche e di riflessione da parte di Lenin: e a questo modello si è sostanzialmente ispirato il nuovo Stato sovietico, dagli anni burrascosi della guerra civile alla drammatica costruzione del socialismo in un solo paese, dalla resistenza all'aggressione nazifascista all'ampio sviluppo di tutte le forze produttive e culturali, dopo la fine della seconda guerra mondiale e nel periodo della non facile politica della "coesistenza pacifica", che non è abbandono o rinuncia dei principi fondamentali del leninismo, ma sua tenace anche se contrastata applicazione, in un mondo che cambia e che suscita sempre nuovi problemi e richiede nuove soluzioni. (Poi Stalin ha distrutto un sogno...).

Problemi nuovi e soluzioni nuove - ma nello spirito della impostazione teorica e pratica data da Lenin al problema della religione. Questa impostazione, che affonda le sue radici nella metodologia marxista, non può essere sottoposta a revisioni senza intaccarne la validità storica e scientifica. Chi parla oggi dell'opportunità di un suo "aggiornamento ideologico" tende in realtà a sostituire al leninismo, che è una metodologia, e non una delle tante teorie filosofiche legate alla struttura delle diverse società che si sono succedute sino ad oggi, un altro metro di orientamento e di azione.
L'applicazione di questa visione globale della natura e della storia in epoche e paesi diversi, è una cosa; ma ciò non significa riportarsi indietro, al periodo delle incertezze premarxiste o del dogmatismo idealisteggiante, facendo ricadere nella subordinazione ideale e nell'azione subalterna la parte più avanzata della classe operaia, che è la forza motrice di ogni progresso umano.


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domenica 28 giugno 2009

MEMORIALISTI DELL'800

L'Ottocento patriottico e romantico nelle memorie dei suoi artefici

Non c'è, tra tutti i secoli della nostra letteratura, secolo più ricco di memorie, di autobiografie, di diari, dell'Ottocento. E la cosa ha una sua precisa ragione: la vita di molti intellettuali che, vissuti un secolo prima, sarebbero stati più o meno buoni autori di poesie pastorali, semmai impegnati in qualche incruenta polemica su accademiche questioni di lingua o - nella migliore e più probabile ipotesi - si sarebbero occupati nei loro studi, di riforme da suggerire al principi, si trovò coinvolta in grandi avvenimenti politici: gettata nel mezzo di quel vasto e multiforme movimento che ebbe nome Risorgimento.
A seconda della loro posizione di classe, della loro formazione cu1turale, questi intellettuali parteciparono di persona agli avvenimenti, e ne furono cioè, non solo, spesso, gli ispiratori, influenzandoli con le loro opere, non solo ne furono gli interpreti con la loro arte, ma assolsero anche al compito - letterario e politico - di ricordarli.

Silvio Pellico

Qual'è l'ultima eco personale, l'ultima testimonianza di una vicenda privata, che ci lasci il Settecento? E' la "Vita" di un conte che ripudia la sua famiglia, e fa parte a sè solo, ponendosi come eroe di una solitaria ribellione: il suo mondo sarà quello che egli stesso avrà costruito con le sue tragedie a unico personaggio, il personaggio della Libertà. VITTORIO ALFIERI resterà sì a modello per molti degli scrittori, degli uomini di cultura, degli intellettuali dell'Ottocento: ma si prenda la prima opera autobiografica del nuovo secolo, la prima opera significativa e importante, s'intende, e si vedrà l'enorme differenza che la separa dal racconto alfieriano. Ventinove anni appena passano dalla "Vita" dell'astigiano, tutta eroici ed astratti furori, ed ecco una patetica, serena, dignitosa memoria di carcere, di sofferenze, di umiliazioni, cristianamente sopportate con fermezza, e superate senza cedimenti nelle proprie convinzioni politiche - anche se la fede religiosa smorza un po' l'avversione al tiranno e dà ai patimenti uno sfogo nella rassegnazione virile -: ecco "Le mie prigioni" di SILVIO PELLICO (1789-1854): una esperienza umana completamente nuova per l'intellettuale italiano, il trascinarsi con ferri al piede nelle segrete delle carceri, il resistere, mantenendo la propria dignità d'uomo, di scrittore, alle angherie scientemente intese a fiaccare la volontà di lotta e la coscienza dei propri diritti, in tutti coloro che osavano porsi contro l'Imperial Regio governo austriaco, pilastro della Santa Alleanza, e tutore dell'ordine costituito.

Il Pellico, quando fu arrestato, era già uno scrittore assai noto: autore di tragedie e poesie che piacevano molto allora, alla moda romantica, ma non è per esse che egli è entrato nella storia della nostra letteratura. Sono queste pagine accorate di un calvario, che allora toccava a molti altri patrioti italiani, che lo pongono tra i maggiori scrittori dell'Ottocento.
Ciò che commuove, in esse, sono sì le descrizioni di sofferenze e di dolori indicibili, l'evocazione tipicamente romantica di ambienti carcerari (stupenda la scena dell'arrivo allo Spielberg, l'orrida fortezza che nel secolo scorso ebbe altrettanta triste fama che in questo Auschwitz o Dachau), il ricordo di figure e tipi umani (carcerieri, compagni di prigionia, donne, bambini) ma è soprattutto l'assoluta mancanza di qualsiasi compiacimento nel riferire la propria sorte, quel non calcare la mano su episodi ad effetto. C'è sempre una sobrietà dignitosa, quasi un pudore nel far sapere agli altri ciò che era così profondamente personale: ma forse proprio per questo, "Le mie prigioni" divennero esemplari per tutti coloro in cui albergassero sentimenti di libertà e di amore di patria. Ciò che soprattutto era importante, era questo: che il libro mostrava a tutti, patrioti e tiranni, che "era possibile affrontare e sopportare quelle cose per il proprio ideale di libertà", che, insomma, si poteva e si doveva affrontare anche quel terribile rischio: la fibra italiana ne era, ora, capace.

Carlo Bini

Così, non il contenuto religioso, il messaggio di misericordia e di fratellanza che in esso indubbiamente c'è, ma il senso di una rivolta contro tanta ingiustizia che esso suscitava, fecero di questo libretto l'opera più popolare della prima metà del secolo.
E il suo successo fece passare quasi inosservato un altro libro di memorie di prigionia, che il suo autore scrisse un anno dopo "Le mie prigioni", ma che vide la luce dieci anni più tardi: il "Manoscritto di un prigioniero", del livornese CARLO BINI (1806-1842).
Quanto il Pellico era un liberale moderato, il Bini era un acceso liberale, amicissimo di Mazzini, seguace della "Giovine Italia". Breve fu la sua esperienza di galera: tre mesi, nel Forte della Stella a Portoferraio, insieme al Guerrazzi. (Il governo granducale di Toscana non era così feroce come quello d'Austria).

Si tratta di ricordi completamente diversi da quelli del Pellico. Il loro contenuto è vivacemente polemico: e, si badi, non già sul piano politico, ma su quello religioso e sociale. Il Bini si proclama ateo: nel carcere vede uno strumento di angheria per il povero, uno strumento di oppressione di classe. Ad un certo punto scrive persino...

"O poveri! Voi siete ricchi di pazienza, e Dio, se non sa darvi di meglio, vi mantenga perenne quel dono. Che se un giorno la perdeste, se rompeste le dighe che al presente vi contengono, qual sarebbe allora la faccia del mondo? La gerarchia sociale resisterebbe al fiotto dei vostri milioni? La piramide starebbe, quando si scommovesse la base? Cosa sarà la superficie di questo suolo, quando il vulcano l'avrà lambita colle sue mille lingue di fuoco?".

Giovanni Ruffini

Carlo Bini ebbe una vita breve... intensa: in lui romantica fu sempre l'azione, nella venerazione dei Mazzini. Piuttosto razionalistica, la riflessione: il Manoscritto di un prigioniero letterariamente pregevole per la vivezza polemica, resta quasi un fatto isolato, dissimile dagli altri ricordi del secolo. In esso si può dire forse che si apra una prospettiva diversa, da quella comune, liberale-moderata, cui rimasero fedeli altri scrittori e patrioti pur nell'entusiasmo della cospirazione. Come non leggere, per esempio, con molta simpatia, le pagine del romanzo autobiografico di GIOVANNI RUFFINI (1807-1881) "Lorenzo Benoni", in cui si narra dell'iniziazione alle società segrete di ragazzi appartenenti alla migliore gioventù genovese? Qui gioca in primo piano la fantasia romantica: ma la ricostruzione di quell'ambiente, di quel mondo, è estremamente interessante. Uno dei personaggi principali del romanzo è Fantasio, nome dietro il quale il Ruffini celò colui che gli fu maestro: Giuseppe Mazzini. Dopo il fallimento dell'attività mazziniana negli anni dal '30 al '40, dopo la morte del fratello Jacopo in carcere, Giovanni si andò staccando da Mazzini, sfiduciato e deluso. Ma il "Lorenzo Benoni", che fu scritto a Londra, in inglese, dà nel complesso un giudizio ancora positivo sul movimento mazziniano.

Massimo d'Azeglio

Giudizio ben diverso, quello che ci ha tramandatati nella vivezza dei ricordi di una personale partecipazione, il conte MASSIMO D'AZEGLIO (1798-1866). Particolarmente gustose nei "Miei ricordi" le pagine in cui il D'Azeglio narra del suo viaggio nell'Italia centrale, in missione politica: convincere i liberali a non esporsi in moti inconsulti, ma attendere l'iniziativa sabauda. Era un'azione fatta, si capisce, nell'interesse della monarchia piemontese, e delle classi agiate che l'appoggiavano: il D'Azeglio aborriva dall'iniziativa popolare, e la condannava...

"Venendo ai partiti che allora covavano tra noi, e usando i nomi ormai invalsi nell'uso, il paese, non tenendo conto di parecchie gradazioni di colori, era diviso tra liberali e sanfedisti, i liberali, sparpagliati, avvezzi all'ombra e al sotterfugio, non capitanati né da un uomo solo né da una sola opinione, troppo in apprensione del birro e del partito contrario... I sanfedisti erano più d'accordo che compatti. chiotti piuttosto che astuti... Gente più che altro di incoronati, di muffiti e di stizziti, di baciapile..."..

Giuseppe Giusti
...questa la situazione in Toscana, negli anni che precedettero i moti dei '48-'49. Ce la presenta così uno che, per la malferma salute, non partecipò ad essi direttamente, ma che fiancheggiò il moto liberale con il sarcasmo delle sue poesie.
GIUSEPPE GIUSTI (1809-1849).
La "Cronaca dei fatti di Toscana" - peraltro assai interessante per ciò che narra, per l'ambiente particolare che ricostruisce - ha un po' il tono di uno sfogo di uno che non sia mai contento di nulla, di uno che se la prende, con tutti. La "Cronaca dei fatti di Toscana" contiene delle nobili pagine, là specialmente dove si parla dell'indipendenza nazionale ("Per me, la gran cosa fu di cominciare a guardare in viso e di ridere in faccia ai nostri vecchi padroni e tutori, e rompere una volta quell'amaro prestigio che ci dava a credere di avere a mangiare l'Austria anche nel pane. Una volta veduto che l'Austria era l'Austria, e noi, noi, le cose nostre prendevano tosto una piega diversa. Che se un primo sforzo è dovuto andare fallito, il danno non è tutto da una parte e non siamo ancora morti").

Francesco Guerrazzi

Ma la visione politica è un po' meschina: ci si sentono i rancori personali, le antipatie, le avversioni. Primo accusato del Giusti, Francesco Domenico GUERRAZZI: che in un primo tempo egli appoggiò, per poi coprire di improperi, quando gli sembrò che egli volesse mandar tutto alla rovina, in Toscana. Per lui, mandar tutto alla rovina significava lasciar venire avanti la marea popolare, non essere moderato a sufficienza.

Alla "Cronaca dei fatti di Toscana risponde", in un certo senso, indirettamente, l'Apologia che il GUERRAZZI (1804-1873) scrisse, dopo la caduta del suo governo (nell'aprile del 1848) e dopo l'arresto e il processo che i reazionari tornati al potere con il granduca, e l'appoggio delle baionette austriache, gli intentarono. Questi due scritti, pur su un piano locale,sono interessanti perché danno un'idea precisa dei contrasti di classe che accompagnarono i moti dei '48. La paura del popolo, ecco ciò che paralizzava i moderati, cui le condizioni storiche assegnavano il compito di dirigere la lotta per l'indipendenza nazionale.

Luigi Carlo Farini

Di tali contrasti è significativo esempio anche il libro di LUIGI CARLO FARINI (1812-1866): "Lo Stato Romano". In esso c'è una severa condanna per il "mal governo" del papa, e nella sua prosa vibra lo sdegno contro il sanfedismo. E c'è anche un ardente spirito repubblicano, alla Mazzini. Ma il Farini non comprese mai, e anzi, biasimò, l'azione popolare per la Repubblica romana. Il bello è che - come avviene di solito con questi liberali e moderati - dopo la caduta della Repubblica romana, il Farini volle tornare a Rema, credendo di non aver nulla da temere dal ripristino delle vecchie autorità. Fu invece perseguitato e destituito dai sanfedisti, che avevano lui moderato altrettanto nemico che i "filibustieri garibaldini".



Luigi Settembrini
Un altro triste ritorno è quello che ci narra LUIGI SETTEMBRINI (1813-1879) nelle "Ricordanze della mia vita"..., il ritorno dei sanfedisti borbonici al potere nel Regno delle due Sicilie. Accusato come rivoluzionario, il Settembrini fu condannato a morte, ma, poi, commutata la pena, fu rinchiuso in una spaventosa galera, in cui visse per otto anni.


Vincenzo Padula
Contro carnefici ed oppressori di altro genere, si leva, ancora dal Mezzogiorno, la voce di VINCENZO PADULA (1819-1893). Sono questi coloro che mantengono nel loro stato di abbrutimento e di miseria le plebi contadine meridionali, sulle quali il Padula scrive delle memorie di estremo interesse sociale, letterario e persino etnografico-folkloristico. Lo stato delle persone in Calabria ci svela, insomma, quelle genti per le quali il Risorgimento non era stato fatto.


Altro popolo del Sud ci viene incontro dalle pagine di una serie di memorialisti, che narrarono nelle loro pagine la più eroica vicenda del moto nazionale, la più romantica, e insieme la più concreta, la più profondamente legata con le aspirazioni, i sentimenti, gli impulsi del popolo: la vicenda garibaldina.

Giuseppe Cesare Abba

Giuseppe Bandi
GIUSEPPE CESARE ABBA
(1838-1910: "Da Quarto al Volturno")...

GIUSEPPE BANDI
(1834-1894): "I Mille")...

...ci parlano della Sicilia: della liberazione del popolo dell'isola..., degli sbarchi, delle battaglie, delle marce, degli incontri con la gente sicula. Leggendo il loro racconto, si ha il senso dell'epopea. Come non ricordare la descrizione della desolazione della Sicilia che ci fa l'Abba? (per me è molto e vera quella considerazione che egli riporta... "Si direbbe che siamo venuti per aiutare i siciliani a liberare la loro terra dall'ozio"..., l'ozio dei feudi). E gli incontri coi frati, coi religiosi attirati anch'essi nelle file garibaldine dalla grandezza cristiana dell'impresa di liberare un popolo schiavo? E, soprattutto, la venerazione tutta umana e filiale per Garibaldi?


Qui, nell'entusiasmo che vibra in questi scritti, e poi in quelli che narreranno le altre vicende garibaldine (EUGENIO CHECCHI, sulla terza guerra d'indipendenza e la battaglia di Bezzecca..., A. G. BARILLI: la battaglia di Mentana..., G. GUERZONI) è dato di sentire ciò che avrebbe potuto essere il clima dell'Italia, unita e libera, se la tradizione del Risorgimento non fosse stata a poco a poco dimenticata e tradita dalla corrente moderata salita al potere, e da troppi di coloro che, militando prima tra i democratici, si lasciarono ad uno ad uno assorbire.


NB - Ho seguito, per questo excursus nella letteratura di memorie e ricordi, passo passo, il volume "I memorialisti dell'Ottocento" dell'editore Ricciardi, tomo I..., un'opera pregevolissima (curata da Gaetano Trombatore) che per la prima volta riunisce, valorizzandole, le principali opere di questo genere letterario.

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DAVIDE CON LA TESTA DI GOLIA (David with the Head of Goliath) - Guido Reni

   
DAVIDE CON LA TESTA DI GOLIA (1605)
Guido Reni (1575 - 1640)
Pittore italiano
Museo del Louvre a Parigi
Tela cm. 237 x 137

   
Il giovane Davide è in primo piano, appoggiato con spavalderia ad una colonna spezzata..., in segno di trionfo egli tiene per i capelli la testa di Golia, sistemata su una base.

Il sangue che sgorga dalle ferite del gigante e la spada poggiata a terra suggeriscono che la lotta si è appena conclusa.

Davide è sommariamente abbigliato con un elegante drappo bordato di pelliccia, mentre in capo porta un cappello piumato.

Una forte luce lo illumina dalla sinistra lasciando in penombra la parte destra della composizione.

Sia il tema che le soluzioni formali e chiaroscurali lasciano intuire l'influenza che Caravaggio esercitò su Guido Reni nei primi anni del suo soggiorno a Roma.

Non appare infatti casuale che il recupero della cultura classica si mescoli alla potenza espressiva di Davide, che ricorda il giovane piumato raffigurato da Caravaggio nella "Vocazione di San Matteo" nella cappella Contarelli in San Luigi dei francesi.


L'OPERA

DAVIDE CON LA TESTA DI GOLIA è un dipinto che compare citato per la prima volta nel 1706 negli inventari reali del Palazzo del Lussemburgo a Parigi.

Non sono riuscito a venire a conoscenza delle modalità che hanno consentito all'opera di espatriare in Francia, anche se in passato si è creduto che essa provenisse dalla collezione del cardinale Mazzarino.

Alla National Gallery di Londra è una replica commissionata a Guido Reni dal cardinale Bernardino Spada, ritenuta dalla critica di migliore fattura rispetto all'originale, tanto che è stato ipotizzato che la versione del Louvre non sia autografa..., infine voglio qui ricordare che esiste una copia anche agli Uffizi di Firenze.


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Vita e opere di GUIDO RENI

ATALANTA E IPPOMENE (1615-1620) Guido Reni


GUIDO RENI - Pittore italiano

   
GUIDO RENI

Pittore italiano






Guido Reni nacque a Bologna i14 novembre 1575.

La sua prima formazione avviene presso il pittore fiammingo Calvaert, attivo in quella bottega per nove anni a partire dal 1584.

Affascinato dal classicismo si avvicina all'Accademia degli Incamminati fondata dal Carracci.

La sua prima opera importante pare sia stata la decorazione del Palazzo del Reggimento, realizzata nel 1598 in occasione dell'ingresso a Bologna di Clemente VIII.

Seguite le orme di Annibale Carracci, nel 1600 il Reni si trasferì a Roma, città dove non era facile operare a causa del successo del Caravaggio che oltre tutto era protetto dal potente cardinale Del Monte.

Nonostante ciò l'artista riuscì a farsi spazio tra la committenza locale e a ottenere delle commissioni, come nel caso della decorazione della chiesa di Santa Maria a Trastevere, dove eseguì il "Martirio di Santa Cecilia" su commissione del cardinale Sfondrato.

Fuggito il Caravaggio per le note vicende della sua vita, la fama del Reni si consolidò tanto che fu ammesso all'Accademia di San Luca.

Paolo V nel 1608 gli affidò la decorazione del soffitto della "Sala delle Nozze Aldobrandini" in Vaticano, mentre l'anno successivo fece parte insieme a Lanfranco e all'Albani, al gruppo di artisti impegnati nella decorazione della cappella dell'Annunciata a Palazzo del Quirinale.

Nel 1610 Guido Reni fece ritorno in patria, ritornando sporadicamente a Roma per adempiere alle commissioni di Paolo V.

Sono venuto a conoscenza della sua avversione a dedicarsi alla pittura ad affresco perché quando nel 1617 venne chiamato dai Gonzaga a Mantova, rinunciò alla prestigiosa commissione per paura delle "infermità mortali" di questa tecnica.

Nel 1622 lo troviamo a Napoli impegnato nella decorazione della cappella di San Gennaro.

Guido Reni si spense il 18 agosto 1640 nella sua città natale.


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venerdì 26 giugno 2009

CENA IN CASA DI SIMONE (Dinner in house Simone) - Pierre Subleyras

CENA IN CASA DI SIMONE (1737)
Pierre Subleyras (1699-1749)
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm. 215 x 679



“La Maddalena ai piedi di Cristo in casa di Simone il Fariseo”, comunemente detta “Cena in casa di Simone”, è un'opera di grandi dimensioni caratterizzata da un composto e sobrio classicismo, che fonde insieme aspetti dell'arte francese con l'arte italiana.

La scena, affollata da numerosi personaggi, si snoda intorno al tavolo con un andamento orizzontale, dettato anche dalle dimensioni della tela.

Pierre Subleyras riesce a guidare, con estrema maestria, l'occhio dello spettatore, attraverso i vari commensali, fino all'episodio centrale della rappresentazione, che è spostato sulla sinistra.

La figura allungata di Cristo recupera il modello già sfruttato dall'artista in Penitenza.

I molti particolari realistici, come il cane in primo piano che rosicchia l'osso, il paniere pieno di vasellame, la tavola riccamente apparecchiata e alcuni bellissimi brani di natura morta, a volte, sono stati considerati dalla critica come aspetti che hanno conferito all'opera un carattere decorativo.

L'intento di Subleyras è, invece, quello di rinnovare la tradizione classica di Poussin.


L’OPERA

Pierre Subleyras dipinse questo quadro nel 1737 per il refettorio del convento di Santa Maria Nuova ad Asti.

L'opera rimase in questa sede fino al febbraio del 1798 quando fu trasferita nella basilica di Superga, presso Torino, al fine di evitarne la vendita, autorizzata da Pio VI insieme ad opere di altri conventi, per coprire le spese sostenute da Carlo Emanuele IV di Savoia nella guerra contro la Francia.

Nel 1799 fu portata in Francia, dove rimase nel Musée de l'École Française a Versailles fino al 1816.

In tale data fu spostata al Museo del Louvre, dove è oggi conservata…e da me ammirata.


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Vita e opere di PIERRE SUBLEYRAS

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Pierre SUBLEYRAS

Pierre SUBLEYRAS (1699-1749)
Pittore francese





Pierre Subleyras nacque il 25 novembre 1699 a Saint-Gilles-du-Gard in Langue-doc.

Terzo figlio del pittore Mathieu Subleyras e di Laurette Dumont, apprese il mestiere proprio dal padre, che lavorava nella città di Uzès.

A partire dal 1714, Pierre iniziò il suo apprendistato a Tolosa presso Antoine Rivalz, uno degli artisti più conosciuti della Langue-doc.

Trasferitosi a Parigi per studiare all'Accademia Reale, nel 1726 partecipò al concorso indetto dal duca d'Antin con il dipinto "Le serpent d'airain".


Tale concorso gli dette la possibilità, alla fine dell'ottobre del 1728, di andare a studiare a Roma presso l'Accademia di Francia.

Terminati i suoi studi, l'artista decise di stabilirsi a Roma, dove venne ammesso all'Academia di San Luca.

II 23 marzo del 1739, nella Cappella della Madonna in Santa Maria in Via, si sposò con Maria Felice Tibaldi, celebre miniaturista, sorella della compagna del pittore Trémolière.

Grazie al successo ottenuto con la "Cena in casa di Simone", Pierre Subleyras entrò nel giro degli artisti prediletti dalla corte papale e dalla aristocrazia romana.

Il cardinale Valenti Gonzaga gli commissionò la "Messa di Basile", che dal gennaio del 1748 fu esposta per circa tre settimane nella chiesa di San Pietro.

Da tale dipinto fu tratto un mosaico per la chiesa di Chartreaux a Termini.

Per motivi di salute, Subleyras trascorse un periodo di circa sette mesi a Napoli, dove dipinse più che altro ritratti.

Al suo rientro a Roma, le sue condizioni fisiche peggiorarono e si spense il 28 maggio 1749.


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CENA IN CASA DI SIMONE - Pierre Subleyras
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LA MACCHINA DEL TEMPO (The Time Machine) - Herbert George Wells

Herbert George Wells (1866-1946) è considerato il fondatore della fantascienza. Di origini modeste, riuscì a conseguire la laurea in scienze, e mise a frutto le proprie conoscenze in questo settore quando poi scoprì la propria vocazione di scrittore. Ha lasciato un gran numero di novelle e romanzi; e nell'ultima parte della sua vita si dedicò soprattutto alla saggistica, in cui riversò il suo appassionato impegno per i problemi sociali del suo paese, l'Inghilterra.

Data la sua intensa produzione, non ci si può certo aspettare che i suoi scritti siano perfettamente curati dal punto di vista stilistico. Ma questa non è certo la preoccupazione principale del lettore di fantascienza, il quale si aspetta soprattutto delle inattese invenzioni: e in questo, Wells non fu davvero inferiore a nessuno. Ogni suo racconto si basa su di una fantasiosa trovata, attorno alla quale la narrazione si distende con ritmo apparentemente tranquillo, ma mai prevedibile nei suoi sviluppi. Naturalmente, le sue conoscenze scientifiche non erano certo paragonabili a quelle odierne, e questo fa sì che, a volte, certi dettagli delle sue trovate ci appaiano 'ingenui': ma la sostanza è sempre avvincente, e conserva a distanza di tempo tutto il suo fascino. (Nel romanzo ho letto dei particolari curiosi: per esempio, la macchina del tempo è azionata meccanicamente da certe levette, e per farsi luce occorrono fiammiferi e candele..., l'azione è dunque ambientata in un momento in cui, non diciamo l'elettronica, ma neppure l'elettricità era entrata nell'uso.)

La letteratura di fantascienza non si esprime solo nella forma del romanzo, ma si fonda anche sull'ideazione di un "mondo possibile" alternativo rispetto a quello che ci circonda, in cui, come nelle favole, accadono eventi assolutamente inconsueti; con la differenza, però, che l'inconsueto non è prodotto da magia, ma è affidato a fantastiche invenzioni 'scientifiche'. Si tratta insomma, come dice la parola, di un miscuglio di scienza e fantasia. Spesso gli eventi raccontati vengono proiettati in un futuro più o meno lontano, in cui l'umanità viene posta (a seconda dei casi) in pieno rigoglio o in penosa decadenza; e naturalmente il diverso atteggiamento dell'autore corrisponde ad una diversa valutazione circa gli effetti del progresso tecnologico, e circa la capacità dell'uomo di costruirsi un avvenire di benessere e libertà. Così, anche se la fantascienza sembra parlare di altri mondi, in realtà ci dice spesso delle cose dense di significato anche per il presente.

Questo è il caso di "La macchina del tempo" di Wells, pubblicato nel 1895, in cui l'autore immagina che il protagonista del racconto, citato col nome di Viaggiatore nel Tempo, sia riuscito a costruire una straordinaria apparecchiatura che consente di muoversi nel tempo, restando immobili nello spazio. Il pilota della macchina può così avanzare o arretrare liberamente nella dimensione temporale, osservando il mutare del paesaggio all'intorno, ed eventualmente scendendo ad esplorare il territorio.
Nel romanzo si immagina che il Viaggiatore nel Tempo (che racconta in prima persona le sue esperienze ad un gruppo di amici) abbia fatto il suo primo viaggio nel futuro, fermandosi nell'anno 802701.
La situazione che lo circonda è molto differente da quella attuale: la terra è abitata da due razze, entrambe discendenti dagli esseri umani di oggi, ma profondamente decadute.
La prima razza è quella degli Eloi: miti e gracili creature dal colorito roseo e dall'aspetto delicato, che vestono abiti leggiadri e passano il tempo a giocare e divertirsi. Sembrano esseri invidiabili, gli Eloi: ma a conoscerli meglio ci si accorge che la loro intelligenza è limitata, il loro linguaggio è in grado di esprimere soltanto emozioni elementari, e la loro capacità di provvedere a se stessi molto ristretta; essi si cibano esclusivamente di frutta, e abitano costruzioni evidentemente ereditate da una precedente civiltà più evoluta. Inoltre, appena scende la sera, gli Eloi hanno paura, perché dalle viscere della terra emergono i Morlocchi: esseri biancastri scimmieschi e mollicci, che trascorrono la vita affaccendati a produrre beni materiali nelle loro fabbriche sotterranee, uscendone soltanto per catturare gli Eloi, di cui si cibano. Questi ultimi sono dunque ridotti alla condizione di bestiame brado a disposizione dei ributtanti Morlocchi.

Come ci viene spiegato dall'autore medesimo, le due razze discendono rispettivamente dalla classe borghese e dalla classe proletaria: e se i secondi sono giunti ad un livello di totale abbrutimento, i primi non sono certo da meglio, nella loro semi-idiozia.
È chiaro che Wells, con questa trovata, ha voluto comunicarci dei messaggi che gli stavano a cuore, tra cui vanno indicati almeno i due seguenti. Innanzi tutto, un radicale pessimismo sul progresso dell'umanità, la cui stessa evoluzione biologica (si rammenti che il dibattito sulle teorie di Darwin era ancora assai vivo alla fine del secolo scorso) è messa in pericolo dalla mancanza di un adeguato atteggiamento culturale, che miri all'intelligenza delle classi sociali, anziché alla loro divisione.
In secondo luogo, Wells ci trasmette una sua risentita visione politica, attraverso la quale ci comunica che la contrapposizione delle classi sociali finirà per produrre danni generalizzati: nel senso che persino coloro che ora stanno meglio (i borghesi) agiscono in modo tale da accrescere i conflitti sociali, distruggendo il benessere dei propri discendenti. La prospettiva è ovviamente agghiacciante, così come letteralmente tale è la visione che l'autore propone verso la fine del romanzo: dove ci viene mostrata, in un futuro ancora più lontano, una terra ormai inerte e ricoperta di ghiacci, abitata da orrendi mostri, e senza traccia alcuna di umanità.
Al momento in cui si apre l'episodio, il Viaggiatore nel Tempo ha quasi concluso la sua esplorazione nell'anno 802701. Durante tale vicenda, egli ha simpatizzato con gli Eloi, se non altro perché essi sono i più deboli; un po' come noi proveremmo simpatia per un affettuoso e indifeso cagnolino.
Proprio per questo egli finisce per essere preso di mira dai Morlocchi, che catturano la macchina del tempo, chiudendola dentro una strana costruzione dalla forma di sfinge.
C'è anche una battaglia in corso dalla quale il protagonista fa strage di Morlocchi, difendendosi con una mazza di ferro.
Benché stanco e leggermente ferito, egli non ha tuttavia perso la speranza di ritornare.

Il Viaggiatore del Tempo conclude il proprio resoconto, lasciandomi perplesso. Il romanzo ha una coda imprevista: un amico del protagonista si reca a trovarlo per sapere come è andata a finire la storia, e non trova traccia né di lui né della macchina del tempo. Passano gli anni, ed il Viaggiatore non ritorna.
Che abbia deciso di restare in qualche istante del futuro o del passato?
Che gli sia successo qualche cosa?
Non lo sapremo mai....


giovedì 25 giugno 2009

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL (The Confessions of Felix Krull) Thomas Mann

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL Thomas Mann


Thomas Mann (1875-1955), premio Nobel per la letteratura nel 1929, é un esempio di romanziere che tenta ripetutamente, nella sua ampia produzione letteraria, la strada del grande affresco meditativo. I suoi romanzi sono, soprattutto, delle vaste riflessioni sulla condizione dell'uomo e sui conflitti che di continuo insorgono tra 1e opposte concezioni della vita e della società. Il mondo che egli descrive è tutto caratterizzato dalla grande crisi di valori che investe la cultura occidentale nel passaggio dall'Ottocento al Novecento, quando le trasformazioni sociali imposte dalla rivoluzione industriale sembrano mettere in dubbio la stessa sopravvivenza della piccola e privilegiata cerchia aristocraticoborghese, che continuava a consumare la propria esistenza entro un complicato e ritualizzato 'galateo'. L'eleganza innata, la cultura enciclopedica e raffinata, appaiono ormai destinate ad un numero di persone sempre più esiguo. L'ultimo erede di questo grande patrimonio di conoscenze e di 'stile' diviene, per Mann, l'artista..., ossia colui che di continuo sperimenta dolorosamente su di sé il proprio irrimediabile distacco dal mondo, dalla vita vera. Schiacciato dal peso della propria amara consapevolezza, l'artista non riesce mai a partecipare di quelle intense gioie che l'esistenza regala a chi sa abbandonarsi ad essa ingenuamente, senza rimpianti (ma anche senza il desiderio di capire, cioè di spiegare a se stesso il senso delle trasformazioni in atto).

CONFESSIONI DEL CAVALIERE D'INDUSTRIA FELIX KRULL è l'ultimo romanzo pubblicato in vita dall'autore, che era stato però incominciato fin dai primi anni del Novecento.
L'opera è rimasta incompiuta, in quanto la seconda parte non ha potuto vedere la luce, per la morte dell'autore. Il romanzo presenta tutti i tratti caratteristici della produzione matura di Mann, individuabili soprattutto nella fine ironia che pervade il discorso. La vicenda è imperniata sulle avventure di un geniale impostore, Felix Krull, di umili origini, che riesce ad inserirsi nel mondo della ricca borghesia, passando da un successo all'altro, e accumulando via via cospicue fortune. Il racconto inizia col viaggio che il protagonista compie da Parigi a Lisbona, dopo che egli si è accordato con un nobile signore suo coetaneo (il marchese de Venosta) per fargli un favore. La famiglia del marchese vorrebbe infatti che questi rinunciasse ad una sua relazione amorosa con una persona di basso rango: il compito di Felix sarà dunque quello di girare il mondo fingendosi il marchese, e scrivendo regolarmente ai parenti di lui, in modo da far loro credere che il vero Venosta si trovi lontano. Si tratta di una grande occasione per il nostro eroe, che potrà utilizzare a proprio vantaggio il nome del suo aristocratico amico, riuscendo così a farsi spalancare le porte dei circoli più esclusivi.
In una solitaria carrozza ristorante avviene l'incontro tra Felix ed il naturalista professor Kuckuck, uomo di grande curiosità intellettuale. Ne nasce un vivace colloquio, tutto intessuto di compiaciuti ammiccamenti alla propria condizione privilegiata, tra due persone che sanno di potersi comprendere perfettamente di primo acchito. Il dialogo è un espediente tecnico tipico dell'arte di Mann..., esso è in effetti lo strumento più consono alla sua indole argomentativa, che tende a dispiegare come su di un palcoscenico le emozioni e le passioni dei suoi personaggi, spesso caricando le situazioni di intensi significati allegorici. In questo romanzo l'anziano professore espone con condiscendente simpatia al suo giovane compagno di viaggio la propria concezione del mondo, godendo dell'evidente interesse suscitato dalle sue dotte affermazioni. Egli insiste soprattutto, e non è un caso, sulla provvisorietà della condizione dell'uomo, anzi, sulla provvisorietà di ogni forma di vita organica, da lui considerata come un breve episodio nella storia della materia. Questo non fa che accrescere quella sorta di complicità che si instaura fin dall'inizio fra i due: nelle parole del professore sembra quasi che la raffinata cultura elaborata dalla borghesia occidentale venga svalutata, e ridotta a poco più che animalesca vitalità ("Non c'è bisogno d'altro per essere un animale, e per essere uomo non occorre in fondo molto di più"). Ma con quanta aristocratica sprezzatura tutto ciò viene detto, quanti sottintesi vi si nascondono. Il marchese de Venosta (alias Felix Krull) se ne accorge immediatamente quando commenta... "Questo era uno scherzo caustico di Kuckuck"..., e del resto lo stesso professore non tarda a dichiarare esplicitamente la sua vera opinione, quando afferma che "sovente la raffinatezza si stanca di se stessa, si innamora della primitività e precipita ebbra nel passato selvaggi".
Sono parole penetranti, che potrebbero anche essere interpretate, da noi, in tutt'altro modo..., è come se il professor Kuckuck dicesse (ma senza darne l'impressione) che il mondo borghese da lui rappresentato, incapace com'è di adeguarsi ai mutamenti politico-culturali del nuovo secolo, preferisce contemplare passivamente il proprio progressivo annientamento, cullandosi nel pensiero della transitorietà di ogni umana esperienza.

Thomas Mann (1875-1955)
Ho accennato prima alla vena umoristica di Mann. La sua espressione migliore non va però cercata in certi giochetti di parole (per esempio il momento in cui il professore si presenta con quel suo stranissimo nome). L'umorismo si annida piuttosto nella sottile ironia che pervade tutte le scene descritte, dovuta al fatto che il presunto marchese de Venosta, ossia il privilegiato interlocutore di Kuckuck, è in realtà un individuo di umile nascita, che ha solo il merito di sapersi muovere abilmente nell'ambiente aristocratico, ma non senza qualche goffaggine. Certe sue battute un po' impacciate, rivelano lo sforzo di mantenere un alto decoro stilistico nel proprio discorso. L'ironia è dunque insita nel contrasto fra i due personaggi: l'uno, il professore, corredato di naturale eleganza e di cultura, l'altro, l'avventuriero, dotato piuttosto di una spiccata capacità di adattamento.
L'ironia è insita nella particolare angolatura secondo cui le varie scene vengono viste, cioè attraverso l'immaginaria autobiografia del protagonista, che talvolta racconta il dialogo in forma indiretta, talaltra lascia spazio alla citazione diretta. In tal modo, la posizione ideologica del professor Kuckuck viene filtrata, e per così dire sdoppiata, dalla duplicità di atteggiamento di questo avventuriero d'alta classe: che per metà gode della propria abilità di profanatore della esigente società altoborghese, e per l'altra metà si sente irresistibilmente attratto dal mondo che egli vorrebbe soppiantare. Lo stesso godimento che egli prova nel portare a termine le sue brillanti imposture si spiega meglio entro un compiaciuto progetto di esaltazione dell'intelligenza, piuttosto che entro un'intenzione autenticamente dissacratoria. Difatti, si direbbe che alcune delle sue vittime siano liete di farsi ingannare da lui: come la ricca madame Houpflé, che esorta Felix a derubarla dei gioielli in sua presenza. Duplicità di atteggiamento, ho è detto..., ma essa non è soltanto propria del personaggio Felix Krull..., essa è prima di tutto tipica dell'autore, sempre incerto tra il rimpianto per una grande tradizione culturale ormai considerata perduta, e l'affermazione di una nuova e prorompente vitalità. Le sue stesse scelte stilistiche, fatte di esatte misure, di classico equilibrio, di autocontrollo, ma percorse dal sorriso dell'ironia, ne sono la prova migliore.
La forma del romanzo é frequentemente spezzato da brevi proposizioni, ma è sempre scorrevole, sciolto, di facile lettura...piacevole.., e quindi....


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Vita e opere di THOMAS MANN - Un grande saggio e amico di tutta l'umanità

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martedì 23 giugno 2009

Spazio, tempo e gravitazione - La teoria della relatività generale (Space, time and gravitation - The theory of general relativity)

Che cosa è la gravitazione?

Il problema della natura delle forze gravitazionali si è posto immediatamente dopo la scoperta della legge di gravitazione universale fatta da Newton. Che cos'è la gravitazione? Che cos'é che costringe le particelle materiali ad attirarsi reciprocamente? Queste domande si affacciano appena si inizia lo studio della legge di Newton. Ma non è facile rispondervi.

Isaac Newton (1643-1727)
È molto difficile comprendere la gravitazione se la consideriamo dal punto di vista della sua natura fisica; è stata questa soprattutto la ragione per la quale la teoria di Newton è stata accettata all'inizio con molte riserve. Alcuni studiosi cercarono addirittura di refutarlo e negarono anche l'esistenza della gravitazione stessa. In seguito questa diffidenza cadde e l'esattezza della legge di Newton fu universalmente riconosciuta. Tuttavia la natura stessa delle forze gravitazionali rimaneva incomprensibile ed enigmatica.

In che cosa consiste la complessità di questo problema? In primo luogo dobbiamo dire che la gravitazione si manifesta come una azione a distanza. In effetti la forza gravitazionale agisce entro i corpi quale che sia la distanza che li separa l'uno dall'altro e indipendentemente dal fatto che vi sia il vuoto tra di loro. I contemporanei di Newton pensavano che ciò contraddicesse l'esperienza diretta secondo la quale i corpi sembravano agire gli uni su gli altri soltanto per contatto (trasmissione del movimento per pressione, trazione, ecc.), Newton stesso pensava che la gravitazione si trasmettesse meccanicamente da un corpo all'altro per mezzo dell'etere, che si riteneva fosse un mezzo speciale estremamente rarefatto che riempiva tutti gli spazi vuoti tra i corpi e che penetrava in tutti i mezzi continui. Alcuni studiosi, dopo Newton, cercarono di spiegare più particolareggiatamente la gravitazione per mezzo dell'azione dell'etere.

Fu avanzata anche l'ipotesi che la gravitazione fosse il risultato dell'azione meccanica sui corpi esercitata da "ultraparticelle" invisibili che si spostavano in tutte le direzioni dello spazio. Se un corpo è isolato nello spazio
è bombardato da tutti i lati da queste particelle e di conseguenza si trova in uno stato di equilibrio. Se però abbiamo ad esempio due corpi, questi si proteggono reciprocamente contro la spinta delle particelle orientate esattamente secondo la linea congiungente i centri di questi corpi, il flusso di queste particelle spinge i due corpi l'uno verso l'altro, creando così la forza di attrazione. Secondo altre ipotesi l'azione delle ultraparticelle era sostituita dalla azione analoga del flusso di etere.

Gli autori di tutte queste ipotesi cercavano di sciogliere l'enigma dell'azione a distanza delle forze di gravitazione; tuttavia non riuscivano a spiegare le altre misteriose proprietà di questo fenomeno.
Tra queste, la più saliente è il carattere apparentemente istantaneo dell'azione di attrazione.


L'ATTRAZIONE E I CORPI

In effetti, quando applichiamo legge di Newton ammettiamo che forze di attrazione dipendono soltanto dalla disposizione reciproca dei corpi e che quando questa varia i valori di queste forze si modificano simultaneamente: in altre parole, l'attrazione si trasmette istantaneamente. Se al contrario, l'azione di queste forze si trasmette attraverso un certo mezzo (l'etere), si deve scoprire con quale velocità si propaghi questa azione. Nello stesso modo si dovrebbe determinare la velocità di propagazione dell'attrazione se questa avvenisse per mezzo del movimento di ultraparticelle o di flusso di etere. Bisognerebbe allora fare intervenire una certa correzione che tenga conto di questa velocità nei calcoli delle forze di attrazione tra i corpi. In effetti, se un determinato corpo A arriva nel momento t. in un punto situato a una distanza r dal corpo B, non può ancora esercitare la sua attrazione su B con una forza proporzionale all'inverso del quadrato della distanza (1/r - 2) se si ammette che l'attrazione si propaga con una determinata velocità; sarà necessario prevedere un certo intervallo di tempo perché l'attrazione di A possa trasmettersi a B. Ma durante questo intervallo il corpo A si sarà già spostato in un altro punto dello spazio.

Pierre-Simon Laplace (1749-1827)
Così ad ogni istante la forza dipenderebbe non soltanto dalla posizione reciproca dei corpi ma anche dalle loro rispettive velocità e da quella di propagazione dell'attrazione. Di conseguenza se non si tenesse conto delle indispensabili rettifiche, si dovrebbero avere degli scarti tra i movimenti osservati dei corpi e i movimenti calcolati secondo la legge di Newton. In realtà questi scarti non sono mai stati riscontrati; essi potrebbero essere osservati soltanto se la velocità di propagazione dell'attrazione fosse talmente elevata da non avere alcuna influenza pratica sul movimento, cioè se avessimo realmente una propagazione istantanea dell'attrazione.
Laplace ha calcolato la velocità minima che dovrebbe avere l'attrazione perché le correzioni da essa provocate non siano rilevabili nello studio dei vari corpi celesti (ad esempio la luna). Laplace ha ottenuto un valore superiore di almeno un milione di volte la velocità della luce. L'esistenza di una tale velocità di movimento di particelle o di propagazione di fenomeni fisici in un mezzo qualsiasi è attualmente considerato fisicaniente impossibile.

Altro fenomeno inesplicabile: l'attrazione è una forza che non conosce ostacoli. Essa non si attenua, non è assorbita né dalla materia interstellare né dalle interposizioni di qualsiasi cosa. Ad esempio, durante le eclissi di luna tra i1 sole e la luna si interpone la terra che potrebbe intercettare le forze di attrazione tra i due corpi come fa per le radiazioni luminose. È possibile calcolare le perturbazioni nel movimento della luna che dovrebbero manifestarsi se l'attrazione di questa da parte del sole si indebolisse al momento dell'eclisse.
In realtà non vi è nessun elemento che provi l'esistenza di tali perturbazioni. Nessun ostacolo, nessun schermo di qualsiasi materia possono arrestare, neppure minimamente, la propagazione delle forze di gravità che attirano verso il centro tutti i corpi che si trovano sulla terra.
Come è possibile immaginarsi delle particelle talmente sottili da penetrare e attraversare ogni corpo senza subire alcuna modificazione e con una propagazione spontanea? In nessuna parte della natura incontriamo tali particelle o flusso di particelle, una tale propagazione di fenomeni o di procedimenti fisici.
Ad esempio la luce, i raggi X, le onde herziane, le forze elettriche e magnetiche, sono tutti più o meno assorbiti dai corpi o dal mezzo materiale, tutti si propagano con una velocità limite (uguale a quella della luce). Così, questa spiegazione meccanica primitiva dell'attrazione basata sul concetto di una semplice azione meccanica dell'etere, del flusso di questo ultimo o di corpuscoli è incapace di spiegare tutte le proprietà straordinarie di questo fenomeno.

Questa interpretazione dell'attrazione ci sembra oggi abbastanza ingenua e non corrisponde in nulla alle nostre concezioni fisiche attuali. Dove bisogna allora cercare la spiegazione di questa forza "stupefacente", onnipenetrante, capace di agire istantaneamente e in distanza?
La spiegazione esatta ci è stata data da uno dei più grandi scienziati dell'epoca contemporanea, Albert Einstein (1879-1955).
Einstein è l'autore di numerosi lavori fondamentali in svariate branche della fisica, ma la sua maggiore scoperta è stata quella della teoria ristretta della relatività che può essere denominata "teoria dello spazio e del tempo" e quella della teoria generale della relatività che sarebbe più esatto denominare "teoria della gravitazione". Queste due teorie hanno totalmente modificato le nostre concezioni dello spazio e del tempo, del movimento dei corpi e dei legami tra spazio, tempo e gravitazione. La teoria ristretta della relatività dimostra che lo spazio e il tempo sono strettamente legati tra loro e che la massa di un corpo qualsiasi è funzione della sua energia. La teoria generale della relatività afferma che le proprietà spazio-temporali dell'universo che ci circonda (cioè la sua geometria) sono determinate dalla presenza della massa della materia.


LA TEORIA DI EINSTEIN

Albert Einstein (1879-1955)
Purtroppo queste teorie della relatività difficilmente sono divulgabili in una forma piana e comprensibile: ciò è dovuto da un lato alla complessità insita nella stessa teoria e dal suo fondamento matematico, e dall'altro alla imprevedibilità di tutta una serie di deduzioni che ne derivano e che spesso contraddicono radicalmente le nostre concezioni abituali.
Nella meccanica classica, cioè quella di Galileo e di Newton non esiste alcun legame tra lo spazio, il tempo e i corpi situati nello spazio stesso. I diversi processi che si svolgono nello spazio sono determinati dal tempo che scorre in modo assolutamente regolare e che non dipende né dallo spazio né dalla materia in esso presente. Le proprietà dello spazio ridotte a una specie di località passiva contenente i corpi, restano sempre costanti e invariabili, indipendenti dalla distribuzione dei corpi stessi, cioè addirittura dalla loro esistenza. In questo spazio domina la geometria "normale", cioè quella euclidea, tale e quale si insegna ancora nelle scuole. In particolare l'asserzione secondo la quale il percorso più breve da un punto dello spazio all'altro è una linea retta: e precisamente secondo una retta che si propagano i raggi luminosi che vanno da un punto all'altro. Nella meccanica classica adottiamo delle concezioni come quella di massa di un corpo; che è considerata costante e invariabile per un determinato corpo. Lo stesso vale per le proprietà geometriche (lunghezza, larghezza, forma ecc.), che consideriamo determinate una volta per tutte e che non dipendono dal fatto che il corpo sia in movimento o in stato di quiete.
Queste concezioni che ci sono familiari e che sembrano essere confermate dalla nostra pratica quotidiana riflettono soltanto approssimativamente la realtà oggettiva. In effetti, nella natura esiste un legame molto più profondo tra lo spazio, il tempo e la materia.
La geometria euclidea non è più valida nello spazio in presenza di materia. La massa dei corpi e le loro proprietà geometriche sono funzione della velocità di spostamento.
Le proprietà di movimento dei corpi nello spazio contenente dei corpi materiali: possono essere considerati come risultanti non dell'azione delle forze di attrazione reciproca di questi corpi ma dalle modificazioni di quelle proprietà geometriche dello spazio stesso.

Ritorniamo alla legge di inerzia: secondo questa in assenza di forze ogni corpo o è animato da un movimento uniforme e rettilineo o rimane in stato di quiete. Vediamo di verificare sperimentalmente questa legge: come sappiamo la ragione essenziale per la quale nelle nostre esperienze terrestri i corpi in movimento si fermano sempre dopo la cessazione dell'azione di una forza è l'attrito. Ammettiamo che l'attrito non esista: il movimento del corpo si manterrà uniforme e rettilineo? No, perché resterà sottoposto all'azione di attrazione della terra, della luna, del sole e dei pianeti. Eliminiamo ipoteticamente tutto il sistema solare, le stelle più vicine e anche tutte le stelle della Galassia. Possiamo allora affermare con una quasi-certezza che il corpo si sposterà con un movimento uniforme e rettilineo. Se però vicino al corpo considerato si trova una stella o più generalmente un corpo qualsiasi, il percorso descritto dal corpo non sarà più una retta: a causa dell'attrazione della stella sarà incurvato.
Confrontiamo ora questi due casi. Nel primo, quando si trattava di un corpo isolato, questo si muoveva seguendo una retta, dato che in questo caso il corpo si muove in uno spazio 'vuoto', possiamo concludere che le proprietà geometriche di uno spazio rispondente a questa condizione sono tali che il percorso di un corpo che lo attraversa, quale che sia la direzione assunta, è una linea retta. Nel secondo caso il corpo si muove già in uno spazio che non è più vuoto e si trova nel campo di attrazione di un altro corpo; in questo caso il percorso segue una curva. Vediamo così che la presenza di corpi modifica le proprietà geometriche dello spazio.


LA GRAVITAZIONE, LO SPAZIO E IL TEMPO

In assenza di corpi lo spazio è omogeneo (e ciò si traduce in una perfetta indifferenza per la direzione nella quale si sposta per inerzia il corpo isolato); in presenza di corpi però lo spazio sembra incurvarsi. Questa 'curvatura' dello spazio si rivela nel fatto che il percorso più breve tra i due punti situati in uno spazio 'incurvato' non è più una retta ma, in un certo senso una curva. Prendiamo ad esempio una superficie piana e una sfera e misuriamo la distanza che separa due punti sulla sfera e quella che separa due punti sulla superficie piana, in modo però da non superare i limiti dell'uno o dell'altro. Per questo sarà sufficiente tendere un filo tra i punti scelti e misurarne la lunghezza. Sulla superficie piana il filo teso coinciderà con una retta mentre sulla sfera seguirà una linea che non è più retta ma curva e che coinciderà con un arco di grande cerchio della sfera. Questa eterogeneità dello spazio, la sua 'curvatura' è interpretata come gravitazione.

Così, secondo la teoria di Einstein, la gravitazione è l'azione delle proprietà spazio-temporali dell'universo.
La distribuzione dei corpi determina la geometria dello spazio in cui questi sono situati e il loro stesso movimento. Einstein, basandosi su questi concetti, ha sviluppato matematicamente la sua teoria ed ha ottenuto un insieme di notevoli risultati, totalmente confermati dall'esperienza.
Nei suoi lavori risaltano sia la soluzione dell'enigma dell'enorme velocità di propagazione della gravitazione e la stupefacente 'onnipenetrazione' di questa. Sfortunatamente questi problemi devono essere risolti con un apparato matematico talmente complesso che è assolutamente impossibile esporle in questa mia esposizioone. È questo il motivo per cui mi soffermo soltanto su due notevoli risultati della teoria generale della relatività ottenuti da Einstein in via teorica e che furono in seguito brillantemente confermati dalla pratica.

Secondo la teoria di Einstein, non soltanto i corpi ordinari ma anche i raggi luminosi sono sottoposti all'attrazione dei corpi materiali e di conseguenza debbono deviare dal loro tragitto rettilineo quando passano vicino corpi celesti: quindi la luce non si propaga secondo una linea retta nel vero senso del termine. Di primo acchito questa affermazione contraddice la nostra esperienza quotidiana; nessuno ha mai avuto l'occasione di osservare la curvatura dei raggi luminosi. Si poté però dimostrare che Einstein aveva ragione. Durante le eclissi solari si possono osservare delle stelle situate molto vicine al bordo del disco solare. Precise misurazioni della loro posizione al momento delle eclissi dimostrano che sono leggermente spostate rispetto alla loro posizione normale, sembrando situate più lontano dal sole. Questo spostamento non è molto grande (circa 2" di arco), ma corrisponde esattamente a ciò che aveva previsto Einstein nella sua teoria. Anche certe particolarità del movimento di Mercurio testimoniano in favore della teoria einsteiniana della gravitazione.

Urbain Le Verrier (1811-1877)
Alla metà del XIX secolo l'astronomo Le Verrier si accorse che il movimento osservato di Mercurio differiva leggermente dalla teoria costruita tenendo conto della legge di Newton delle perturbazioni provocate da tutti gli altri pianeti. Questo scarto riguardava il movimento secolare della linea degli apsidi dell'orbita di Mercurio. Si trattava di uno scarto minimo: il movimento del perielio di Mercurio anticipava di 43" di arco per secolo rispetto al valore previsto dalla teoria classica. Questo fatto fu oggetto di numerose pubblicazioni sulla meccanica celeste; si tentò soprattutto di spiegare questo scarto ammettendo che la legge di Newton fosse un tantino inesatta, cioè che la forza di attrazione non variasse esattamente in senso inversamente proporzionale al quadrato della distanza; tuttavia quando si adottavano delle modifiche che permettessero di far coincidere i calcoli con le osservazioni, sorgevano delle divergenze tra la teoria e le osservazioni effettuate sugli altri pianeti. Furono effettuati anche altri tentativi per eliminare le divergenze di cui ho parlato, ma tutti fallirono.
La spiegazione dell'insolito movimento di Mercurio fu fornita dalla teoria della gravitazione di Einstein, secondo la quale il problema dei due corpi, il sole e un pianeta, l'orbita di quest'ultimo è un elisse ruotante lentamente nello spazio con una velocità che dipende dalla massa del sole e dalla distanza del pianeta. Perciò che riguarda lo studio, la linea degli apsidi deve ruotare di 43" di arco ogni 100 anni, cioè esattamente il valore 'fantasma' delle teorie precedenti.
Così ciò che prima sembrava un enigma si è trasformato in una clamorosa conferma sia della precisione delle teorie analitiche dei movimenti planetari sia dell'esattezza della teoria einsteiniana della gravitazione.

Sebbene la teoria di Einstein, che modifica le nostre concezioni abituali sullo spazio, sul tempo, sul movimento dei corpi e sulla loro interazione, differisce moltissimo nei suoi principi fondamentali dalla meccanica classica e dalla teoria della gravitazione di Newton, quando passiamo alla sua applicazione pratica nella maggior parte dei casi otteniamo all'incirca lo stesso risultato. In quali casi? Esattamente in duelli in cui le velocità di spostamento dei corpi studiati sono relativamente basse rispetto alla velocità della luce (300.000 km al secondo) o quando si tratta di masse relativamente poco importanti. Se si trascura la velocità dei corpi in rapporto alla velocità della luce, cioè se consideriamo v/c = 0, tutte le formule e le relazioni di Einstein coincidono con le formule e con le relazioni ordinarie della meccanica classica. Tutte le concezioni di questa e la legge di Newton diventano allora validi: quando studiamo i movimenti di corpi in condizioni terrestri, i movimenti dei pianeti, degli asteroidi, dei satelliti del sistema solare e delle stelle della Galassia, le cui velocità sono molto inferiori a quelle della luce, i risultati ottenuti secondo la legge di Newton sono molto vicini a quelli ottenuti secondo la teoria di Einstein. Tuttavia le divergenze esistono ugualmente: esse possono diventare evidenti quando abbiamo da una parte una esatta teoria del movimento costruita secondo le leggi di Newton e dall'altra delle osservazioni sufficientemente esatte accumulate per un periodo di tempo abbastanza lungo: proprio come accade nel caso dello studio di Mercurio.
Quando esaminiamo i movimenti delle particelle materiali sottoposte alla forza di attrazione terrestre (nei pressi della superficie del pianeta), i diversi effetti Einstein, praticamente intervengono proporzionalmente massa relativamente trascurabile non alla della terra. Se al contrario, effettuiamo lo studio della stessa particella situata alla superficie del sole e di conseguenza sottoposta all'attrazione di questo, a causa della rilevante massa del sole saremo costretti allora a tener conto di quegli effetti.

A questo punto possiamo chiederci: la teoria di Einstein è assolutamente esatta? Evidentemente no, poiché ogni teoria matematica, quale essa sia, se riguarda i fenomeni naturali, non è in grado di cogliere né di descrivere l'infinita diversità e la correlazione di questi fenomeni. Ogni teoria scientifica non è che un avvicinamento alla realtà, uno stadio nell'ascesa dell'uomo verso la conoscenza dei fenomeni della natura.
La legge di gravitazione di Newton è stato un primo passo nello studio dell'interazione dei corpi celesti.
La teoria di Einstein riflette la realtà con una profondità maggiore, ma non costituisce che il passo seguente nel lungo cammino verso la verità.


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La vita di ALBERT EINSTEIN


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