martedì 29 luglio 2008

LES DEUX PENICHES - André Derain

   
LES DEUX PENICHES (1906 circa)
André Derain (1880-1954)
Pittore francese
Musée National d'Art Moderne - Parigi
XX secolo
Tela cm. 80 x 97

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Pixel 1805 x 2500 - Mb 1,89


Anche se non datata, la tela sintetizza perfettamente gli elementi fauves di Derain, tanto da suggerire una collocazione intorno al 1906.
Una indubbia originalità caratterizza la composizione, con le due chiatte viste dall'alto, come fossero appena passate sotto le arcate di un ponte.
Abolita dal pittore la linea orizzontale, le barche puntano verso sinistra scivolando su una massa d'acqua leggera e trasparente, resa da toni vaporosi che ricordano esempi di Turner e Monet.
L'intensità dei colori e la loro distribuzione sulla superficie pittorica sono elementi che indicano l'influenza di Matisse, amico di Derain.
La resa bidimensionale dello spazio è desunta dalle stampe giapponesi, in voga fra gli artisti che operavano a Parigi all'inizio del Novecento.
LES DEUX PENICHES, opera datata intorno al 1906, fu acquistata dal Musée National nel 1972.
Essa è stata presentata all'esposizione dei MAESTRI D'ARTE CONTEMPORANEA allestita al Petit Palais nel 1937, dove erano esposte trenta opere di Derain; tra queste, oltre il nostro, anche il RITRATTO DI VLAMINCK..., il RITRATTO DI DIGNIMONT..., e quello di MADAME CATHERINE HESSLING.

Nato a Chatou il 10 giugno 1880 da una famiglia borghese, André Derain studiò a Parigi presso l'Accademia Carriere, dove incontrò Matisse e diventò amico di Vlaminck.
Finito il servizio militare affittò uno studio in Rue Turlaque. Fu il periodo nel quale sperimentò le ricerche compiute nell'ambiente della scuola fauve, utilizzando una tavolozza assai ricca di colore, come si può percepire da un'opera del 1905, il PONTE DI WESTMINSTER.
Esaurita questa fase, verso il 1908 Derain cercò di approfondire le lezione di Cézanne, arrivando ad una visione della natura più meditata.
Alla vigilia della guerra, grazie anche all'influsso dei primitivi francesi, e della scultura africana, Derain subì una nuova evoluzione, indirizzandosi verso un arcaismo piuttosto asciutto e monumentale.
Negli anni che vanno dal 1914 al 1918, l'artista si dedicò anche alla scultura.
Nel successivo passaggio del dopoguerra, in polemica col proliferare di movimenti come il DADA e il SURREALISMO, André Derain si volse verso un'osservazione della realtà legata all'arte del passato, da Caravaggio a Courbet.
Molto importante in questo senso fu un viaggio studio compiuto in Italia.
In un certo senso la sua ricerca si svolse parallelamente a quella dei maestri italiani del movimento novecentista.
Tra la vasta produzione della maturità ricordo la FORESTA DI FONTAINEBLEU del 1930 e la splendida TAVOLA DI CUCINA, opera precedente, del 1924, in cui sembrano accordarsi varie componenti assimilate dalla lezione di Cézanne, in una nuova sintesi di colore e forma.
Aperto a tutte le esperienze artistiche Derain disegnò anche costumi per balletti, come per la BOTTEGA FANTASTICA, opera realizzata su un tema di Rossini.
A causa di un incidente Derain morì a Garches il 10 settembre 1954.




SANTA GIOVANNA D'ARCO



MOMENTO STORICO

Morto Carlo IV, re di Francia, due suoi parenti, Filippo VI di Valois ed Edoardo III re d'Inghilterra, si contesero il diritto al trono di Francia. La guerra tra i Francesi che sostenevano la casa di Valois e gli Inglesi durò più di un secolo, dal 1339 al 1453. È la famosa "Guerra dei Cento Anni" della quale tutti gli storici hanno parlato.


GIOVANNA D'ARCO


In una notte dell'anno 1412, un furioso galoppo di cavalli svegliò i contadini del villaggio di Domremy, in Lorena. Ma i paesani si guardarono bene dall'uscir di casa: erano tempi brutti, quelli; la guerra, che da quasi un secolo vedeva in lotta Francesi e Inglesi, stava imperversando anche in quella regione. Meglio quindi essere prudenti.
Così il drappello di cavalieri (che portavano sulla corazza lo stemma del duca d'Orléans, fratello del re di Francia) poté raggiungere indisturbato una modesta casetta al centro del paese. Vi abitavano due contadini: Giacomo D'Arco e sua moglie Isabella. Qui i cavalieri si fermarono.
Alcuni cronisti del tempo sostengono che essi avevano avuto l'incarico di nascondere in quella povera casa colonica una bimba di sangue reale. E precisano che la bimba era figlia della regina di Francia Isabella, moglie di Carlo VI, e del suo amante (e cognato) Luigi d'Orléans.
Ancora oggi, dopo più di cinque secoli, l'origine di Giovanna D'Arco rimane sospesa tra verità e leggenda.
Quando Giovanna appare alla ribalta della storia, essa è, almeno ufficialmente, figlia di Giacomo e Isabella d?Arco. Tuttavia ci viene descritta dai contemporanei tutt'altro che come una figura di contadinella. I fini lineamenti del volto, incorniciato dai bei capelli, la voce gentile e delicata, il portamento aggraziato, le conferivano una naturale distinzione. Non sapeva né leggere né scrivere e aveva sempre vissuto la vita semplice del suo villaggio, come le altre fanciulle di Domremy. Eppure era una ragazza "diversa" dalle altre e Giovanna stessa non lo seppe fino a quel pomeriggio dell'anno 1425, in cui ebbe inizio la sua prodigiosa avventura.

"VÀ IN SOCCORSO DEL RE DI FRANCIA"

Giovanna si trovava nell'orto di casa, quando vide scendere dal cielo, improvviso e abbagliante, un raggio di luce. Pietrificata dall'emozione, la fanciulla udì una voce limpidissima, ultraterrena...

Sii buona e saggia, sempre! E recati spesso in Chiesa...".

Poi, silenzio; tutto tornò come prima. Riavutasi dall'emozione, Giovanna decise di non far parola a nessuno di quanto le era successo e attese.
Qualche tempo dopo, l'avvenimento miracoloso si ripeté. Questa volta, alla fanciulla apparve l'arcangelo Michele; il monito fu chiaro, quasi perentorio...

"Và in soccorso del re di Francia".

A quelle parole, Giovanna fu presa da smarrimento: quale aiuto avrebbe mai potuto portare una povera fanciulla inesperta, ignorante come lei? A malapena sapeva dell'esistenza del giovane re, succeduto due anni prima al padre, Carlo VI. Egli viveva a centinaia di chilometri da Domremy: né Giovanna né gli altri paesani lo avevano mai visto. Avevano sentito dire, dai soldati e dai cavalieri di passaggio, che era un giovane debole e che era in gran parte colpa sua se la Francia, invasa dagli Inglesi, stava andando verso lo sfacelo.
Giovanna cadde in ginocchio e disse all'arcangelo Michele...

"Signore, ma io sono soltanto una ragazza; non so nemmeno cavalcare...".

La voce riprese...

"Fa come ti ho detto. Recati dal capitano della guardia: egli ti condurrà dal re. E non temere perché Santa Caterina e Santa Margherita ti assisteranno".

Allora Giovanna non sentì più né timore né sgomento. Tutto era chiaro per lei: Dio le affidava la grande missione di salvare la Francia, ed ella l'accettava con umiltà. Fu con questo spirito che si presentò, qualche giorno più tardi, al capitano della guardia.

"È DIO CHE MI GUIDA"

Quando il rude capitano Baudricourt seppe che una giovane contadina voleva recarsi dal re per aiutarlo a cacciare gli Inglesi, diede una sonora risata...

"L'unica soluzione è quella di schiaffeggiarla ben bene - esclamò - così le passeranno le fantasie che ha per il capo".

Quando poi Giovanna riuscì a parlargli direttamente, il bravo uomo trasecolò.
La ragazza gli disse...

"È Iddio che mi manda. Riferisci al re che non attacchi gli Inglesi prima di Pasqua, che attenda il mio aiuto, altrimenti verrà sconfitto".

A questo punto il capitano, credendo di trovarsi di fronte a un'invasata, consegnò Giovanna a un curato, perché la esorcizzasse. Ma poco prima di Pasqua, come Giovanna aveva previsto, giunse notizia che le truppe francesi erano state sconfitte. L'avverarsi della profezia terrorizzò Baudricourt: egli decise perciò di accompagnare la fanciulla al castello di Chinon, dove il re si era rifugiato.
Carlo VII era un sovrano di nome ma non di fatto. Succeduto al padre in uno dei momenti più drammatici della storia di Francia, egli non era all'altezza del suo compito: non aveva saputo arrestare la marcia degli Inglesi invasori (che erano riusciti a giungere fino a Parigi), né imporsi ai nobili francesi in lotta tra di loro. Sarebbe occorso, in quel momento, un sovrano autoritario ed energico: il giovane Carlo VII era esattamente il contrario. La maggior parte dei Francesi non lo considerava neppure il suo re, perché non era stato incoronato nella cattedrale di Reims, come tutti i sovrani di Francia.
Il 6 marzo 1429 la contadinella di Domremy arrivava a Chinon. Quando fece il suo ingresso al castello, le parve di vivere una meravigliosa favola. La sala del trono era illuminata da cinquanta torce e trecento gentiluomini di Corte, in sgargianti costumi, l'attendevano. In mezzo ad essi, travestito da cortigiano, si era nascosto Carlo VII. Egli voleva constatare di persona se quella paesanella era veramente una"strega", come gli avevano riferito, e se quindi sarebbe stata capace di indovinare chi era il re.
Ed ecco che Giovanna, pur non avendo mai visto il sovrano, si diresse senza esitazione verso di lui. Gli si inginocchiò davanti e...

"Sono Giovanna - gli disse umilmente - mi manda Dio per incoronarvi, dopo la vittoria, re di Francia libera".

Poi, rivolgendosi alla Corte stupita, disse con grande semplicità...

"Santa Caterina e Santa Margherita mi hanno indicato chi, fra questi signori, era il re".

Certo Giovanna portava in sé un'ispirazione divina. Possedeva una fiducia incrollabile nella sua missione e nella protezione di Dio. Fu questa fiducia che le consentì di affrontare tutti gli ostacoli e anche il martirio: era sicura che Dio avrebbe premiato il suo sacrificio, dando ai Francesi la vittoria e la pace.

"DOMANI SARÒ FERITA"

Malgrado il fanatico entusiasmo che il popolo le tributò, Giovanna dovette subire lo scetticismo dei nobili e del clero che diffidavano di lei e la consideravano un'imbrogliona. Il sovrano fu costretto a far sottoporre alla fanciulla a una prova: per sette settimane gli inquisitori la interrogarono sulle sue convinzioni religiose, cercando di farla cadere in contraddizione. Ma Giovanna, pur mostrandosi umile e rispettosa, fu sempre sicura e chiara nelle risposte.
Gli inquisitori finirono per concludere che si poteva permettere alla giovane, com'era suo desiderio, di marciare con l'esercito contro gli Inglesi. Giovanna indossò elmo e corazza.
Poi disse...

"Mi armerò con la spada che Santa Caterina mi ha indicato. Andate a scavare sotto la Cappella di Fierbois. Vi troverete una vecchia spada che reca impresse sulla lama cinque croci".

Questa stupefacente profezia di Giovanna si avverò. Con tale spada la fanciulla si mise alla testa dell'esercito francese e sconfisse a Orléans le truppe inglesi. Durante la battaglia mostrò incredibili qualità strategiche, un sicuro potere di comando sui soldati e un coraggio eccezionale. La sera precedente lo scontro decisivo confidò al Padre Pasquarel, suo confessore...

"Domani siatemi vicino perché sarò ferita".

All'ultimo assalto, infatti, una freccia la colpì al petto. Una ferita simile sarebbe stata gravissima per qualsiasi soldato; ma Giovanna si fece estrarre il dardo e, medicata alla meglio, ritornò subito, miracolosamente, a combattere. I Francesi la proclamarono sul campo "Generale di Dio" e ben presto gli Inglesi non osarono più ridere con scherno, sentendo parlare della "Vergine guerriera che doveva salvare la Francia".
Di battaglia in battaglia le truppe francesi guidate da Giovanna avanzarono. La fanciulla faceva la stessa vita dei soldati: mangiava il rancio, dormiva per terra, indossava vestiti militari.
Il 12 giugno i Francesi assalirono la fortezza di Jargeau, occupata dagli Inglesi. Malgrado una grave ferita alla gamba, Giovanna scalò per prima le mura nemiche. Una settimana dopo, il genio strategico della contadinella di Domremy consentiva alla Francia la grande vittoria di Patay e il mese successivo Giovanna conquistava la fortezza di Troyes. Infine, sempre per merito suo, il 17 luglio 1429 Carlo VII poteva essere consacrato ufficialmente re di Francia nella Cattedrale di Reims. Ormai il popolo francese era convinto che Giovanna fosse una santa.
A tutti coloro che l'acclamavano, Giovanna rispondeva con semplicità...

"Santa Margherita e Santa Caterina mi hanno aiutata. Ma occorre ancora combattere per liberare Parigi. Però bisogna far presto: non mi resta da vivere che un anno ancora...".

VENDUTA PER DIECIMILA SCUDI D'ORO

Dieci mesi più tardi, il 23 maggio 1430, Giovanna uscì dalla fortezza di Compiègne per preparare un assalto di sorpresa contro gli Inglesi. Ma improvvisamente si trovò accerchiata. Cercò allora disperatamente di ritirarsi entro Compiègne; ma un generale traditore, De Flavy, chiuse le porte della fortezza. Riconosciuta dal nemico a causa della rossa veste che le sporgeva dalla corazza, Giovanna fu assalita da un arciere e catturata. Venne poi venduta per diecimila scudi al tribunale ecclesiastico: era un tribunale creato appositamente dagli Inglesi e presieduto dal Grande Inquisitore Cauchon.
La sorte di Giovanna era ormai segnata.

"ABBIAMO BRUCIATO UNA SANTA"

Per sette mesi Giovanna D'Arco subì il carcere. Infine nel gennaio del 1431 si aprì il processo contro di lei. Accusata di eresia, stregoneria e follia sanguinaria, la fanciulla non volle rinnegare la sua sacra missione: continuò a sostenere che era stata ispirata dal Cielo, pur sapendo che in tal modo sarebbe stata condannata a morte.
Il 9 maggio 1431, pochi giorni prima della conclusione del processo, i giudici tentarono di far confessare a Giovanna di essere stata spinta alla guerra da un istinto di sanguinaria vendetta contro gli Inglesi. Per atterrirla, predisposero in aula gli strumenti di tortura: catene per torcere i polsi, morse di ferro per frantumare le gambe, ferri roventi per accecare (Viva la Chiesa).
Ma Giovanna - questa fanciulla neppure ventenne - non si lasciò minimamente turbare. Disse soltanto assai semplicemente...

"Partecipai a tante battaglie, ma guidai gli assalti sempre disarmata. Unica mia spada fu lo stendardo di Cristo. Non servivano armi per uccidere, perché sapevo che Dio mi proteggeva. Anche se doveste torturarmi non potrei darvi altra risposta!".

Il 29 maggio 1431 i quarantatre giudici furono unanimi nel verdetto: morte sul rogo.
La mattina dopo, alle nove, Giovanna fu condotta nella Piazza del Mercato Vecchio a Rouen, il luogo dell'esecuzione. Le venne fatta indossare una veste cosparsa di zolfo. Poi il boia la legò sulla sommità della catasta di legno e dette fuoco alla pira. L'enorme cumulo di legna che era stato accatastato per consentire al popolo di osservare meglio il tragico rogo, bruciò assai lentamente, rendendo più straziante il supplizio.
Giovanna non emise un grido. Pregava a voce alta. Soltanto quando le fiamme l'investirono gridò...

"Acqua! Acqua benedetta!"

Poi, mentre avvampava come una torcia, disse...

"Dio!".

Fu la sua ultima parola. Il popolo piangeva e piangevano commossi perfino i soldati inglesi. Uno di essi disse...

"Siamo perduti. Abbiamo bruciato una santa!".

Dopo la morte di Giovanna si avverò la sua ultima profezia: aveva predetto che gli Inglesi si sarebbero presto ritirati dalla Francia. E ciò avvenne.
Il suo sacrificio e il suo martirio parvero ridare coraggio al re, ai soldati, a tutto il popolo: circa venti anni dopo (che cosa sono vent'anni, in una guerra che ne contò cento?) la Francia tornava ad essere libera.
Cinque secoli più tardi, Papa Benedetto XV proclamava Santa la contadinella di Domremy.


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Conclusione: ..catene per torcere i polsi, morse di ferro per frantumare le gambe, ferri roventi per accecare ...

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domenica 27 luglio 2008

Harmenszoon van Rijn REMBRANDT - Vita e opere

REMBRANDT e la pittura olandese rivoluzionaria


Rembrandt Harmenszoon van Rijn nacque a Leida nel 1606 e morì nell’ottobre del 1669, all’età di sessantatre anni. Morì ad Amsterdam, dove si era trasferito a partire dal 1632 allorché la Gilda dei Chirurghi di quella città gli commissionò il ritratto di gruppo noto come LA LEZIONE DI ANATOMIA DEL DOTTOR TULP.
Rembrandt è dunque vissuto nel periodo del massimo fervore e del massimo sviluppo della repubblica olandese, sorta dalla lotta che la borghesia, in alleanza con la piccola nobiltà, condusse particolarmente dal 1565 al 1609, anno in cui la Spagna fu costretta, in seguito a gravi sconfitte, a riconoscere l’indipendenza delle sette province settentrionali dei Paesi Bassi che si erano fieramente staccate, con l’accordo di Utrech, dalle province meridionali rimaste legate al dominio spagnolo.
La rivoluzione che portò alla costituzione della repubblica olandese è la prima rivoluzione borghese vittoriosa in Europa. Per questa rivoluzione, come ha scritto Marx, l’Olanda diventò nel XVII secolo l’esempio tipico dello Stato capitalistico.


LA CULTURA E LA RIVOLUZIONE BORGHESE

Nel seicento, specie nel campo della cultura, si raccolgono i frutti di tanta profonda trasformazione rivoluzionaria.
Nelle nuove Province Unite è in atto un ordinamento aristocratico-borghese che al confronto con gli altri paesi, ancora oppressi dalle monarchie feudali, fa apparire l’Olanda come un regno di libertà e di benessere.
Cartesio, nel 1631, scriveva da Amsterdam…
"Quale altro paese al mondo si può trovare dove tutte le comodità della vita e tutto quanto si può desiderare sia così facile ad avere come qui? Quale altro luogo dove si posa godere di una libertà così completa?”.
Non a caso Spinosa si rifugerà in Olanda ad elaborare e a manifestare il suo pensiero. L’università di Leida era un centro vivo, pulsante, a cui venivano d’ogni parte gli studiosi europei. Qui Ugo Grotius gettò le basi della scienza giuridica internazionale. Una vita culturale intensa si svolgeva dunque in Olanda, mentre la giovane repubblica aumentava la sua potenza mercantile e i suoi possedimenti coloniali.
Quanto alla pittura si può dire che nasca veramente con la formazione del nuovo Stato nazionale. Per tutto il Cinquecento essa aveva subìto l’influenza manierista di Anversa ed è solo nel secondo decennio del Seicento che assume una netta e originale fisionomia olandese. Ciò che è interessante osservare è che ormai questa eccezionale fioritura d’arte è un fenomeno che acquista una diffusione mai vista prima. Sono migliaia i pittori che agiscono in ogni parte del paese, perché dovunque c’è vita attiva, circolano idee, sono vivi i sentimenti e lo spirito che hanno creato l’Olanda. I centri culturali si sono moltiplicati: Haarlem, Amsterdam, Utrech, L’Aia, Dordrech. Dovunque, insomma, gli artisti trovano un terreno favorevole al loro lavoro.


IL GIUDIZIO DI HEGEL

In un memorabile capitolo della prima parte del terzo volume della sua ESTETICA, Hegel ha messo magistralmente in evidenza il rapporto tra la rivoluzione olandese e l’arte che ne è sorta. Tra l’altro scrive…
“Con la penetrazione della Riforma in Olanda, gli olandesi diventano protestanti e scuotono la tirannia della Chiesa e del regno spagnolo. Dal punto di vista politico non s’incontrano in Olanda né una fiera nobiltà che caccia il suo principe e gli impone le sue leggi, né dei contadini oppressi che attaccano come hanno fatto i contadini svizzeri, ma uomini che, avendo fatto prova del più grande coraggio in terra ed essendosi comportati da eroi in mare, erano diventati dei cittadini, dei borghesi industriosi, agiati…
Questa popolazione intelligente, dotata per l’arte, volle ugualmente esprimere nella pittura il suo temperamento robusto, diritto, sobrio e facile, volle ritrovare nei suoi quadri, in tutte le maniere possibili, la nettezza delle sue città, delle sue case, dei suoi utensili domestici; volle gioire della sua pace domestica, dell’abbigliamento decoroso delle sue donne e dei suoi bambini, dello splendore delle sue feste municipali, dell’audacia dei suoi marinai, della fama dei suoi commerci e dei suoi navigli che solcano tutti i mari del mondo…
Questa intuizione dell’intima natura umana, delle sue viventi forme e manifestazioni esteriori, questo piacere schietto e questa libertà artistica, questa gioconda freschezza della immaginazione e questa sicura arditezza dell’esecuzione, ecco ciò che forma la nota poetica ed anima la maggior parte delle creazioni dei grandi maestri olandesi. Nelle loro opere possiamo studiare e imparare a conoscere l’uomo e la natura.
Quest’ultima osservazione di Hegel è particolarmente giusta per le opere di Rembrandt, che è senz’altro il genio nazionale di questa nuova arte. Seguendo il suo itinerario figurativo si può conoscere la storia di quest’arte nei suoi momenti più tipici e nelle espressioni più alte. Egli infatti è un artista ricco di pensiero, un artista di straordinaria profondità.
Giustamente Fromentin, parlando di lui, lo definisce “un’ideologo”.
Rembrandt infatti scruta nelle cose e nell’uomo, portandone alla superficie, con suprema perfezione, il significato più vero e recondito. L’esperienza di Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO è il punto di partenza delle sue ricerche luministiche.
Mirando all’essenziale, ricavando le immagini dall’ombra, definendole con una materia preziosa, intrisa di luce, egli giunge ad infondere nella sua pittura una sorta di splendore interiore, che non ha nulla più di naturalistico, che appare come una illuminazione scaturita dall’intimo stesso dei suoi personaggi.


LA PITTURA COME CONOSCENZA DELL’UOMO

Certo, quella di Rembrandt è una pittura spirituale, è come un’esplorazione dell’anima e dei sentimenti. Dalla RONDA DI NOTTE del 1641 ai SINDACI DEI LANAIOLI del 1661, egli ha lavorato tenacemente a questo scopo: rivelare l’uomo con la pittura. Spesso lavorava ai suoi quadri per anni, toccando limiti espressivi di una intensità che non ha paragoni in nessun altro del suo tempo. Basta ricordare i suoi RITRATTI e ancor più la serie dei suoi AUTORITRATTI per rendersene conto. Basta ricordare quanta verità e suggestione egli sapeva comunicare alle varie scene bibliche che amava prendere a soggetto dei suoi quadri.
Ma proprio per questa sua acutezza e profondità, per questo suo ansioso ricercare la sostanza più vera dell’uomo e delle sue vicende, Rembrandt è anche l’unico artista olandese del suo tempo che abbia avvertito le contraddizioni che già esplodevano in seno alla nuova società borghese sorta dopo la rivoluzione.
Dopo la metà del secolo infatti, se da una parte la borghesia era sempre più sazia e soddisfatta delle sue ricchezze, dall’altra le masse popolari, che pure erano intervenute nella rivoluzione con tutto il loro peso, come osservava Marx, “soffrivano per il lavoro coatto e sopportavano uno sfruttamento più spietato che in qualunque altro paese d’Europa”.
Anche in questa realtà sociale, Rembrandt ci ha lasciato una viva rappresentazione in una serie di rapidi e incisivi disegni: mendicanti coperti di stracci, vecchi macilenti che camminano a fatica, contadini rotti da un lavoro bestiale, povere madri con i loro bambini sulle ginocchia, ebrei miserabili: tutta un’umanità sofferente che egli riguardava con animo partecipe e commosso.
Non c’è dubbio che anche i gusti artistici della borghesia andavano mutando. Ai pittori, sempre più, si richiedeva non schiettezza, semplicità, forza, ma sfarzo, eleganza, opulenza. Non è un caso se allievi di Rembrandt, come furono il Flinck, il Maes, il Bol e l’Hoogstraten, come osserva Seymour Slive, dopo il 1660 incominciarono a “tradurre in olandese una mescolanza di italiano, fiammingo e francese”.
Certo non mancarono a Rembrandt, sino alla fine, ammiratori convinti, ma intorno a lui crebbero anche le diffidenze e le ostilità. Andreis Pels, un poeta suo concittadino, nel 1681, scrive su Rembrandt questi versi…
“Se egli dipingeva come talvolta accade una donna nuda
Non sceglieva a modella una Venere greca
Ma piuttosto una lavandaia o una venditrice di carbone
E questa chiamava “imitazione della natura”.
Ogni altra cosa era per lui ozioso ornamento. Seni cascanti
Mal formate mani, che dico, le tracce delle stringhe dei busti sullo stomaco,
Dei legacci alle gambe
Erano visibili, in omaggio alla natura.
Era questa la sua natura che non sopportava regole
Né pricipî di proporzione nel corpo umano”.

Questo giudizio appare oggi come l’elogio più grande che si possa fare a Rembrandt, ma si tratta di un giudizio che riflette il mutamento del gusto della borghesia olandese e quindi il decrescere della stima nei confronti del grande artista.
All’interno di questa situazione va vista del resto anche la rovina finanziaria di Rembrandt, la confisca della sua casa, le difficoltà economiche incontrate nell’ultimo periodo della sua vita. Nell’inventario dei beni, redatto dopo la sua morte, appare che nulla egli possedeva tranne i suoi “vestiti di lana e di tela e gli strumenti del suo lavoro”.
Nell’ultima parte della sua esistenza la sua pittura si fece più drammatica, più grave e solenne per accenti morali e dolorosi. Il dramma della sua vita si mescolava al dramma generale di una situazione mutata.
Nel 1666 era morto Frans Hals, nel 1675 morirà Vermeer, nel 1682 Jacob van Ruisdael, gli artisti che avevano fatto grande la scuola pittorica del Seicento olandese.
Tre anni prima della morte di Rembrandt, Gérard de Lairesse di Liegi, fedele imitatore di Poussin, impiantando il suo studio ad Amsterdam, la stessa città dimora di Rembrandt, poteva tranquillamente disprezzare il realismo degli olandesi, dando nuovamente inizio alla divulgazione del mitologismo. L’influsso della corte francese farà il resto.
La vecchia tendenza realista, di cui Rembrandt aveva spinto i valori sino ad una sublime intuizione di eccezionale modernità, continuerà a vivacchiare, priva di linfa e di sangue, come una facile e minore pittura di genere, quasi come se la sua grande storia fosse oramai una storia lontana.
L’ultimo AUTORITRATTO di Rembrandt, dipinto l’anno della sua morte, appare così come l’estrema, la più alta testimonianza di una gloriosa stagione giunta al suo apice e al tempo stesso all’inizio della sua fine.


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venerdì 25 luglio 2008

DUE GIOCATORI DI CARTE (The card players) - Paul Cézanne


DUE GIOCATORI DI CARTE (1890-1892 circa)
Paul Cézanne (1839-1906)
Museo d'Orsay - Parigi
Olio su tela cm. 47,5 x 57

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L'Opera è una delle soluzioni più efficaci di un gruppo di dipinti dedicati da Cézanne alo stesso soggetto, eseguiti ad Aix tra il 1890 e il 1895.
In questi anni Cézanne si dedicò all'osservazione e allo studio di personaggi semplici e modesti, come ad esempio i contadini della campagna provenzale, eseguendo numerosi ritratti preceduti da disegni.
Gradualmente l'artista giunse a concepire con estrema sintesi formale una scena complessa come questa. Il confronto tra questa composizione e quella di Londra, apparentemente identica, fornisce elementi che ci fanno capire meglio il processo artistico di Cézanne.
Entrambi i dipinti rappresentano due uomini con giacca e cappello, seduti di fronte ad un tavolo di osteria, che giocano a carte. Una scura bottiglia di vino segna il centro della scena.
La rappresentazione, già essenziale, povera di particolari, raggiunge un'ulteriore sintesi nella soluzione d'Orsay grazie alla semplificazione dei piani e all'uso più intenso del colore: la tela è apparentemente monocromatica, ma presenta una molteplicità di scalature dal beige al bruno, con graduali passaggi tonali. Inoltre nel dipinto di Parigi la stesura si presenta in larghe zone più dense e vicine le une alle altre. Tutto si risolve in un serrato rapporto ritmico tra colore e forma in armonico equilibrio.
Nella soluzione di Londra Cézanne allarga l'inquadratura comprendendo la figura di destra e lo spazio circostante è descritto con minor astrazione (alle spalle dei due uomini è riconoscibile un finestrone aperto su un vasto paesaggio di cui si intuiscono delle chiome arboree), effetto di "apertura" dato anche dall'uso di tonalità più chiare. Inoltre il quadro di Londra, nonostante sia più grande per dimensioni, non è altrettanto monumentale quanto quello dell'Orsay che, perduto il suo carattere descrittivo, raffigura due semplici uomini impegnati nel gioco delle carte.

L'opera, realizzata presumibilmente tra il 1890 e il 1895 è conservata al Museo d'Orsay dal 1986.
E' entrata nelle collezioni del Museo del Louvre nel 1911 grazie al legato di Isaac de Camondo.
Come per i dipinti degli Impressionisti anche per questo dobbiamo ricordare che tra il 1947 e il 1986 è stato conservato al Jeu de Paume.
Oltre alla versione già citata di Londra, altri GIOCATORE DI CARTE si trovano nella Barnes Foundation di Merino e nell'Art Museum di Worcester.


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lunedì 21 luglio 2008

GINSENG - Panax ginseng



Da oltre 5.000 anni le popolazioni asiatiche considerano la radice di ginseng, denominata anche "radice magica dell'Asia", un rimedio universale contro ogni tipo di disturbo.
Anche la medicina naturale la utilizza per numerosi scopi.
In botanica il ginseng appartiene alla famiglia delle Araliacee e può arrivare fino a 70 centimetri di altezza.
La pianta ha frutti e fiori rossi e la radice, unica parte utilizzata come rimedio officinale, è di colore giallo, ha un sapore leggermente amaro e un profumo caratteristico.
Il ginseng è originario della Corea. Lo si coltiva nell'Asia sudorientale e sporadicamente cresce allo stato selvatico.
La medicina naturale utilizza solo la radice di ginseng.
A seconda del metodo di essiccazione si ottiene il ginseng bianco o rosso.
Il ginseng bianco viene essiccato al sole o ad alte temperature, perdendo così lo strato superficiale; il ginseng rosso, la cui colorazione è dovuta ai legami di zucchero, si ottiene essiccando la radice al vapore acqueo.

Oltre a oli essenziali e ginsenosidi (principi attivi del ginseng, cioè l'insieme di composti saponifici e pentaclicici) il ginseng contiene le vitamine B1 e B2.
Ancora non si conosce con precisione l'effetto farmaceutico del ginseng; alcuni scienziati sostengono che i ginsenosidi influenzino positivamente il metabolismo dei glucidi, altri ritengono che stimolino il fegato nella produzione di proteine in grado di ridurre i fattori di stress.

Sul mercato possiamo trovare un ottimo prodotto... ABOCA GINSENG.
Il ginseng è efficace per combattere stati di esaurimento e difficoltà di concentrazione.
Il tonico si somministra per rafforzare il sistema immunitario a scopo preventivo o come coadiuvante durante o dopo una convalescenza.
È d'aiuto anche in caso di leggere depressioni


ABOCA GINSENG OPERCOLI


U
SO - Per un corretto consumo alimentare, è preferibile l'assunzione di 3 opercoli al giorno, 2 al mattino e 1 nel primo pomeriggio.
INGREDIENTI - Ginseng radice concentrato - Opercolo di gelatina naturale
CONFEZIONE - Flacone da 70 opercoli.
COSTO - 22,50 euro

NB - Note parzialmente raccolte dal foglietto illustrativo.




CONSIGLIO
- Il ginseng non va assunto per più di 3 (tre) mesi o a dosaggi più alti di quelli consigliati, perché può provocare disturbi del sonno e un'eccessiva eccitazione.


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Georg Wilhelm Friedrich Hegel - La concezione dello stato etico (The conception of the ethical state)


La concezione hegeliana dello stato etico.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel nacque a Stoccarda il 27 agosto 1770 e morì a Berlino il 14 novembre 1831.
È forse il massimo filosofo dell'età moderna, l'ultimo grande pensatore della corrente dell'idealismo europeo. Nel suo pensiero giungono a maturazione i principali germi che la filosofia moderna era venuta coltivando dal Seicento in poi: immanentismo, razionalismo, storicismo...
La sua idea fondamentale costituisce uno sviluppo di quella dei pensatori immanentisti del Sei e Settecento: L'Assoluto, L'Unità, Dio, è non già un Ente che stia fuori e prima del mondo, ma il mondo stesso, della natura e della storia, nella sua possente vita; cioè, l'Assoluto non è una realtà già fatta, ma è il senso, lo scopo di tutto il mutarsi del mondo, di tutto il Divenire...
"L'Assoluto devesi dire che esso è essenzialmente Risultato, che solo alla fine è quello che è".
In questa concezione unitaria, le classiche dicotomie e alternative vengono a cadere: l'Assoluto è Pensiero e Realtà (unità di entrambe, che Hegel chiama Idea), soggettività e oggettività, essere e non-essere (divenire). In esso non c'è contrasto tra essere e dover-essere, reale e ideale, materia e ragione...
"Tutto ciò che è reale è razionale, tutto ciò che è razionale è reale".
Perciò la struttura della realtà è dialettica e storica (e questi sono i due aspetti del pensiero hegeliano che passeranno poi nella concezione marxista): dialettica perché in essa vige la legge degli opposti, per cui gli elementi del reale entrano in contraddizione, e dalla contraddizione nasce quella feconda lotta che genera sempre nuovi elementi superiori, nei quali si risolvono le contraddizioni precedenti (e se ne aprono delle nuove); storica perché la legge dialettica, che secondo Hegel è tipica della storia umana, vige in tutto il divenire dell'universo.

Queste concezioni metafisiche vengono da Hegel applicate anche alla politica, o meglio alla filosofia dello Stato, la cui più celebre esposizione è quella contenuta nella FILOSOFIA DEL DIRITTO (1821). Come nella sua filosofia, anche nella politica di Hegel confluiscono le varie correnti del pensiero moderno: liberalismo, assolutismo e democrazia, rivoluzione e restaurazione. In Hegel è molto vivo il sentimento, in sé reazionario ma non privo di molta serietà politica, dell'assolutezza e anzi divinità dello Stato, per lui vero "Dio in terra". Ma come il suo Dio è il risultato di tutto il divenire del mondo, così per lui lo Stato è veramente tale e degno di tal nome (cioè assoluto e divino) solo in quanto rappresenta ed esprime, mediante la legge e l'autorità, il risultato della storia di un popolo.
Perciò egli oppone la politica dei Giacobini, fondata sull'idea del contatto, la concezione dello stato come un Tutto organico in cui si incarna una realtà - la realtà storica del popolo - superiore ai singoli individui e ai singoli gruppi di interessi, superiore alla stessa società civile in cui invece Rousseau aveva tentato di risolvere la realtà statale.
Ma si oppone ancora più vivamente e nettamente (del resto in gioventù aveva nutrito molte simpatie per la Rivoluzione Francese), a reazionari come Haller, che abbassavano lo Stato a mera "autorità per diritto divino", dispotica, ad ordine che si deve imporre ai sudditi dall'alto, e quindi privo di qualsiasi contenuto morale.
Lo Stato di Hegel non è mera potenza od ordine trascendente, ma ordine razionale che non deve venir subìto dai sudditi, ma sentito come loro stessa volontà generale (razionale).
Lo Stato quindi ha una dignità morale, e la sua legge è legge morale. Hegel non accetta neppure la concezione kantiana della moralità come mera legge interiore di coscienza: nello Stato e nella sua legge si esprime l'eticità del popolo, la quale ha, sì, un aspetto interiore, vive nella coscienza dei singoli, ma si manifesta obiettivamente come legge esteriormente necessaria - come legge della famiglia, come regole di convivenza e di diritto nella società civile, e finalmente come legge e autorità dello Stato, in cui si risolvono e si perfezionano le leggi della famiglia e le regole del diritto.
E questa concezione hegeliana dello "Stato etico", dello Stato che è, s', assoluto, monarchico e cristiano, ma in cui si incarna o si dovrebbe incarnare la volontà storica del popolo.
Per comprendere meglio questa teoria, esaminiamo come in essa si vengano a configurare i rapporti tra individui, classi sociali e Stato. Gli individui, spinti dai loro bisogni naturali, da una parte creano la famiglia (padre, madre e figli) fondata su di un affetto naturale ma anche su di una comunità di interessi economici (la conservazione e incremento del patrimonio familiare); dall'altra parte, per la necessità del lavoro e in conseguenza della divisione del lavoro stesso tra i vari cooperatori alla produzione, creano la società civile o "borghese", divisa in classi esteriori, contrattuali e patrimoniali. La società borghese, quando sorge, mette in crisi la solida eticità della famiglia, la quale rischia di dissolversi nei meri rapporti di interesse della società borghese stessa. Questa contraddizione tra la naturalità della famiglia e l'esteriorità della società borghese è risolta dallo stato. Il quale, sovrapponendosi con la sua legge ed autorità agli individui, alle famiglie e ai gruppi sociali, istituisce una nuova realtà che è superiore agli individui, ma salva e l'interiorità dei rapporti umani che era propria della famiglia, e il giuoco di interessi esteriori ed obiettivi che è proprio della società borghese.
Tale concezione è, soprattutto nei particolari che ho tralasciato, estremamente reazionaria e doveva servire a giustificare la politica dello Stato più reazionario d'Europa, il Regno di Prussia. Lo Stato-Dio tutto ingoia e toglie la libertà propria del liberalismo dello Stato borghese, senza abolirne le ingiustizie e i privilegi, anzi "santificandoli" e rendendoli definitivi (questo aspetto sarà messo in rilievo da Marx nella CRITICA DELLA FILOSOFIA DELLO STATO DI HEGEL).
Ma d'altra parte la teoria hegeliana coglie e in qualche modo giustifica filosoficamente la profonda aspirazione della società europea a superare lo Stato liberale con i suoi limiti e contraddizioni. Non però per ricadere nello Stato tedesco-cristiano (come s'illudeva Hegel), bensì per giungere allo Stato socialista, organico e progressivo, storico e popolare nelle sue basi e nelle sue stesse ragioni di vita. Hegel dimostra molto bene che lo Stato di oggi non è l'effetto del capriccio di qualche potente, ma il risultato di un lungo e necessario cammino storico della società; nion sarebbe però difficile dimostrare, applicando la sua stessa logica, che anche lo Stato di domani non sarà l'effetto del capriccio di qualche sovversivo, ma il risultato di un necessario cammino storico della società...

Per questo, dopo la sua morte, la scuola hegeliana si divise in due ali, una "destra" reazionaria e clericale, e una "sinistra" democratica-borghese (con Ruge) o "socialista (con Marx ed Engels). Due ali che svilupperanno separatamente i due aspetti contradditori: reazione monarchica e rivoluzione al di là della borghesia, che erano stati fatti convivere in uno stesso sistema filosofico-politico del grande ma ambiguo genio di Hegel.


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SULLA RELIGIONE - Vladimir Lenin

PASSATO E PRESENTE - Antonio Gramsci

ANTONIO GRAMSCI e la cultura contemporanea
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SAUNA E BAGNO TURCO (Sauna and turkish bath)



La sauna e il bagno turco sono applicazioni eseguite con vapore e acqua.
L'origine del bagno turco risale a più di mille anni fa. Nell'antichità era considerato un rito di purificazione del corpo e dell'anima.
Nella stanza per il bagno turco la temperatura è di circa 50 °C e l'aria è satura di vapore acqueo.
La Sauna, invece, è originaria della Finlandia e della Russia e, a differenza del bagno turco, l'aria è molto secca e la temperatura può anche superare i 100 °C.
Quando si versa l'acqua bollente sulle pietre del forno della sauna, si forma del vapore ancora più caldo rispetto alla temperatura del locale.
Sudare molto stimola tutte le funzioni corporee, favorisce il metabolismo e aumenta le difese immunitarie.
I metodi di raffreddamento dopo il bagno turco e sauna servono a stimolare i vasi sanguigni per mantenere l'elasticità.




TRATTAMENTO - Quando decidete di fare una sauna o un bagno turco prendetevi almeno 2 ore di tempo, anche se entrambi non devono avere una durata superiore ai 15 - 20 minuti ciascuno e devono essere seguiti da un raffreddamento e riposo.
Per ottenere significativi benefici è necessario fare sauna e bagno turco regolarmente, 1 o 2 volte a settimana.


AZIONE - Il calore favorisce l'irrorazione sanguigna della pelle e la sudorazione. Inoltre, stimola il metabolismo e il sistema immunitario. Passare dal caldo al freddo fortifica i vasi sanguigni e regolarizza la pressione alta.


LA MEDICINA TRADIZIONALE - Sauna e bagno turco sono considerate ottime misure preventive contro malattie, perché possono influenzare positivamente il sistema immunitario e il metabolismo.


CONSIGLIO - Sia la sauna sia il bagno turco costituiscono una cura di bellezza per la pelle. Con il sudore i pori si dilatano e la pelle diventa morbida e liscia. Per aumentare il beneficio del trattamento massaggiatevi con un guanto di crine.


INDICAZIONI

Sauna e bagno turco sono indicati in caso di...

1 - Infezioni frequenti e per aumentare le difese immunitarie.
2 - Dolori muscolari dopo attività sportiva.
3 - Disturbi circolatori alle gambe con dolori mentre si cammina.
4 - Bronchite cronica o asma.


ATTENZIONE

Sauna e bagno turco fortificano il cuore e la circolazione sanguigna.
Se soffrite di uno dei disturbi indicati qui di seguito consultate il vostro medico di fiducia prima di eseguire i trattamenti...

1 - Malattie cardiache.
2 - Pressione alta.
3 - Pressione bassa.
4 - Febbre.
5 - Malattie del fegato e dei reni.
6 - Epilessia o malattie psichiche.
7 - Gravi problemi alle articolazioni.
8 - Grossi problemi alla vista.


APPLICAZIONI


SAUNA

1 - Fate una doccia e asciugatevi.
2 - Rimanete nella stanza della sauna fino a quando iniziate a sudare.
3 - Rimanete 5 minuti all'aria fresca nell'apposito locale.
4 - Raffreddate il corpo sotto la doccia o la piscina.
5 - Asciugatevi accuratamente e riposatevi.
6 - Dopo la sauna assumete una grande quantità di liquidi: acqua, tisane di erbe o succhi di frutta. Evitare l'alcol.
7 - Riposatevi ancora.


BAGNO TURCO

1 - Fate la doccia e asciugatevi.
2 - Entrate nel locale del preriscaldamento, dove l'aria è secca (temperatura di 60 °C circa).
3 - Quando vi siete riscaldati entrate nel bagno turco (temperatura di 50 °C) e rimanetevi per 15 minuti.
4 - Rimanete per circa 5 minuti all'aria fresca.
5 - Raffreddate il corpo sotto la doccia oppure nella piscina.
6 - Riposatevi


Questi trattamenti sono efficaci in caso di debolezza del sistema immunitario, pressione bassa, leggera ipertensione, impurità cutanee, tensioni muscolari, agitazione e stress. Provare per credere.

Conclusione: Sia la sauna sia il bagno turco costituiscono una cura di bellezza per la pelle.


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venerdì 18 luglio 2008

AYURVEDA




Secondo la tradizione l'Ayurveda, "la scienza della vita", fu rivelata al mondo dalla divinità indù Brahma. Ancora oggi i tre quarti della popolazione indiana vengono curati seguendo i canoni della medicina ayurvedica.
L'Ayurveda considera l'uomo come un'unità di corpo e di anima inserita nel contesto dell'universo; soltanto chi vive in armonia con la natura e con il proprio essere è sano.
L'uomo e la natura sono uniti da cinque elementi (fuoco, acqua, terra, aria e spazio), che si manifestano nelle tre forme di energia vitale costituenti i DOSHA: Vata, Pitta e Kapha.
Secondo la medicina ayuredica le malattie sono dovute al cattivo equilibrio tra questi elementi. Per armonizzarli L'Ayurveda ricorre a massaggi, applicazioni con l'acqua, rimedi naturali e diete.


TRATTAMENTO

Prima di iniziare il trattamento il terapeuta necessita di un quadro completo del paziente, per cui mi ha chiesto età, la provenienza, le mie abitudini alimentari e di vita e il mio stato psichico.
La visita comprende l'analisi della struttura corporea, la diagnosi ayurvedica del polso e un'attenta palpazione di determinate zone del corpo.
Tempo e durata della terapia sono variabili da soggetto a soggetto.


L'AZIONE

Secondo la tradizione ayurvedica, armonia ed equilibrio sono i presupposti per una buona salute.
Il terapeuta innanzitutto analizza la costituzione fisica del paziente, che in seguito "classifica" in base ai tre "dosha".
L'obiettivo è ristabilire equilibrio e armonia attraverso la combinazione di diversi trattamenti corrispondenti ai dosha del paziente.


RIDURRE LO STRESS

Un Vata in eccesso comporta stress e mal di testa. Per riequilibrare Vata e aumentare quindi gli altri dosha, Pitta e Kapha, la medicina ayurvedica consiglia di mangiare cibi molto speziati, ascoltare musica meditativa e fare applicazioni con gli oli essenziali.


LA MEDICINA TRADIZIONALE

Le pratiche dell'Ayurveda sono state tramandate nei secoli dai monaci e non sono provate scientificamente. La medicina occidentale tradizionale è piuttosto scettica nei suoi confronti; ciò nonostante sono sempre più medici e naturopati approfondiscono le teorie ayurvediche e le integrano ai metodi tradizionali, tant'è che queste nozioni scritte sulla pratica ayurvedica sono frutto di un colloquio con il mio medico personale.


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I TRE DOSHA

L'essere di ogni persona si basa sulla combinazione dei tre dosha. Ognuno determina particolari caratteristiche:

· Il tipo Vata è magro e slanciato, fantasioso, entusiastico, ma spesso inconcludente.
· Il tipo Pitta è robusto, capace di affermare le proprie idee e irascibile.
· Il tipo Kapha è atletico, tenace ed emozionalmente stabile.



APPLICAZIONI AYURVEDICHE



· YOGA E MEDITAZIONE

Entrambe le tecniche sono indicate tra i tre dosha.
L'Ayurveda consiglia di eseguire ogni mattina l'esercizio del "saluto al sole", che consiste in una sequenza di dodici semplici posizioni yoga.
Sarà d'aiuto per affrontare con tranquillità la giornata.


· PIANTE OFFICINALI

Un disturbo al Vata caratterizzato da stress e mal di testa può essere trattato con una miscela delle seguenti piante officinali...
Radice di lappola (bardana maggiore), semi di coriandolo, fieno greco e radice di valeriana.
Queste piante polverizzate e assunte in parti uguali aiutano a riequilibrare il Vata in eccesso.
Assumete ½ cucchiaino di miscela 3 volte al giorno con un po' di latte.


· TRATTAMENTI CON GLI OLI

Massaggi frequenti e delicati su tutto il corpo con olio di sesamo, di cocco o di mandorla sono in grado di armonizzare i tre dosha e calmare il sistema neurovegetativo.


· TERAPIA NUTRIZIONALE E DIETA

Non esiste una dieta applicabile a tutti.
Ogni alimento ha determinate proprietà che si addicono ai tre tipi dosha.
Dolci e cibi grassi stimolano Kapha e per questo i tipi Kapha dovrebbero evitarli. D'altra parte i cibi dolci aumentano il Kapha delle persone Pitta e Vata.
Al contrario, i tipi Kapha con una disfunzione del Kapha dovrebbero assumere pietanze e bevande calde.
I tipi Pitta, invece, per riacquistare l'equilibrio non devono ricorrere al caldo, ma consumare vivande fredde.


CONSIGLIO

Meditare 5 minuti al giorno aiuta a diminuire lo stress...

Sedetevi mantenendo il busto eretto, chiudete gli occhi e fate 3 respiri profondi.
Concentratevi sul respiro.


Conclusione: Cinque minuti al giorno...per star bene....


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BIANCOSPINO - Crataegus Laevigata o Crataegus oxyacantha


BIANCOSPINO - Crataegus Laevigata o Crataegus oxyacantha


Nell'antichità si pensava che il biancospino, per la forma a cuore delle sue foglie e i suoi frutti rossi, apportasse benefici al sistema cardiaco.
Oggi è un rimedio sperimentato e utilizzato dalla medicina naturale e da quella tradizionale per disturbi cardiocircolatori; inoltre è d'aiuto contro la dissenteria.

In botanica, il biancospino è una pianta appartenente alla famiglia delle Rosacee, e si presenta sotto forma di un cespuglio che, talvolta, può raggiungere le dimensioni di un albero di 10 metri.
La pianta è molto ramificata, con rametti spinosi; le foglie hanno un contorno ovale e sono più o meno incise in tre o cinque lobi con margine intero.
I fiori sono bianchi con le antere rosse ed hanno un aroma intenso e un sapore agrodolce; i frutti, invece, sono dolci. L'intero arbusto emana un profumo simile a quello delle mandorle amare.
Il biancospino è diffuso in Europa e nelle zone temperate; si trova su pendii assolati, nelle siepi, nel sottobosco e ai margini di foreste e di vigneti... o lungo il corso di fiumi e torrenti.
Per scopo terapeutico si utilizzano principalmente due specie di biancospino: il Crateugus monogyna e il Crateugus oxyacantha.
Le parti impiegate sono soprattutto i fiori e le foglie, cui si aggiungono, a volte, i frutti maturi.

Il biancospino contiene numerosi principi attivi che sono in grado di influenzare positivamente l'equilibrio di potassio nelle cellule e di sopportare il trasporto di energia in diversi processi organici.
Inoltre contiene le purine, sostanze che stimolano la circolazione sanguigna.

Il biancospino rinforza il cuore e il sistema circolatoria, perchè favorisce l'irrorazione cardiovascolare e fortifica il muscolo cardiaco durante la convalescenza.
Inoltre è di giovamento per fiato corto e battito lento, sintomi di disturbi cardiaci.
Nella medicina popolare questa pianta officinale è stata sempre utilizzata per irrobustire il sistema cardiocircolatorio e per esercitare una buona azione sedativa in caso di ipertensione.
Per ottenere risultati soddisfacenti e godere dei benefici l'applicazione deve avere una durata di almeno 6 settimane.
In qualche caso il biancospino è consigliato come calmante e contro la diarrea.



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Ci sono molte farmacie ondine a cui potete rivolgervi per risolvere i vostri disturbi quali il ....NERVOSISMO..., DISTURBI DEL SONNO..., PALPITAZIONI..., ANSIA...

Un prodotto molto indicato è...

*** Arkocapsule Biancospino - ARKOFARM ***


INGREDIENTI - Crataegus Laevigata o Crataegus oxyacantha

CONFEZIONE - 45 - 90 - 150 capsule

PROPRIETA' - Come sedativo nervoso, il biancospino è raccomandato nei disturbi del sonno, nell'ansietà e nelle palpitazioni di origine nervosa.
Regolarizza il ritmo cardiaco.

USO - 1 o 2 capsule 2 volte al giorno al momento dei pasti.

ARKOFARM - Via Maneira 17/C - Fraz. Bevera - 18039 VENTIMIGLIA (IM) - ITALIA


***NB - Le note del prodotto sono colte dal foglietto illustrativo***


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Conclusione: Questo prodotto esercita una buona azione sedativa ......


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mercoledì 16 luglio 2008

SENILITA' (Senility) - Italo Svevo



Del suo secondo romanzo, SENILITÀ, l'autore Italo Svevo, traccia un profilo autobiografico.



Il racconto parla di un'avventura amorosa che il trentenne Emilio Brentani si concede cogliendola di proposito sulle vie di Trieste.



E' lo stesso autore che scrive in una prefazione autobiografica del 1928...



"Emilio è un impiegatuccio che gode nei circoli cittadini di una piccola fama letteraria e si duole di aver sprecata (e di no aver goduto) tanta parte di vita.

Vorrebbe vivere come fa lo scultore Balli, suo amico, che è indennizzato dall'insuccesso artistico da un grande successo personale, con le donne specialmente.
Fin'ora ad Emilio era sembrato di non aver saputo imitare l'amico, per le grandi responsabilità che su di lui incombevano, la sorte di una sorella, Amalia, che viveva accanto a lui nella stessa inezia, non più giovane e affatto bella.
Subito la sorella è agitata vedendo che il fratello senza alcun ritegno si dedica al giuoco pericoloso e proibito dell'amore, ma presto si convince in seguito all'esempio del fratello e alle teorie del Balli, che essa fu ingannata e che l'amore dovrebbe essere il diritto di tutti.
Per Emilio intanto la piccola avventura cui aveva voluto abbandonarsi si fa importante proprio in sproporzione al valore morale di Angiolina.
Anzi ogni scoperta di una bassezza o di un tradimento di Angiolina non ha altro effetto che di legarlo meglio a lei.
Egli sente il suo attaccamento e la sua soggezione a quella donna quale un delitto. Non sapendo imitare il Balli ne invoca l'aiuto.
L'intervento del Balli fra i due amanti ed anche fra i fratello e la sorella ha degli effetti disastrosi.
Tutte e due le donne si innamorano di lui.
Inutilmente Emilio tenta di allontanarlo da Angiolina, perché costei gli si attacca, ma con facilità lo allontana dalla sorella che ora dovrebbe ritornare alla sua prima inerzia e invece segretamente si procura l'oblio con l'etere profumato.
Un giorno Emilio trova la sorella nel delirio della polmonite. Richiama il Belli e i due uomini aiutati da una vicina assistono la moribonda.
Ancora una volta per aver scoperto un nuovo tradimento di Angiolina, Emilio lascia sola la sorella, ma ritorna a lei e le resta accanto finchè chiude gli occhi".





Emilio si dibatte, dunque, in un groviglio inestricabile.
Con la mente, egli giudica la depravazione di Angiolina e avverte l'umiliazione che gliene deriva; ma la sofferenza che patisce sul piano sentimentale, anziché spegnere o mitigare il suo amore, gliene acuisce il rovello.
Nello scompenso fra la chiaroveggenza intellettuale e la inettitudine sentimentale è la sua tragica contraddizione: egli sa quello che dovrebbe fare, ma gliene manca la necessaria energia morale.
Sicché la sua confusione sentimentale intorbida e avvilisce anche la mente, la quale in definitiva si piega al compromesso ed escogita futili giustificazioni in cui la passione trova, vuol trovare, ulteriore e più intenso alimento.



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