giovedì 24 gennaio 2008

IL MASSACRO DI SCIO ( The massacre of Scio) – Eugéne Delacroix

  
   
IL MASSACRO DI SCIO (1824)
Eugéne Delacroix (1798-1863)
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Tela cm. 419 x 354



Delacroix si è ispirato ad un episodio storico a lui contemporaneo… il massacro perpetrato dai turchi nel 1822 su 20.000 cittadini greci inerti, durante la guerra d’indipendenza greca, conflitto che infiammò gli spiriti romantici.
Il dipinto esalta la sofferenza e la dignità dell’uomo e denuncia l’assurda atrocità della guerra in maniera così vibrante che è stato definito “la GUERNICA del XIX secolo”. Delacroix si orienta verso un utilizzo diverso della luce, che si fonde con le tonalità più calde e teatrali da lui preferite in quel periodo. Un aneddoto racconta che il pittore, dopo aver ammirato il CARRO DI FIENO di Constable al Salon del 1842, rimase talmente impressionato da ridipingere lo sfondo del paesaggio e lo splendido cielo di questa sua opera, già esposta. Alcuni lampi di luce ed effetti di colore più tenui rimandano a Tiepolo.
Delacroix preparò con fervore questo quadro… ne sono testimonianza i numerosi schizzi, l’attento studio dei nudi e dei costumi greci e turchi.
L’opera presenta analogie con dipinti di artisti a lui contemporanei quali gli APPESTATI DI JAFFA di Gross o l’Ufficiale dei cavalleggeri della Guardia Imperiale alla carica di Géricault. Il grande realismo di questa scena, popolata da figure sofferenti, che preannuncia già l’interesse per il Marocco e che si inserisce nell’orientamento latente dell’epoca, fa comprendere il motivo per il quale il MASSACRO DI SCIO è considerato come una delle creazioni più interessanti di quel periodo, al punto da aver segnato una svolta decisiva nell’arte del XIX secolo.

Il dipinto venne esposto al Salon del 1824 e suscitò immediatamente vivo interesse, insieme a forti critiche. Venne tuttavia premiato e fu acquistato dallo Stato per 6.000 franchi,quindi fu esposto al Lussemburgo.

Delacroix è il capo riconosciuto della scuola romantica francese.
Amico di Géricault (per cui posò, giovanissimo, per la La zattera della medusa), Baudelaire, Chopin, Dumas e Hugo, assiduo frequentatore dei salotti parigini, fu un personaggio noto e ammirato dai suoi contemporanei.
Nella sua pittura prevale l'interesse per la storia contemporanea (IL MASSACRO DI SCIO del 1823 ne è un esempio) e il culto per gli eventi di grande impatto e suggestione emotiva, capaci di riassumere, nell'alta tensione drammatica di una figura eroica o nel gesto assoluto e pieno di pathos, un profondo significato morale e concettuale.
Delacroix raffigura borghesi e popolani che, insieme, lottano per la libertà e la Costituzione, obiettivi fondamentali del romanticismo rivoluzionario di cui il pittore era grande sostenitore.
Certamente la sua concezione di pittura, moderna e spregiudicata, si evidenzia appieno nei quadri sul mondo orientale (DONNE D'ALGERI del 1834), il cui linguaggio pittorico (pennellate vibranti, colori accesi) costituì il punto di partenza della straordinaria ricerca innovativa che, qualche decennio dopo, avrebbero condotto gli Impressionisti.


VEDI ANCHE . . .

LA LIBERTA’ CHE GUIDA IL POPOLO - Eugène Delacroix

LA GRECIA SPIRANTE SULLE ROVINE DI MISSOLUNGI - Eugène Delacroix

MORTE DI SARDANAPALO - Eugène Delacroix   



LE ANIME MORTE (Dead Souls - Мертвые души) - Nikolaj Vasil’evic Gogol'




LE ANIME MORTE
Nikolaj Vasil’evic Gogol'
2006 – Mondadori Editore
Collana - Classici Stranieri
Traduzione - Giacinta De Dominicis Jorio
Introduzione - Giovanna Spendel








Nikolaj Vasil’evic Gogol' (nato a Soronciniets, in Ucraina, nel 1809, e morto a Mosca nel 1852) pubblicò la prima parte del suo romanzo LE ANIME MORTE nel 1842.


Protagonista delle ANIME MORTE è un uomo di oscura e modesta origine, Cicikov, che dopo aver percorso una difficile carriera impiegatizia negli uffici governativi ed aver registrato una serie di successi immediatamente seguiti da irrimediabili fallimenti, decide di sfruttare il piccolo gruzzolo che gli è rimasto dall’ultima sfortunata speculazione sui traffici doganali., approfittando della legislazione russa sulla servitù della gleba.
Ciascun proprietario terriero infatti, secondo l’ordinamento della Russia zarista, possedeva oltre al terreno e ai fabbricati anche i contadini che vi abitavano, i quali potevano naturalmente essere acquistati e trasferiti su altre proprietà come semplici “cose”.
La legge prescriveva inoltre che ciascun proprietario dovesse pagare una certa tassa, e a questo scopo stabiliva una serie di accertamenti, i cosiddetti censimenti delle “anime” di quattro in quattro anni; se nel frattempo i contadini morivano, il proprietario era tenuto a pagare le tasse anche per i defunti, fino al censimento successivo.
La speculazione immaginata da Cicikov consiste nell’acquistare a bassissimo prezzo qualche centinaio di “anime morte” e, facendole figurare come propri contadini, di farsi assegnare dallo Stato terre incolte per la cui concessione era necessario dimostrare di possedere la mano d’opera occorrente.
LE ANIME MORTE sono appunto il racconto di un viaggio compiuto da Cicikov nella città di N.N., capoluogo di governatorato dove l’eroe del romanzo giunge su “un carrozzino abbastanza bello, con le molle, di quelli che ci viaggiano gli scapoli”, e con un balordo cocchiere, Selifàn. Qui fa conoscenza con un brulicante e grottesco mondo di funzionari, e giocando ora sulla elegante ignavia di un Manilov, ora sulla sregolata esuberanza di un Nozdrjov, o sulla grettezza compassata di un Sobakjevic, e sull’avidità e sorda taccagneria di un Pljuskin, sulle debolezze, avarizie, le piccinerie, la rassegnazione,l’ambizione, la corruzione di tutta una vivida folla di personaggi della vita provinciale, elabora il suo paradossale imbroglio.
Il pregio del romanzo consiste principalmente in quella acutissima capacità che ha Gogol' di rappresentare tutto al vivo, con un attento gioco di sfumature, con un’ironia penetrante che dà alla frase un particolare potere incisivo e spesso conduce il pensiero dell’autore a sviluppare antitesi e metafore, a svolgere paragoni di una sorprendente forza fantastica, che frugano nelle più nascoste pieghe della realtà e ne mettono in luce i fatti più segreti e insospettabili.
LE ANIME MORTE, più che un romanzo nel senso tradizionale, sono così una serie di quadri, di potenti ritratti in cui i personaggi e gli ambienti dove essi vivono si compenetrano e si influenzano indissolubilmente. Lo stesso Cicikov, che per quasi per tutta la prima parte del romanzo è poco più che un tenue filo conduttore e un personaggio abbastanza impreciso e nebuloso, si caratterizza potentemente poi nell’ultimo capitolo.
Quando apparve la prima parte de LE ANIME MORTE, la critica russa più avanzata poté salutare l’inizio di una tradizione realistica nella letteratura russa. Ed infatti tutti i grandi scrittori realistici che fiorirono in Russia nella seconda metà dell’Ottocento, possono considerarsi scolari di Gogol'. Ma lo scrittore, mancando di sicure concezioni critiche, si lasciò influenzare dalla critica tradizionale e concepì la necessità di ampliare la linea di svolgimento del suo romanzo, contrapponendo a una prima parte “negativa e critica””, una seconda parte “positiva e costruttiva” che avrebbe dovuto rappresentare il “buon” uomo russo. Gogol si accinge così alla elaborazione di una “Seconda parte” de LE ANIME MORTE: ma le contraddizioni e le debolezze di una simile posizione critica, l’impossibilità di conciliare le native doti di acuto e implacabile osservatore con le intenzioni apologetiche, e con un’improvvisa e malintesa vocazione mistica nata in lui dopo un viaggio in Terra Santa, gli fecero distruggere una prima volta il manoscritto di questa “Seconda parte”; nel 1852, rifatta la “Seconda parte”, ebbe una nuova crisi e fu lì lì per distruggere tutto un’altra volta, ma la morte improvvisamente lo colse.


LA FORNARINA - LA VELATA di Raffaello Sanzio

  
Io… Raffaello


E' un giorno di primavera del 1551, a Roma…, una di quelle stupende giornate che spingono la gente a uscire all'aria aperta, a respirare il venticello frizzante che viene dalle colline, a sognare scampagnate e, perché no?, una eccitante avventura d'amore.

La primavera, si sa, è la stagione che fa brillare di una luce misteriosa gli occhi delle donne e rende gli uomini estremamente sensibili al loro fascino.
Ed eccomi qui, come uno di questi uomini, colpito dalla magia della primavera. Cammino per le vie d'oltre Tevere con passo tranquillo e aria svagata. Ogni tanto mi fermo, mi guardo attorno, respiro più forte, quindi riprendo il cammino. Se qualcuno mi guardasse da lontano, mi prenderebbe per un perdigiorno, un vagabondo…, invece sono semplicemente uno che in quella mattina non ha la voglia di andare a lavorare.E chi potrebbe darmi torto in una giornata simile? Ma ecco, mi fermo di nuovo, mi par di aver fiutato qualcosa di straordinario. Mi trovo vicino ad un muretto di un orto, al di là del quale intravedo una di quelle modeste casette che sorgono lungo il Tevere. Tutto è silenzio.
Il luogo sembra deserto. Invece non è così. In mezzo all'orto, accanto ad un ruscello, c'è una stupenda ragazza che sussurra a mezza voce una canzone. Ella non immagina di essere guardata da un estraneo, e in ogni suo gesto vi è una spontaneità che ne rivela l'istintiva grazia.
Passano parecchi minuti ed io non parlo. Sono incantato. Poi piano piano mi muovo e decido di rivelare la mia presenza. Con voce alterata dall'emozione e con parole gentili chiedo alla ragazza come si chiama. Lei risponde brevemente… "Margherita". E sorride. Sorride con civetteria. Ha riconosciuto in me il grande Raffaello, il pittore che tutta Roma si contende, l'artista dal quale ogni donna sogna di essere ritratta.
Ma anche lei, Margherita Luti, a suo modo non è una sconosciuta. La fama della sua bellezza si è sparsa per un largo raggio intorno alla casetta sul Tevere e molti giovani vengono perfino da lontano per farle la corte, per cercare di strapparla al fidanzato Tommaso Cinelli, un umile garzone che presta servizio nelle tenute del ricchissimo banchiere senese Agostino Chigi.Strana coincidenza…, tra i miei clienti più facoltosi, io conto proprio il potente banchiere, che adesso mi ha affidato la decorazione di una sua villa, la celebre Farnesina (come sarà poi chiamata dal nome dei proprietari che succederanno al Chigi, i Farnese). Ed è appunto alla villa che mi stavo recando, nella luminosa mattina, quando la visione di Margherita ha richiamato così prepotentemente la mia attenzione.Raffaello, a Roma lo conoscono tutti, e sanno che sono un tipo facile alle cotte. La protezione del Papa, i lauti guadagni che mi procura la mia arte, una naturale disposizione alla magnificenza mi hanno portato a condurre un'esistenza principesca. Amo il lusso, e considero grigia e inutile la vita senza il complemento di uno stuolo di belle donne. Per me l'arte trasfigura l'amore e l'amore dà sempre nuove linfe all'arte.
Dipingo con la straordinaria e miracolosa limpidezza del genio cui tutto riesce facile. E facile e allegra sembra destinata rimanere sempre la mia vita.
All'inizio nessuno ha preso troppo sul serio il mio innamoramento per la bella Margherita Luti, meglio conosciuta come la "Fornarina", dalla professione del padre, un bravo fornaio originario di Siena. Invece si tratta di un vero e proprio colpo di fulmine e il primo ad occuparsi è Agostino Chigi, dopo essersi accorto che io, pittore, per corteggiare la ragazza, trascuravo scandalosamente il lavoro alla Farnesina. Con la spregiudicata energia di un vero signore del Rinascimento, egli allora interviene nella faccenda e, come primo atto, toglie dalla scena il legittimo fidanzato Tommaso Cinelli, relegandolo in una sua tenuta di Albano.
Ma non basta. Io ho letteralmente perso la testa e vedo un rivale in ogni giovane che s'accosta alla Fornarina e non riesco a trovare pace nemmeno quando la Fornarina è completamente mia. E' troppo bella, la immagino esposta a mille tentazioni e fiuto dovunque il tradimento. Non può cedere ad un altro come ha ceduto a me? Io so che alla Fornarina non dispiace vedermi ai suoi piedi, me, Raffaello, il più corteggiato pittore di Roma. Forse, con malizia tutta femminile, si diverte a stuzzicarmi, a istillare in me il veleno sottile della gelosia. Ma può darsi che anche lei soffra dei lunghi distacchi, che desideri essermi sempre vicina, contemplarmi mentre col pennello creo le mie figure immortali.
Questa comunione di vita è il mio sogno. Agostino Chigi se ne è accorto e interviene una seconda volta, autorizzando la permanenza della Fornarina al mio fianco. Così la nostra relazione diviene pubblica, sfacciata addirittura. Se ne parla molto in giro, naturalmente, senza che tuttavia lo scandalo assuma proporzioni tali da danneggiarmi. Sono tempi in cui i peccati d'amore trovano più comprensione che condanna.
Ora, io vivo la mia grande stagione d'uomo e di pittore. Poiché non ce la faccio da solo a sbrigare tutte le commissioni che mi piovono addosso, mi servo largamente della collaborazione di un gruppo di discepoli agguerriti, alcuni dei quali possiedono un notevole talento pittorico. Intanto conduco una vita sempre più splendida, smanioso come sono di primeggiare e di apparire unico agli occhi della Fornarina.

La mia amante appare soddisfatta e non chiede altro. Forse intuisce che io coltivo in segreto l'ambizione di essere nominato cardinale, cosa possibile in questi tempi anche a chi non è sacerdote, purché senza moglie., ma lei non si dà pensiero. In fondo, essa non tende al matrimonio…, le basta amare ed essere amata.
Ma intanto il potente cardinale Bibbiena si è messo in mente di darmi una moglie e precisamente la sua pronipote Maria Dovizi…, una creatura gentile, sottomessa, dal carattere dolce, ma dalle scarse attrattive fisiche. Fatto oggetto di continue pressioni, dio bono, finisco con l'accondiscendere a un mezzo fidanzamento e adesso il porporato insiste affinché io esca dall'incertezza e conduca la ragazza all'altare.
La situazione comincia a farsi delicata. Ora che mi vedo con le spalle al muro, faccio ricorso personalmente al Papa, facendogli presente che non mi sento ancora maturo per il matrimonio.
Il Pontefice mi ottiene una dilazione, per cui ora posso continuare indisturbato la mia relazione con la Fornarina.
E' una passione che mi brucia dentro, questa che ho contratto con la bella figlia del fornaio di Trastevere, una malattia che nessuna medicina potrà mai guarirmi. In ogni figura di donna che mi vien da dipingere, ci metto sempre qualcosa di Margherita…, ai miei occhi essa incarna l'eterno femminino, è la sorgente viva della mia ispirazione. La porto chiusa nel mio cuore, non ho più nemmeno bisogno di guardarla per riprodurne i tratti, ogni angolo segreto della sua pelle.
E lei che cosa fa intanto? Continua a ricambiarmi con una passione assoluta, esclusiva, come la mia? Oppure si volge verso nuove emozioni?
Tra i miei discepoli comincia a poco a poco a serpeggiare il sospetto. C'è chi non se la sente di giurare sulla fedeltà della Fornarina. Si sussurra che ella abbia concesso i favori al banchiere Agostino Chigi, il quale, appunto per questo, ha agevolato la sua relazione con me. Ma come provarlo? E, soprattutto, chi ha il coraggio di mettermi in guardia, io che sono il loro maestro?
Poi il dramma scoppia in seno agli stessi discepoli. Il bolognese Carlo Tiraboschi, che è venuto a Roma per mettersi alla mia scuola, ha osato alzare gli occhi sulla Fornarina e, a quanto pare, la donna non rimane insensibile alla sua corte. Ma un altro mio discepolo, Pierino del Vaga, si è accorto del tradimento e si fa giustizia da se, affrontando il Tiraboschi e, dopo averlo rimproverato per il suo comportamento, lo ferisce a morte durante un duello.
Ma ormai la mia meravigliosa avventura con Margherita volge al termine. Io non ho mai avuto una grande salute, e la vita disordinata finora condotta e l'enorme mole di lavoro che sbrigo, a poco a poco mi hanno corroso inesorabilmente la fibra. Un giorno arrivo a casa stremato, colpito da un attacco violentissimo di febbre…, i medici aggravano ulteriormente il mio stato praticandomi, secondo l'uso del tempo, un abbondante salasso.
"Avrebbe avuto bisogno di bistecche e invece gli hanno cavato del sangue!"… commenta il mio biografo Giorgio Vasari. Vero o falso che sia, il fatto è che ora non riesco più ad alzarmi. Prima che la morte mi colga chiedo i Sacramenti, voglio fare la fine di un buon cristiano. Ma penso anche a Margherita, e le lascio nel testamento una somma di denaro che le permetterà di vivere decorosamente.

La mia anima mi abbandona il 6 aprile 1520, ed ho appena trentasette anni, e vedo tutta Roma piangere per la mia morte precoce. Mi fanno dei funerali imponenti. Dietro il mio feretro camminano le più alte autorità del Vaticano. Poi infine segue il popolo… una scorta degna di un sovrano. A un tratto il corteo funebre viene sconvolto da un pianto disperato si una donna la quale, sfuggendo ad alcuni uomini che l'avevano in custodia, cerca di raggiungermi. E' Margherita che vuole darmi il suo ultimo tributo di affetto e di dolore. Segue un momento di confusione generale. Poi un personaggio molto autorevole si avvicina alla mia bella Fornarina e le sussurra che il Papa ha intenzione di avviare il processo di santificazione per me, Raffaello, e che solo per tal motivo lei deve scomparire dalla scena.
E' stata una pietosa bugia, ma mi par di capire che Margherita ci abbia creduto. La vedo trattenere i singhiozzi e sparisce nell'ombra.
Per sempre.
Il più celebre ritratto della Fornarina da me dipinto, è "La donna velata" che si conserva a Firenze, nel Palazzo Pitti. Un altro ritratto di Margherita si può ammirare nella Galleria Borghese di Roma…, in esso ella appare completamente nuda, con gli occhi grandi e scuri e una morbida bocca sensuale. Naturalmente, c'è chi mette in dubbio che sia di mia paternità, del resto, su questa popolana che ha avuto tanta influenza sulla mia vita e sulla mia arte, vengono trasmesse scarse notizie, spesso contraddittorie, ma io so quale sia la verità.
Ciò che conta veramente è il fatto che il mio romanzo d'amore con la Fornarina sopravvive a tutte le ricostruzioni più o meno arbitrarie, ed io mi beo della giusta eternità.


VIAGGIO IN ITALIA (Goethe's Travels in Italy) – Johann Wolfganf Goethe

Il “Viaggio in Italia” è un’opera composita, che non trae origine da un manoscritto unitario, nei modi e nei tempi di stesura, bensì da materiale eterogeneo, sparso, e da occasioni di scrittura assai diverse tra loro. Goethe si mise a lavorare su questo testo in età matura (1813-17) e a distanza di circa trent’anni dall’epoca del viaggio (1786-88…, lo scrittore aveva allora 37 anni).

Alla tripartizione dell’opera corrispondono tre fasi del soggiorno italiano e altrettante caratteristiche di composizione e struttura.
Il 3 settembre 1786, interrompendo le cure termali a Karlsbad, Goethe partì improvvisamente per l’Italia, “all’insaputa d tutti”.

Fuggiva la vita di corte, alla quale aveva finito per sentirsi estraneo, e i faticosi, opprimenti impegni politici e affari di stato, che lo distraevano dalla letteratura. L’Italia era un sogno antico, giovanile, inseguito attraverso le rievocazioni del viaggio compiuto dal padre e le stampe che questi aveva portato con sé. In Italia Goethe avrebbe ripercorso le tracce autentiche e concrete di quell’arte classica, di cui possedeva già la chiave di lettura attraverso il Winckelmann. Egli dunque partì, portandosi la sua “Ifigenia”, come “compagna di viaggio” alla quale avrebbe dedicato le pause riflessive delle sue intense giornate.

Dal novembre 1786 al febbraio 1787, dopo alcune tappe a Verona, Vicenza, Padova, Venezia (dove sostò due settimane), passando attraverso la pianura lombarda (da Ferrara a Bologna) e toccando appena Firenze, perugina, Assisi, lo scrittore si fermò a Roma (abitava al n° 18 del Corso). Qui si legò d’amicizia con Maddalena Riggi, la “bella milanese”, frequentò l’ambiente degli artisti tedeschi (i pittori Tischbein e Hackert, Bury, Angelica Kauffmann, e tra gli italiani l’incisore Volpato), immergendosi attivamente nella grande scuola delle arti figurative antiche. Il suo progetto di pittore e disegnatore non se ne avvantaggio di molto…, più netti e più chiari ne uscirono invece i suoi tratti stilistico-letterari (durante il secondo soggiorno, in particolare, quando completò il “Tasso” e l”Egmont”, e arricchì l’abbozzo del “Faust”). Testimonianza di questa prima parte del viaggio sono le pagine diaristiche e le lettere inviate soprattutto all’amica von Stein, ma anche a Herder, al duca di Weimar, a vari conoscenti.

Dal 25 febbraio al 6 giugno 1787, con la seconda parte del viaggio Goethe si spinse a Napoli e in Sicilia. E’ proprio al sud, dove il contato con la gente, con il popolo, si fece più diretto e immediato, che le pagine del diario (bruciato dopo la stesura del “Viaggio”) e le lettere dell’amico Herder mostrano una vivacità che riflette, facendola propria, l’anima del meridione. Non mancano tuttavia i personaggi illustri di un cenacolo colto e aristocratico, di cui il pittore Hackert ancora, la “Principessina”, Lord Hamilton, Lady Emma e Gaetano Filangieri sono solo alcuni nomi.
Questi primi due volumi del “Viaggio in Italia” apparvero rispettivamente nel 1816 e 1817…, il terzo fu scritto in quegli anni, ma pubblicato soltanto nel ’29. Più frammentario e discontinuo, abbraccia tutto il periodo della seconda dimora a Roma, dal giugno 1787 al 22 aprile 1788, attraverso un collage un po’ improvvisato di lettere inviate e ricevute, brani già pubblicati e pezzi integrativi posteriori…, gli uni e gli altri giustapposti e non completamente rifiniti.
Quindi preferisco circoscrivere la mia scelta di lettura nelle pagine del secondo volume, senz’altro il migliore. In esse l’animazione delle giornate pre-estive napoletane è riflessa, con magistrale vivacità, nello stile narrativo. Tutto, del paesaggio e della popolazione, attira lo sguardo di Goethe, che registra e analizza…, eppure, di quella fusione certamente non facile tra l’immediatezza dell’annotare e la lentezza deformante della memoria, nulla di affaticato è rimasto nel tono della stesura definitiva. Sullo sfondo il Vesuvio, presenza costante, assimila a sé i momenti diversi di ogni episodio o incontro (se leggete queste pagine, noterete l’efficacia con cui fissa e inquadra lo spettacolo notturno incandescente, nel quale domina in primo piano il volto della duchessa – Sabato, 2 giugno 1787).



L'EDUCAZIONE SENTIMENTALE (Sentimental Education) - Gustave Flaubert

L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE
Gustave Flaubert





L’educazione sentimentale, che ha, come sottotitolo, “Storia di un giovane”, narra gli anni che trascorre a Parigi, dapprima come studente, in seguito vivendo di rendita grazie ad un’eredità, un giovane provinciale, Federico Moreau. Il nucleo centrale del racconto è l’amore di Federico per la moglie di un commerciante di quadri alquanto volgare, Giaocomo Arnoux. Intorno ad Arnoux e a Federico, vive un ibrido ambiente di sedicenti artisti e di rivoluzionari parolai…, vi spiccano i giornalista Deslauriers, amico d’infanzia di Federico, il socialista fanatico Sénécal, la Vatclaz, prototipo della scrittrice intrigante e faccendiera. L’amore di Federico per la signora Arnoux, per quanto ricambiato, è destinato a restare platonico…, egli si consolerà con Rosanette, una capricciosa mantenuta che gli darà un figlio e si separerà da lui solo dopo la morte del bambino. Nel frattempo, i moti rivoluzionari del 1848 hanno scosso la Francia…, tra le giornate di Febbraio e la repressione di Giugno, Parigi vive alcuni mesi di ebbrezza democratica.
Mentre la situazione torna alla normalità, Federico trascura Rosanette e gli amici di un tempo per frequentare la bella moglie di un industriale che, rimasta vedova, gli propone di sposarla.
Il matrimonio però va a monte…, il ricordo della signora Arnoux, che ha dovuto lasciare Parigi con il marito, oramai rovinato, e con i figli, non abbandona Federico, è la sola realtà vera in una vita di convenzioni umbratili e di progetti.
Il colpo di stato di Luigi Bonaparte, il 2 dicembre 1851, chiude definitivamente l’epoca delle illusioni rivoluzionarie…, sotto gli occhi di Federico l’ex socialista Sénécal, arruolatosi nelle guardie municipali, uccide il giovane democratico Dussardier, forse l’unico personaggio “positivo” del romanzo.

Passano più di quindici anni, riassunti da Flaubert in poche righe…, nel 1867, Federico incontra l’ultima la signora Arnoux. Forse ora sarebbe disposta ad amarlo, ma gli anni l’hanno trasformata in una figura materna ormai inavvicinabile.

Il titolo, curiosamente in termini concettuali, è perentorio, di forte suggestione.
E’ seguito da un sottotitolo dimesso, apparentemente restrittivo… Storia di un giovane.
Quel modesto, elementare sottotitolo dice con semplicità moltissimo, forse tutto, in quanto allude all’essenziale, cioè al tema del romanzo. Allude alla presenza che permea tutti i piani del libro, che si distende, occupa gli spazi, si inserisce in tutti gli interstizi.
Dal tema, come nella classica composizione musicale che si chiama “variazione”, si sviluppano innumerevoli movimenti, episodi, situazioni…, e il suo motivo è rintracciabile sempre. Federico è l’uomo di tutte le debolezze, un giovane inoffensivo, povero di fantasia e di coerenza di idee, ma sentimentalmente è un uomo vero, vive nella passione, sensuale , ma anche severa, quasi religiosa, e attraverso lui Flaubert la esalta e anche la tradisce.
Però l’apparente spegnersi e rivivere di quell’amore non è una specie di arabesco sentimentale, segna invece l’approfondirsi, il delinearsi di un senso della vita.
L’educazione dei sentimenti si fa in Federico anche con altri amori, con gli incontri e le amicizie maschili, e con lo spettacolo della società e della Storia, visto ora con emozione, ora con indifferenza, ora con giudizi pungenti. tutto contribuisce alla formazione, ma nulla e nessuno è privilegiato. Tutto, persone e cose, è preso in una fitta rete di rispondenze, ritorni, azioni e reazioni, parallelismi, sia figurativi che formali.

Nell’Educazione sentimentale… c’è tutto.
Ci sono le infinite sciocchezze dell’alta società, e certe figure, certi episodi di una comicità inesauribile, come per altro, in mezzo ai momenti della gioia di vivere ci sono momenti tragici


VEDI ANCHE . . .


MADAME BOVARY Gustave Flaubert

SALAMBO' - Gustave Flaubert

_________________________________________________________

GABRIELE D'ANNUNZIO - Vita e opere

Una mattina d'aprile del 1883 un giovanotto e una ragazza intorno ai vent'anni s'introdussero con aria circospetta nell'atrio della stazione di Roma, raggiunsero il treno in partenza per Firenze e andarono ad acquattarsi nell'angolo più discreto di uno scompartimento. Lì attesero trepidando che il convoglio si muovesse, abbandonando quei binari che "scottavano". Ma appena le ruote cominciarono a girare col loro stridore di ferraglia, gli strani viaggiatori si gettarono l'una nelle braccia dell'altro, risero, si baciarono e parvero spiccare il volo verso la felicità.
Lui era un tipo mingherlino, piuttosto basso di statura, ma a suo modo forte e aitante. Sotto una selva di capelli, aveva due occhi irrequieti, che riflettevano una personalità non comune. Vestiva con eleganza estrema, che rasentava addirittura una punta di compiaciuta civetteria, certo alquanto insolita in un uomo, e da tutto il suo comportamento traspariva il desiderio di mostrarsi "vissuto" e maturo, il che faceva un singolare contrasto con l'espressione del volto, sul quale era rimasta un'aria vaga e innocente di "bel fanciullo".
Il giovanotto si chiamava Gabriele D'Annunzio e l'anno prima aveva pubblicato un libretto in versi, "Canto novo", che i maggiori critici italiani avevano salutato come un'autentica rivelazione. Vi si cantava l'amore con una freschezza di sentimenti e un impero di passione che non potevano passare inosservati in un ambiente letterario dominato dall'austera figura del "professore" Giosuè Carducci, di cui pure il giovane poeta si dichiarava devoto discepolo.
Ma l'autore del "Canto novo" non ambiva solo al lauro della poesia. A Roma, dove si era trasferito dalla sua natìa Pescara, aveva acquistato una notevole fama come cronista mondano: frequentava i salotti dell'aristocrazia, corteggiava le belle donne, ostentava pose da snob, facendosi spesso vedere in giro tenendo al guinzaglio un cane enorme, da lui chiamato Max. E si abbandonava a lunghe, sfrenate corse a cavallo per la campagna paludosa che si stendeva a perdita d'occhio fuori delle mura della città.
La sua fuga alla volta di Firenze, in compagnia della fanciulla che, oltre ad essere graziosissima, apparteneva a una famiglia d'alto rango (poiché di un'autentica fuga si trattava) veniva a coronare un sogno ambizioso, anche se in realtà era dettata solo dalla passione. Ma proprio quella felice coincidenza pareva suggerirgli una riflessione e cioè che a lui era permesso osare tutto, che non a caso gli avevano imposto il nome augurale di Gabriele, lo stesso dell'Arcangelo annunziatore.
E come un arcangelo fatale, infatti, lo guardava ora la ragazza che per seguirlo nella romantica fuga aveva abbandonato all'alba il palazzo paterno, col cuore che le batteva in gola per la paura di essere scoperta. Bionda, occhi azzurri venati di pagliuzze d'oro, una gran massa di capelli raccolti al sommo della testa e "gonfiati" in una specie di onda splendente, il naso sottile che dava spicco al profilo aristocratico, la fanciulla aveva mostrato un bel coraggio nell'affidare il proprio destino alle mani bucate del giovane poeta, ricco soltanto di sogni e di seducenti parole.
Ma il fatto è che D'Annunzio sapeva essere irresistibile quando s'innamorava di una donna. E Maria Hardouin di Gallese, così si chiamava la ragazza, aveva un gran desiderio di uscire dall'ambiente chiuso della propria famiglia, di vivere una vita diversa. Per questo, e perché aveva vent'anni, aveva accolto con entusiasmo l'idea della fuga, del distacco irreparabile dai genitori, i quali non avrebbero mai dato il loro consenso alle nozze.


UNA BRUTTA SORPRESA

Maria di Gallese non si pentiva del suo gesto né si preoccupava dello scandalo, che avrebbe fatto il giro di tutti i salotti di Roma. Mentre il treno saliva verso il nord, ascoltava Gabriele che parlava e parlava, descrivendole le delizie cui andavano incontro. a volte egli socchiudeva un poco gli occhi e lei aveva la curiosa impressione che si deliziasse delle proprie parole, che il racconto lo facesse unicamente per il proprio piacere.
I poeti sono sempre un po' matti e "Gabri", come a lei piaceva vezzeggiarlo, in questo campo li batteva tutti. Che brividi mettevano nel sangue certi particolari audaci che lui, senza alcun pudore, inseriva nelle sue poesie! Maria era stata perfino sfiorata dal sospetto che spesso egli facesse il galante solo per poter poi scrivere un bel verso. Ma che importava, infine? L'avventura era bella, nuova, eccitante… e Firenze, città di sogno, li aspettava!
Quando il treno si arrestò sotto la pensilina, Gabriele baciò la sua compagna e poi le sussurrò all'orecchio una delle sue frasi deliziosamente sconvolgenti. Tutto era andato bene, Adesso potevano abbandonarsi alla gioia di essere insieme… invece, ahimè!, un'amara sorpresa li aspettava.
In fondo al marciapiede della stazione, due austeri signori bloccarono i fuggiaschi con gentile fermezza, badando a non dare nell'occhio e a non attirare gente. Si trattava nientemeno che del Prefetto di Firenze e del deputato Colajanni: un telegramma del duca di Gallese li aveva avvisati dell'arrivo della coppia ed essi avevano deciso di condurre a termine personalmente la delicata missione.
Non c'era scampo. Gabriele e Maria si arresero senza protestare. Delusi, amareggiati, sconfitti, seguirono i due importanti personaggi i quali, dopo aver loro raccomandato di non tentare più sciocchezze del genere, col primo treno in partenza li rispedirono a Roma sotto scorta.
Maria fu rinchiusa nel palazzo paterno, Gabriele riprese la sua vita mondana.
Il 16 maggio 1883 apparve sulla "Cronaca Bizantina", il più importante giornale letterario di Roma, una sua poesia intitolata "Peccato di maggio", il cui contenuto fece rimanere allibiti gli amici, che nella donna cantata negli audacissimi versi riconobbero facilmente Maria di gallese.
E poi, dopo le rivelazioni di un giornalista, lo scandalo dilagò. Intanto Maria rifiutava una dopo l'altra tre proposte di matrimonio. Allora, convinti che non avrebbe ceduto, i suoi genitori diedero il consenso alle nozze. La cerimonia ebbe luogo nella cappella del palazzo del duca di gallese.
Era il 28 luglio 1883.
Nessun membro dell'aristocrazia romana era presente; tutti i parenti di Maria avevano disertato la cerimonia; lo stesso duca di gallese era rimasto ostentatamente nelle sue stanze. Per ripicca, anche i genitori di Gabriele non si erano fatti vivi. Solo uno sparuto gruppo di amici, per lo più giornalisti, cercava di ravvivare la cerimonia.
A un tratto un'esclamazione dolorosa ruppe l'imbarazzato silenzio della cappella: era la mamma di Maria che, non resistendo più, abbandonava piangendo il suo posto. E tuttavia nemmeno quel episodio clamoroso valse a turbare gli sposi. Essi soli apparivano soddisfatti, sereni.
Avevano vinto. Il loro amore trionfava. Che altro potevano desiderare?


TRE ANNI DI FELICITA'

Subito dopo le nozze, Gabriele e Maria lasciarono Roma, un po' per sottrarsi agli inevitabili pettegolezzi, un po' perché lui aveva bisogno di un ambiente tranquillo per lavorare. Trascorsero la luna di miele a Porto San Giorgio, sull'Adriatico, quindi andarono a Pescara, dove finalmente i genitori del poeta conobbero la sposa. Il 13 gennaio 1884 questa mise al mondo un maschietto, al quale fu dato il nome di Mario.
Era una coppia male assortita, nonostante le apparenze. A mano a mano che il fuoco dei sensi si veniva attenuando, saltavano fuori le differenze di carattere e, inevitabilmente, le reciproche incomprensioni. Molti anni più tardi, D'Annunzio confessò a un suo biografo francese:
- Ebbi tre anni di inebriante felicità. Eppure… mancava qualcosa. Non sentivo nessun contatto, nessuna comunione tra la sua anima e la mia…
Dal canto suo, Maria di Gallese si dimostrò ancora più amara:
- Quando sposai mio marito credetti di aver sposato la poesia in persona. Avrei fatto meglio a comprare, a tre franchi e cinquanta, ogni volume di poesie da lui pubblicate.
Intanto un nuovo volume di poesie di D'Annunzio, "Intermezzo di rime", veniva concordemente stroncato da tutti i critici.
Il giovane esuberante, forse un po' selvaggio, di "Canto novo" aveva ceduto il posto a un uomo che cercava il piacere per il piacere e non voleva, o non riusciva, a sollevarsi al di sopra dei sensi. Quasi fatalmente, la poesia scivolava nella pornografia.
e il peggio è che Gabriele D'Annunzio era conscio di tale cedimento. Per questo, a suo modo, metteva le mani avanti, confessando apertamente :
- Non più dentro le grigi iridi smorte
lampo di giovinezza or mi sorride.
La giovinezza mia barbara e forte
in braccia delle femmine s'uccide.
Ma come sollevarsi dal fango, come riconquistare la freschezza perduta? Non bastava che D'Annunzio riconoscesse che il libro era il prodotto di uno "stato di malattia, di una debolezza mentale". Occorreva che qualcosa gli ridesse vigore, lo facesse uscire fuori dal pantano in cui si era invischiata la sua ispirazione un tempo così fresca e impetuosa. E questo qualcosa non poteva essere che una donna. La "Chimera" che egli inseguiva fin dai lontani anni della prima adolescenza aveva tutte le malie e le seduzioni di un bel corpo femminile. Ma al di là non c'era che il vuoto, il nulla. Purtroppo la passione per Maria di Gallese gli si era spenta tra le mani nella monotonia del matrimonio. Gli rimaneva solo, ora, il bisogno estremo di guadagnare per mantenere la famiglia, e il gusto del lusso, del superfluo, che aveva contratto a Roma e dal quale non riusciva a liberarsi. Così dovette intensificare la sua attività giornalistica, rischiare il naufragio completo per non apparire un vinto.
Naturalmente, tornò a Roma. Fece debiti su debiti. Cercò invano di trovare una nuova ragione di vita nella nascita di un secondo figlio, dettò i versi per una canzonetta in dialetto napoletano, "A vucchella", tentò insomma in tutti i modi di uscire dalla crisi che lo attanagliava. Ma ogni strada che imboccava era un vicolo cieco, perché il "male" lo aveva dentro: era il demone di una sensualità che rimaneva allo stato grezzo.
E poi un giorno di primavera accadde il miracolo. Passando in via del Babuino, D'annunzio vide una giovane donna alta e slanciata fermarsi davanti a una libreria, notò lo strano contrasto che produceva in lei le labbra sensuali e gli occhi malinconici. La guardò poi allontanarsi come un'immagine di sogno, sicuro che non l'avrebbe mai più incontrata.
Invece si ritrovarono a un concerto in via Margotta: un comune amico li presentò; la breve scintilla divenne una fiamma altissima. La donna si chiamava Elvira Fraternali Leoni, usciva da una lunga malattia, era infelice perché l'avevano costretta a sposare un uomo che non amava. Bastarono poche parole del poeta e gli cadde fra le braccia. D'Annunzio si sentì rivivere. Elvira, scoprì l'amore dopo l'umiliazione.
Maria di Gallese aspettava allora il terzo figlio del poeta, che quando nacque fu battezzato Veniero (il secondo era stato chiamato Gabriellino). Ma ormai la sua stella era tramontata. A lei, d'ora in avanti, sarebbe spettato il ruolo della moglie discreta, che se ne sta in disparte e tace. Cominciava la serie delle splendidi amanti di D'Annunzio, che tanta parte avrebbero avuto nella sua "leggenda" e nella sua opera. E saranno tutte, o quasi, donne di prim'ordine, non semplici "femmine di lusso", quali forse le sognava e vagheggiava l'acerbo cantore del "Canto novo".

DAL CANTO NOVO

O falce di luna calante
che brilli su l'acque deserte;
o falce d'argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore quaggiù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe l' vasto silenzio va.
Oppresso d'amor, di piacere,
il popol de' vivi s'addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore quaggiù!

Dopo una breve raccolta di versi "Prime vere" D'Annunzio trovò la via della "grande" poesia con "Canto novo", uscito nel 1882. In questo libro giovanile sono contenuti quasi tutti i temi che il poeta svilupperà in seguito e che troveranno la loro compiuta espressione nell'"Alcyone".
Nei versi che ho trascritto, si nota con quanto languore il poeta canti la natura: egli ne è attratto in modo sincero e fortissimo e ne descrive gli aspetti con straordinaria ricercatezza e raffinatezza stilistica. Osserviamo la capacità di D'Annunzio di rendere musicalmente la dolcezza immobile del plenilunio, e insieme un estremo abbando0no al piacere che addormenta l'anima.


0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0

E' un afoso giorno di luglio del 1893.
Gabriele D'Annunzio ha da poco compiuto i trent'anni e la sua bella chioma, di cui tanto andava fiero, è in gran parte scomparsa a causa di una ferita alla testa riportata durante un duello. Ma la precoce calvizie non ha intaccato il suo fascino, ha conferito anzi una nota singolare alla sua prepotente personalità. Nessuna donna gli resiste, ed egli coglie spavaldamente i favori di tutte con la stessa disinvoltura, la stessa soddisfazione con cui si compiace degli atteggiamenti più eccentrici ed ambigui, delle emozioni più sottili e meno comuni, delle imprese eroiche da superuomo, deciso com'è a fare della propria vita un autentico capolavoro. Adesso è addirittura l'amante di una principessa siciliana, Maria Gravina, moglie del conte Anguissola, una donna che aveva tra i suoi corteggiatori perfino il principe ereditario, il futuro Vittorio Emanuele III.
Ma la relazione, dalla quale è nata una bambina, Renata, non è corsa via liscia come le altre che l'hanno preceduta. Questa volta il marito è passato all'attacco e i due amanti sono finiti in tribunale, sotto l'accusa di adulterio. Per il superuomo D'Annunzio si tratta di un affronto cocente, di uno schiaffo che la società gli ha inferto a tradimento.
Se proprio voleva riscattare il proprio onore, perché il conte non l'ha sfidato a duello? Sul terreno dell'onore egli avrebbe ben saputo rispondergli!
la verità è che agli occhi dell'aristocratico marito di Marina Gravina, egli, Gabriele D'Annunzio, l'immaginifico, il poeta che scandalizza e appassiona l'Italia, il romanziere che con la trilogia "Il piacere", "L'innocente" e "Il trionfo della morte" sta ottenendo un successo clamoroso in Europa, è nient'altro che un volgare scribacchino, un arrivista senza scrupoli che si fa strada tra debiti e alcove.
Naturalmente, data la natura della causa e la fama dei protagonisti, il processo si celebra a porte chiuse. Maria Gravina è sulla soglia di una crisi isterica. D'Annunzio finge un atteggiamento impassibile, ma dentro di sé freme di collera. E tuttavia è cosciente del fatto che questo nuovo scandalo finirà per giovargli: la gente parlerà di lui e i suoi libri si venderanno. Ed egli non desidera forse essere sempre alla ribalta?
Le fiorite arringhe degli avvocati non riescono tuttavia a nascondere la sostanziale miseria del dramma che è giunto a un così squallido epilogo. E' quindi una liberazione per tutti quando la corte si ritira. Ormai il gioco è fatto e non c'è che da attendere la sentenza. Questa giunge poco dopo: il tribunale di Napoli condanna gli adulteri a cinque mesi di prigione. E' l'ultimo schiaffo. Il conte Anguissola sorride soddisfatto. Gli avvocati di D'Annunzio ricorrono in Appello, ma senza eccessive speranze.
In realtà la pena non fu mai scontata, per una sopraggiunta amnistia.
E poi lo splendido amore si trasforma in una penosa catena che il poeta si trascina appresso per un senso di onore e di lealtà verso la donna che gli ha sacrificato tutto. Infatti Maria Gravina esce distrutta dal processo. Lei, che già dominava nella vita mondana di Napoli, ora non trova un'amica disposta a tenderle una mano. Inoltre non ha mezzi per crearsi un'esistenza nuova, indipendente, Perciò si attacca a Gabriele, fiuta il tradimento in ogni donna ch'egli avvicina, lo ossessiona con la sua gelosia, gli impedisce di lavorare, non gli permette di andare a Pescara dove egli spera di racimolare un po' di soldi per far fronte ai debiti più assillanti
D'Annunzio sopporta tutto, cerca di scusare la donna con gli amici, dà fondo a ogni energia pur di non soccombere. La sua vita è un inferno continuo. Eppure egli prova una strana voluttà nel soffrire il soffribile: forse per la prima volta viene a galla il fondo triste della sua sensualità, forse per la prima volta sente che al di là di tanto clamore c'è il silenzio che lo chiama, il nulla. Riaffiora in lui il fanciullo scontroso che nei momenti di malinconia diceva di desiderare una sola cosa al mondo: sdraiarsi in una bara e attendere la morte.


LA SECONDA GIOVINEZZA

Il lungo inferno con Maria Gravina serve a maturare oltre che l'uomo anche il poeta e il narratore. Finora, a parte la libera esplosione del "Canto novo", D'Annunzio infatti è rimasto come impastoiato dalla sua stesa scatenata sensualità. I suoi libri, in versi e in prosa, sono in fondo un tentativo di giustificare le proprie debolezze di uomo e nel medesimo tempo di condannarne le intemperanze alla luce di una morale che sa di posticcio. Di qui il loro tono sostanzialmente falso, retorico, che poteva ingannare i contemporanei, ma la cui forza di seduzione era fatalmente destinata a declinare con gli anni.
Dopo l'avventura con la principessa siciliana, il poeta si libera di ogni pastoia e inizia quella che a buon diritto è stata definita la sua seconda giovinezza. Adesso egli non tenta più di giustificarsi. Si abbandona al piacere dei sensi e canta la sua gioia di essere al mondo, pronto a seguire solo le leggi della natura e la voce del sangue che gli scorre nelle vene.
Nasce così la sua opera più alta, le "Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi", che artisticamente culmina nel terzo libro intitolato "Alcyone".
Qui veramente D'Annunzio dispiega appieno il genio, in un crescendo che ha del miracoloso. Le poesie, quasi tutte bellissime e concluse in sé, si integrano e compenetrano a vicenda, come i temi di una grande sinfonia musicale. Rivivono nei versi gli antichi miti; l'amore vi è sentito e cantato come un sentimento universale e non più come un impeto selvaggio e sfrenato della giovinezza.
Questa fiorente stagione coincide in gran parte con l'amore per una donna, una creatura d'eccezione: ELEONORA DUSE.
La grande attrice, autentica figlia d'arte, interruppe la serie degli amori aristocratici di D'Annunzio, che trovò e ammirò in lei una diversa aristocrazia: quella dello spirito. E che cosa ci poteva essere di più sublime per un artista ormai votato al culto del superuomo?
Eleonora e Gabriele formarono per parecchi anni la coppia del secolo, lo specchio inimitabile cui si volgevano invidiosi gli occhi di tutti gli amanti.
Ogni loro gesto acquistava subito un valore di simbolo, di sfida alle leggi comuni; perfino le loro pazzie trovavano una superiore giustificazione nel temperamento eccezionale dei due protagonisti.
Ma a D'Annunzio non bastava trasfigurare in poesia le proprie passioni. Come già l'amore per Elvira Leoni, che egli chiamava Barbara, gli aveva tra l'altro ispirato il romanzo "Il trionfo della morte", così la sua avventura con la Duse gli fornì la materia per un nuovo romanzo, "Il fuoco", che puntualmente non mancò di unire al successo letterario quello scandalistico.
Di colpo. il gran castello di carte che il poeta era riuscito ad edificare crollò quasi da un giorno all'altro sotto il volgare assalto dei debiti che egli, supremo disprezzatore del denaro, era venuto accumulando. La famosa villa "La Caponcina", nei pressi di Firenze, da lui rifatta e arredata con lo sfarzo e la magnificenza di un principe del Rinascimento, fu messa all'asta. D'Annunzio, assistette impassibile alla dispersione di tutti i tesori. E quando le stanze, che avevano ospitato prima la Duse e in seguito, per quattro anni, la bionda e diafana marchesa Alessandra di Rudinì, tornarono deserte, né vi passeggiarono più gli splendi levrieri che erano l'orgoglio del poeta, questi quasi trasse un respiro di sollievo. Amava il lusso e lo sperpero, ma nulla riusciva a legarlo. Sulla terra si considerava sempre un viandante, un uomo che passa, gode e se ne va.


IL SOLITARIO VITTORIALE

Dopo lo scandalo della "Caponcina", D'Annunzio se ne andò in Francia, dove lo attendevano nuove battaglie letterarie, nuovi amori travolgenti e, naturalmente, nuovi debiti.
Alla fama di poeta e di romanziere si era aggiunta adesso quella di autore di teatro, specie in seguito al successo delle tragedie "Francesca da Rimini" e "La figlia di Jorio". Era insomma l'uomo del giorno, che nessuno si azzardava più a discutere. Attrici come Ida Rubistein si contendevano l'onore di interpretare una sua opera; musicisti come Debussy non chiedevano che di rivestire di note le sue poesie.
E D'Annunzio rispose all'attesa generale scrivendo in francese "Il martirio di San Sebastiano" e "La Pisanella". Ma si trattava di opere stanche, che non attingevano alle sorgenti più vive della sua ispirazione. Partendo dalle felici intuizioni dell'"Alcyone", egli infatti veniva maturando in sé la sua terza giovinezza, che doveva realizzarsi sotto il segno di una sensualità "rapita fuor dei sensi". Questo nuovo corso coincise, dopo il romanzo "Forse che sì forse che no", con l'abbandono di ogni schema rigidamente narrativo.
Nacquero così le prose della "Contemplazione della morte", della "Leda senza cigno" e delle "Faville del maglio".
In esse il poeta e il prosatore si fondono in un impasto altamente suggestivo, pieno di echi e di musiche nascoste. E' un D'Annunzio che non fa scandalo, ma appunto per questo è forse il più autentico e il più vero.
Ma la vita incalza e l'uomo non può tirarsi indietro, non può scendere neppure un attimo dalla ribalta su cui è ormai abituato a recitare la parte di primo attore. Lo scoppio della prima guerra mondiale trova D'Annunzio favorevole all'intervento dell'Italia.
La parola però non gli basta, non si accontenta di essere il nuovo vate della patria in armi. Vuole partecipare direttamente alla lotta, vuole scrivere il proprio nome nel libro delle imprese più audaci, forse cerca semplicemente una "bella morte" che dia il suggello definitivo a una vita intensamente vissuta, visto che il mondo non sembra avere più nulla da dargli.
Il combattente Gabriele D'Annunzio è un personaggio che diventa presto leggendario. Aviatore, fante, marinaio, si getta allo sbaraglio con spavalda incoscienza, non misura mai il pericolo, non c'è emozione che non lo tenti. Poi corre a ritemprarsi nella "Casa rossa" di Venezia, dove la pianista Luisa Bàccara allieta i suoi ozi di guerriero.
Ormai l'uomo ha preso decisamente il sopravvento sull'artista. Si crea un nuovo mito che gli austriaci cercano di distruggerlo mandando un aereo a bombardare la "Casa rossa". Il colpo fallisce e D'Annunzio, a guerra finita, abbraccerà l'aviatore che aveva tentato di ucciderlo: si trattava nientemeno che del suo traduttore tedesco!
Un segno nel corpo, tuttavia, la guerra doveva pur lasciarglielo. In seguito ad un incidente aereo D'Annnunzio perse un occhio e il lungo riposo al buio cui fu costretto gli ispirò le pagine del "Notturno", la sua ultima opera valida.
Nei molti anni che seguirono, l'artista diede poco. Quasi di colpo, a inaridirlo, gli era piombata addosso la "turpe vecchiezza", come egli la definiva. L'uomo ebbe tuttavia un altro momento di gloria quando, alla testa di un gruppo di soldati ribelli e volontari accorsi da tutte le parti d'Italia, marciò sulla città di Fiume, che il trattato di pace aveva assegnato alla Jugoslavia. La spericolata avventura fece di lui il "Comandante" per definizione.
Fiume rimase all'Italia, quasi a sancire per una volta tanto la vittoria della poesia e dell'immaginazione sulla fredda prosa dei trattati. Pago, D'Annunzio si ritirò sul lago di Garda, nella villa barocca detta "Il Vittoriale", nei pressi di Gardone. Qui egli badò soprattutto a erigere a se stesso un ampolloso monumento di pietra e di stucchi, un mausoleo che senza volerlo andava lentamente assomigliando ad un sepolcro.
La grande stagione del poeta Gabriele D'Annunzio era finita. Il fascismo, che intanto aveva assunto il potere in Italia, apparentemente onorava il "Comandante" di Fiume, in realtà tendeva a neutralizzarlo e a servirsi del suo mito. D'Annunzio se ne rese conto, ma non si ribellò. Accettò la solitudine dorata che gli veniva imposta e si preparò a ricevere la morte. Un giorno, forse, cercò di abbreviare l'attesa lasciandosi cadere da una finestra. Poi parve rassegnarsi. E accentuò il proprio sdegnoso silenzio.
La Liberazione venne infine il primo marzo 1938. La morte fu pietosa con lui, che aveva subito come un'onta la vecchiezza: lo colse all'improvviso, risparmiandogli almeno il supplizio di una lunga agonia.
Quando la notizia apparve sui giornali, qualcuno esclamò:
- Ma come? Era ancora vivo?
Il vero D'Annunzio, infatti, era sepolto da tempo con gli splendori e le miserie di un'epoca che già aveva assunto i colori cangianti di una favola, un'epoca che l'umanità si era ormai lasciata alle spalle.


RIMANE IL POETA

Come sempre accade quando un artista raggiunge da vivo una fama eccezionale, dopo la morte incominciano i processi e le revisioni. Esaltato fino all'inverosimile, soprattutto nel primo decennio del Novecento, Gabriele D'Annunzio è stato posto sotto accusa alla fine del secolo scorso, specie da chi ha voluto confondere le sue debolezze d'uomo con le vere o presunte deficienze del poeta e dello scrittore. In realtà D'Annunzio incarnò un'epoca, esasperando al massimo i motivi di bene e di male ch'essa conteneva. Da questo punto di vista effettivamente egli riuscì a fare della propria vita il suo capolavoro. Se mai, ebbe il torto di morire troppo tardi. Ma, comunque vogliamo giudicare l'avventura umana che ha nome D'Annunzio, basta l'altissima poesia dell'"Alcyone" a fare la gloria del poeta, che rimane una delle più potenti personalità europee poste tra l'Ottocento e il Novecento. Il suo tributo al tempo egli lo pagò con i romanzi, con la giovanile attività giornalistica. Eppure anche lì c'è almeno da ammirare il fine cesellatore della parola. Del resto, solo questa sottomissione assoluta alla propria arte gli consentì, a parte l'"Alcyone", di creare capolavori come "La figlia di Jorio", di scolpire le prose perfette del "Notturno": insomma, di trasformare in oro autentico anche il piombo ribollente delle sue forti passioni.


L'OLEANDRO - Alcyone

Erigone, Aretusa, Berenice
quale di voi accompagnò la notte
d'estate con più dolce melodia
tra gli oleandri lungo il bianco mare?
Sedean con noi le donne presso il mare
e aveva ciascuna la sua melodia
entro il suo cuore per l'amica notte;
e ciascuna di loro parea contenta.
E sedevano sulla riva, usciti
dalle chiare acque, con beato il sangue
del fresco sale; e gli oleandri ambigui
intrecciavan le rose al regio alloro
sul nostro capo; e il giorno di sì grandi
beni ci aveva ricolmi che noi paghi
sorridevamo di riconoscenza
indicibile al suo divin morire.

Con questi versi comincia una delle più belle poesie dell'"Alcyone", quella che si intitola "L'oleandro" e che si conclude con questo grido di struggente malinconia :
- O notte, piangi tutte le stelle! - Il grido dell'allodola domani - dall'amor nostro ci disgiungerà.
A differenza del "Canto novo", dove il poeta era spesso ancora legato a ritmi vagamente carducciani, qui D'Annunzio canta con una scioltezza di ritmo ineguagliabile, che è soltanto sua. Le parole si dispongono come le note di una melodia. quasi non ci si accorge dei versi: si va avanti nella lettura portati da una musica segreta che si rinnova nell'anima. E' questo il D'Annunzio migliore: un incantatore delle cose, che ce ne rivela la bellezza nascosta, il ritmo eterno e profondo.


VEDI ANCHE ...

La Divina ELEONORA DUSE

La grande tragica ELEONORA DUSE



LE COSMICOMICHE - Italo Calvino

L’occhio cosmicomico di Calvino.


Le cosmicomiche di Italo Calvino hanno una struttura insolita. I vari capitoli sono preceduti dal richiamo a una tesi scientifica (ad esempio che la Luna un tempo era molto vicina alla Terra, o che il sistema solare si era formato per condensazione di una nebulosa e così via…) e ogni volta salta su uno strano personaggio, Qfwfq, a dire che lui c’era in quell’epoca e a confermare come testimone oculare la teoria scientifica. Naturalmente Qfwfq non può essere un uomo perché ha vissuto per miliardi di anni… ma può riportare nei limiti della sua esperienza, delle sue possibilità di immaginazione e di espressione quegli avvenimenti giganteschi.

Dal contrasto fra il rigore scientifico delle ipotesi e il mondo familiare, bonario, al livello del senso comune in cui Qfwfq ce le rappresenta nasce il comico.

Ciò che colpisce, infatti, in Qfwfq non è tanto la straordinarietà dei luoghi e degli esseri con i quali deve vivere e scontrarsi (del resto lui ci si trova bene, non ha momenti di disperazione, e sa districarsi) ma la qualità tutta di gioco del suo procedere e del suo atteggiarsi, in quei luoghi e tra quegli esseri, con disinvoltura e riserbo, con effusione e con intelligenza al tempo stesso.
Qfwfq soprattutto gioca… con le proprie trasformazioni nell’universo, con quelle degli altri…, e quanto più è preso dall’invenzione di tale suo gioco, tanto più si ritiene fornito di libertà. Direi anzi che il gusto del gioco prenda via via la mano anche all’autore stesso di questi racconti… poiché il suo personaggio vive in un mondo illimitato e in evoluzione, e ha bisogno soltanto di aver fiducia in questo oggettivo svolgimento per caratterizzarsi ed esprimersi.

- “Ero un bambino e già me ne ero accorto – racconta Qfwfq (e qui Calvino si riferisce alla teoria del sorgere di nuovi atomi d’idrogeno per ristabilire la densità dell’universo) – Gli atomi d’idrogeno li conoscevo uno per uno, e quando ne saltava fuori uno nuovo lo capivo subito. Ai tempi della mia infanzia, per giocare, in tutto l’universo non avevamo altro che atomi di idrogeno, e non facevamo che giocarci, io e un altro bambino della mia età, che si chiamava Pfwfp. Com’era il nostro gioco? E’ presto detto. Lo spazio essendo curvo, attorno alla sua curva facevamo correre gli atomi, come delle biglie, e chi mandava più avanti il suo atomo vinceva. Nel dare il colpo all’atomo bisognava calcolare bene gli effetti, le traiettorie, saper sfruttare i campi magnetici e i campi di gravitazione, se no la pallina finiva fuori pista ed era eliminata dalla gara”.

Se si tiene presente la durata realmente illimitata di questo gioco e la si paragona alla durata altrettanto illimitata ma immaginosa dei nostri giochi di ragazzi, si comincia a capire la natura di questi idilli cosmicomici… basati sulla coincidenza di emozioni e gesti reali e immaginari, rapportati all’età dell’infanzia vera e di quella applicata a Qfwfq, senza alcuno scarto, se non di nozioni di tempo e di cose e di esseri viventi.
Direi allora che questa meraviglia dell’infanzia è artisticamente superiore laddove deve scontrarsi con oggetti o con segni, e meno con sentimenti o emozioni.

- “Ma già nella durata di quell’anno galattico, si cominciò a capire che fino a quel momento le forme del mondo erano state provvisorie e che sarebbero cambiate una per una. E a questa consapevolezza s’accompagnò un fastidio per le vecchie immagini, tale che non se ne poteva soffrire nemmeno il ricordo. E io cominciai ad essere tormentato da un pensiero… avevo lasciato quel segno nello spazio, quel segno che m’era parso tanto bello e originale e adatto alla sua funzione, e che adesso appariva alla mia memoria in tutta la sua pretenziosità fuori di luogo, come segno innanzitutto di un modo antiquato di concepire i segni, e della mia sciocca complicità con un assetto delle cose da cui avrei dovuto sapermi staccare in tempo”.

Se questo scontro con la realtà, come si è detto, avviene sul piano dei sentimenti o delle emozioni, allora il tono della favola si abbassa necessariamente ad aneddoto di cuore…

- “Giaceva incolore, vinta dal sonno, sulla sabbia incolore. Mi sedetti vicino. Era la stagione – ora lo so – in cui l’era ultravioletta volgeva al termine, per il nostro pianeta, un modo d’essere che stava per finire dispiegava il suo estremo culmine di bellezza. Nulla mai di così bello aveva corso la Terra, come l’essere che avevo sotto gli occhi”.

E quando è costretto a perdere Ayl, la creatura meravigliosa…

- “ E mi resi conto con dolore e spavento che io ero rimasto “di qua”, che non sarei mai potuto sfuggire a quegli scintillii dorati e argentei, a quelle nuvolette che da celeste si cangiano in rosate, a quelle verdi foglioline che ingiallivano ogni autunno, e che il mondo perfetto di Ayl era perduto per sempre, tanto che non sapevo più neppure immaginare, e non restava più nulla che potesse ricordarmelo nemmeno di lontano, nulla se non quella fredda parete di pietra grigia”.

…l’aneddoto si curva sentimentalmente in elegia, su un filo di scrittura minuta e un po’ evasiva, realistica e tuttavia sfuggente per eccesso di particolari.

Ma capita anche che il nostro personaggio si ironizzi, ed allora riacquista una dimensione più nitida e scontrosa…, la volta, per esempio, che ultimo dei dinosauri, viene preso in giro e non riconosciuto dalle persone, mentre egli teme di essere assalito e allontanato, con una saggia discussione di sé…

- “Da allora avevo imparato tante cose, e soprattutto il modo in cui i Dinosauri vincono. Prima, avevo creduto che lo scomparire fosse stato per i miei fratelli la magnanima accettazione d’una sconfitta…, ora sapevo che i Dinosauri quanto più scompaiono tanto più estendono il loro dominio, e su foreste ben più sterminate di quelle che coprono i continenti… nell’intrico dei pensieri di chi resta. Dalla penombra delle paure e dei dubbi di generazioni oramai ignare, continuavano a protendere i loro colli, a sollevare le loro zampe artigliate, e quando l’ultima ombra delle loro immagini si era cancellata, il loro nome continuava a sovrapporsi a tutti i significati, a perpetuare la loro presenza nei rapporti tra gli esseri viventi”.

E talvolta l’ironia sale all’altezza dello sberleffo, creando un movimento all’interno della narrazione, di sottile umore… quando, dal telescopio, scorge segali che dicevano… ti ho visto, da una galassia lontana cento milioni di anni…, per ogni segnalazione… “e con ciò?”, è la risposta, dopo tante meditazioni, ed accanto ad altre risposte dubitative… “e con ciò?”…, l’ossessione di quel: ti ho visto, si tramuta in un… tra-la-la-là… altrettanto ironico e malvagio, cui fanno i versi altrettanti cartelli, uno più ironico e malvagio dell’altro…

- “Commenti e giudizi non erano sempre pertinenti, la scritta… tzz…tzz… corrispondeva a quella volta che avevo versato un terzo del mio stipendio per una sottoscrizione di beneficenza, la scritta… stavolta mi sei piaciuto…, a quando avevo dimenticato in treno il manoscritto che m’era costato tanti anni di studi; la mia famosa prolusione all’Università di Gottiga era stata commentata con la scritta… attento alle correnti d’aria”.

E l’ossessione di questo scambio di reticenze cattive e di improperi eleganti si dilata sino al grottesco mediante un distacco di milioni di anni tra l’uno e l’altra, in un tempo assolutamente fermo tanto è esteso e in uno spazio così vertiginosamente silenzioso tanto è fuori di cognizione sensibile. Ma è un grottesco dalla forma suasive e sinuosa, senza alcuna alterità di linguaggio e senza alcun violento sommovimento di scrittura, anzi, l’abilità di Calvino è tale, che, in questa direzione, la pagina più significativa egli la esprime nel racconto che chiude il libro, e nella quale appare la vista, ossia l’occhio che osserva, in un attonito prodursi di relazioni visive, tra elementi che per l’addietro ne erano privi…

- Esseri informi, incolori, sacchi di visceri messi su alla meglio, popolavano l’ambiente tutt’intorno, senza darsi il minimo pensiero di cosa fare di se stessi, di come esprimersi e rappresentarsi in una forma stabile e compiuta e tale da arricchire le possibilità visive di chiunque le vedesse. Vanno, vengono, un po’ affondano, e un po’ emergono, in quello spazio tra aria e acqua e scoglio, girano distratti, danno volta; e noi intanto, io e lei e tutti coloro che erano intenti a spremere una forma di noi stessi, stiamo lì a sgobbare nella nostra buia fatica…

”In questo modo informe ecco apparire la “vista”…

“Tutt’a un tratto intorno a noi s’aprirono gli occhi e cornee e iridi e pupille: occhi tumidi e slavati di polpi e di seppie, occhi attoniti e gelatinosi di orate e triglie, occhi sporgenti e peduncolari di gamberi e aragoste, occhi gonfi e sfaccendati di mosche e di formiche”.

Tutta questa precisione e tutta questa sinuosità di scrittura è chiaro peraltro che vanno un po’ a detrimento della forza e della incisività: e il Calvino vi si abbandona probabilmente con troppa fiducia nella propria intelligenza e con eccessiva misura descrittiva, e se più volte l’esercizio letterario ha la meglio sulla sperimentazione vera e propria, questo avviene perché esso si svolge sì sul piano della ricerca della quotidianità favolosa, come in altre esperienze di racconti e di personaggi, del resto famosi, del nostro Calvino: ma anche è prospettato in un mondo considerato astrattamente e in via di deformazione come era avvenuto in quelle altre esperienze.
E così le osservazioni “domestiche” del nostro personaggio rimbalzano su di noi senza aprirsi un varco nella mente… e ci stupiscono direi più per suggestione visiva che per forza di immagine, più per dolcezza di rappresentazione, che per vigoria di constatazione.


Afrodisiaco (1) Aglietta (1) Albani (2) Alberti (1) Alda Merini (1) Alfieri (4) Altdorfer (2) Alvaro (1) Amore (2) Anarchici (1) Andersen (1) Andrea del Castagno (3) Andrea del Sarto (4) Andrea della Robbia (1) Anonimo (2) Anselmi (1) Antonello da Messina (4) Antropologia (7) APPELLO UMANITARIO (5) Apuleio (1) Architettura (4) Arcimboldo (1) Ariosto (4) Arnolfo di Cambio (2) Arp (1) Arte (4) Assisi (1) Astrattismo (3) Astrologia (1) Astronomia (3) Attila (1) Aulenti (1) Autori (7) Avanguardia (11) Averroè (1) Baccio della Porta (2) Bacone (2) Baldovinetti (1) Balla (1) Balzac (2) Barbara (1) Barocco (1) Baschenis (1) Baudelaire (2) Bayle (1) Bazille (4) Beato Angelico (6) Beccafumi (3) Befana (1) Bellonci (1) Bergson (1) Berkeley (2) Bernini (1) Bernstein (1) Bevilacqua (1) Biografie (11) Blake (2) Boccaccio (2) Boccioni (2) Böcklin (2) Body Art (1) Boiardo (1) Boito (1) Boldini (3) Bonheur (3) Bonnard (2) Borromini (1) Bosch (4) Botanica (1) Botticelli (7) Boucher (9) Bouts (2) Boyle (1) BR (1) Bramante (2) Brancati (1) Braque (1) Breton (3) Brill (2) Brontë (1) Bronzino (4) Bruegel il Vecchio (3) Brunelleschi (1) Bruno (2) Buddhismo (1) Buonarroti (1) Byron (2) Caillebotte (2) Calcio (1) Calvino (2) Calzature (1) Camillo Prampolini (1) Campanella (4) Campin (1) Canaletto (4) Cancro (2) Canova (2) Cantù (1) Capitalismo (3) Caravaggio (19) Carlevarijs (2) Carlo Levi (3) Carmi (1) Carpaccio (3) Carrà (1) Carracci (4) Carriere (1) Carroll (1) Cartesio (3) Casati (1) Cattaneo (1) Cattolici (1) Cavalcanti (1) Cellini (2) Cervantes (3) Cézanne (19) Chagall (3) Chardin (4) Chassériau (2) Chaucer (1) CHE GUEVARA (1) Cialente (1) Cicerone (8) Cimabue (4) Cino da Pistoia (1) Città del Vaticano (3) Clarke (1) Classici (26) Classicismo (1) Cleland (1) Collins (1) COMMUNITY (2) Comunismo (28) Condillac (1) Constable (4) Copernico (2) Corano (1) Cormon (2) Corot (9) Correggio (4) Cosmesi (1) Costa (1) Courbet (9) Cousin il giovane (2) Couture (2) Cranach (3) Crepuscolari (1) Crespi (2) Crespi detto il Cerano (1) Creta (2) Crispi (1) Cristianesimo (3) Crivelli (2) Croce (1) Cronin (1) Cubismo (1) CUCINA (9) Cucina friulana (2) D'Annunzio (1) Dadaismo (1) Dalì (5) Dalle Masegne (1) Dante Alighieri (8) Darwin (2) Daumier (6) DC (1) De Amicis (1) De Champaigne (2) De Chavannes (1) De Chirico (4) De Hooch (2) De La Tour (4) De Nittis (2) De Pisis (1) De' Roberti (2) Defoe (1) Degas (16) Del Piombo (4) Delacroix (6) Delaroche (2) Delaunay (2) Deledda (1) Dell’Abate (2) Derain (2) Descartes (2) Desiderio da Settignano (1) Dickens (8) Diderot (2) Disegni (2) Disegni da colorare (10) Disegni Personali (2) Disney (1) Dix (3) Doganiere (5) Domenichino (2) Donatello (4) Donne nella Storia (42) Dossi (1) Dostoevskij (7) DOTTRINE POLITICHE (75) Dova (1) Du Maurier (1) Dufy (3) Dumas (1) Duprè (1) Dürer (9) Dylan (2) Ebrei (9) ECONOMIA (7) Edda Ciano (1) Edison (1) Einstein (2) El Greco (9) Eliot (1) Elsheimer (2) Emil Zola (3) Energia alternativa (6) Engels (10) Ensor (3) Epicuro (1) Erasmo da Rotterdam (1) Erboristeria (7) Ernst (3) Erotico (1) Erotismo (4) Esenin (1) Espressionismo (3) Etruschi (1) Evangelisti (3) Fallaci (1) Fantin-Latour (1) Fascismo (26) Fattori (4) Faulkner (1) Fautrier (1) Fauvismo (1) FAVOLE (2) Fedro (1) FELICITÀ (1) Fenoglio (2) Ferragamo (1) FIABE (6) Fibonacci (1) Filarete (1) Filosofi (1) Filosofi - A (1) Filosofi - F (1) Filosofi - M (1) Filosofi - P (1) Filosofi - R (1) Filosofi - S (1) FILOSOFIA (55) Fini (1) Finkelstein (1) Firenze (1) Fisica (5) Fitoterapia (10) Fitzgerald (1) Fiume (1) Flandrin (1) Flaubert (4) Fogazzaro (2) Fontanesi (1) Foppa (1) Foscolo (6) Fougeron (1) Fouquet (4) Fra' Galgario (2) Fra' Guglielmo da Pisa (1) Fragonard (9) Frammenti (1) Francia (2) François Clouet (2) Freud (1) Friedrich (5) FRIULI (8) Futurismo (3) Gadda (2) Gainsborough (14) Galdieri (1) Galilei (2) Galleria degli Uffizi (1) Gamberelli (1) Garcia Lorca (1) Garcìa Lorca (1) Garibaldi (2) Gassendi (1) Gauguin (17) Gennaio (1) Gentile da Fabriano (2) Gentileschi (2) Gerard (1) Gérard (1) Gérard David (2) Géricault (7) Gérôme (2) Ghiberti (1) Ghirlandaio (2) Gialli (1) Giallo (1) Giambellino (1) Giambologna (1) Gianfrancesco da Tolmezzo (1) Gilbert (1) Ginzburg (1) Gioberti (1) Giordano (3) Giorgione (15) Giotto (12) Giovanni Bellini (10) Giovanni della Robbia (1) Giovanni XXIII (8) Giustizia (1) Glossario dell'arte (19) Gnocchi-Viani (1) Gobetti (1) Goethe (9) Gogol' (2) Goldoni (1) Gončarova (2) Gorkij (3) Gotico (1) Goya (11) Gozzano (2) Gozzoli (1) Gramsci (4) Grecia (2) Greene (1) Greuze (4) Grimm (2) Gris (2) Gros (7) Grosz (3) Grünewald (5) Guadagni (1) Guardi (6) Guercino (1) Guest (1) Guglielminetti (1) Guglielmo di Occam (1) Guinizelli (1) Gutenberg (2) Guttuso (4) Hals (3) Hawthorne (1) Hayez (4) Heckel (1) Hegel (6) Heine (1) Heinrich Mann (1) Helvétius (1) Hemingway (3) Henri Rousseau (3) Higgins (1) Hikmet (1) Hobbema (2) Hobbes (1) Hodler (1) Hogarth (4) Holbein il Giovane (4) Hugo (1) Hume (2) Huxley (1) Il Ponte (2) Iliade (1) Impressionismo (85) Indiani (1) Informale (1) Ingres (7) Invenzioni (31) Islam (5) Israele (1) ITALIA (2) Italo Svevo (5) Jacopo Bellini (4) Jacques-Louis David (9) James (1) Jean Clouet (2) Jean-Jacques Rousseau (3) Johns (1) Jordaens (2) Jovine (3) Kafka (3) Kandinskij (4) Kant (9) Kautsky (1) Keplero (1) Kierkegaard (1) Kipling (1) Kirchner (4) Klee (3) Klimt (4) Kollwitz (1) Kuliscioff (1) Labriola (2) Lancret (3) Land Art (1) Larsson (1) Lavoro (2) Le Nain (3) Le Sueur (2) Léger (2) Leggende (1) Leggende epiche (1) Leibniz (1) Lenin (7) Leonardo (43) Leopardi (3) Letteratura (22) Levi Montalcini (1) Liala (1) Liberalismo (1) LIBERTA' (28) LIBRI (23) Liotard (5) Lippi (5) Locke (4) Lombroso (1) Longhi (3) Lorenzetti (3) Lorenzo il Magnifico (1) Lorrain (5) Lotto (6) Luca della Robbia (1) Lucia Alberti (1) Lucrezio (2) Luini (2) Lutero (3) Macchiaioli (1) Machiavelli (10) Maderno (1) Magnasco (1) Magritte (4) Maimeri (1) Makarenko (1) Mallarmé (2) Manet (14) Mantegna (8) Manzoni (4) Maometto (4) Marcks (1) MARGHERITA HACK (1) Marquet (2) Martini (7) Marx (17) Marxismo (9) Masaccio (7) Masolino da Panicale (1) Massarenti (1) Masson (2) Matisse (6) Matteotti (2) Maupassant (1) Mauriac (1) Mazzini (5) Mazzucchelli detto il Morazzone (1) Medicina (4) Medicina alternativa (23) Medicina naturale (17) Meissonier (2) Melozzo da Forlì (2) Melville (1) Memling (4) Merimée (1) Metafisica (4) Metalli (1) Meynier (1) Micene (2) Michelangelo (11) Mickiewicz (1) Millais (1) Millet (4) Minguzzi (1) Mino da Fiesole (1) Miró (2) Mistero (10) Modigliani (4) Molinella (1) Mondrian (4) Monet (14) Montaigne (1) Montessori (2) Monti (3) Monticelli (2) Moore (1) Morandi (4) Moreau (4) Morelli (1) Moretto da Brescia (2) Morisot (3) Moroni (2) Morse (1) Mucchi (16) Munch (2) Murillo (4) Musica (14) Mussolini (5) Mussulmani (5) Napoleone (11) Natale (8) Nazismo (17) Némirovsky (1) Neo-impressionismo (3) Neoclassicismo (1) Neorealismo (1) Neruda (2) Newton (2) Nietzseche (1) Nievo (1) Nobel (1) Nolde (2) NOTIZIE (1) Nudi nell'arte (52) Odissea (1) Olocausto (6) Omeopatia (18) Omero (2) Onorata Società (1) Ortese (1) Oudry (1) Overbeck (2) Ovidio (1) Paganesimo (1) Palazzeschi (1) Palizzi (1) Palladio (1) Palma il Vecchio (1) Panama (1) Paolo Uccello (5) Parapsicologia (1) Parini (3) Parmigianino (3) Pascal (1) Pascoli (3) Pasolini (3) Pavese (3) Pedagogia (2) Pellizza da Volpedo (2) PERSONAGGI DEL FRIULI (30) Perugino (3) Petacci (1) Petrarca (4) Piazzetta (2) Picasso (8) Piero della Francesca (8) Piero di Cosimo (2) Pietro della Cortona (1) Pila (2) Pinturicchio (2) Pirandello (2) Pisanello (2) Pisano (1) Pissarro (10) Pitagora (1) Plechanov (1) Poe (1) Poesie (4) Poesie Classiche (18) POESIE di DONNE (2) Poesie personali (16) POETI CONTRO IL RAZZISMO (1) POETI CONTRO LA GUERRA (18) Poliziano (1) Pollaiolo (4) Pomodoro (1) Pomponazzi (1) Pontano (1) Pontormo (1) Pop Art (1) Poussin (9) Pratolini (1) Premi Letterari (3) Prévost (1) Primaticcio (2) Primo Levi (1) Problemi sociali (2) Procaccini (1) PROGRAMMI PC (1) Prostituzione (1) Psicoanalisi (1) PSICOLOGIA (5) Pubblicità (1) Pulci (1) Puntitismo (3) Puvis de Chavannes (1) Quadri (2) Quadri personali (1) Quarton (2) Quasimodo (1) Rabelais (1) Racconti (1) Racconti personali (1) Raffaello (20) Rasputin (1) Rauschenberg (1) Ravera (1) Ray (1) Razzismo (1) Realismo (3) Rebreanu (1) Recensione libri (15) Redon (1) Regina Bracchi (1) Religione (7) Rembrandt (10) Reni (4) Renoir (19) Resistenza (8) Ribera (4) RICETTE (3) Rimbaud (2) Rinascimento (3) RIVOLUZIONARI (55) Rococò (1) Roma (6) Romantici (1) Romanticismo (1) Romanzi (3) Romanzi rosa (1) Rossellino (1) Rossetti (1) Rosso Fiorentino (3) Rouault (1) Rousseau (3) Rovani (1) Rubens (13) Russo (1) Sacchetti (1) SAGGI (11) Salute (16) Salvator Rosa (2) San Francesco (5) Sannazaro (2) Santi (1) Sassetta (2) Scapigliatura (1) Scheffer (1) Schiele (3) Schmidt-Rottluff (1) Sciamanesimo (1) Sciascia (2) Scienza (8) Scienziati (13) Scipione (1) Scoperte (33) Scoto (1) Scott (1) Scrittori e Poeti (24) Scultori (2) Segantini (2) Sellitti (1) Seneca (2) Sereni (1) Sérusier (2) Sessualità (5) Seurat (3) Severini (1) Shaftesbury (1) Shoah (7) Signac (3) Signorelli (2) Signorini (1) Simbolismo (2) Sindacato (1) Sinha (1) Sironi (2) Sisley (3) Smith (1) Socialismo (45) Società segrete (1) Sociologia (4) Socrate (1) SOLDI (1) Soldi Internet (1) SOLIDARIETA' (6) Solimena (2) Solženicyn (1) Somerset Maugham (3) Sondaggi (1) Sorel (2) Soulages (1) Soulanges (2) Soutine (1) Spagna (1) Spagnoletto (4) Spaventa (1) Spinoza (2) Stampa (2) Steinbeck (1) Stendhal (1) Stevenson (4) Stilista (1) STORIA (68) Storia del Pensiero (81) Storia del teatro (1) Storia dell'arte (123) Storia della tecnica (24) Storia delle Religioni (47) Stubbs (1) Subleyras (2) Superstizione (1) Surrealismo (1) Swift (3) Tacca (1) Tacito (1) Tasca (1) Tasso (2) Tassoni (1) Ter Brugghen (2) Terapia naturale (18) Terracini (1) Thomas Mann (6) Tiepolo (4) Tina Modotti (1) Tintoretto (8) Tipografia (2) Tiziano (18) Togliatti (2) Toland (1) Tolstoj (2) Tomasi di Lampedusa (3) Toulouse-Lautrec (5) Tradizioni (1) Troyon (2) Tura (2) Turati (2) Turgenev (2) Turner (6) UDI (1) Ugrešić (1) Umanesimo (1) Umorismo (1) Ungaretti (3) Usi e Costumi (1) Valgimigli (2) Van Der Goes (3) Van der Weyden (4) Van Dyck (6) Van Eyck (8) Van Gogh (15) Van Honthors (2) Van Loo (2) Vangelo (3) Velàzquez (8) Veneziano (2) Verdura (1) Verga (10) Verismo (10) Verlaine (5) Vermeer (8) Vernet (1) Veronese (4) Verrocchio (2) VIAGGI (2) Viani (1) Vico (1) Video (13) Vigée­-Lebrun (2) VINI (3) Virgilio (3) Vittorini (2) Vivanti (1) Viviani (1) Vlaminck (1) Volta (2) Voltaire (2) Vouet (4) Vuillard (3) Warhol (1) Watson (1) Watteau (9) Wells (1) Wilde (1) Winterhalter (1) Witz (2) Wright (1) X X X da fare (34) Zurbarán (3)