mercoledì 29 aprile 2009

CLAUDE MONET - Vita e opere (Life and Works)

Autoritratto con berretto (1886)
Selfportrait with a beret
Autoportrait avec un béret

Claude Monet (1840 - 1926)

Collezione Privata

Olio su tela cm. 46 x 56












Nato a Parigi nel 1840, Claude Monet trascorre l'infanzia e l'adolescenza a Le Havre.

Già in età precoce mostra notevole interesse per la pittura..., il suo primo maestro è Ochard, allievo di David, ma fondamentale per lui si rivelerà l'incontro con Eugène Boudin, il famoso progettista.

Malgrado l'ostilità della famiglia, che tenta invano di contrastare questa vocazione, nel 1860 l'artista è a Parigi, dove conosce Cézanne e Pissarro.

Nel 1861 parte alla volta di Algeri per prestarvi servizio militare, interrotto per malattia nel 1862.

Claude Monet rientra quindi a Parigi e frequenta Renoir, Sisley e Bazille, con i quali darà vita al gruppo degli impressionisti.

Le sue opere conosceranno fortune alterne; nel 1870, a seguito dello scoppio della guerra francoprussiana, il pittore parte per l'Inghilterra, dove farà la scoperta delle opere di Turner, di importanza fondamentale per la sua maturazione artistica.

"Dopo il suo ritorno a Londra, dove visse tra i crepuscoli e le albe di Turner, il suo colore si diluisce e quindi svanisce.

Questo passaggio da uno stato ad un altro, da un mondo che è ad un mondo che appare [...] dalla realtà alla finzione visiva, comporta fatalmente un cambiamento di soggetti. Monet non dipingerà più né ritratti né personaggi, ma solo paesaggi".

Il termine 'impressionismo', sarcasticamente attribuito da un critico d'arte ad una sua opera ("IMPRESSION, SOLEIL LEVANT" - 1872), darà il nome alla nuova forma pittorica e immortalerà l'artista.

Claude Monet studiò le leggi dei colori complementari, al fine di ottenere la resa della sensazione visiva nella sua assoluta immediatezza.

Dopo aver vissuto ad Argenteuil, si stabilisce definitivamente a Giverny nel 1883.

Visita molti paesi europei, e in particolare Venezia, celebrata nelle famose VEDUTE.
Sono un affascinante esempio le "Cattedrali di Rouen" (1892 - 1894) in cui Monet rese la mutevolezza degli effetti di luce nel corso della giornata anche in relazione alle diverse condizioni dell'atmosfera.
Il tema delle composizioni è la facciata della Cattedrale della città francese.

Nel periodo della Prima Guerra Mondiale dipinge la composizione delle NINFEE, che l'artista offre alla nazione francese il giorno della vittoria

Negli ultimi quadri del pittore l'atmosfera diventò vaporosa, quasi inconsistente..., l'impressione visiva, da cui Monet era partito, si trasformò quasi in visione poetica.

Monet muore, quasi cieco, a Giverny nel 1926.



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MONET E L'ILLUSIONE DELLA VITA

Il talento di Claude Monet si distingue per la grandiosa e sapiente semplicità, per l'implacabile armonia.
Egli ha espresso tutto, perfino gli effetti fuggevoli della luce: perfino l'inafferrabile, l'inesprimibile, cioè il movimento delle cose inerti o invisibili come la vita delle meteore: nulla è affidato al caso dell'ispirazione, per quanto felice, alla fantasia della pennellata, per quanto geniale.
Tutto è preordinato, tutto si accorda con le leggi atmosferiche, con il ritmo regolare e preciso dei fenomeni terrestri o celesti.
Ed è perciò che mi dà l'illusione completa della vita.
La vita canta nella sonorità delle sue lontananze, fiorisce profumata con le sue ceste di fiori, scoppia in calde macchie di sole, si vela nello svanire misterioso delle brume; si rattrista sulla nudità selvaggia delle rocce, modellata come volti di vecchi.
Monet coglie i grandi drammi della natura e li rende nella loro espressione più suggestiva.
Io li respiro così nelle sue tele i sentori della terra..., soffi di brezza marina mi portano alle orecchie le orchestre urlanti dell'alto mare o la canzone placata delle baie..., vedo le terre sollevarsi sotto l'amoroso lavoro delle linfe gorgoglianti, il sole abbassarsi o salire lungo i tronchi degli alberi, l'ombra invadere progressivamente i boschi o gli specchi d'acqua che si addormentano nella gloria purpurea delle sere.


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IMPRESSIONISMO

REGATA AD ARGENTEUIL - Claude Monet

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ESTATE - Claude Monet

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BRINA - NEBBIA - Claude Monet

LA STAZIONE DI SAINT-LAZARE - Claude Monet

domenica 26 aprile 2009

PIETER PAUL RUBENS - Vita e opere (Life and Work)



AUTORITRATTOPIETER PAUL RUBENS
Pittore fiammingo
Immagine alta risoluzione
Pixel 1094 x 1500 - Kb 390



Pieter Paul Rubens nacque il 28 giungo 1577 a Siegen, in Germania, da un avvocato calvinista fuggito dalla sua città natale, Anversa.

Dopo la morte del padre, Pieter Paul e i fratelli tornarono con la madre, Maria, ad Anversa dove il giovane compì la sua formazione presso le botteghe del Van Noort (1593) e del Van Veen (1594 - 1598).

Nel 1598 risulta già iscritto fra i maestri della Gilda di San Luca.

Nel maggio del 1600 Rubens partì alla volta dell'Italia per compiere un lungo viaggio di studio.

Dopo una sosta a Venezia il pittore si stabilì a Mantova, alla corte del duca Vincenzo Gonzaga, che lo assunse come ritrattista.

Negli anni 1601 - 1602 Rubens fu a Roma, sotto la protezione del cardinale Alessandro Montalto, dove ottenne la prima commissione pubblica: tre pale d'altare: "Esaltazione della Croce"..., "Gesù coronato di spine"..., "Erezione della Croce", per la cappella di Sant'Elena in Santa Croce di Gerusalemme, oggi a Grasse-les-Cannes, Hópital.

Rimasto in contatto con il Gonzaga, Rubens alternò l'attività pittorica agli incarichi diplomatici e politici.

Nel 1603 fu inviato a Madrid per consegnare al re di Spagna e al duca di Lerma alcune copie da celebri opere di Raffaello.

Nel 1605 Rubens terminò le tele per la chiesa della Santissima Trinità di Mantova, poi si stabilì a Roma dove rimase fino al 1608, quando dipinse il suo capolavoro italiano: l'Adorazione dei pastori di Fermo.

Dal 1609 Rubens fu al servizio della corte dei Paesi Bassi.

Nell'ottobre del 1609 Rubens aveva sposato Isabella Brant, che morirà nel 1626.

Nel 1621 Maria de' Medici, reggente di Francia, lo chiamò a Parigi per affidargli la decorazione di una galleria nel Palazzo del Luxembourg con 22 tele rappresentanti la vita della regina.

Nel 1630 si sposerà con Hèlène Fourment.

Rubens morì di gotta ad Anversa nel maggio del 1640.



AUTORITRATTO CON LA PRIMA MOGLIE (Self-portrait with his first wife) - Pieter Paul Rubens


AUTORITRATTO CON LA MOGLIE (1609-1610)

Pieter Paul Rubens (1577 - 1640)
Pittore fiammingo
Alte Pinakothek di Monaco
Tela cm 174 x 132
Alta risoluzione CLICCA IMMAGINE



L'opera raffigura il pittore con la prima moglie.


Le due figure hanno dimensioni monumentali e invadono quasi tutta la superficie del quadro: Rubens, appena rientrato dal lungo viaggio in Italia, dimostra di aver fatto propria la lezione del Rinascimento italiano.

Le espressioni dei due sposi sono dolci, le loro mani intrecciate in un gesto affettuoso.

Entrambi vestono abiti preziosi, all'ultima moda, e indossano alti copricapi.

Il ruolo dei due personaggi è definito dalle loro posizioni: Isabella è accoccolata sul prato e ha un'aria remissiva; il pittore è seduto in posizione più elevata e tiene la mano sinistra sull'elsa di una spada.

Il paesaggio che si apre intorno a loro potrebbe assumere il significato di "giardino d'amore".


L'OPERA

Il quadro fu eseguito senza dubbio subito dopo il matrimonio dell'artista, celebrato nell'ottobre del 1609, forse destinato ai genitori della moglie.

La Alte Pinakothek di Monaco conserva anche l'AUTORITRATTO DEL PITTORE CON LA SECONDA MOGLIE, Hèlène Fourment, eseguito nel 1631.



GIOVANNI PASCOLI - Vita e opere

  
Prima di divenire famoso come "cantore delle piccole cose" era stato fervente internazionalista e del socialismo egli conservò sempre l'amore per gli umili e l'aspirazione a un mondo migliore.

Ad una di quelle riunioni che gli internazionalisti bolognesi organizzavano clandestinamente nella trattoria dell'ex garibaldino Buggini (e a cui spesso partecipavano coi più bizzarri travestimenti per eludere la sbirraglia di Nicotera) una sera d'autunno del 1876 Andrea Costa si presentò accompagnato da un giovane esile, biondo, di bell'aspetto, con due occhi celesti colmi di fanciullesco stupore. Quel giovane era "Zvani", Giovanni Pascoli, che sarebbe divenuto qualche anno più tardi uno dei più dolci poeti della lirica italiana. Ma il futuro autore delle Myricae e dei Canti di Castelvecchio, il compositore degli eruditi carmi latini a cui più volte toccherà l'alloro del concorso di Amsterdam, allora era soltanto uno studente spaesato venuto dalla Romagna con i soldi contati per le tasse e per la pensione, con un vestituccio fuori moda da piccolo borghese di campagna e con un grande bisogno di affetto e di comprensione che lo aiutassero a sperare in una vita diversa dalla sua, misurata sino a quel giorno dai lugubri rintocchi della campana funebre.
Nato l'ultimo giorno di dicembre del 1855, quarto di dieci figli, nella ricca tenuta della Torre che il padre Ruggero amministrava per conto dei principi Torlonia, si allontanò ben presto dalla vecchia casa sulle rive del Rio Salto per seguire i corsi delle scuole medie portando con sè il ricordo della sua infanzia libera e avventurosa, offuscato dalla visione di due sorelline defunte.
Il 10 agosto 1867, mentre trascorreva le vacanze nel collegio degli Scolopi ad Urbino, lo raggiunse improvvisa la notizia dell'uccisione del padre, freddato a tradimento per rivalità d'affari da un sicario sconosciuto, mentre tornava da un mercato con la sua «cavallina storna».
L'anno dopo, altre due tombe si aprivano nel cimitero di San Mauro per accogliere le spoglie della sorella Margherita, la primogenita, e della madre, Caterina Allocatelli, schiantata in breve tempo da tanti dolori.
Rimasto pressocchè privo dì mezzi, terminò alla meglio gli studi liceali tra Urbino, Rimini, Firenze e Cesena, afflitto dal lutto, per un altro fratello rapito frattanto al suo affetto.
Nel '74, con una borsa di studio vinta per concorso, si iscrisse alla facoltà di Lettere dell'Ateneo Bolognese, che Carducci soggiogava con la sua voce fascinosa di maestro e di poeta, e frequentò assiduamente le lezioni fino a quando - nel '76 - la morte non gli strappò l'ultimo fratello, Giacomo, guida e sostegno della famiglia,
Giusto in quei tempi tutta Bologna stava appassionandosi alle vicende degli internazionalisti imolesi, e più d'una volta egli dovette mescolarsi alla folla che faceva ressa nelle aule del Palazzo di Giustizia per cercare un incoraggiamento in quelle parole piene di fiducia nell'avvenire, che Costa lanciava come una sfida verso i giudici. Terminato il processo i due romagnoli si incontrarono e divennero amici. Pascoli aderì poi ufficialmente al movimento internazionalista durante un'assemblea clandestina organizzata nella casa di un popolano bolognese di Porta Mascarella. Non appena Costa riprese le pubblicazioni del Martello chiamò l'amìco nella redazione (allestita nella cucina di un sarto) e fu proprio in uno dei primi numeri di quel settimanale che lo studente di San Mauro, il quale curava abitualmente la rubrica di politica estera, pubblicò una poesia - La morte del ricco - di assai modesto valore artistico, ma che tuttavia ebbe grande popolarità per il suo contenuto aspramente polemico e quel tono melodrammatico, esasperato nel grido dell'ultima quartina...

"Venga 1'esecutor!
Dubbio, t'avanza
fissalo col tuo grande
occhio sbarrato!
Costui d'un'altra vita ha la speranza:
che muoia disperato!

Alla causa dell'Internazionale il giovane poeta si votò con tutto l'amore di cui era capace dedicandovi non soltanto delle mediocri poesie.
Allorchè Costa fu costretto a emigrare per sottrarsi a un ennesimo arresto, lui, pur tanto povero (di quegli anni scriverà: mangiavo solo nel sogno - svegliandomi al primo boccone) offrì all'amico i suoi risparmi sino all'ultimo centesimino. E sarà ancona lui che il 7 luglio del '79 ricostituirà insieme a Lolli e agli ex garibaldini Buggini e Leonessi, la sezione bolognese dell' Internazionale dispersa da una ventata di reazione poliziesca. Quelli erano í tempi in cui Zvani, scrivendo a Rimini all'amico e benefattore Domenico Francolini (marito della Contessa Lettimi e acceso internazionalista) non dimenticava mai di aggiungere in calce alla lettera quello spavaldo "Zoca e manèra" (Ceppo e mannaia) motto degli anarchici romagnoli.
Nel settembre del '79 - durante una manifestazione di protesta dei socialisti bolognesi di fronte alle prigioni ove erano stati rinchiusi altri imolesi per aver protestato contro la condanna di Passanante, l'attentatore di Umberto I - Pascoli fu arrestato e trattenuto in carcere per due mesi nell'attesa del processo. Nella solitudine della cella, la sua mente - troppo scarsamente nutrita di studi politici e, forse incapace di concepire una organica interpretazione dei fenomeni storici - fu travolta da una cupa disperazione, e Pascoli cominciò, a ripiegarsi su se stesso, lasciando che i suoi ideali di ribellione e di giustizia si stemprassero in un generico sogno umanitario e in un utopistico e ambiguo pacifismo sostenuto dalla fede, fin troppo ingenua ed inerme, di poter vincere con la bontà e la rassegnazione tutti i mali del mondo.
La sua crisi interiore, acuita dalla sofferenza e dalla mala sorte, fu la crisi di tutta la classe a cui apparteneva che, dopo aver accettato romanticamente le prime idee progressiste e le prime lotte del lavoro, si lasciò prendere al laccio dal trasformismo assuefacendosi a quelle rinunce che la condussero a intristire nel più squallido e furfantesco politicantismo.

Giovanni e Maria
Uscito dal carcere Zvani abbandonò definitivamente le lotte politiche, col rimpianto di aver perso irrimediabilmente l'amicizia degli uomini che gli erano più cari. Riprese gli studi, ottenne la laurea con la lode e, sempre accompagnato dalla sorella Maria, cominciò il suo vagabondaggio di professore governativo da Matera, a Massa, a Livorno, a Bologna, a Messina, a Pisa e, infine, ancora a Bologna sulla cattedra lasciata vacante dal Carducci e da cui egli tenne lezione sino al giorno della sua morte (6 aprile 1912).
Negli ultimi anni il pensiero di Pascoli subì una costante involuzione in senso decisamente borghese; il poeta che aveva inneggiato all'attentatore di Umberto I, non parve imbarazzato nel rivolgere espressioni di tenero ossequio a Casa Savoia, e salutò in versi le prime imprese dell'Italia in Africa.
Comunque, fra tante incertezze e tante debolezze, quel suo ideale giovanile continuò a levitargli la fantasia, e le sue pagine migliori, insieme a quell'amore per le «piccole cose» celebrato o ironizzato dalla critica, conservano intatto un riflesso del suo sincero affetto per il mondo degli uomini semplici, per la loro fatica e i loro sogni, per tutto ciò che di buono e di vero e di pulito vi è nella vita a cui si accosta con un sentimento privo della smanceria e della stucchevolezza degli ultimi scrittori romantici.
Questo è, appunto, il clima morale delle composizioni esteticamente più pregevoli, di Myricae, dei Canti di Castelvecchio e dei Primi Poemetti che si andrà affievolendo nei Nuovi poemetti e in Odi ed Inni sino a scomparire nei Poemi conviviali e nei Poemi italici, composti con un abilissimo ma artificioso accademismo sempre propenso a scivolare nella fastosa vuotaggine della retorica.
Tuttavia non sarà mai abbastanza apprezzata la silenziosa e pur radicale rivoluzione che questo provinciale ha condotto per sprovincializzare la poesia italiana, per spezzare gli arcadici o aristocratici schemi della letteratura dell'ultimo Ottocento e riportarla veristicamente in contatto con la natura, con sentimenti più umili ma anche più spontanei e sinceri.
Per raggiungere questa «verità» Pascoli riversò nelle sue pagine la lingua umile e dimessa di tutti i giorni, le cadenze del discorso familiare più comune, senza rifiutare neppure le voci del gergo popolaresco e contadino pur di conservare la fresca immediatezza del suo discorso poetico. E pur restando fedele alla tecnica delle rime, di cui conosceva tutti i riposti segreti, usò con tanta spregiudicatezza ritmi impensati e singolari strutture delle strofe, restituì una così originale libertà alla parola, che si è autorizzati a considerare Pascoli come il primo poeta della lirica italiana moderna.
Da lui presero le mosse tute le a scuole » e le mode letterarie che vennero poi, dal crepuscolarismo al futurismo, all'ermetismo al neo-realismo, anzi si può dire che persino i poeti che se ne dichiararono avversi dovettero fare, in un modo o nell'altro, i conti con l'esperienza pascoliana. (Come pensare a Gozzano senza riandare a "La servetta di monte" e a "La Piada", a certo Montale senza riudire gli asciutti nitidissimi accordi di "Lavandare" e di "Novembre", e alla stessa magica avventura della parola dannunziana senza lo scossone dato al dizionario da Zvani?).
Si pensi alle mirabili terzine de Il vischio...

"Non li ricordi più., dunque, i mattini
meravigliosi? Nuvole ai nostri occhi
rosee di peschi, bianche di susini;

...o a quell'Addio alle rondini..., o a quella chiusa di Novembre...

"Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti....".

... o al ...

"cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene..."

...o all'idillio de "La mia sera", e verrà spontaneo un accostamento ai celebrati poeti dei giorni nostri che hanno attinto a piene mani motivi e movenze da questo filone poetico.
Purtroppo il ricordo quasi ossessionante della tragedia familiare si sovrappone costantemente all'onda dolcissima dei suoi versi intorpidendoli con un cupo pessimismo, né il poeta riuscì quasi mai a sottrarsi alla suggestione di quella "Voce" che lo faceva ricadere in se stesso in un fondo malinconico e limaccioso senza via d'uscita e senza speranza. Ne "Il Mendico" confessa tristemente...

"Ho errato seguendo le foglie
che il vento sospinge per gioco,
sostando non più che alle soglie,
per poco
tra l'ira dei cani...
Non vidi che nero, non ebbi
che fiele, ma grato non sono:
ti lodo per ciò che non ebbi;
che non abbandono".

E' il tema della rinunzia su cui tornerà ne "L'ora di Barga"...

"Lascia che guardi dentro il mio cuore
lascia che viva nel mio passato,
se c'è sul bronco sempre quel fiore,
io trovi un bacio che non ho dato!
Nel mio cantuccio d'ombra romita
lascia ch'io pianga sulla mia vita".

Quel bacio diede mai, che mai egli ebbe il conforto stimolante di un amore di donna.
Ma il suo amore per l'umanità, seppur confuso nelle contraddizioni di un cervello più disposto alle intuizioni che al raziocinio, e d un cuore più sensibile alle tenerezze degli abbandoni che ai richiami della lotta, il suo amore per l'umanità - dicevo - non lo abbandonò un istante. E precisando che la sua poetica (già delineata nella teoria del Fanciullino che vive in ogni artista per rivelargli l'anima delle cose) scriveva...

"Così il poeta vero,senza farlo apposta... è come si dice oggi socialista, o come si avrebbe a dire, umano... Così la poesia non ad altro intonata che a poesia, è quel che la migliora e rigenera l'umanità...".

Una lezione, anche questa, che il ribelle sognatore degli anni andati - a cui non era bastato l'animo per resistere alle insidie e alle debolezze del suo tempo - ha lasciato in eredità come un messaggio ai veri poeti, agli uomini di cultura che sarebbero venuti dopo di lui.


PERCHÉ NOSTRA?

Sono queste le famose parole con cui Pascoli ricordò le persecuzioni sferrate dalla reazione contro gli internazionalisti, che venivano arrestati e condannati per associazione di malfattori
« Roma era da poco nostra. Nostra perché? Per che se non per bandire al mondo la parola della giustizia e della libertà? E si cominciava così col dichiarar sospetto di malfare o addirittura malfattori quelli che a Roma risorta chiedevano le tavole della nuova legge, la luce dei nuovi diritti da insegnare ai popoli? ».


VEDIO ANCHE . . .


GIOVANNI PASCOLI: la poesia del "fanciullino"

CARMINA (Pomponia Grecina) - Giovanni Pascoli
 
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MANARA VALGIMIGLI

MANARA VALGIMIGLI

STUDIOSO e EDUCATORE


Il nome di Manara Valgimigli si è reso particolarmente popolare nell'ultimo dopo-guerra per le ripetute edizioni teatrali dei tragici greci, in particolare di Eschilo, da lui interpretati e tradotti: lavoro attentissimo e delicato, cui hanno contribuito oltre ad una conoscenza filologicamente e poeticamente profonda della lingua madre, una sicura sensibilità moderna e un autentico talento di scrittore.

Un altro pubblico, non meno vasto, ha conosciuto il Valgimigli collaboratore delle terze pagine, autore di rare ma cristalline prose di arte o erudite, raccolte in successivi volumi ("Uomini e scrittori del mio tempo"..., "Il mantello di Cebete"..., "La mula di don Abbondio"..., "Carducci allegro"..., ecc.): la cui tematica ci ha rivelato un lettore e critico di poesia antica e moderna che accompagna a un'illuminata metodologia una ricca umanità.

Ma il pubblico più autentico di Manara Valgimigli è stato certo quello dei suoi scolari, cui egli ha dedicato cinquant'anni di insegnamento dapprima nelle scuole medie, quindi nelle Università di Messina, di Pisa e di Padova.

Formatosi alla scuola di Carducci - come Pascoli, come Severino Ferrari - egli ha serbato nella sua opera di critico e di maestro un sicuro equilibrio fra le varie suggestioni della cultura umanistica della prima metà del secolo..., la retorica dannunziana, la pedanteria della filologia tedesca, le correnti letterarie e filosofiche trascorse fra le lue guerre non hanno intaccato la purezza interpretativa di questo critico poeta.

Valgimigli ha tenuto corsi di insegnamento e curato pubblicazioni fondamentali sui due poemi omerici, sui tragici, sui lirici, sui dialoghi di Platone, su Aristotele ecc. Le sue edizioni critiche, le traduzioni, i penetranti commenti ne hanno fanno il maggior grecista italiano del suo tempo.

Ma mi permetto di ricordare le doti particolari che hanno fatto di Manara Valgimigli uno dei rari maestri ed educatori della fine del secolo scorso: egli è stato veramente e sempre un libero pensatore durante e dopo il fascismo, il suo culto della poesia ha radici autentiche e disinteressate; nella professione dell'insegnamento egli ha dato prova di un'esemplare onestà, assiduità di lavoro e rigore di metodo.

Le lezioni di Valgimigli avevano spesso il tono di una mirabile interpretazione musicale: sarebbe stato impossibile dissociarvi la partecipazione ispirata e creativa del maestro dal valore obiettivo della ricerca dello studioso.
Egli dunque non va onorato solo come un grande grecista, ma come un educatore che ha insegnato a centinaia di giovani la via per scoprire nei suoi valori più intimi la bellezza della poesia, congiunta a quanto di più nobile essa offre all'uomo.



Manara Valgimigli (che è nato San Pietro in Bagno, presso Forlì, il 9 luglio del 1876 ed è morto a Vilminore di Scalve il 27 agosto del 1965), ha diretto la Biblioteca Classense di Ravenna e ha curato l'edizione dell'epistolario carducciano; egli ha militato per un lungo tempo nel Partito Socialista Italiano, e durante la guerra ha anche subito il carcere fascista.
Nel 1954 gli è stato attribuito il Premio Fila, destinato a "un'intera vita spesa al servizio dell'arte".
Poche volte un premio fu così meritato.
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sabato 25 aprile 2009

AUTORITRATTO (Selfportrait) Camille Pissarro

   
RITRATTO DELL'ARTISTA (1873)
Camille Pissarro (1830 - 1903)
Pittore francese
Museo d'Orsay di Parigi
XIX secolo
Tela cm. 56 x 46,5


Sebbene ampiamente riprodotto, l'autografia dell'autoritratto è stata più volte discussa.
L'artista si ritrae in una posa tradizionale..., la figura è a mezzo busto, gli occhi rivolti verso lo spettatore e la testa è posizionata precisamente tra l'angolo della stanza sulla sinistra e la finestra aperta sulla destra che lascia intravedere un paesaggio di campagna.
Sono gli anni Settanta, Pissarro, appena tornato in Francia dopo il suo forzato soggiorno in Inghilterra, si lega al gruppo degli impressionisti, tra i quali riveste un ruolo di grande importanza soprattutto per l'organizzazione delle loro prime mostre.
E' il periodo forse meglio conosciuto della sua attività, le sue tele sono molto apprezzate per il tocco leggero e particolarmente luminoso, per il grande controllo della struttura geometrica che lo relaziona a Cézanne.
Sembra che entrambi abbiano guardato a Courbet e dipingano gli stessi motivi di paesaggio.
C'è il tentativo di creare un nuovo senso dello spazio tramite la giustapposizione dei blocchi di pittura che visti isolatamente sembrano astratti, ma che si ricompongono, nella loro totalità, in possibili forme.
In questo autoritratto, l'artista ha già la sua lunga barba brizzolata che lo ha sempre caratterizzato, investendolo di una grande dignità.
La sua barba ha affascinato moltissimo i suoi colleghi che per questo gli hanno dato degli appellativi biblici..., Duranty lo chiamava "Mosè"..., Cézanne "Good Father"..., Thadee Natanson "Padre Eterno"..., e George Moore "Abramo".
Ma queste definizioni non sono solo legate alle sembianze dell'artista, ma anche all'influenza che egli esercitava sui colleghi.
Fra i pochi autoritratti dell'artista segnalo un disegno firmato e datato 1888, conservato alla New York Library: l'artista mostra un'età più avanzata rispetto all'autoritratto dell'Orsay, sempre a mezzobusto e indossa un cappello a larghe falde.
Il disegno fu eseguito da Pissarro su commissione del collezionista americano Samuel P. Avery che in quel periodo acquistò un nutrito numero di opere dell'artista.

Il dipinto RITRATTO DELL'ARTISTA è firmato e datato "C. Pissarro 1873".
L'opera è appartenuta alla collezione dello stesso artista ed è stata ereditata poi dal quinto figlio, Paul-Emile Pissarro che l'ha data in usufrutto al Museo del Louvre nel 1930.
Già esposta al Jeu-de-Paume, attualmente possiamo ammirarla insieme ad altre opere dello stesso autore.


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CAMILLE PISSARRO

Pissarro - Autoritratto 1903 


Nato il 10 luglio 1830 a Saint Thomas, una piccola isola delle Antille, fu mandato dai genitori a studiare arte in Francia.

Grazie alla prima Esposizione Universale del 1835 l'artista conobbe l'opera di Corot, determinante nella sua prima produzione artistica.

Durante gli anni di studio presso l'Accademia Svizzera si recò a dipingere la campagna nei dintorni di Parigi e strinse amicizia con Cézanne e Monet.

Rifiutate le sue opere dalla giuria del Salon del 1863, Pissarro organizzò insieme a Manet, Jongkind, Guillaumin e Cézanne il primo "Salon des Refusés".

Nonostante si definisse egli stesso "allievo di Corot", dal 1866 Pissarro si accostò sempre con maggior interesse al realismo di Courbet e aderì ai principi del gruppo impressionista.

Egli partecipò a otto esposizioni del gruppo adoperandosi affinché ne fossero ammessi anche Cézanne, nel 1874, e Gauguin nel 1879.

Affascinato dalle teorie di Seurat, Pissarro dipinse la sua prima pittura divisionista nel 1885, ma la nuova fase pittorica non piacque alla critica e segnò una battuta d'arresto del suo successo.

A seguito di questi fatti tutta la famiglia fu coinvolta in una grave crisi finanziaria. E un periodo sfortunato per Pissarro che oltretutto a causa di una grave malattia agli occhi fu costretto a dipingere in studio.

Abbandonato lo stile divisionista, Pissarro si dedicò all'attività più redditizia di incisore e tipografo.

Egli espose con successo presso la Galleria Boussod et Valadon dove conobbe Theo Van Gogh che gli chiese di ospitare per qualche tempo il fratello Vincent, ospitalità rifiutata da Julie Pissarro timorosa di avere uno 'squilibrato' in casa.

Nel 1891, dopo anni di lunga amicizia, Pissarro, che non approvava l'improvvisa virata dell'amico verso il simbolismo, rompe i rapporti con Gauguin.
Raggiunto il successo, Pissarro mori il 13 novembre 1903.


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I PIALLATORI DI PARQUET - Gustave Caillebotte

I PIALLATORI DI PARQUET (1875)
Gustave Caillebotte (1848 - 1894)
Pittore francese
Museo d'Orsay a Parigi
Olio su tela cm 102 x 146,5
Alta risoluzione CLICCA IMMAGINE
Pixel 2500 x 1765 - Mb 1,87


"I piallatori di parquet" è sicuramente l'opera più famosa di Caillebotte, quella che meglio di ogni altra rappresenta il suo stile.

La caratteristica principale è l'evidente legame con la tradizione realistica: significativa è la scelta di cogliere la scena dall'alto, con una precisione quasi fotografica..., le tonalità cupe e la prevalenza del disegno, con i contorni delle figure ben evidenziati, rivelano l'ascendenza della pittura di Bonnat e Bonvin.

La scelta del soggetto rivela invece una predilezione per la vita dei ceti meno abbienti, di illustrare i loro umili lavori, interesse questo che alternerà alle vedute.

Nonostante il forte appiglio alla realtà, Caillebotte risponde positivamente alle proposte impressioniste ponendo particolare attenzione agli effetti luministici, prodotti dal fascio luminoso che entra dalla finestra e invade la stanza, colpendo da dietro i corpi degli operai resi come sagome anonime.


L'OPERA

Con questo dipinto, datato 1875 e firmato "G. Caillebotte", l'artista partecipò alla seconda mostra degli Impressionisti.

A seguito della sua morte, nel 1894, fu donato, insieme al resto della collezione di pittura impressionista, al Musée du Luxembourg di Parigi dagli eredi di Caillebotte.

La trattativa fu portata avanti da Renoir che per precisa volontà dell'artista era stato designato come esecutore testamentario.

In prima istanza lo Stato non accettò la donazione, in quanto ancora la pittura impressionista non era giudicata degna di apprezzamento.

Dopo la lunga presenza al Museo del Louvre, dal 1986 "I piallatori di parquet" si trova al Museo d'Orsay.


VEDI ANCHE ...

La vita di GUSTAVE CAILLEBOTTE


venerdì 24 aprile 2009

GUSTAVE CAILLEBOTTE


Gustave Caillebotte nacque a Parigi il 19 agosto 1848.

Il padre, giudice presso il tribunale della Senna, morì nel 1873 lasciandogli un'eredità piuttosto consistente.

Le notizie sulla sua giovinezza sono scarse.

Si sa che conseguì nel 1869 il "Diplome de bachelier en droit" e che proseguì gli studi divenendo ingegnere navale.

Nel 1872 entrò nello studio di Léon Bonnat (1833-1922), il più celebre ritrattista della Terza Repubblica, e l'anno successivo fu ammesso all'Accademia delle Belle Arti.

Nella prima opera di Caillebotte, sono evidenti le tracce del realismo bonnattiano e l'influsso della tecnica della dagherrotipia.

In occasione della sua visita alla prima mostra impressionista, nel 1874, Caillebotte conobbe Degas e Monet che lo coinvolsero a seguire le nuove esperienze pittoriche.

Pur partecipando alle mostre impressioniste, comunque l'artista non abbandonò mai la sua vena realistica, dedicandosi in particolare all'illustrazione del mondo operaio.

Del gruppo impressionista Caillebotte si sentì più legato a Monet e Renoir con i quali andava spesso a dipingere e a fare gite in barca sulla Senna.

L'esclusione dal Salon del 1875 avvilì Caillebotte tanto da spingerlo a dimettersi dall'Accademia e a non partecipare mai più alle manifestazioni ufficiali, nonostante che con "I piallatori di parquet" ottenesse un buon successo di critica.

A quel punto la sua attività principale divenne quella di dedicarsi al mecenatismo e al collezionismo..., a lui si deve il finanziamento della terza mostra degli Impressionisti e la costituzione di una delle più importanti e cospicue collezioni di pittura di quella corrente, ben 332 pezzi, che alla sua morte, avvenuta nella sua casa di Gennevilliers il 21 febbraio 1894, venne donata al Museo statale del Luxembourg.


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I PIALLATORI DI PARQUET - Gustave Caillebotte


CENA IN EMMAUS (Supper at Emmaus) - Caravaggio

CENA IN EMMAUS (1601 - 1602 circa)
Caravaggio (1573 - 1610)
Pittore italiano
National Gallery a Londra
Olio su tela cm 141 x 196


È la prima delle due versioni con lo stesso tema dipinte dal Caravaggio e raffigura il momento in cui Cristo, giovane e imberbe come nel "Cenacolo" milanese di Leonardo o nel "Giudizio" di Michelangelo nella Sistina, viene riconosciuto dagli apostoli mentre benedice il pane.

A parte il giovane servo con la berretta bianca che non comprende quanto sta accadendo, i due apostoli reagiscono con violenta sorpresa alla scoperta.
Quello di sinistra è bloccato mentre, alzandosi di scatto, sospinge nel nostro spazio, invadendolo anche con il suo gomito, lo spigolo della sedia; quello di destra mentre allarga le braccia per l'intera profondità della tela.

Nell'altra versione (Milano, Brera), dipinta intorno al 1606, i gesti sono semplificati e Cristo, con maggiore aderenza al tema, è un uomo adulto, barbuto e provato dalla sofferenza.
Ha già spezzato il pane e gli apostoli hanno superato lo stupore dell'inatteso riconoscimento.
Per questo i gesti sono più contenuti e calmi anche se il volto di Cristo è percorso da un'espressione malinconica che precede la sua definitiva scomparsa dalla vista degli apostoli.
Lenticolare, in entrambe le opere, l'attenzione portata sui semplici oggetti deposti sulla tavola: il pollo, la cestina di frutta e le bottiglie di vino nella "Cena in Emmaus" londinese..., la caraffa, i piatti vuoti e la pagnotta in quello milanese.

È per raffigurazioni immediate, semplici e realistiche come queste che Caravaggio ha sconvolto, e insieme rinnovato, la pittura del proprio tempo.


L'OPERA

La prima citazione sicura dell'opera è nell'Inventario della Villa Borghese del 1650.
Tuttavia, anche se7e fonti antiche descrivono il quadro nella sua collezione, siamo certi che esso fu acquistato dal cardinale Scipione alcuni anni dopo la sua esecuzione in quanto la tela mostra i caratteri della pittura di Caravaggio intorno al 1601-1602-, mentre Scipione giunse a Roma solo nel 1605.
Rimasto nella Collezione Borghese fino alla fine del 1700, i I quadro fu venduto dal principe Camillo, marito di Paolina Bonaparte ad un certo Durand, un mercante parigino.
Nel 1831 apparteneva a un inglese, l'onorevole George Vernon che lo donò alla National Gallery nel 1839.


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La vita di Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO

LA MORTE DELLA VERGINE - Caravaggio

DECOLLAZIONE DEL BATTISTA - Caravaggio

BACCO - Caravaggio

SAN GIOVANNI BATTISTA - Caravaggio

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SEPPELLIMENTO DI SANTA LUCIA (1608) - Caravaggio 


RIPOSO NELLA FUGA IN EGITTO - Caravaggio

CENA IN EMMAUS - Caravaggio

BACCHINO MALATO - Caravaggio

CANESTRO DI FRUTTA - Caravaggio

RAGAZZO MORSO DA UN RAMARRO - Caravaggio

MARTIRIO DI SAN MATTEO - Caravaggio


VINCENZO MONTI


VINCENZO MONTI...

PROFESSORE
CAVALIERE
POETA DI CORTE

Cantó con lo stesso entusiasmo e lo stesso candore reazione, rivoluzione, restaurazione.



Il 13 gennaio 1793 veniva ucciso a Roma Ugo di Basséville, rappresentante della Francia rivoluzionaria nella capitale dello Stato Pontificio: la plebaglia sanfedista, spinta dalle autorità ecclesiastiche, presumeva così di fare giustizia di quell'inviato del demonio, di quell'uomo che osava a Roma portare sulla sua carrozza i simboli della Repubblica Francese sorta dalla rovina di ciò che era così sacro a Dio e al papa, l'ancien régime.
Qualche tempo dopo, presso l'editore Luigi Perego Salvioni, usciva un libro intitolato "In morte di Ugo Basséville, seguita in Roma il di' XIV Gennaio MDCCXCIII". Il lettore vi assisteva al prelevamento del defunto Basséville dall'Inferno da parte di un angelo, che lo portava verso il Purgatorio, passando prima per la Francia, affinché prendesse visione di ciò che vi stava avvenendo: le stragi rivoluzionarie, le persecuzioni ai nobili, le violenze, eccetera eccetera.
Il massimo dell'orrore era raggiunto al momento dell'esecuzione di Luigi XVI...

"In quel punto al feral palco di morte
giunge Luigi. Ei v'alza il guardo e viene
fermo alla scala, imperturbato e forte.
Alla caduta dell'acciar tagliente
s'aprì tornando il cielo, e la vermiglia
terra si scosse, e il mare orribilmente.

Sei anni dopo, il 21 gennaio 1799, nel Teatro alla Scala gremitissimo di pubblico, un coro intonava questo canto...

"Il tiranno è caduto. Sorgete
genti oppresse; natura respira:
re superbi, tremate, scendete;
il più grande dei troni crollò.
Lo percosse co' fulmini invitti
libertade, primiero de' dritti:
lo percosse del vile Capeto
lo spergiuro, che il cielo stancò...

Il vile Capeto era Luigi XVI. Niente di strano che nella giacobina Milano si parlasse dell'ultimo re di Francia, in occasione dell'anniversario della sua morte sul patibolo, in termini ben diversi da quelli usati sei anni prima a Roma. Ma la cosa che stupisce, un poco è il fatto che entrambe le composizioni poetiche fossero opera dello stesso autore, a Roma nel 1793, a Milano nel 1799, popolarissimo, vate ufficiale del regime nell'un caso e nell'altro: VINCENZO MONTI.

La sua vita fu tutto un'adattarsi alle situazioni, cercando di trarne vantaggio, o per lo meno, di accomodarcisi alla meno peggio. Certo che se fosse vissuto mezzo secolo prima, non sarebbe stato altro che un facitore di versi arcadici, un esponente della pastorelleria, esperto negli amori delle ninfe, sempre pronto a stender epitalami od epinici. Visse invece nel turbinoso periodo napoleonico, e dovette in un certo senso impegnarsi, prender partito, fare la sua scelta, mettersi o con gli uni o con gli altri: poetare per la reazione, poi per la rivoluzione, poi per la restaurazione; e lo fece con un opportunismo ingenuamente sfacciato. Nato due secoli e mezzo fa, grazie alla bravura con cui componeva versi a Ferrara, ottenne amicizie e protezioni a Roma, dove si recò nel 1778. Qui salì rapidamente agli onori di poeta acclamatissimo, una specie di divo dell'epoca, ripetendo, forse con meno frivolezza, ma certo con gli stessi vantaggi, i successi del Metastasio.

Roma era allora tutto un fervore d'arte e di studi: non in senso progressivo, s'intende - la cosa sarebbe stata impossibile, naturalmente, nella roccaforte cattolica: nessun posto per le idee illuministiche nello stato più reazionario d?Europa, l'unico che non aveva messo in cantiere alcuna riforma (e che l'Alfieri chiamava "vasta insalubre region - che Stato ti vai nomando"). Ma stanchi del barocchismo che aveva dominato per quasi due secoli, artisti e intellettuali (pur sempre legati alla vita della corte pontificia) cercavano un nuovo modello nell'arte classica greca e romana: fu in questo periodo che ebbero inizio scavi archeologici, che ci si mise a studiare i resti delle romanità sepolti sotto stratificazioni secolari. Venne così di moda un'arte più semplice, lineare, tutta armonia di belle forme. II suo contenuto era di maniera, nessun sentimento nuovo o profondo vi si trovava: ma quello che c'era (fosse il ritratto di qualche personaggio o il palazzo per qualche prelato) era presentato in una forma che voleva concretare, per sé sola, l'ideale della bellezza. Fu questa moda, detta del 'neoclassicismo': essa, di origine italiana, dilagò per tutta l'Europa, e trovò terreno fertilissimo per svilupparsi e dare anche grandi frutti, per improntare di sé, addirittura l'intero periodo napoleonico (lo stile "primo impero" nella classica semplicità delle sue forme, era appunto neoclassico).

Ebbene: il Monti, a Rama, fece rapidamente sua questa moda, e ne divenne, anzi, nella letteratura, il massimo esponente. Il barocchismo dei poeti del Seicento, il gingillarsi con scipite immagini pastorali di quelli del Settecento, sono completamente superati e dimenticati; e, d'altra parte, nel Monti non trovi il verso rotto e duro del Parini, o quello aspro, sferzante dell'Alfieri. Trovi una musicalità distesa, lineare, un po' fredda, adattata con grande maestria a tutte le occasioni. Così, in seguito al ritrovamento di un busto greco a Tivoli, il Monti scrive la "Prosopopea di Pericle" (1779); nell'1784, dopo un esperimento di volo aerostatico, l'ode "Al signor di Montgolfier", con una sincera, per quanto goffa, esaltazione del progresso...

"Che più ti resta? Infrangere
anche alta Morte il telo,
e della vita il nettare
libar con Giove in cielo.

Per le nozze del suo protettore Braschi scrive le terzine della "Bellezza dell'Universo", per la morte del Basséville il poema di cui ho citato all'inizio alcune strofe.
Nel 1796 calunnie e mene segrete di rivali cercano di farlo cadere in disgrazia presso il Braschi, e presso le autorità: e il Monti s'affretta a scrivere una lettera in cui riafferma la sua fedeltà di buon suddito...

"La calunnia e l'invidia mi fanno da molto tempo l'onore di lacerare il mio nome su questo punto; e non potendo attaccare le mie azioni, attaccano i miei pensieri, attribuendomi delle massime, l'iniquità delle quali è stata sempre smentita dall'onestà del mio carattere... ".

Era sincera questa sua dichiarazione di obbedienza? Essa porta la data del 24 ottobre 1796; qualche mese dopo, il 16 febbraio 1797, il Monti scrive ad un amico...

"Noi siamo alla vigi1ia della nostra redenzione, o di veder rotto un giogo che da diciotto secoli opprime la terra... Son mesi e mesi che il mio cuore non prova più che i palpiti del terrore, e mi scoppia in petto per allargarsi a quelli della libertà, che mi costa tanti sospiri".

La lettera era addirittura accompagnata da un sonetto, che il Monti pregava l'amico di pubblicare anonimo; un sonetto anticlericale "per uccidere la superstizione della moltitudine".

Nel 1797, ecco il gran passo. Basta con la Roma dei preti, addio all'abate Monti (egli era, infatti, abate: vecchia, modesta carica para-ecclesiastica che permetteva ai letterati di usufruire di prebende e di sinecure). Ecco, invece, il cittadino Monti, che si reca a Bologna, poi a Milano, mettendosi a disposizione della Repubblica Cisalpina. Incomincia la esaltazione del nuovo regime e, in particolare, di Napoleone ("Il Prometeo", 1797), la condanna dei reazionari italiani ("Il fanatismo"..., "La superstizione"..., "Il pericolo"), la celebrazione della libertà d'Italia ("Per il Congresso di Udine": ...voi cadrete, o troni...).
Messosi così apertamente dalla parte dei "rivoluzionari", quando sopravvenne la breve eclissi napoleonica, il Monti dovette battersela alla svelta e riparare a Parigi. Ne tornò nel 1801...e scrisse quei famosi versetti orecchiabili tanto popolari...

"Bella Italia, amate sponde
pur vi torno a riveder!
Trema in petto, e si confonde
l'alma oppressa dai piacer)

... e fino al 1814 la sua tranquillità non fu più turbata: incensato e lautamente pagato, fu il cantore ufficiale del Regno Italico.
Ecco alcuni titoli: "Il Bardo della Selva Nera", adulatorio di Napoleone: il Monti ne ricavò duemila zecchini, una tabacchiera d'oro e il titolo di istoriografo del Regno..., "La Jerogamia di Creta" per le nozze di Napoleone con Maria Luigia..., "La palingenesi politica" in occasione delle guerre in Spagna.., ecc.
Di questo periodo è anche la traduzione dell'ILIADE (1810).

Al crollo dell'impero napoleonico, nuovi guai per il nostro poeta, che si affanna a sistemarsi coi nuovi padroni. Per i quali scrive tre cantate ("Mistico omaggio"..., "Ritorno d'Astrea..., "Invito a Pallade") piene di lodi agli austriaci e di vituperi a Napoleone. Ma ormai la sua vena si è spenta quasi del tutto; egli si occupa di questioni linguistiche, scrive un poema sulle bonifiche dell'Agro Pontino fatte da Pio VI, e si schiera contro la nuova corrente letteraria, il romanticismo (che chiama audace scuola boreal: boreale perché di origine nordica, tedesca).

Morì a Milano, dimenticato e solitario, il 13 ottobre 1828.
La sua influenza letteraria si prolungò per tutto il secolo XIX, e favorì il risorgere di modi neoclassici verso la fine dell'Ottocento (Il Carducci guardò a lui come ad un maestro). Fu, indiscutibilmente, rappresentativo di tutto un periodo. Assumere nei confronti della sua figura di uomo un atteggiamento severo, di riprovazione e condanna, è certo giusto: ma, in nome di questa condanna estendere il giudizio negativo su tutta la sua opera, sarebbe sbagliato. Non è possibile ripensare a quel tormentato periodo della storia italiana, a quel momento della cultura e dell'arte nostra, in quella fase di transizione, senza pensare insieme alla "presenza" che vi ebbe Vincenzo Monti, letterato alla maniera tradizionale italiana, legato alla vecchia generazione "che se ne andava al suono dei poemi lirici di Vincenzo Monti, professore, cavaliere, poeta di corte" - come diceva il De Sanctis -, ma, dopo tutto, creatore di un patrimonio di belle forme poetiche, alle quali ci si può, dilettandoci, rivolgere con indulgenza. Né si può dimenticare che è a lui che la letteratura italiana deve la traduzione artisticamente pregevolissima dell'Iliade....

"Cantami o diva del Pelide Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei... "

... intere generazioni di studenti italiani hanno conosciuto Omero così.


mercoledì 22 aprile 2009

LA FIDANZATA DI PAESE (The Village Betrothal) - Jean Baptiste Greuze

LA FIDANZATA DI PAESE (1760 circa)
Jean Baptiste Greuze (1725 - 1805)
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Olio su tela cm. 92 x 117

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Pixel 2300 x 1772 - Mb 1,68


Un folto gruppo di popolani, fra cui anche dei bambini, assistono alla conversazione fra il vecchio patriarca della famiglia e un giovane che chiede in moglie la fanciulla che tiene sottobraccio.

La discussione verte sui termini del contratto, che stabilisce la dote da assegnare alla sposa.

L'ambiente che ospita la riunione è assai modesto, arredato con povere masserizie.

In primo piano è una gallina con i suoi pulcini, intenti a beccare il mangime versato loro sul pavimento di legno.

Il forte sentimentalismo che investe la scena appare artefatto, e scade verso il pittoresco.

Con quest'opera, Greuze dimostra di essere un bravo interprete di quella pittura di genere, che orinai da oltre un secolo era ben consolidata non solo in Francia, ma anche in Olanda e in Italia.


L'OPERA

Jean Baptiste Greuze presentò l'opera al Salon del 1761, dove incontrò un buon successo.

Forse in origine la tela si trovava nella Collezione Randon de Boisset, ma già nel 1782 fu venduta dalla marchesa de Marigny a Luigi XVI.

Entrata a far parte delle Collezioni Statali, nel 1951 fu trasferita al Louvre dove è anche conservata una copia di un ignoto imitatore di Greuze.


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La vita di Jean Baptiste GREUZE

LA LATTAIA - Jean Baptiste Greuze

IL FIGLIO PUNITO - Jean Baptiste Greuze


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