venerdì 21 dicembre 2007

IL GRANDE GATSBY (The Great Gatsby) - Francis Scott Fitzgerald

Quella sera, Nick Carraway era uno dei pochi ospiti veramente invitati alla festa di Gatsby. Di solito, le persone non erano invitate: andavano. Salivano su macchine che le trasportavano da New York a Long Island e seguivano uno della compagnia, che aveva parlato di una festa in casa di un certo Gatsby…
A volte arrivavano e partivano senza neanche aver conosciuto l’ospite; non importava: c’era bella gente, l’orchestra era ottima, la tavola dei rinfreschi traboccavano di cibi raffinati, complicatissimi. Nel salone principale c’era il bar, con una bella ringhiera di ottone e il tavolo stracarico di gin, whisky, liquori di ogni marca. Quel bar era sempre in piena attività: gli ospiti vi ruotavano intorno, irresistibilmente attratti.
In quell’anno 1922. in barba al proibizionismo, non era difficile vedere ubriache alle otto di sera anche le ragazzine. Ma era soprattutto il collettivo desiderio di divertirsi che dava alle feste di Gatsby un carattere da luna-park, a cui contribuivano le centinaia di lampadine colorate appese nel giardino. Vista da lontano, la sua casa sembrava un enorme albero di Natale.
Nick Carraway abitava lì vicino, in una casetta che aveva affittato all’inizio dell’estate per soli ottanta dollari al mese. Considerato che il palazzo di cui Gatsby era proprietario veniva dato in affitto l’anno prima che lo comprasse a quindicimila dollari per stagione, si può avere un’idea della modestissima abitazione di Nick. Eppure, con sua enorme sorpresa, Nick era stato invitato dal ricco vicino; aveva ricevuto proprio quella mattina un biglietto cerimonioso, firmato “Jay Gatsby”.

Appena giunto al palazzone, Nick fece il tentativo di rintracciare il padrone di casa: voleva conoscerlo, perché non sapeva neppure che faccia avesse. Ma nessuno dei tanti ospiti che affollavano il giardino seppe dargli un’indicazione utile. A metà serata, Nick si trovò seduto allo stesso tavolo con un uomo sulla trentina, molto elegante e dal sorriso simpaticissimo, che parlava con ricercatezza, scegliendo con cura ogni parola. Gli ci vollero dieci minuti di conversazione per comprendere che quel giovane simpatico e cordiale era il signor Gatsby, il ricchissimo “Grande Gatsby”. Chissà perché, Nick Carraway si era immaginato che fosse un uomo anziano, dall’aria florida, importante e un po’ volgare.
Quel giovane dal sorriso comunicativo e dal nome breve e sferzante lo incuriosiva: da dove mai era venuto? Quelle feste dovevano costargli migliaia di dollari; donde venivano tutti quei soldi? Forse era un gangster, o un contrabbandiere di alcool, o un figlio di un magnate del petrolio, venuto dall’Ovest. Comunque, la cosa sembrava non importare a nessuno. In casa sua si poteva ballare e bere a sazietà; quindi non era il caso di fare tanto i difficili. Qualunque fosse la provenienza del danaro di Gatsby, nessuno poteva negare che egli fosse un ospite straordinario.
Questi discorsi Nick li colse a volo in giardino, vagando da un gruppo all’altro. Sentì perfino una ragazza che diceva… “Mi hanno detto che Gatsby ha ammazzato un uomo, una volta”. Mentre tutt’intorno si levava un coro di allegre proteste.

Fu Jordan Baker, una graziosa ragazza che Nick aveva incontrato per la prima volta a Long Island in casa di sua cugina, che, conoscendo Gatsby, contribuì a chiarirgli le idee su quel suo misterioso vicino.
Daisy, la bella cugina di Nick, era stata amica di Jordan, prima di sposarsi con Tom Buchanan e venire ad abitare nella lussuosa villa sulla baia di Long Island. La casa di Tom e Daisy era grande e bella, in stile coloniale; le si stendeva davanti un prato pettinatissimo, che incominciava dall’ingresso e si allungava per mezzo chilometro fino alla spiaggia. Tom l’aveva acquistata da u miliardario del petrolio e pagata un’enorme somma, ma era così ricco da poterselo permettere.
In un caldo e pigro pomeriggio di quella estate, nel giardino da tè del Plaza Hotel, Jordan raccontò a Nick la romantica storia di Gatsby, così come lei la sapeva. Nick aveva rivisto Gatsby molte volte in quell’ultimo mese; e pur avendo appreso da lui stesso qualcosa del suo passato (il suo comportamento valoroso in guerra; la promozione a maggiore dell’esercito; la favolosa eredità della sua famiglia, di cui non rimaneva più nessuno), gli erano rimasti molti dubbi.
Ciò che più lo insospettiva era quel palazzo illuminato ogni notte, in cui Gatsby abitava da solo; e quella smania di chiamare attorno a sé ogni sorta di gente, quel profondere danaro, senza un perché. Jordan incominciò a raccontare prendendo le cose alla lontana, risalendo agli avvenimenti di cinque anni prima: allora la cugina di Nick aveva diciotto anni ed era senza dubbio la più bella e la più nota delle ragazze “bene” di Louisville.
“In un giorno di ottobre del 1917 – disse Jordan Baker – arrivai davanti alla casa di Daisy: la sua automobile bianca era ferma vicino al marciapiede e lei vi stava seduta dentro con un giovane ufficiale che non aveva mai visto prima. Erano così assorti, che lei non mi vide finché non fui a qualche metro di distanza. L’ufficiale la fissava come tutte le ragazze desiderano di essere fissate almeno una volta nella vita. Non ho mai dimenticato quel momento, perché mi parve molto romantico.
Seppi da Daisy che il giovane ufficiale si chiamava Jay Gatsby: poteva avere venticinque anni ed era molto bello. Daisy gli dedicò tutto il suo tempo per un mese, poi lui partì e quell’inverno circolò una storia sul conto di Daisy: pareva che la madre l’avesse trovata, una notte, mentre faceva le valigie per andare a New York a salutare un ufficiale che era diretto oltremare. So che le venne impedito di farlo e che Daisy la prese male, perché non parlò più con i suoi familiari per parecchie settimane.
L’autunno successivo, dopo l’armistizio, Daisy fu presentata in società e la vedemmo di nuovo allegra, sempre attorniata da decine di giovanotti. In aprile annunciò il fidanzamento e in giugno sposò Tom Buchanan. Partirono subito per una crociera di tre mesi nei mari del Sud. Li vidi a Santa Barbara, al loro ritorno, e mi sembrarono felici.
Due mesi dopo, Daisy scoprì il primo tradimento di Tom: primo di una lunga serie. Lui le chiamava “scappatelle” e dice che ama Daisy. Ora ha una donna a New York: la moglie di un certo Wilson, un garagista. Daisy sa che ha una donna, ma non sa chi è. Anche se lo sapesse, non cambierebbe nulla…”.
“Forse – continuò Jordan – Daisy non ha mai cercato l’amore, per questo, riesce a sopportare Tom. L’amore vero poteva essere Gatsby, ma allora lui era troppo povero e lei troppo bella, impaziente e corteggiata. Daisy non sa che Gatsby l’ama ancora. Non sa neppure che ha comprato quella casa a Long Island e vi abita perché c’è lei dall’altra parte della baia. Forse lui si aspettava di vederla comparire a una delle sue feste, una volta o l’altra. Ma lei non vi andò mai. Poi Gatsby incominciò a chiedere, come per caso, alla gente se la conosceva. Quando seppe che sei cugino di Daisy, volle conoscerti, ti invitò. E ora mi ha incaricato di chiederti, se non ti dispiace, di invitare Daisy in casa tua un pomeriggio, per un tè, e poi far venire anche lui”.
La richiesta era così modesta che Nick fu scosso. Lo sbalordiva il pensiero che Gatsby avesse atteso cinque anni e comprato un palazzo di quel genere, unicamente sperando di poter incontrare una volta ancora la ragazza che amava.
Quella sera, quando ritornò da New York a Long Island, Nick ebbe paura per un momento che la sua piccola casa fosse in fiamme: tutto intorno divampava di luci. Svoltando l’angolo, vide che era il palazzo di Gatsby, tutto illuminato dalla torre alla cantina. In quella luce, il prato sembrava azzurro. Poi i lumi si spensero e il palazzo biancheggiò nel buio. Nick vide uscire dall’ombra la snella figura di Gatsby; lo vide fermarsi e rimanere a lungo immobile, fissando l’acqua oscura. Poi, a un tratto, lo vide stendere le braccia come se volesse afferrare qualcuno o qualcosa al di là della baia. Nick diede un’occhiata al mare e non distinse niente, all’infuori di un’unica luce verde, minuscola e lontana. Era la luce del molo di Daisy: l’approdo di un sogno che durava da cinque anni.

Invitata da Nick per un tè, Daisy rivide Jay Gatsby e per un’ora fu presa dall’incanto dell’amore di lui, rimasto intatto attraverso tutto quel tempo. Sinceramente commossa, pianse e rise con una meravigliosa incoerenza. Fu un’ora magica e intensa, che la riportò a remote giornate d’autunno, a Louisville, quando lei vestiva sempre di bianco, credeva nei sogni ed era la ragazza più bella della città. Era innamorata di Jay Gatsby, pur sapendo che era un giovanotto senza un soldo, con un nome a tutti sconosciuto, protetto solo dalla sua uniforme militare. L’ultimo pomeriggio, prima che lui partisse per la guerra, Daisy aveva avuto la sensazione che mai avrebbe potuto comunicare più profondamente con qualcuno in vita sua.
L’aveva aspettato fiduciosa per un anno, ma dopo l’armistizio Jay non poté ritornare subito a casa e Daisy non capiva perché non potesse tornare. Intanto lei risentiva della pressione del mondo esterno e della famiglia, contraria alla sua “infatuazione”: non sapeva lottare. Era giovane, nata per la gioia; e il mondo di fuori, artificioso e allegro, l’attirava irresistibilmente. Usciti dall’incubo della guerra, tutti mostravano di essere presi da uno smodato desiderio di felicità. Daisy non poteva più aspettare: voleva che la vita l’afferrasse ora, senza ritardo. E accettò Tom Buchanan, la cui posizione la lusingava.
Non seppe nulla del ritorno di Jay a Louisville: era ancora in viaggio di nozze.
Ora, di fronte al viso estatico di lui, lo stesso viso di quel lontano autunno, Daisy capiva di aver perduto irrimediabilmente la parte più bella della sua vita. Non aveva il coraggio di dirlo a Jay, ma sapeva che il passato non si può ripetere.
Così nacque tra loro un equivoco: Daisy era pronta a farsi amare da Gatsby, ma niente affatto decisa a lasciare Tom; Jay pretendeva invece che Daisy andasse da Tom a dirgli…”Non ti ho mai amato”… e gli chiedesse il divorzio.
Poi sarebbero tornati a Louisville, a sposarsi in casa di lei, come se fossero stati ancora al punto di cinque anni prima.
Gatsby era convinto di poter ripetere il passato, di poter rimettere tutto a posto, esattamente come era prima.
Accanto a Daisy avrebbe dimenticato la sua vita confusa e disordinata, la sua affannosa corsa al danaro e i continui compromessi con la propria coscienza. Avrebbe ritrovato quell’alto concetto di sé che da ragazzo gli aveva fatto sognare la gloria.
La massiccia figura di Tom Buchanan, che si era accorto dei sentimenti di Daisy, si pose bruscamente fra Gatsby e il suo sogno. Tom non era un’aquila; ma la cosa era troppo evidente perché potesse sfuggirgli. In un primo momento fu più sbalordito che offeso, poi passò all’attacco. Fece un po’ di indagini sul conto di Gatsby e al momento buono spifferò tutto quello che era riuscito a sapere.
Accadde a New York, in un torrido pomeriggio di fine estate, e fu una scena terribilmente imbarazzante. C’erano Daisy e Jordan, Nick e Gatsby; tutti e quattro ascoltavano la voce sferzante di Tom…
“Siete un fuorilegge, e un volgare imbroglione, Gatsby, uno del mazzo che sta attorno a quel bandito di Meyer Wolfshein. Avete comprato una quantità di piccole farmacie, qui e a Chicago, dove si vende alcool di grano sotto banco.”
Così disse Tom, mentre Daisy, pallidissima, volgeva gli occhi da Gatsby al marito. Gatsby tentò di difendersi negando ogni accusa, ma Daisy si ritirava sempre più in se stessa e non gli dava retta. Infine Tom, con crudele malizia, volle vibrare l’ultimo colpo.
“Avviati verso casa, Daisy, - disse – nella macchina del signor Gatsby. Noi ti seguiremo con la mia. Vai. Non ti darà noia. Credo che abbia capito che il suo piccolo flirt presuntuoso è finito!”
Daisy obbedì. Si mise al volante della grossa macchina gialla di Gatsby e lui le sedette accanto, in silenzio. Era il crepuscolo e non ci si vedeva bene, ma Daisy, nervosa, premeva sull’acceleratore e andavano sempre più veloci.
Proprio davanti al garage di Wilson, una donna sbucò fuori di corsa, all’improvviso, mentre un’altra macchina veniva in senso opposto. Tutto accadde in un attimo. Daisy perse la testa e non sferzò in tempo. Sentì l’urto, intuì di aver ucciso, e proseguì la corsa, decisa a fuggire. Gatsby non riuscì a farla fermare: Daisy sembrava impazzita. La donna investita era Myrtle Wilson, l’amante di tom. Ma Daisy non lo sapeva e non l’avrebbe saputo mai. Quando, poco più tardi, Tom, Jordan e Nick giunsero al garage di Wilson, videro l’assembramento e si fermarono incuriositi. Un attimo dopo, Tom vide il corpo straziato di Myrtle, disteso su un tavolo. Un negro ben vestito si avvicinò…
“Non ho visto la targa – disse – ma sono sicuro che era una macchina gialla; una grossa macchina gialla, nuova. C’erano due persone a bordo: venivano da New York e andavano forte”.
La macchina di Gatsby; non v’era dubbio. Lo pensarono simultaneamente tutti e tre: Tom, Nick e Jordan: Risalirono in silenzio in automobile. Tom era terreo. Piangeva.
“Quel maledetto. – balbettò – Non ha nemmeno fermato la macchina!”

Gatsby non tentò neppure di difendersi e Daisy non disse nulla a nessuno: le mancò il coraggio di confessare a Tom che era lei al volante della macchina e che lei sola era responsabile della disgrazia. Non le ci voleva anche questo pasticcio, proprio ora che doveva tentare di rimettere insieme i cocci della sua vita coniugale. Si rendeva conto che era stato tutto un errore quel incontro con Gatsby: ne era nata una terribile confusione. Daisy non era fatta per la vita complicata e ora sentiva un gran bisogno di tranquillità.
Il giorno dopo, Tom e Daisy stavano per partire quando a casa loro si presentò Wilson, il marito della donna uccisa, e chiese di Tom. Aveva due occhi da pazzo, che reclamavano vendetta. Tom ne fu atterrito; così, gli disse subito a chi apparteneva la macchina gialla che aveva investito Myrtle. Era tutto quello che Wilson voleva sapere.
Meno di due ore dopo, Gatsby fu trovato ucciso nel suo giardino. Wilson gli aveva sparato parecchi colpi, e poi si era ucciso a sua volta. Subito dopo aver vendicato Myrtle, si era accorto di non poter vivere senza di lei. Fu un fluire ininterrotto e interminabile di poliziotti, di fotografi e di giornalisti, avanti e indietro nel giardino di Gatsby. Vi fu anche un’inchiesta, ma la verità non venne mai fuori e Wilson fu definito “un uomo sconvolto dal dolore”.
Una versione che accontentò tutti. Il fatto fu commentato su tutti i giornali. Ma nessuno delle centinaia di persone che avevano frequentato la casa di Gatsby in quell’estate si disturbò di andare al suo funerale.
Ormai la festa era proprio finita. Cessata la musica, spente le luci, la leggenda del grande Gatsby non interessava più nessuno.


UNA PAGINA

Guardai la casa; c’erano due o tre finestre illuminate a pianterreno e la luce rosa della stanza di Daisy al secondo piano.
“Aspetta qui – dissi. – Vado a vedere se c’è qualcosa che non va.” Ritornai lungo il prato, attraversai leggero il viale inghiaiato e salii in punta di piedi i gradini della veranda. Le tende del salotto erano aperte e vidi che la stanza era vuota. Attraversando la veranda dove avevamo cenato in quella sera di giugno, tre mesi prima, giunsi ad u piccolo rettangolo di luce che pensai fosse la finestra della dispensa. La persiana era tirata ma trovai una fessura sul davanzale.
Daisy e Tom erano seduti l’uno di fronte all’altra, al tavolo di cucina, con un piatto di pollo freddo tra loro e due bottiglie di birra. Lui le parlava con calore, attraverso la tavola, e nella foga aveva appoggiato la mano su quella di Daisy. Ogni tanto lei alzava gli occhi a guardarlo e annuiva in segno di accordo. Non erano felici; né l’uno né l’altra avevano toccato il pollo o la birra. Ma non erano nemmeno infelici. Era un quadro di inequivocabile intimità naturale e chiunque avrebbe detto che stavano complottando qualcosa.
Mentre usciva in punta di piedi dalla veranda, udii il mio taxi percorrere la strada buia verso la casa. Gatsby aspettava dove l’avevo lasciato, nel viale.
“Va tutto bene, laggiù?” chiese ansioso.
“Sì, va tutto bene. - dissi esitando – E’ meglio che tu venga a casa e dorma un po’.”
Scosse il capo… “Voglio aspettare qui finché Daisy va a letto. Buona notte, vecchio mio.”
Si cacciò le mani nelle tasche della giacca, e ritornò impaziente alla sua vigilanza, come se la mia presenza contaminasse la santità della veglia. Così me ne andai e lo lasciai nel chiaro di luna, a montare la guardia: a niente.


COMMENTO ALLA PAGINE

Francis Scott Fitzgerald è uno scrittore; il suo narrare ha un andamento spontaneo, del tutto naturale, senza tuttavia i difetti dell’improvvisazione. La sua tecnica descrittiva, accuratissima, è il frutto di una costante ricerca di immagini delicate e incantevoli, di frasi piene di significato. Acuto osservatore, sa mettere a fuoco una situazione o un ambiente (si vedano qui Tom e Daisy seduti l’uno di fronte all’altra) e coglierne le infinite sfumature. C’è nel suo stile la magia di certa pittura realistica, capace di suscitare sensazioni di sogno, di irrealtà. Anche l’improvviso mutare di umori e di sentimenti è tipico di Fitzgerald e conferma la sua attitudine a cogliere la realtà nei suoi mutevoli e spesso contrastanti aspetti. Ma in tutti i libri di Fitzgerald, la malinconia prevale sempre, conclude ogni moto di gioia o di speranza e ne scaturisce il fascino più grande.
Anche il personaggio di Gatsby è intriso di malinconia, con quella sua patetica ostinazione a non voler uscire dal sogno: un’ostinazione quasi fanciullesca. Povero “Grande Gatsby” così solo “nel chiaro di luna, a montare la guardia: a niente”. In quel “niente” c’è l’efficacissima allusione a un mondo sentimentale che si è dissolto in un attimo, come una bolla di sapone.


COMMENTO GENERALE

Furono anni turbolenti quelli che gli Americani vissero dal 1920 al 1929; anni rumorosi, che lo stesso Fitzgerald definì “L’età del jazz”.
La guerra mondiale aveva creato una profonda frattura fra la vecchia e la nuova generazione. I giovani, tornati sconvolti dalla esperienza bellica, sentivano di non corrispondere affatto all’immagine tradizionale della gioventù americana, in cui gli anziani si ostinavano a credere. Il mondo appariva ai loro occhi come “un cumulo di rovine insanguinate” sotto le quali stavano sepolte le loro illusioni.
Ora, disincantati, si chiedevano come e in che cosa aver fede e consideravano con spavento il proprio avvenire. Gran parte della gioventù americana reagì allo sgomento con la libertà dei costumi, che diventò rapidamente depravazione e cinismo. Si cominciò a vivere come in una perpetua vacanza, ritmata dal suono frenetico del jazz.
Presto anche gli anziani seguono i giovani nella pazza corsa al piacere. C’è il proibizionismo, ma sono innumerevoli e frequentatissimi i bar clandestini. Si ostenta, da parte di autorevoli personaggi, una moralità intransigente; ma scoppiano a catena gli scandali politici; il gangsterismo prende piede in modo preoccupante, spesso coinvolgendo persone credute insospettabili. E’ l’epoca delle facili speculazioni, dei folli investimenti, dello sperpero più assurdo. E’ facile arricchire, è facile divertirsi. I nuovi ricchi vivono come nel palazzo di Gatsby, in continue feste, dove gli ospiti non si conoscono, ma sono paghi di partecipare al rumore e alla ubriacatura generale.
Nel 1929, all’improvviso, quel lungo e pazzo carnevale finì: una gravissima crisi economica colpì l’America. Il panico finanziario, diffusosi con rapidità catastrofica, determinò il crollo dei valori nella Borsa di New York. Molta gente ne uscì rovinata. Si ebbero conseguenze disastrose in tutta l’economia del paese. Allora si spensero le luci, la musica tacque e calò il sipario sulla favolosa “età del jazz”.
Fu un fenomeno tipicamente americano, a cui l’arte e l’opera di Fitzgerald sono strettamente legate, identificandosi con quegli anni, con quel clima e ambiente particolari. Indipendentemente dal loro valore artistico, i romanzi di Fitzgerald valgono moltissimo come documenti di un’epoca: dipingono la società in cui lo scrittore visse e di cui per anni fu l’idolo. Una società di gente incosciente, come Tom e Daisy, che distruggono cose e persone e poi si ritirano nel “prezioso guscio del loro danaro”.
Soltanto Gatsby, malgrado il passato di gangster e di contrabbandiere, ha una sua forza morale, una sua spirituale bellezza. La sua vita è illuminata dall’immenso amore per Daisy, dal commovente tentativo di riafferrare il sogno e viverlo. Gatsby si illude che la ricchezza e potere possano restituirgli Daisy, poiché fu proprio la ricchezza a rapirgliela. Non vede il suo rivale in Tom, ma nell’oro che Tom possiede e da cui Daisy è stata attirata. Per questo, nell’irreale e fiabesco palazzo di Gatsby c’è sempre festa e tutta quella luce. Vogliono essere il segno del suo successo, inteso nel modo più tipicamente americano di quel tempo. Quando la gioiosa illusione svanisce, Gatsby rimane solo e misero. Rimane di lui soltanto ciò che al distratto egoismo degli altri non interessa: la sua dolente e supplichevole umanità.


DUE NOTE SU FITZGERALD

Francis Scott Fitzgerald (1896 – 1940), conobbe la celebrità a ventiquattro anni col suo primo romanzo DI QUA DAL PARADISO. Il successo strepitoso del libro gli permise di sposare la bellissima e stravagante Zelda Sayre, che un anno prima lo aveva rifiutato perché era troppo povero. Tutti e due giovani e belli, simpaticissimi e pieni di vitalità, Scott e Zelda diventarono gli interpreti ideali dell’”età del jazz”.
Gli enormi guadagni di Scott permisero alla giovane coppia un lusso favoloso, nel loro palazzo a Long Island diedero feste leggendarie, simili a quelle descritte ne IL GRANDE GATSBY.
Tutto ciò che Scott guadagnava con la sua opera letteraria veniva profuso a piene mani da Zelda e da lui stesso, con perfetta incoscienza. Finché, poco dopo il 1930, Scott ebbe un attacco di tubercolosi e nello stesso periodo la sua fortuna di romanziere incominciò a calare in modo pauroso.
Nel 1935 Zelda fu ricoverata in una clinica per malattie mentali e i medici la giudicarono inguaribile. Preso dalla disperazione, Fitzgerald si diede al bere. Nei periodi di lucidità scrisse ancora: racconti per riviste, sceneggiature per film, e infine un romanzo, splendido e incompiuto. Per riuscire a scriverlo volle smettere di bere, ma il cuore, troppo stanco e malato, gli venne meno all’improvviso.
Fu portato all’obitorio, come uno qualunque, e nessuno di quelli che un tempo avevano partecipato alle sue feste sfarzose lo andò a vedere. Il suo funerale fu povero e terribilmente squallido: tale e quale il funerale di Gatsby, il personaggio più grande e più valido di Fitzgerald, il più simile a lui.


Alcune opere

DI QUA DA PARADISO (1920) – E’ il libro in cui la nuova generazione americana si riconobbe; gli anziani vi scoprono tutto un mondo che si rifiutano di ammettere. In una settimana il romanzo fu nelle mani di tutti, giovani e vecchi.

LA BELLA E IL DANNATO (1922) – Romanzo In gran lunga autobiografico, valido soprattutto per lo studio d’ambiente.

TENERA E’ LA NOTTE (1934) - E’ più che un bel romanzo: è il documento umanissimo della parabola discendente di Scott e di Zelda Fitzgerald.

L’ULTIMO AFFARISTA (1940) - E’ un romanzo incompiuto, frutto di un’amara esperienza di vita vissuta.



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