martedì 22 gennaio 2008

UNA DOMENICA POMERIGGIO ALL'ISOLA DELLA GRANDE JATTE (One Sunday afternoon on the island of La Grande Jatte) - George-Pierre Seurat


DOMENICA POMERIGGIO ALLA GRANDE JATTE (1884-1886)

George Seurat (1859-1891)
Pittore francese
Art Institute di Chicago
Olio su tela cm. 207 x 308


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Pixel 1770 x 2500 - Mb 2,39


George-Pierre Seurat (Parigi 2.12.1859 – Parigi 29.3.1891), influenzato da Millet e da Ingres e dai classici, sovrappose alla lezione degli impressionisti, con i quali espose nel 1884 al Salon des Indépendants, una ricerca di rigore formale che, unitamente ad un senso di staticità e attesa, preluse al simbolismo. Esponente del “pointellisme”, condusse approfondite ricerche sulla percezione visiva. La sua opera fu importante per lo sviluppo del cubismo e del futurismo.
Seurat iniziò a dipingere LA GRANDE JATTE nel giorno dell’Ascensione del 1884. L’artista giunse alla redazione finale, preceduta da una lunga serie di disegni e studi, nel maggio 1885, ma il risultato non deve averlo poi tanto soddisfatto se ritoccò la tela nel 1886. Esposta per la prima volta all’ultima mostra degli Impressionisti nel 1886, l’opera partecipò poi al Salon des Indépandants. Dalla collezione privata della famiglia Seurat passò nel 1900 alla pittrice impressionista Lucie Cousturier. Nel 1924 la Galleria Vildrac la vendette ai Bartlett di Chicago che poi la donarono all’Art Institute di Chicago.

UNA DOMENICA POMERIGGIO ALL’ISOLA DELLA GRANDE JATTE questo è il titolo completo di questa grande opera, senz’altro la più famosa di Seurat, ed è considerata come un grande affresco degli usi della società borghese parigina di fine secolo che, come voleva la moda, la domenica pomeriggio si recava a passeggio presso la piccola isola sulla Senna. Attraverso la lunga fase di realizzazione, Seurat riuscì progressivamente a superare la tecnica impressionista, a favore della totale applicazione della sua visione della luce e dei colori. A stimolare l’artista erano stati alcuni studi teorici sull’argomento: la ricerca di Charles Blanc, che partendo dal cromatismo di Delacroix era giunto ad affermare che il colore si forma non nella tavolozza bensì nell’occhio dell’osservatore; l’opera del chimico Chevreul, che aveva scoperto il contrasto simultaneo dei colori, cioè un colore primario ottIene il massimo di intensità se si avvicina ad un colore complementare; infine il libro dell’americano Rood, CHROMATICS.

Lo studio di questi testi e l’esperienza impressionista, condussero Seurat al Pointellisme, una sequenza di toni complementari stesi sulla superficie pittorica con brevi pennellate, tecnica che l’artista portò alle estreme conseguenze nelle opere più tarde. Infatti nella GRANDE JATTE è evidente come l’artista applichi questa complessa tecnica per la prima volta, tanto che sulla superficie permangono vaste zone tratteggiate anziché punteggiate. Alla precisione cromatica corrisponde la costruzione dello spazio organizzato secondo precise regole che non tengono conto della prospettiva quattrocentesca: ma questo espediente servì a Seurat per rendere visibili allo spettatore anche i personaggi – icone appena accennate – posti in lontananza.


REAZIONI E CRITICHE

Quando fu esposta alla settima mostra degli Impressionisti del 1886, LA GRANDE JATTE suscitò reazioni diversificate fra il pubblico, perplesso per la nuova tecnica sperimentata da Seurat. Tutti criticarono la scelta di Degas di accogliere nella mostra un lavoro a loro giudizio discutibile, e non compresero le novità delle opere divisioniste di Signac e di Lucine e Camille Pisarro. In aperta polemica con le qualità di questi dipinti, il pittore Stevens, amico di Manet,si divertiva ad accompagnare gli amici a visitare la mostra. Alla presentazione dell’opera all’esposizione allestita a New York, una recensione della mostra apparsa sul “The Sun” dell’ 11 aprile 1886 stroncò l’opera di Seurat definita:- Il mostruoso quadro coi bagnanti (…) frutto di una mente rozza e volgare.
A difesa del lavoro di Seurat e compagni si mosse lo scrittore Félix Fénéon, uno dei padri del simbolismo letterario, che per motivare il suo giudizio favorevole pubblicò il piccolo volume LES IMPRESSIONISTES EN 1886. A questo scrittore si deve l’appellativo del gruppo di “Neo-Impressionisti” che si impose a quello scelto da Seurat di “Cromo-Luministi”.



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MOBY DICK - Herman Melville

FU LA BALENIERA L'UNIVERSITÀ DI MELVILLE

La grandiosità dell'ispirazione, l'esaltazione dell'audacia e dello spirito di intraprendenza per il dominio della natura, il profondo sentimento di fratellanza per tutti gli uomini, fanno di Melville uno dei massimi scrittori della letteratura americana. Nato il primo agosto del 1819 da una famiglia non agiata, e rimasto orfano a tredici anni, seguì i corsi magistrali, ma, ad un certo momento, attratto dal richiamo del mare, si arruolò come mozzo, poi come baleniere. Servì anche nella marina militare (1841-1844). La seconda parte della sua vita, dopo il quinquennio della grande attività letteraria, fu oscuro e mediocre…, fece il controllore delle dogane di New York, scrisse modeste poesie (a celebrazione dei maggiori fatti d'arme della Guerra Civile…, durante la quale si schierò coi Nordisti). Morì il 28 settembre 1891.
Nell'agosto del 1851 alcuni giornali diffusero la seguente notizia… "Una nave appartenente ad un armatore degli Stati Uniti, registrata col nome di Ann Alexander, è colata recentemente a picco in circostanze particolarmente straordinarie. Non una tempesta o un incendio a bordo sono state le cause del naufragio, bensì la collisione con un'enorme balena che ha scatenato la sua ira sullo scafo, ripetutamente colpendolo con la coda".
Proprio in quello stesso periodo, era uscito nelle librerie americane un lungo romanzo, opera di uno scrittore che godeva di una certa popolarità per alcuni libri ambientati nei Mari del Sud…, il suo nome era Herman Melville.
A chi l'aveva letto veniva immediatamente fatto di dare un nome al terribile cetaceo che aveva provocato la sciagura dell'Atlantico Settentrionale riportata dai giornali… Moby Dick. Così infatti Melville aveva chiamato il personaggio principale del suo libro, una grande balena bianca che, nella scena finale, faceva subire ad una nave che le dava la caccia, il "Pequod", la stessa fine subita dall'Ann Alexander. Lo stesso autore, letta la notizia, scrisse ad un amico… "…ecco Moby Dick che viene in persona… Che sia proprio una sorprendente coincidenza è il meno che si possa dire. Quanto a me, non ho alcun dubbio che sia lo stesso Moby Dick, perché non si è ancora mai saputo che sia stato catturato, dopo la triste sorte toccata al Pequod un quattordici anni fa".
Di capodogli, di megattere, di narvali, di "focene urrah", cioè dei tanti componenti della grande famiglia delle balene, certo Melville se ne intendeva. Era stato quattro anni in mare… due interi a bordo di una baleniera, sulle quali aveva compiuto, come egli stesso diceva, la "sua università".
Di questo periodo della sua vita, lo scrittore ricordò i momenti avventurosi e felici in due libri … "Typee" ed "Omoo". L'incantevole scenario delle Isole dei Mari del Sud, la primitiva e paradisiaca esistenza degli indigeni non ancora corrotta dalla presenza dei bianchi (e Melville ha aspre parole contro i metodi di colonizzazione a base di preti e di alcool) vengono celebrati in pagine che contribuiranno a creare il fascino dell'Oceano Pacifico… quel fascino che tanta influenza eserciterà su molti intellettuali d'Europa (si pensi soltanto, e per tutti, a Gauguin).
Stabilitosi definitivamente in terra ferma si mise a fare lo scrittore… e nel giro di un quinquennio pubblicò le sue opere maggiori.
Stagione particolarmente felice, quei cinque anni, per la letteratura americana…, nel 1850 escono "Uomini rappresentativi", una serie di conferenze sui maggiori spiriti della storia umana, considerati da un moralista americano, Waldo Ralph Emerson, e "La lettera scarlatta", il forte romanzo di Hawthorne contro i pregiudizi e l'intolleranza…, nel 1851, "Moby Dick" di Melville…, nel 1855, "Foglie d'erba", la raccolta di versi del grande poeta democratico Walt Witman. Anche se letteralmente non può stare alla pari con queste opere, non si può dimenticare che nel 1852 viene pubblicata "La capanna dello zio Tom".


LA STORIA DELLA BALENA BIANCA

"Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa, non importa sapere con precisione quanti, avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo"…., così comincia la sua narrazione il personaggio che racconta in prima persona la storia di Moby Dick. Come Melville, anche Ismaele era in terra ferma, maestro elementare… ma il tedio della vita nella grande città, il senso opprimente che danno gli uomini "rinchiusi negli steccati, legati ai banchi, inchiodati ai sedili, avvinti alle scrivanie", lo spingono verso l'aperto mare.
Fatta amicizia, durante il viaggio, in una vecchia e affumicata locanda, con Quiqueg, un ramponiere selvaggio (e qui certamente Melville contrappone questa fraternità tra uomini di razza diversa al razzismo dominante nel suo paese…, in Moby Dick egli celebra, infatti, di fronte alla schiavitù che costituiva la grande vergogna degli stati Uniti, l'eguaglianza di tutti gli uomini, la loro solidarietà nell'avventura e nel pericolo), Ismaele arriva a Nautucket, capitale della baleneria americana, e si imbarca sul Pequod..
Il libro, con la partenza della nave, descrive a lungo la gente di bordo, sulla quale esercita il comando il capitano Achab. Personaggio di straordinario rilievo drammatico… "foggiato di uno stampo inalterabile", quest'uomo in eterna lotta col mare non la caccia alle balene persegue, ma la vendetta contro una grande balena bianca che un giorno lontano lo ha "disalberato" portandogli via con un morso una gamba. Achab non è un eroe, ma un folle, e il suo equipaggio è formato da gente raccogliticcia, coraggiosa per disperazione o per patetica influenzabilità. Anche la balena fa apparizioni perplesse non esenti da vero terrore. Forte della sua superiorità corporea attacca, ma più spesso fugge. Il baleniere va allo sbaraglio della caccia sognando l'ozio che verrà, più che assettato di sangue e di guerra. L'ideale di Melville culmina in Ismaele, un marinaio che può remare coi colleghi illetterati mezza giornata dietro a un capodoglio e che poi si ritira sulla testa d'albero a meditare Platone. Un bianco che simpatizza per i negri e gli indiani, un cattolico che accetta tranquillamente l'idolatria del suo amico cannibale, un newyorkese che ritiene altre culture assolutamente pari alla sua.
La parte centrale contiene una specie di trattato sulle balene…, Melville accompagna, con gli occhi di Ismaele, il lettore nel regno dei grandi cetacei, esaminandone le caratteristiche e abitudini. Ismaele ha della balena bianca un'idea diversa da quella di Achab, essa è prima di tutto un portentoso spettacolo e per questo si preoccupa in pagine e pagine di analizzarlo, sezionarlo, descriverlo, parti interne e parti esterne, leggenda e verità, lunghe descrizioni di come avviene la cattura, l'uccisione, lo sventramento. Non un momento il suo racconto diventa arido o noioso, sotteso com'è da un'esaltante visione del mondo come di una gigantesca lotta contro la natura, da una possente gioia per una piena, completa esistenza fisica…, da esso le figure dei suoi balenieri balzano fuori come quelle di personaggi eroici, che nel lavoro quasi divinizzano la loro umanità.
Presenza incombente di tutto il libro a lei intitolato, la balena bianca appare di persona soltanto alla fine. Quasi si dubitava della sua reale esistenza. Non fosse stato per i segni sempre drammatici del suo passaggio, navi distrutte, arti estirpati, naufraghi e morti, Moby Dick avrebbe potuto essere una fantasia di Achab. Invece è Moby Dick, il candido mostro, di carne e ossa.
"Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come un mucchio di neve! E' Moby Dick!"…, alla fine, la balena bianca viene avvistata dal capitano Achab, e comincia la sequenza conclusiva. Per quanto Achab si prodighi nel descriverne la natura criminale, inevitabilmente noi parteggiamo per la balena, che è in fondo la parte di Ismaele, saggio e umile frequentatore dei misteri, non a caso risparmiato dal fato che si è incarnato in Moby Dick. Per tre giorni, gli uomini del Pequod cercano di colpire a morte Moby Dick, che, invece, riesce a sfuggire allo spietato rampone di Achab, e scatena il suo furore sulla nave, affondandola. L'unico superstite sarà Ismaele.

FEDE NELLA GRANDEZZA DELL'UOMO

I critici di Melville hanno particolarmente insistito sul contenuto simbolico di Moby Dick, attribuendo ai suoi personaggi delle significazioni mistico-religiose. La disperata corsa di Achab per tutti gli Oceani dietro il soffio della grande balena sarebbe l'ansiosa ricerca di Dio da parte dell'uomo…, e qui poi si discute di quale Dio si tratti, dal momento che esso viene identificato col terribile cetaceo… il Dio della fede puritana arcigno e severo, o il tremendo Jehova dell'Antico Testamento? In effetti, la simbologia di Melville è tutta letteraria…, essa nasce da una prosa che trae la sua suggestione dal gusto settecentesco delle immagini, dei riferimenti, delle citazioni, dalla imitazione, non pedissequa, ma intimamente aderente al suo tema, di Shakespeare. Se una religiosità c'è in Moby Dick, questa si fonda sulla fede di Melville nello spirito umano, nella grandezza dell'uomo, in una vita libera e piena.
"Il grande respiro di Moby Dick si deve principalmente al desiderio di entrare quanto più addentro possibile nel campo immensamente vasto dell'esperienza". Era questo il desiderio dell'epoca…, sempre più ad Ovest si spingevano i pionieri, nell'Est sorgeva la grande industria, uomini di stato e giuristi proclamavano la necessità di abbattere l'istituto della schiavitù, esaltavano la democrazia e il liberalismo.
In Melville, però, si trova qualcosa di più…, la critica cioè, a quel che di negativo c'era nella società nella quale viveva, fosse esso un residuo del passato (l'odio di razza, la schiavitù) o una tara del presente (il burocratismo, l'affarismo sfrenato, la corruzione nei costumi, e di qui la contrapposizione della vita pura e felice negli arcipelaghi dei Mari del Sud). Vi è anche la condanna dell'assurda legge che divide gli uomini in ricchi e poveri (si legga per esempio oltre le efficientissime pagine di "Redburn", storia di un povero ragazzo, "Il budino del povero e le briciole del ricco" nei "Racconti della Veranda"), la ribellione contro i metodi in uso negli eserciti (Blusa bianca), contro le ingiustizie (Billy Budd… l'innocente gabbiere di parrocchetto che viene impiccato sull'albero di maestra )…., l'ironia, infine, contro le mistificazioni commerciali o pseudoreligiose, come nell"Uomo della confidenza", storia di un truffatore di volta in volta si presenta sotto vesti diverse ai passeggeri di uno show-boat, o come nel "Tavolino di legno di melo", in cui tutta una famiglia è soggiogata da un tavolino che "parla"… ma a farlo parlare sono soltanto due innocui coleotteri.
Melville… , uno scrittore che descrive con stupefacente dolcezza l'amicizia, anche fisica, fra un bianco e un negro, fra un uomo e un altro uomo…, uno scrittore che nel secolo del realismo e della piena fiducia nel romanzo in terza persona e dell'onniscienza del narratore, sente il bisogno di scoprire subito le carte della finzione e dell'incertezza d'identità in un incipit che è fra i più semplici e spettacolari della storia della letteratura…"Chiamatemi Ismaele…".
Nelle ultime pagine del libro Ismaele si riconosce orfano… ma di chi? Di Achab?, del Pequod? Di Moby Dick? E Moby Dick, dunque, non era altro che quel padre-madre da cui è necessario staccarsi per affrontare soli i mari e le tempeste della maturità? Oppure Ismaele è Adamo, escluso per sempre dal Paradiso che sarà attingibile solo attraverso un'insaziabile nostalgia? …Achab non è tanto diverso da don Chisciotte e la balena bianca, non è altro che una delle tante incarnazioni dei nostri ingannevoli mulini a vento.
Ma ora il gorgo si è chiuso sulla nave, su Achab, su Moby Dick. Gli abissi si sono aperti, ma solo per nascondere meglio il loro segreto. Non resta che la superficie e la necessità del navigare.

Moby Dick, fu fatto conoscere in Italia da Cesare Pavese, che lo tradusse nel 1932 (edizione Frassinetti - Torino)… e ci fece notare che "Moby Dick rappresenta un antagonismo puro, e perciò Achab e il suo Nemico formano una paradossale coppia di inseparabili" E qui ci si può sbizzarrire… Uomo-Natura…, Male-Bene…, Terra-Acqua…, Materiale-Spirituale…, ma anche certamente e soprattutto Maschile-Femminile…, Yin e Yang….
Seguirono poi, presso vari editori, quasi tutte le altre opere. L'editore Einaudi ha pubblicato "I racconti della veranda" in un volume intitolato "Racconti" (esso comprende, tra gli altri, anche "Billy Budd", "Le Encantadas", e la storia di "Bartleby lo scrivano", uno strano tipo di travet che ad un certo momento comincia a ribellarsi alla sua meschina sorte rispondendo a qualsiasi richiesta gli venga fatta con la frase … "Preferisco di no".


MOBY DICK
Herman Melville
2004 - Editore RIZZOLI
Collana - Classici stranieri B.U.R.
Traduttore Pina Sergi
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VITTORE CARPACCIO - (1455 circa - 1526 circa)

     
 Ritratto di cavaliere (1510)
Vittore Carpaccio (1455 - 1526)
Museo Thyssen-Bornemisza a Madrid
Tempera su tela cm 218 x 152


Quando si guardano i quadri di Vittore Carpaccio, l’impressione immediata che se ne ha è quella di un pittore nitido, chiaro e gradevole: un pittore che ama raccontare favole, leggende e miracoli senza preoccuparsi d’altro. E certo questa dote di narratore, che è la sua vena profonda, è la dote che piacque subito ai suoi contemporanei e che, fra tanti altri pittori, gli assicurò un largo consenso popolare. Ma in realtà, quando si incomincia a guardare più da vicino la personalità e l’arte del Carpaccio, ci si accorge che dietro la limpida piacevolezza narrativa, c’è invece un complesso confluire di motivi culturali e stilistici, un processo di formazione ancora oggi non completamente spiegato, tutta una serie insomma di suggestioni e di influenze che gli provengono dalle sponde più diverse.
Del resto l’ambiente veneziano in cui egli si trovò ad operare fu uno dei più ricchi di ragioni e di interessi culturali, nonché dei più fervidi artisticamente. Il pensiero scientifico ed umanistico dell’Università di Padova aveva in Venezia un’eco vivissima, tanto che una Scuola di logica e filosofia naturale nacque qui, a Rialto, accanto a quella d’impostazione più letteraria che già dalla metà del ‘400 si era aperta presso la Cancelleria di San Marco.
E’ il Rinascimento che si afferma con pienezza nell’ambito di una società che sta toccando il suo massimo splendore. La città stessa sta rinnovandosi, mutando i caratteri del gotico fiorito, che aveva avuto in edifici come Ca’ d’Oro la sua espressione più definita, nel segno della nuova concezione architettonica di gusto toscano. E così è per la pittura, che in Giovanni Bellini vede risolversi nell’ultimo decennio del secolo anche le residue rigidità della prima lezione mantegnesca in un colore sensibile, vibrante, pregiorgionesco, mentre con Alvise Vivarini accoglie e diffonde il senso della plasticità di Antonello da Messina, che a Venezia aveva lavorato dal ’75 al ’76. E a tutto ciò bisogna aggiungere che la Serenissima, particolarmente in questo periodo, è pure aperta all’influenza dell’arte fiamminga, nonché dell’arte tedesca che si fa strada nella laguna attraverso la diffusione di stampe e xilografie.
Queste sommarie indicazioni possono quindi far capire quale dovizia di suggerimenti culturali e specificatamente figurativi premessero su Carpaccio, nato intorno al 1455, negli anni della sua formazione e dei suoi primi risultati pittorici. Di tutta questa varietà di modi, di tendenze, di gusti, egli non trascurò nulla, assimilando ogni dato e rifondendolo nel proprio temperamento e nella propria visione. In lui ha agito il preziosismo cromatico del gotico internazionale, l’inclinazione per il racconto e per le decorazioni architettoniche di Gentile Bellini, il fascino per le nitide volumetrie dei seguaci di Antonello da Messina, l’esperienza dei ferraresi, dove si annodava l’insegnamento di Piero della Francesca, del fiammingo Van Der Weyden e del Mantenga, nonché, più tardi, la lezione di Giovanni Bellini, il suo modo di fondere figure e paesaggio; e non è esclusa, secondo alcuni studiosi, neppure un’influenza umbro-toscana.
Ma tutti questi dati non conterebbero granché se nel Carpaccio non diventasse parte integrante della sua stessa forza creativa, già autonoma, già pienamente compiuta e di inconfondibile fisionomia nel ciclo della Scuola di Sant’Orsola, cioè nella sua prima vasta opera narrativa, di otto tele, che egli eseguì dal 1490 al 1495, ispirandosi ala leggenda tratta dalla “Vita dei Santi” di Jacopo da Varazze, vescovo di Genova nel XIV secolo. Le “Scuole”, a Venezia, erano delle associazioni in cui si raccoglievano i cittadini di una stessa professione o gli stranieri di medesima provenienza allo scopo di prestarsi uno scambievole aiuto: tali “Scuole”, nel periodo più prospero della Repubblica, ebbero una notevole importanza come centri di vita sociale e le loro sedi, quelle almeno delle “Scuole” maggiori, diventarono famose per la magnificenza del loro decoro. Di queste “Suole” il Carpaccio è stato senz’altro il maestro preferito, il più ricercato, quello che ha avuto il maggior numero di commissioni, come lo attestano, oltre il “ciclo” pittorico della Scuola di sant’Orsola, i “Cicli” della scuola di San Giorgio, degli Albanesi e di Santo Stefano.
Carpaccio doveva avere trent’anni quando dipinse la prima tela della leggenda di Sant’Orsola: una curiosa, patetica e tragica leggenda, in cui si racconta ome Orsola, figlia del re di Bretagna, dopo aver sposato Ereo, figlio del re d’Inghilterra, venga poi trucidata dagli Unni insieme col marito e lo stesso papa che li ha uniti in matrimonio. Carpaccio ha dipinto i vari episodi della leggenda attualizzandoli, dando ad essi la vivacità di un fatto “contemporaneo”: palazzi, navi, costumi, personaggi, ogni cosa ed ogni figura appartengono al mondo veneziano, anche se la fantasia dell’artista si diverte ad inventare architetture e paesaggi Carpaccio non si accontenta di rappresentare il nucleo centrale dell’episodio; egli si diffonde a narrare minuziosamente i gesti, gli atteggiamenti, le fisionomie di numerose altre figure di contorno: anzi, la cura che mette in questo racconto è tale che queste figure stesse diventano spesso centrali, dando alla rappresentazione il senso vario e folto di autentiche scene di vita cittadina: qui un gruppo di patrizi discorre sotto un portico, laggiù dei giovani portano cani al guinzaglio, da una arte, al limite del molo, è attaccata una nave a vela, più lontano un gondoliere rema verso un’isola della laguna. Ogni particolare insomma usufruisce di questa recisa verità di osservazione e la composizione acquista in tal modo una straordinaria ricchezza. Ma questo amore per la vita, per la cronaca della sua città, si può riscontrare soprattutto in una tela come IL MIRACOLO DELLA RELIQUIA DELLA SANTA CROCE: qui il miracolo dell’ossesso che è liberato dal demonio quasi sparisce e il quadro brulica di personaggi, di dignitari, di nobili, di popolani nella prospettiva del Canal Grande, presso il Ponte di Rialto allora ancora costruito in legno con la parte centrale mobile per consentire il passaggio delle navi. La gente è sulle terrazze, ai davanzali, ai balconi; le dame, dentro le gondole, fanno la loro quotidiana passeggiata; sui tetti si stendono i panni; nel cielo si leva la fitta selva dei tipici camini veneziani a imbuto, mentre una luce dolce, quasi crepuscolare, si distende su ogni cosa, sulle facciate delle case, sull’acqua già buia.
E’ veramente singolare il modo in cui Carpaccio riesce a dare il senso della vita della sua città e al tempo stesso a rivelarne l’incanto, il fascino lucido, acuto, oggi diremmo “metafisico”. Certo in lui alcuni schemi della staticità primitiva ancora resistono sotto la realistica visione delle cose: ma forse è proprio questa “staticità” nella ricca varietà delle scene, che crea quel contrasto poetico che costituisce il carattere peculiare della pittura carpaccesca.
Tale carattere lo si scopre in ogni altra opera del Carpaccio, in quelle che ho citato e in altre ancora, come l’AMBASCIATA DELLE AMAZZONI A TESEO, SAN GEROLAMO NELLO STUDIO, LE CORTIGIANE, IL COMPIANTO SUL CRISTO MORTO. In quest’ultima opera, databile tra il 1505 e il 1510, la favolosa fantasia del Carpaccio si muove con estrema libertà nella dimensione del macabro, dell’allucinazione, mantenendo tuttavia il rigore, la definitezza, la tesa lucidità che le è consueta.
Di fronte alle opere del Carpaccio vien la voglia di lasciarsi andare, di abbandonarsi interamente alla suggestione dei suoi mirabili racconti, alle sue dolci geometrie, alla sua luce, alla sua gioia per il colore, al gusto delle sue insistenze sui particolari. Si sente in lui la felicità di scoprire il mondo, d’intendere la magia e la meraviglia della natura. Per rendersene conto basta, per esempio, far caso all’attenzione con cui egli dipinge gli animali: i cani levrieri, i bianchi cagnolini arruffati che tengono compagnia tanto alle dame che ai santi, i pavoni, i pappagalli d’Oriente, i leoni, i conigli, i cavalli, gli uccelli esotici, gli avvoltoi, la faina, i colombi, le tortore, i camosci: in questi animali favola e fantasia si fondono ad una viva curiosità, ad un intenso amore della natura, che è amore rinascimentale, amore totale per la bellezza e verità del mondo
Carpaccio è morto tra il 1525 e il 1526: nell’ultimo periodo della sua vita la pittura veneziana stava orientandosi in una direzione diversa, la direzione aperta dal Giorgione e proseguita dal Tiziano. Ma egli ormai aveva toccato l’apice della sua grandezza, che fa di lui uno degli artisti più singolari e felici di tutta l’arte italiana del Quattrocento.


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SPOSALIZIO DELLA VERGINE (1504-1505) Vittore Carpaccio

LA DISPUTA DI SANTO STEFANO (1514) - Vittore Carpaccio


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