lunedì 14 gennaio 2008

LA LIBERTA’ CHE GUIDA IL POPOLO (Liberty Leading the People) - Eugène Delacroix


LA LIBERTA’ CHE GUIDA IL POPOLO
( 1830)
Eugène Delacroix (1798-1863)
Museo del Louvre - Parigi
Romanticismo (Particolare)
Olio su tela cm. 325 x 260
Clicca immagine per un'alta risoluzione
Pixel 2550 x 1790 - Mb 1,92


La tela, eseguita nel 1830, pervenne al Museo del Louvre solo nel 1874, dopo un percorso alquanto travagliato che l’aveva tenuta lontana dal pubblico a causa del suo contenuto rivoluzionario.
L’opera raffigura una scena dell’insurrezione che, nel luglio del 1830, pose fine al "terrore bianco" instaurato dall’ultimo dei Borboni, Carlo X, e alla Restaurazione (nel tempo... parlerò ampiamente di questo periodo storico).
Essa è considerata dalla critica come la prima composizione politica nella storia della pittura moderna.
Fu eseguita nello stesso anno in cui avvennero i fatti cui fa riferimento e fu acquistata dal Museo Royal nel 1831: Luigi Filippo non ebbe tuttavia il coraggio di esporla e la collocò provvisoriamente al Lussemburgo.
L’opera non può non essere considerata un vero e proprio quadro storico, in quanto la scena non riporta un fatto preciso, realmente avvenuto, ma si può ritenere semmai un dipinto realistico per la rappresentazione dei personaggi veristicamente ritratti con quelle caratteristiche proprie del ceto sociale di appartenenza. Su queste figure, tese nello sforzo rivoluzionario, spicca quella della Libertà, che è però resa in modo più allegorico che reale.
Da notare che Delacroix ha raffigurato se stesso nella veste del giovane studente con il fucile in mano. Proprio nella perdita della solennità classica sta la differenza più evidente tra i personaggi che compaiono nell’opera di Delacroix e quelli che animano LA ZATTERA DELLA MEDUSA (1818-1819) di Géricault, con cui la critica ha sempre visto alcune assonanze. E se ci sono analogie nella posizione assunta dai protagonisti e nella resa in crescendo del movimento, nell’opera di Delacroix questo movimento si trova invertito, culminante nello slancio della Libertà che si protende in avanti verso lo spettatore; i dati realistici, presenti in entrambe le opere, sono esaltati dalla caratterizzazione della condizione sociale dei soggetti.
Per quanto riguarda il colore, si possono cogliere riferimenti a Rubens: esso infatti si presenta fluido, con ampie possibilità di timbro e di tono, e avvolge le figure in un’atmosfera carica di emotività.
L’artista sembra così partecipare, almeno sperimentalmente, ai moti del 1830, testimoniando il suo impegno personale e la sua adesione al dramma della rivoluzione.
LA LIBERTA’ CHE GUIDA IL POPOLO, personificazione di tutte le rivoluzioni, ha goduto di grande fortuna in tutto il mondo ed è stata più volte riprodotta con varie tecniche, soprattutto dopo il 1848, quando fu utilizzata per il frontespizio del giornale "Le Salut Public", e successivamente per "La République".
In tempi a noi più vicini, fu impiegata dal generale Charles de Grulle per invitare i Francesi a partecipare al referendum del 21 ottobre 1945.
Renato Guttuso, nel 1957, si ispirò ad essa per il suo disegno LA LIBERTA’ GUIDA IL POPOLO ALGERINO.



LA LIBERTA’ CHE GUIDA IL POPOLO

Immagine completa in cui vediamo Delacroix, a sottolineare la propria adesione alla rivolta, che si ritrae in primo piano, nella figura del giovane insorto con fucile e cappello a cilindro.
Al centro della composizione sventola il tricolore francese sorretto da una giovane donna che avanza decisa: è l'allegoria della Libertà, che si pone alla guida del popolo in rivolta contro la tirannia del potere. Si vedono combattere insieme giovani studenti, povera gente e borghesi benestanti.
Il pittore firmò la propria opera a destra, su uno dei pali usati per la barricata, in colore rosso vivo, a ricordo del sangue versato dagli insorti per conquistare la libertà.


VEDI ANCHE . . .

PROMEMORIA - GIANNI RODARI


  
PROMEMORIA


Ci sono cose da fare ogni giorno:

lavarsi, studiare, giocare,

preparare la tavola a mezzogiorno.


Ci sono cose da fare di notte:

chiudere gli occhi, dormire,

avere sogni da sognare,

orecchie per non sentire.


Ci sono cose da non fare mai,

né di giorno né di notte,

né per mare né per terra:

per esempio, la guerra.


Gianni Rodari 
(Italia, 1920–1980)
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THOMAS MÜNTZER


All’inizio dell’epoca moderna incontriamo una nobile figura di rivoluzionario: il predicatore tedesco Thomas Müntzer, che fu il capo dell’ultima grande rivolta contadina contro le classi feudali.
Era nato a Stolberg, nello Harrz (Germania), verso l’anno 1498 e, dopo aver studiato teologia, era entrato in un convento come cappellano. Ma ben presto si era dato alla predicazione, criticando aspramente la degenerazione della Chiesa di Roma e la corruzione dilagante nella vita ecclesiastica. Le sue prediche si dimostrarono efficaci e riscossero tanto successo tra il popolo, da suscitargli contro forti ostilità da parte delle autorità civili ed ecclesiastiche. Costretto a fuggire da varie città Müntzer si stabilì alla fine in Turingia, e riuscì a creare nella regione un forte movimento popolare che seguiva le sue idee.
Per qualche tempo egli si trovò d’accordo con il monaco tedesco Martin Lutero, il quale, in quei tempi, propugnava una riforma della Chiesa. Con essa ci si proponeva di eliminare i privilegi ecclesiastici ed ogni forma di corruzione e di dare facoltà a tutti i credenti di interpretare liberamente i testi biblici, senza sottostare all’interpretazione ufficiale della Chiesa. Questa eresia religiosa era l’espressione di ben determinati interessi sociali. Nel movimento creato dalla riforma luterana si schieravano infatti tutte le forze contrarie al dominio feudale e alla Chiesa che di quel dominio era il principale sostegno. Con Lutero si muovevano i contadini e i plebei delle città, che aspiravano a liberarsi dalle classi che li opprimevano, si muovevano i principi, la piccola nobiltà ed i borghesi, che miravano ad impadronirsi dei beni della Chiesa.
Ma ad un certo momento Lutero si staccò dagli elementi popolari e prese a sostenere apertamente gli interessi della borghesia, della nobiltà e dei principi. Allora Müntzer lo abbandonò.
Intanto il fermento rivoluzionario dei plebei e dei contadini andava crescendo di giorno in giorno: mentre le classi si dividevano i beni della Chiesa, essi continuavano a rimanere sotto il giogo dei privilegi e delle ingiustizie. Già altre volte, negli anni precedenti (e non soltanto in Germania), i contadini avevano tentato di insorgere per liberarsi dall’oppressione dei signori feudali, ma tutte le insurrezioni erano state soffocate nel sangue.
[In Boemia la lotta contro la Chiesa cattolica ebbe come principale sostenitore Jan Huss (1369-1415), che attaccò apertamente la corruzione della Chiesa. Huss fu accusato di eresia e morì sul rogo. Nel movimento ussita si distinsero allora tre correnti: Una “destra” conservatrice, un “centro” moderato ed una “sinistra” rivoluzionaria, rappresentata dagli starti più poveri, che attraverso la lotta contro la Chiesa speravano di spezzare il loro giogo. Le masse della corrente estremiste tentarono di insorgere contro i nobili ed i borghesi, ma, inferiori di numero, ne furono sconfitte].
In Thomas Müntzer, dopo la sua rottura con Lutero, le masse popolari trovarono una nuova guida. Egli si era messo infatti sul piano dell’agitazione politica, facendosi propugnatore di una società di tipo comunista (che egli chiamava il “regno di Dio” in terra), in cui non ci sarebbero state più né differenze sociali, né proprietà privata, né autorità statale estranea e contrapposta ai membri della società.
Quando, nel marzo 1525, Thomas Müntzer dettò il programma delle rivendicazioni, già in tutta la Germania si era alla vigilia della rivolta. I dodici articoli del programma erano redatti con abilità e moderazione; essi reclamavano un’amministrazione democratica della Chiesa, la soppressione di ogni arbitrio da parte del Clero, la soppressione della servitù, la riduzione dei carichi feudali alla misura fissata nei tempi antichi, la moderazione dell’imposta fondiaria, il ritorno alla comunità delle terre che erano state tolte ingiustamente ai contadini dalla nobiltà.
I contadini si radunarono in schiere armate, incendiarono castelli e conventi. Lutero si mise subito dalla parte dei principi e li incitò alla repressione. Essi, intimoriti dalla grande ondata di rivolte, simularono un armistizio ed attaccarono i contadini a tradimento, prima ancora che l’armistizio fosse scaduto: i cannoni ed i lanzichenecchi ebbero facilmente ragione degli insorti, male armati e poco abituati al combattimento.
Nell’autunno 1525 il moto era schiacciato. Müntzer, fatto prigioniero, fu torturato alla presenza dei principi e decapitato.
La guerra dei contadini (ultimo episodio della quale fu il tentativo di Müntzer) fallì per il profondo contrasto che esisteva tra i ceti borghesi delle città e le masse plebee e contadine. Queste ultime lottavano per l’abbattimento dell’oppressione feudale ed aspiravano confusamente alla distribuzione dei beni, ma non rappresentavano una classe rivoluzionaria capace di introdurre un nuovo modo di produzione da sostituire a quello antico. La classe rivoluzionaria del tempo era proprio la nascente borghesia. Il fatto che essa non appoggiasse la lotta delle masse, ma anzi spesso si unisse ai principi e ai nobili per combatterle, era dovuto al carattere socialmente estremista del movimento popolare.

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