lunedì 28 gennaio 2008

MEMORIE DEL SOTTOSUOLO (Notes from Underground) - Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Pubblicato nel 1864, un anno particolarmente infelice per Dostoevskij, Le Memorie del sottosuolo hanno un’importanza fondamentale, e non sempre pienamente riconosciuta. Sono anzi l’opera più originale, che fa, per così dire, da introduzione al Dostoevskij più maturo.

E’ necessario precisare, a questo proposito, che il Dostoevskij delle prime opere è diverso o minore dal Dostoevskij dei cosiddetti romanzi.
Nelle Memorie situate quasi a cavallo tra i due momenti della sua produzione artistica, lo scrittore affina, mette a punto una serie di elementi tematici e stilistici che avranno in seguito ulteriore sviluppo.
Lo Memorie contengono inoltre l’idea fondamentale (sarà l’ossatura del pensiero dostoevskiano) che l’anima è irrazionale e che nell’universo spirituale della personalità umana, in quanto assoluto e supremo, viene a cadere ogni distinzione bene e male, normalità e anormalità, libertà e restrizione. Con questa tragica consapevolezza di carattere esistenziale Dostoevskij supera arte, letteratura, filosofia, spingendosi ai confini di una interpretazione o rivelazione mistica dell’essere che ha il suo culminante nell’esaltazione della sensazione (il trionfo della ragione si compirà invece in alcuni personaggi–chiave dei romanzi, quali Raskolnikov, Ivan, Kirillov, come riporterò nelle brevi recensioni dei suoi romanzi).
Il “sottosuolo” rappresenta il retroterra della nostra coscienza interiore, quello che di lì a poco sarebbe stato definito il “subconscio” dell’anima (Freud aveva allora soltanto otto anni, e neppure lo stesso Dostoevskij si potè rendere conto forse dell’importanza della propria intuizione).
Se ne IL SOSIA, come ho cercato di spiegare nel precedente rapporto, il dialogo di Goljadkin era un emblematico esempio di auto-confessione, qui è in forma di monologo, il più intenso e spietato di tutta l’opera dostoevskiana, che il protagonista, l’uomo del sottosuolo, torturandosi con gusto sadomasochistico, scende nei recessi della propria anima e mette a nudo la meschinità, l’umiliazione, il rancore della propria dignità vilipesa.
Non è la voce dell’autore, bensì quella dello stesso protagonista che si ha l’impressione di udire e quasi prender forma d’individuo completo, autonomo e vivo davanti a noi.
Le parole del monologo, infatti, sembrano impostarsi e misurarsi con un immaginario ascoltatore, precorrendo addirittura i commenti, correggendone il giudizio, interrompendosi come in attesa di una replica.
Sin dalle prime battute, l’uomo del sottosuolo riflette il proprio pensiero, avviluppandolo di premesse, accuse, giustificazioni, contorcimenti, sui mille sprechi delle coscienze altrui, e riporta a se stesso l’ombra dell’anti-eroe.
Nella seconda parte del libro, più narrativo, il protagonista dimostrerà, in una serie di episodi della sua vita contemplativa, la propria impotenza di fronte alla realtà.Sappiamo, e sino all’epilogo soffriamo di questa insopportabile aspettativa, che l’ultima parola sarà polemicamente sua.




LA GUERRA (War) - Henri Rousseau detto il Doganiere

     
LA GUERRA (1893)
Henri Rousseau (1844-1910)
Pittore francese
Museo d'Orsay a Parigi
Tela cm. 114 x 195 (particolare)




Henri Rousseau era un pacifista. Egli affermava che per impedire una guerra sarebbe sufficiente mandare la madre di un soldato da un re. Per il catalogo del Salone degli Indipendenti, in cui questa tela fu esposta nel 1893, Rousseau aveva scritto questo commento :…”La guerra passa spaventosa, lasciando dappertutto la disperazione, i pianti e la rovina”.
L’opera era la più ambiziosa tra quelle eseguite fino ad allora; per la prima volta l’artista affrontava una grande superficie. Per far fronte ad un così ampio lavoro egli utilizzò la tecnica della stesura a piatto. Nel dipinto la personificazione della guerra domina l’umanità dall’alto del suo cavallo, diffondendo la morte col ferro e col fuoco. Sul campo di battaglia vi sono feriti e cadaveri già preda di corvi voraci. Anche la natura è coinvolta nella strage. La terra è arida, gli alberi hanno i rami spezzati, le foglie annerite. I colori dominanti sono il nero, il grigio, il rosso. Senza ricorrere ad elementi narrativi l’artista ha perfettamente rappresentato la drammaticità dell’evento.
Per questa opera Rousseau ha tratto spunto dai pittori italiani ed in particolare da PAOLO UCCELLO, ma sono state ipotizzate delle fonti iconografiche più recenti, in opere contemporanee che il pittore poteva aver conosciuto. La composizione presenta un ritmo monumentale. La figura della morte è sviluppata per diagonali riprese nei corpi umani e negli alberi, il suo atteggiamento s’ispira ad uno stereotipo della statuaria classica. Il cavallo al galoppo ripropone una posa irreale, già utilizzata da Géricault nel DERBY D’EPSOM. Lo stesso motivo della tela, in una versione semplificata, è rappresentato nell’unica litografia dell’artista (vedi sotto), nella quale gli alberi hanno un ruolo meno importante e i corpi assumono una disposizione radiale rispetto alla figura centrale. Posizioni divergenti la considerano un primo schizzo o una riduzione posteriore.
LA GUERRA, dipinta nell’inverno del 1893-1894, scomparve per cinquant’anni: è ricomparsa soltanto nel 1944 a Louviers, in possesso di L. Angue. Passata a Parigi, fu acquistata nel 1946 dal Museo del Louvre dal proprietario E. Mignon.
Attualmente è esposta al Museo d’Orsay.
  
LA GUERRA - Henri Rousseau
Biblioteca Nazionale - Gabinetto delle StampeParigi
Litografia su carta aracione - cm. 39 x 26


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MADONNA DELLA SEGGIOLA (Madonna of the Chair) - Raffaello Sanzio

    

MADONNA DELLA SEGGIOLA (1514) 
Raffaello Sanzio (1483-1520)
Galleria Palatina – Palazzo Pitti – Firenze
XVI secolo
Tela diametro cm. 71



Opera di devozione privata, la MADONNA DELLA SEGGIOLA fu probabilmente eseguita per un personaggio di rilievo della corte papale, se non addirittura per Leone X stesso.
Dal 1589 è citata a Firenze negli inventari delle Collezioni medicee, che ne attestano la presenza agli Uffizi e il successivo passaggio a Palazzo Pitti nel 1698. Alla fine del XVIII secolo fu inviata a Parigi dai commissari di Napoleone. Esposta al Louvre, venne in seguito collocata nell’appartamento dell’imperatrice Giuseppina, nel castello di Saint-Cloud. Dopo la sua restituzione, la tela fu nuovamente esposta in Palazzo Pitti dal 1816.

Opera tra le più famose di Raffaello, oggetto di numerose copie, incisioni e oleografie, la MADONNA DELLA SEGGIOLA è tra i capolavori della pittura italiana del XVI secolo. Le leggende che furono costruite sul suo conto nell’Ottocento, come quella che identifica la figura femminile nella figlia del vinaio, ritratta insieme ai suoi figli dal pittore sul fondo di una botte, trasformarono questa colta e calibratissima composizione in una sorta di geniale improvvisazione simile ad un’istantanea fotografica.
Tali interpretazioni sono tuttavia ampiamente contraddette dalla complessità formale della scena, frutto di una ricerca assidua condotta da Raffaello sul tema della Madonna col Bambino e San Giovannino. Ne è prova un foglio del Musée des Bains-Arts di Lille con i disegni preparatori per la MADONNA D’ALBA (Monaco, Alte Pinakothek), che porta sul margine superiore un piccolo schizzo riconducibile ad una prima elaborazione della MADONNA DELLA SEGGIOLA.
Memore di Michelangelo, Raffaello crea una composizione costruita in funzione del formato tondo di derivazione classica. La forma circolare si ripercuote nel movimento rotatorio delle figure, definito dai piedini del Bambino, dalle ginocchia della Madonna, dall’inclinazione delle teste, ma la studiata composizione, in cui la linea verticale della spalliera bilancia il moto oscillante delle figure, nasconde i suoi artifici dietro l’apparente semplicità di un abbraccio materno tenero e avvolgente. L’alta qualità pittorica, la mirabile cromia, la libertà della pennellata, insieme alla maturità formale dell’opera, portano generalmente gli studiosi a collocare la MADONNA DELLA SEGGIOLA intorno al 1514, vicino agli affresco della Stanza di Eliodoro in Vaticano.

Nato il 6 aprile 1483 ad Urbino, figlio di un pittore legato alla corte dei Montefeltro, Raffaello Sanzio impronta la prima parte della sua opera all’esempio peruginesco. Distaccandosi dalla grazia un po’ leziosa del maestro, già nello SPOSALIZIO DELLA VERGINE (Milano, Brera, 1504) dà prova di sicuro dominio prospettico e spaziale, realizzando un impianto compositivo nitido e luminoso.
Il soggiorno fiorentino è caratterizzato dalla produzione di serie di Madonne col Bambino (nella variante della Sacra Famiglia e del Bambino con San Giovannino), sullo sfondo di paesaggi dolci e pieni di grazia, che determineranno il suo grande successo presso il pubblico contemporaneo. Importanti sono anche i ritratti dei membri delle famiglie dell’aristocrazia mercantile cittadina… ad esempio Agnolo e Maddalena Doni (Firenze – Pitti - …che presenterò più avanti nel tempo), ispirati a modelli leonardeschi, nei quali concentra la propria attenzione sulla fusione atmosferica tra personaggio e ambiente circostante.
Bramante lo chiama a Roma nel 1508 a lavorare per l’appartamento di Giulio II della Rovere, che rifiutava di abitare l’appartamento Borgia. I lavori vaticani costituiscono una tappa fondamentale dell’iter dell’artista in quanto bene interpretano i nuovi ideali e le aspirazioni della corte pontificia. Nascono così gli affreschi delle quattro stanze (della segnatura, di Eliodoro, di Costantino e dell’incendio di Borgo), che rappresentano il punto più alto di fusione del patrimonio culturale classico con gli elementi della spiritualità cristiana.
Fu anche architetto della fabbrica di San Pietro e sovrintendente alle antichità di Roma.
Raffaello Sanzio morì a 37 anni, il 6 aprile del 1520 nel giorno del suo compleanno.

L’ISOLA DEL TESORO - TREASURE ISLAND - Robert Louis Stevenson





Nella locanda dell’ “Ammiraglio Benbow”, tenuta dai genitori di Jim Hawkins, il supposto narratore di queste vicende, un bel giorno viene a stabilirsi un vecchio marinaio. Alto, vigoroso, truculento, il capitano (come tutti lo chiamavano) Billy Bones subito si insedia da padrone nell’alberghetto. Conduce una vita solitaria e misteriosa, trinca e si ubriaca regolarmente, canta canzonacce oscene, racconta lugubri storie di pirati, d’abbordaggi e di impiccagioni che fanno accapponare la pelle agli altri avventori e finisce per diventare un ospite tutt’altro che desiderabile.
Un giorno compare un individuo dall’aspetto poco rassicurante a cercare di lui: i due s’azzuffano e mentre l’altro rimane ferito, il capitano viene colpito da un attacco apoplettico da cui non potrà più riaversi. Infatti, quando, pochi giorni dopo, si presenta nella locanda un cieco – terribile e sinistro figuro – per comunicargli un oscuro avvenimento, egli rimane fulminato da un nuovo attacco.
Morto il capitano, Jim e sua madre aprono il baule che l’altro teneva nella camera e ne tolgono il denaro che era loro dovuto; inoltre il ragazzo porta via un misterioso pacchetto di tela cerata. Nel pacchetto è contento un documento che dà notizia di un’isola sperduta nell’oceano, dove è sotterrato, in un punto precisato, un immenso tesoro nascosto dai pirati. E’ subito allestita una spedizione con a capo un ricco signore del luogo, il cavaliere Trelawney ed il dottor Livesey, medico del paese, e ad essa pende parte anche Jim.
La “Hispañola”, la goletta noleggiata per questo scopo, si trova già nelle vicinanze dell’isola, quando il ragazzo viene a scoprire casualmente n complotto che fa capo a Silver, il cuoco di bordo. Una volta scoperto e imbarcato il tesoro sulla nave e sulla buona rotta per il ritorno, si sarebbero dovuti sopprimere il cavaliere, il dottore, il capitano e quelli che erano loro fedeli: in tal modo il ricco bottino sarebbe rimasto nelle mani di Silver e dei suoi accoliti.
Giunti sull’isola, gran parte dei marinai sbarcano col cuoco e ad essi si unisce, di soppiatto, anche Jim. Non appena è a terra, il ragazzo se la svigna per conto suo e s’imbatte in uno strano individuo, Ben Gunn, un ex pirata che già da tre anni viveva solitario nell’isola, dove era stato relegato dai suoi compagni d’avventura.
Intanto, a bordo della “Hispañola”, il dottore, il cavaliere Trelawney e il capitano, con pochi uomini rimasti fedeli, decidono di abbandonare la goletta e di rifugiarsi in un fortino che sorge nell’isola, portandovi quante più armi e provvigioni sia possibile. Il tentativo riesce, nonostante l’accanita opposizione degli altri, e poco dopo anche Jim può raggiungere il fortino e cooperare validamente alla sua difesa. Infatti i ribelli non tardano a sferrare un furibondo attacco che però viene respinto sanguinosamente. Ma dopo il combattimento, il ragazzo, approfittando di un momento in cui nessuno bada a lui, di nascosto si allontana dai suoi amici, per andare incontro a nuove e ardite avventure.
Dapprima, servendosi del canotto di Ben Gunn, si accosta alla “Hispañola” e, tagliata la gomena che tiene la goletta all’ancora, poi la fa arenare su un banco di sabbia, in un’insenatura nascosta, e da ultimo riesce a liberarla anche dell’unico pirata superstite a bordo.
In possesso della preziosa carta indicatrice del tesoro nascosto, i pirati si dirigono ora con impazienza al luogo del tesoro sepolto. Strani e paurosi segni che vedono e sentono per via – riempiono il loro animo di superstizioso terrore. Tuttavia la loro avidità ha tosto il sopravvento: si fanno animo e procedono sino al luogo indicato, ma che cosa trovano? Il terreno è smosso, vi è una profonda buca e, sparse tutt’intorno, vi sono delle assicelle di cassette: il tesoro è scomparso: Furibondi per la delusione subita, i manigoldi stanno per scagliarsi contro Silver e Jim, quando una scarica di moschetti sparati dal dottore, da Ben Gunn e da un altro marinaio, ne abbatte due e volge in precipitosa fuga gli altri tre.
Nelle sue lunghe e solitarie peregrinazioni per l’isola, Ben Gunn aveva scoperto il tesoro e poco alla volta l’aveva trasportato al sicuro nella caverna dove abitava.
Liberatisi in tal modo dai ribelli ora non rimane più che rimettere in ordine la goletta, caricare il tesoro e tornare in patria. E così, approntata ogni cosa, un bel mattino la nave parte col suo carico prezioso, abbandonando sull’isola deserta i tre pirati superstiti, nonostante le loro disperate invocazioni. Dopo un viaggio piuttosto movimentato, i fortunosi naviganti approdano in un porto dell’America Spagnola, dove assoldano alcuni marinai per aiutare lo scarso ed esausto equipaggio e dove Silver, che era riuscito a farsi reintegrare nelle sue mansioni di cuoco di bordo se la svigna tacitamente, portandosi via un bel sacchetto di sterline.
Finalmente, dopo tante peripezie, arrivano a Bristol, dove il ricco bottino viene equamente ripartito fra tutti quelli che, per andarlo a scoprire, avevano messo a repentaglio la propria vita.
Il racconto si svolge in un’atmosfera di realismo che a volte sembra dominato da un pauroso senso di incubo e di mistero. Tutti i personaggi, anche i secondari, sono disegnati con tocco magistrale e le due figure centrali, Jim, il giovinetto animoso, avido di avventure, e Silver, l’infernale manigoldo, risaltano sullo sfondo, con un contorno netto, inconfondibile.

Questo romanzo è un vero capolavoro del genere, purtroppo nella traduzione in italiano viene tralasciato lo “slang” fiorito e brutale della gente di mare, rotta ad ogni fatica, ad ogni pericolo e ad ogni insidia, che comunque è riprodotto con somma efficacia espressiva.


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